<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></title><description><![CDATA[Voglio vivere da Dio. E aiutare altri a fare lo stesso. Scrivo di vita interiore, spiritualità e libertà — per chi vuole andare in profondità senza sentirsi in gabbia.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png</url><title>Alberto Ravagnani</title><link>https://albertoravagnani.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Thu, 03 Sep 2026 14:34:31 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/albertoravagnani.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[albertoravagnani@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[albertoravagnani@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[albertoravagnani@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[albertoravagnani@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Credono di credere]]></title><description><![CDATA[Le ragioni per perdere la fede. E quello che la ragione, per&#242;, non vede.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/credono-di-credere</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/credono-di-credere</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Mon, 24 Aug 2026 08:01:32 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Pierluigi gestisce un canale YouTube che si chiama Sapiens Sapiens. Prende tutto quello che diamo per scontato, la religione soprattutto, e comincia a smontarlo pezzo per pezzo. Quando ero prete lo temevo un po&#8217;, devo ammetterlo. Diceva cose che consideravo sbagliate senza averle mai ascoltate davvero. <a href="https://youtu.be/MVQtwbfC1Lc?si=8Ax3NsZFyCx_ixak">Ora lo intervisto nel podcast &#8220;Senza Pretese&#8221;.</a></em></p><p></p><p>Conosco preti che predicano cose in cui non credono da anni.</p><p>Non lo dico per giudicarli. Lo dico perch&#233; uno di loro ha scritto a Pierluigi. &#8220;La penso esattamente come te. Ho quasi 60 anni. Ma se lo dicessi, cosa andrei a fare adesso?&#8221;</p><p>Quella frase descrive qualcosa che ho visto da dentro: persone che continuano a compiere i gesti della fede mentre la fede, lentamente, si &#232; svuotata. Continuano a dire &#8220;credo&#8221;. In realt&#224; stanno sperando. O forse nemmeno pi&#249; quello.</p><p>Gianni Vattimo aveva un&#8217;espressione per questo: credono di credere.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per essere qui! Per rimanere aggiornato sui prossimi articoli e sostenermi, schiaccia il pulsante qui sotto</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><p>Pierluigi non &#232; uno di loro. Ha avuto il coraggio di ammetterlo.</p><p>Ha creduto davvero, per circa dieci anni, da catechista convinto. Poi qualcosa ha cominciato a sgretolarsi. Una goccia che scava la roccia, dice lui. Un processo lento, fino al giorno in cui ha dovuto ammettere di aver perso la fede.</p><p>Il punto che mi ha colpito di pi&#249; &#232; la sua analisi di come funziona il credere. Per Pierluigi la fede &#232; un atto di volont&#224;. Lo diceva anche Tommaso d&#8217;Aquino, in realt&#224;. Lo dice per essere onesto su quello che accade: credi perch&#233; vuoi credere, per soddisfare un bisogno. Quando il bisogno cambia, cambia anche la fede.</p><p>Sembra un&#8217;analisi fredda. &#200; invece una delle pi&#249; umane che abbia sentito.</p><p></p><p>Perch&#233; spiega molte cose che dall&#8217;interno facevo fatica a spiegarmi.</p><p>Spiega la nonna di Pierluigi, e le tante nonne che rispondevano con me durante la messa, che non avrebbero saputo rispondere a una domanda sulla Trinit&#224; ma non si perdevano una liturgia. Per loro il rito non era un guscio vuoto. Era il bisogno soddisfatto: appartenenza, senso, comunit&#224;, conforto davanti alla morte.</p><p>Spiega i catechisti di 18 anni a cui si chiedeva di non esternare i propri dubbi perch&#233; &#8220;potevano mandare in confusione i ragazzi&#8221;. Li ho visti da vicino, anch&#8217;io. Ragazzi in buona fede a cui la struttura chiedeva una cosa precisa: tieni i tuoi dubbi fuori dalla porta e svolgi il servizio.</p><p>Spiega quel prete quasi sessantenne. Uno sperante, direbbe Vito Mancuso. Qualcuno che spera pi&#249; che crede, che ha smesso di distinguere le due cose, o non se lo pu&#242; permettere.</p><p></p><p>Pierluigi chiede alla fede di reggere al vaglio della ragione. Di non richiedere di abdicare all&#8217;intelligenza. Di poter fare domande senza che qualcuno ti fermi prima.</p><p>In questo ha ragione piena.</p><p>C&#8217;&#232; per&#242; qualcos&#8217;altro da considerare.</p><p>In Pierluigi c&#8217;&#232; il desiderio di una religiosit&#224; che rispetti la libert&#224; e l&#8217;intelligenza delle persone, che non ti chieda di scattare sull&#8217;attenti davanti a ogni diktat dottrinale. Jacques Lacan, Massimo Troisi, Umberto Eco e altri hanno fatto scelte simili, ciascuno a modo suo. Per loro credere alle condizioni della Chiesa sarebbe stato abdicare a qualcosa di essenziale. Per Lacan soprattutto al desiderio, che &#232; l&#8217;unica vera legge: il resto sono norme e regolamenti. Per tutti e tre quella non era una rivendicazione. Era una questione di sopravvivenza interiore.</p><p>Ma in Pierluigi c&#8217;&#232; anche qualcos&#8217;altro. La tendenza a mettere la ragione in posizione di controllo su tutto, a trattare come un potenziale imbroglio qualsiasi cosa non passi il suo vaglio.</p><p>Questo serve per arginare un&#8217;istituzione religiosa quando &#232; opprimente. Ma quella stessa posizione chiude anche un&#8217;altra porta.</p><p></p><p>Credere, come amare, &#232; lasciar accadere la perdita della posizione di controllo.</p><p>&#200; come l&#8217;innamoramento. Arriva qualcosa che sfugge alla costruzione e alla scelta. La ragione &#232; ancora l&#236;, ma smette di fare da filtro, di decidere cosa pu&#242; accadere e cosa no.</p><p>Pensare rimane necessario. C&#8217;&#232; per&#242; una differenza tra pensare e tenere tutto sotto controllo prima di lasciarlo entrare. I riscontri della fede esistono, ma si accolgono quando arrivano. E riguardano sempre una relazione, mai solo se stessi.</p><p>Se la ragione occupa la porta, qualunque cosa bussi trova gi&#224; un giudizio dall&#8217;altra parte.</p><p></p><p>Pierluigi ha lasciato la fede cercando pi&#249; verit&#224;. Lo capisco. L&#8217;ho vissuto anch&#8217;io, in modo diverso.</p><p>C&#8217;&#232; una domanda che mi rimane aperta. &#200; possibile distinguere il fallimento di un&#8217;istituzione dall&#8217;esperienza di fede che quella istituzione ha ospitato e a volte soffocato?</p><p>Quando una struttura tradisce abbastanza, porta via con s&#233; anche questo? O resta qualcosa, da qualche parte, che non apparteneva alla struttura?</p><p>Pierluigi ha risposto in un modo. Io sto ancora capendo la mia risposta.</p><p></p><p><em><a href="https://youtu.be/MVQtwbfC1Lc?si=8Ax3NsZFyCx_ixak">Puoi ascoltare la conversazione integrale con Pierluigi su YouTube, nel mio canale, all&#8217;interno della playlist &#8220;Senza Pretese&#8221;.</a></em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Una pianta che non fa mai i fiori]]></title><description><![CDATA[Si pu&#242; essere omosessuale e cattolico? La risposta che la Chiesa ha scelto di non dare.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/una-pianta-che-non-fa-mai-i-fiori</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/una-pianta-che-non-fa-mai-i-fiori</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Thu, 20 Aug 2026 08:01:25 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ho incontrato tanti ragazzi omosessuali durante gli anni in cui ero prete.</p><p>Non me lo dicevano subito. Arrivavano a parlare d&#8217;altro. La vocazione, l&#8217;ansia di non essere abbastanza, il senso di stare in un posto sbagliato senza riuscire a capire quale fosse quello giusto. Poi, a un certo punto, si fermavano. Abbassavano la voce. Come se quello che stavano per dire occupasse troppo spazio per il contesto in cui eravamo.</p><p>Molti credevano davvero. Erano cattolici convinti, praticanti. E proprio per questo stavano peggio degli altri.</p><p>Perch&#233; per loro la domanda non era <em>esisto?</em> La domanda era: <em>esisto bene?</em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per essere qui. 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La struttura intorno a lui non aveva le parole per dirlo. Una materia sconosciuta, dice. Come arrivare da un panettiere con un pezzo di carne e chiedere come farlo cuocere.</p><p>Esce. Esplora. Trova una comunit&#224; protestante che ha riconosciuto l&#8217;omosessualit&#224; come una delle forme in cui Dio benedice la vita.</p><p></p><p>La domanda che mi facevano quei ragazzi rimane aperta.</p><p>La Chiesa cattolica distingue tra orientamento e atto. L&#8217;orientamento omosessuale &#232; considerato &#8220;intrinsecamente disordinato&#8221;, ma non &#232; colpa tua, dicono. Il problema &#232; agire secondo quell&#8217;orientamento. Puoi essere gay. Il problema, per la dottrina, arriva quando vivi da gay.</p><p>Diego lo dice in modo netto: questa distinzione &#232; antiscientifica come dire che la terra &#232; piatta. &#8220;Ci hanno messo 300 anni ad ammettere che la terra ruota attorno al sole&#8221;, aggiunge.</p><p>Ma il pezzo pi&#249; interessante della conversazione con lui non &#232; la critica. &#200; il ribaltamento teologico.</p><p>La parola <em>disordine</em>, dentro i Vangeli, punta altrove.</p><p>Qualunque relazione centrata sull&#8217;egoismo &#232; disordinata. Il disordine riguarda se stai davvero amando o stai consumando l&#8217;altro per riempirti. Puoi costruire quel disordine in una coppia eterosessuale. In una coppia omosessuale puoi costruire amore autentico.</p><p>Letta cos&#236;, la parola <em>disordine</em> fa saltare esattamente l&#8217;argomento che la Chiesa usa contro l&#8217;omosessualit&#224;. Diventa uno specchio che rimanda indietro.</p><p></p><p>Diego usa un&#8217;immagine che non riesco a togliermi dalla testa.</p><p>&#8220;Se hai una pianta, l&#8217;importante &#232; che tu non faccia mai i fiori.&#8221;</p><p>Una pianta che non fiorisce non muore. Sopravvive. Per&#242; non &#232; quello per cui &#232; nata.</p><p>Ho pensato a quei ragazzi. Stavano in piedi. Non stavano fiorendo.</p><p></p><p>Perch&#233; allora tutta questa architettura di controllo sulla sessualit&#224; delle persone, invece di chiedersi cosa vuol dire amare bene?</p><p>Diego ha una risposta: il controllo morale sposta l&#8217;attenzione dalla radicalit&#224; del Vangelo, che &#232; molto pi&#249; scomoda. Il Vangelo dice prendi lo straniero che ti si avvicina e trattalo come se fosse Dio. Prima ancora di sapere chi &#232;. Prima ancora di sapere se si &#232; comportato bene.</p><p>&#200; molto pi&#249; facile parlare di cosa fai a letto che chiedersi chi stai lasciando fuori dalla porta.</p><p>Il peccato di Sodoma, ricorda Diego, riguarda proprio questo. Era una citt&#224; ricca che la sera chiudeva i cancelli agli stranieri. Il peccato di Sodoma era la chiusura. Non c&#8217;entra la sodomia. Lo sanno bene i rabbini, che di quel testo sono i custodi originali.</p><p></p><p>Diego non odia la Chiesa. Questa &#232; la cosa che mi ha colpito di pi&#249;.</p><p>&#200; uscito con la precisione di chi ha capito che quella struttura non aveva spazio per la sua verit&#224; intera. Ha scelto di andare a trovarla altrove.</p><p>Io capisco quella scelta. L&#8217;ho capita tardi, per ragioni diverse. Ma la riconosco.</p><p></p><p>C&#8217;&#232; una domanda che mi rimane. </p><p>Quanto pu&#242; durare una fede costruita sulla negazione di una parte di s&#233;?</p><p>E se quella parte di s&#233; &#232; esattamente quello che Dio ha fatto, se &#232; cos&#236; che sei stato messo al mondo, allora chi ha sbagliato il calcolo?</p><p>Diego ha una risposta pi&#249; netta della mia su questo. Io mi fermo qui.</p><p>So che c&#8217;&#232; qualcosa di profondamente stonato in una struttura religiosa che chiede a una persona di scegliere tra la propria anima e il proprio corpo. Come se fossero due cose separate. Come se Dio avesse fatto un errore nel metterle insieme.</p><p></p><p><em><a href="https://youtu.be/bNZPy04JWok?si=aeh2H65_hHbgmqeR">Puoi ascoltare la conversazione integrale con Diego Passoni su YouTube, nel canale Senza Pretese.</a></em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Di' ciao per primo]]></title><description><![CDATA[Come vincere la timidezza cominciando dalla cosa pi&#249; piccola.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/di-ciao-per-primo</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/di-ciao-per-primo</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Mon, 17 Aug 2026 08:02:42 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Entro nel dormitorio dell&#8217;ostello con lo zaino ancora in spalla. Dentro ci sono gi&#224; altri ragazzi. Uno &#232; steso sul letto con le cuffie, due parlano piano vicino alla finestra, un altro sta sistemando le sue cose nell&#8217;armadietto. Io non conosco nessuno. E resto l&#236; un attimo sulla porta, a cercare il mio letto senza dare fastidio.</p><p>Per settimane, ogni volta che entravo in una stanza nuova, mi sono sentito l&#8217;ultimo arrivato. Loro erano gi&#224; l&#236;, quindi erano quelli di casa, e toccava a loro accogliermi. Io aspettavo. Zitto. E stare zitto non mi proteggeva per niente, anzi: l&#8217;imbarazzo cresceva e basta.</p><p>Io di base sono timido. Non &#232; una cosa che dico spesso, ma &#232; cos&#236;.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per essere qui. Per rimanere aggiornato sui prossimi articoli e per sostenermi, premi il pulsante qui sotto!</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><p>L&#8217;anno scorso sono andato a Romena e ho conosciuto don Gigi Verdi. A un certo punto mi ha raccontato una cosa che mi &#232; rimasta impressa. Nel suo anno di discernimento aveva girato il mondo, e ci era arrivato con un problema molto concreto: non riusciva a guardare le persone negli occhi. Era troppo timido. Allora, mentre stava tra l&#8217;Argentina e la Tunisia, si &#232; dato una regola. Guardare negli occhi chiunque gli parlasse, una persona alla volta. Diceva che all&#8217;inizio faceva una fatica tremenda. Poi, pian piano, ce l&#8217;ha fatta. Ha vinto se stesso.</p><p>Questa storia me la sono portata dietro nel mio viaggio. Ed &#232; uno dei motivi per cui, quando sono partito per la Thailandia, ho deciso di provarci anch&#8217;io, a modo mio. La mia regola &#232; salutare per primo.</p><p>Entrare in una stanza e dire ciao prima che lo dica qualcun altro. Presentarmi. Provare a essere io quello che porta un po&#8217; di energia buona, invece di starmene l&#236; ad aspettarla.</p><p>E qui &#232; successa una cosa che non avevo previsto. Quando saluto per primo, gli altri si aprono con me. &#200; come se il mio ciao desse loro il permesso di essere socievoli. Rompo il ghiaccio, e non lo rompo solo per me: lo rompo per tutta la stanza.</p><p>Il punto &#232; questo. Finch&#233; stavo l&#236; ad aspettare di essere accolto, rimanevo fuori. Nel momento in cui il primo passo lo facevo io, la stanza diventava anche un po&#8217; mia. Pure se ero entrato due minuti prima.</p><p>E non parlo solo di un ostello dall&#8217;altra parte del mondo. &#200; la stessa identica cosa che succede nel tuo palazzo, in ascensore, la prima volta che entri in un gruppo dove non conosci nessuno. Ci raccontiamo un sacco di storie ancora prima di aprire bocca. Mi giudicheranno. Penseranno male di me. Non vogliono essere disturbati. Meglio stare zitti. E a quel silenzio diamo un nome che suona bene, prudenza. Tante volte invece &#232; solo paura, con addosso il vestito della buona educazione.</p><p>Poi c&#8217;&#232; una cosa che tendiamo a dimenticare: quasi tutti, in quella stanza, stanno facendo esattamente quello che fai tu. Aspettano anche loro. Sperano che cominci qualcun altro. E a volte basta una sola persona che decide di smettere di aspettare.</p><p></p><p>Da quando ho iniziato a salutare per primo sono nate conversazioni che altrimenti non sarebbero mai partite. Alcune sono finite l&#236;, due parole e via. Altre sono diventate serate intere, cene, gente che ancora adesso mi scrive.</p><p><em>Quand&#8217;&#232; l&#8217;ultima volta che hai aspettato che fosse un altro a dirti ciao?</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il bello di fare cose nuove]]></title><description><![CDATA[Anche quando sei scarso. Soprattutto quando sei scarso.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/il-bello-di-fare-cose-nuove</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/il-bello-di-fare-cose-nuove</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Mon, 03 Aug 2026 08:01:41 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sposta il peso. Ruota il bacino. Colpisci con la tibia. Tre istruzioni. Roba da bambini. E io l&#236;, in una palestra di Chiang Mai, che non riuscivo a far fare al mio corpo neanche una delle tre insieme.</p><p>Primo allenamento di Muay Thai. In Thailandia. Una cosa che rimandavo da anni con la solita lista di scuse: non c&#8217;&#232; tempo, non &#232; il momento, magari pi&#249; avanti. Finch&#233; &#8220;pi&#249; avanti&#8221; non &#232; diventato &#8220;adesso, qui, di fronte a un maestro che aspetta&#8221;.</p><p>In queste due settimane e mezza da quando sono partito ho iniziato a fare diverse cose nuove. Mi sto allenando a saltare la corda (sto ancora imparando). Ho guidato un motorino per la prima volta. Ho guidato a sinistra - perch&#233; in Thailandia funziona cos&#236; - e ogni incrocio &#232; un momento di panico silenzioso. Ho mangiato delle frattaglie (s&#236;, mi fanno schifo, ma le ho mangiate). Ho viaggiato da solo.</p><p>Ogni volta la stessa cosa: sentirmi stupido.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per leggere questo articolo. Se non vuoi perderti i prossimi e supportare il mio lavoro, questo &#232; il pulsante per iscriverti!</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><p>Da adulti smettiamo di fare le cose in cui siamo scarsi.</p><p>Non lo decidiamo. Succede lentamente. Restiamo dove siamo bravi, dove abbiamo il controllo, dove sappiamo gi&#224; come andr&#224; a finire. Con il tempo smettiamo di rischiare di fare brutta figura. E smettiamo anche di crescere.</p><p>Per anni ho fatto il prete. Un ruolo in cui stai davanti, hai risposte, guidi gli altri. Fare la figura del principiante non era previsto. Cos&#236;, senza accorgermene, ho smesso di cominciare cose nuove.</p><p></p><p>L&#8217;altra sera, tornando dall&#8217;allenamento, ho cercato di capire perch&#233; mi sentissi cos&#236; vivo nonostante &#8212; o forse grazie a &#8212; essermi sentito stupido per un&#8217;ora.</p><p>Ho trovato una risposta in uno studio. Adulti a cui &#232; stato insegnato a fare i giocolieri per tre mesi hanno mostrato un aumento di materia grigia in aree specifiche del cervello. Non ragazzi: adulti. E quando hanno smesso di praticare, quell&#8217;aumento &#232; regredito. L&#8217;esperimento &#232; stato rifatto su persone con et&#224; media sessant&#8217;anni: stesso risultato.</p><p>Il cervello cresce quando impara qualcosa di difficile e nuovo. Non quando ripetiamo quello che sappiamo gi&#224; fare.</p><p>E quella sensazione di essere goffi, lenti, impacciati &#8212; quella che fa venire voglia di smettere dopo cinque minuti &#8212; &#232; esattamente il momento in cui il cervello sta lavorando di pi&#249;. All&#8217;inizio ogni movimento viene controllato in modo consapevole, pezzo per pezzo. La lentezza non &#232; il segnale che non sei tagliato: &#232; la prima fase obbligata. Con la ripetizione il gesto diventa fluido, automatico. Ma il punto di partenza &#232; sempre quello: sentirti stupido.</p><p>C&#8217;&#232; per&#242; il rovescio della medaglia. Quello stesso studio mostra che quando le persone smettono di praticare la giocoleria, l&#8217;aumento di materia grigia regredisce. Il guadagno non &#232; permanente. Il cervello cresce se continui a usarlo, altrimenti torna indietro. E c&#8217;&#232; un rovescio ancora pi&#249; sottile: chi si convince di non poter pi&#249; imparare smette di provare. &#8220;Sono troppo vecchio per iniziare&#8221; &#232; una profezia che si avvera da sola.</p><p></p><p>Ieri tornavo dall&#8217;allenamento su un motorino che sto ancora imparando a guidare, sudato, con le gambe che non capivano cos&#8217;era successo loro, e pensavo a quando ero bambino e imparavo tutto, perch&#233; era quello che si faceva, perch&#233; non sapevo ancora che si poteva smettere.</p><p>Da adulti nessuno ti dice che puoi tornare principiante. Devi deciderlo tu.</p><p><em>Quand&#8217;&#232; l&#8217;ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Senza pretese]]></title><description><![CDATA[Perch&#233; ho ricominciato a cercare. E perch&#233; voglio farlo con te.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/senza-pretese</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/senza-pretese</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Thu, 23 Jul 2026 09:09:40 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una cosa che nessuno ti dice quando esci da una struttura grande.</p><p>Non ti dicono che le domande restano. Che il desiderio di capire non se ne va con la tessera, con il ruolo, con la veste. Che il senso dell&#8217;esistenza continua a bussare anche quando hai smesso di essere la persona deputata a rispondergli.</p><p>Quando ho lasciato il sacerdozio, a gennaio 2026, molti hanno pensato, e qualcuno me lo ha detto chiaramente, che avevo perso la fede. Che avevo mollato Dio insieme alla diocesi. Come se il percorso che mi aveva portato via dall&#8217;istituzione fosse anche quello che mi aveva portato via dall&#8217;interno.</p><p>Non &#232; andata cos&#236;.</p><p>Quel percorso mi ha fatto andare pi&#249; in profondit&#224;. Mi ha costretto a mettere in dubbio le mie certezze. E chi ha certezze smette di cercare. Mi ha fatto porre domande che per anni avevo evitato, perch&#233; il ruolo non me le concedeva. E quando hai finalmente il permesso di fare le domande vere, scopri che le risposte esistono. Altre risposte, pi&#249; larghe, meno nette. Si aprono gli orizzonti. Inizi a guardare la realt&#224; in modo pi&#249; libero.</p><p></p><p>Quello che ho imparato &#232; rimasto dentro di me. Ma ora c&#8217;&#232; anche dell&#8217;altro.</p><p>Sento il bisogno di continuare a riflettere sul mistero della vita. Su Dio (qualunque cosa significhi per te questa parola). Sul senso di quello che facciamo, di quello che siamo, di quello che speriamo.</p><p>E sento il bisogno di farlo con qualcuno.</p><p>Perch&#233; questa ricerca non riguarda solo me. Ognuno di noi, prima o poi, si ferma davanti a qualcosa di pi&#249; grande e lo interroga. Il problema &#232; che non abbiamo quasi mai spazi per farlo insieme, senza che qualcuno debba avere la risposta in mano, senza che il confronto diventi catechismo o divulgazione o terapia di gruppo.</p><p></p><p>Da questo nasce <em>Senza pretese</em>.</p><p>Il titolo non &#232; solo un nome. &#200; un programma.</p><p>Senza la pretesa di avere la verit&#224; in mano. Senza trincerarmi dietro un dogma o un magistero come se bastassero. Senza il ruolo, l&#8217;atteggiamento, il linguaggio di quando ero prete.</p><p>Per anni ho parlato di Dio con un&#8217;autorit&#224; che veniva dall&#8217;esterno: dall&#8217;ordinazione, dal collare, dalla cattedra. Era reale, per molti aspetti. Ma era anche una gabbia sottile. Ti d&#224; sicurezza e ti toglie libert&#224;. Ti d&#224; ascolto e ti vieta di dubitare ad alta voce. Ti d&#224; un pubblico e ti chiede di recitare.</p><p>Io non voglio pi&#249; recitare.</p><p>Voglio ragionare. Voglio dubitare quando dubito. Voglio dire &#8220;non lo so&#8221; senza sentirmi in difetto. Voglio fare le domande difficili, quelle che la religione organizzata spesso schiva e che il pensiero laico spesso liquida come irrilevanti.</p><p>Perch&#233; le domande difficili sono le uniche che valgono davvero la pena.</p><p></p><p>Viviamo in un tempo che ci offre tutto tranne il silenzio per pensare. Siamo bombardati di contenuti, di opinioni, di certezze preconfezionate. Da una parte chi ha Dio in tasca e lo distribuisce in dosi. Dall&#8217;altra chi ha smesso di cercarlo e considera la domanda stessa uno spreco di tempo.</p><p>In mezzo ci sono milioni di persone che sentono che la realt&#224; &#232; pi&#249; complicata di cos&#236;. Che cercare non &#232; debolezza. Che dubitare, a volte, &#232; l&#8217;unico modo per essere onesti con se stessi.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto fin qui! Iscriviti per rimanere aggiornato sui prossimi articoli e per sostenere il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Il senso critico non &#232; il contrario della fede. &#200; la condizione per non ridurla ad abitudine.</p><p></p><p><em><strong>Senza pretese</strong></em><strong> &#232; su YouTube</strong>. In ogni puntata mi siedo con qualcuno che ha qualcosa di interessante da dire: persone che hanno cercato, che si sono fatte domande difficili, che hanno cambiato idea. Non necessariamente credenti. Non necessariamente ex qualcosa. Persone che pensano.</p><p>Insieme guardiamo quello che ho trovato lungo il cammino. E quello che ancora non ho trovato.</p><p>Se ti va di cercare insieme, la prima puntata &#232; gi&#224; l&#236;.</p><p>Ti aspetto.</p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Non dovevo arrivare fino in Thailandia]]></title><description><![CDATA[Un maranza, una bambina e un piatto piccante: quello che mi ha sorpreso non era in programma.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/non-dovevo-arrivare-fino-in-thailandia</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/non-dovevo-arrivare-fino-in-thailandia</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 12:23:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ero in aeroporto, in fila per l&#8217;imbarco, quando mi si affianca un ragazzo. Tuta nera, permanente, sguardo spavaldo. Origini nordafricane. A Milano diremmo: un maranza. Mi chiede dove sia il suo gate: &#232; la prima volta che prende un aereo da solo. Lo aiuto.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:null,&quot;text&quot;:&quot;Subscribe&quot;,&quot;language&quot;:&quot;en&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! Iscriviti gratis per ricevere nuovi Post e sostenere il mio lavoro</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Type your email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Subscribe"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><p>Qualche centinaio di metri pi&#249; avanti lo ritrovo. Mi vede, mi chiede dove sono le stanze per fumatori. Lo aiuto di nuovo.</p><p>Al controllo passaporti ci ritroviamo in fila insieme. E parliamo.</p><p>Mi chiede dove sto andando. Gli dico Thailandia. Mi risponde che mi invidia, perch&#233; laggi&#249; trover&#242; un sacco di ragazze disponibili. Sto alla battuta. Poi gli chiedo di lui.</p><p>E lui mi racconta tutto. &#200; minorenne. Vive in comunit&#224; per dei reati commessi un anno fa. Ha un permesso speciale per tornare nel suo paese: &#232; nato suo cugino. Parliamo di quello che ha combinato, di come si trova in comunit&#224;, di cosa vuole fare da grande. Prima di salutarci mi chiede una cosa sola: di mandare i suoi saluti al suo migliore amico, che si trova al Beccaria di Milano.</p><p>Non sono andato a cercarlo, un ragazzo cos&#236;. &#200; venuto lui verso di me. Con una storia pi&#249; grande della sua et&#224;.</p><p>Poi Bangkok.</p><p>Tredici ore di volo, uno scalo, e finalmente scendo dall&#8217;aereo. Nella mia testa avevo gi&#224; le esperienze che volevo fare: paesaggi mozzafiato, viaggi assurdi, tutto quello che si pu&#242; fotografare e mettere in un post. Invece a colpirmi nel profondo, ancora prima di uscire dall&#8217;aeroporto, &#232; una bambina che mi arriva al ginocchio.</p><p>Si ferma a salutare la hostess. Le regala un disegno. L&#8217;ha fatto lei: la hostess, disegnata con un sorriso pi&#249; grande della circonferenza del suo viso vero.</p><p>La hostess si commuove fino alle lacrime.</p><p>Chiss&#224; cosa le ha smosso dentro, quel regalo da una bambina che non conosceva, verso cui era stata solo gentile. Chiss&#224; cosa avr&#224; pensato tornando a casa con quel foglio in mano. Forse che la vita &#232; sorprendente. Che la realt&#224;, di tanto in tanto, trova un modo per dirci: non mollare, vai avanti.</p><p>Poi il pad thai.</p><p>Sono appena arrivato in citt&#224;, con uno zaino che pesa pi&#249; di quanto dovrebbe, e sto camminando verso l&#8217;ostello. Affamato e confuso: in Italia sarebbe l&#8217;ora del pisolino post pranzo, qui invece &#232; gi&#224; ora di cena. Mi fermo nel primo posto da cui arriva profumo di cibo: un ristorante all&#8217;aperto, dentro un cunicolo, all&#8217;incrocio di una strada trafficatissima. Il posto pi&#249; local che potessi immaginare.</p><p>Ordino il mio primo pad thai della vita. Mi sembra di masticare secoli di storia thailandese (anche se in realt&#224; &#232; stato inventato meno di cent&#8217;anni fa). Non sazio, ordino un secondo piatto a caso.</p><p>&#8220;Spicy or not spicy?&#8221;</p><p>&#8220;Spicy,&#8221; rispondo. Non sapevo ancora che di l&#236; a poco mi sarei giocato le papille gustative.</p><p>Finisco di cenare, mi alzo per pagare. Problema: niente contanti, solo carta di credito. Stupido turista occidentale. Mi chiedono un QR code che non riesco ad aprire (il giorno dopo scoprir&#242; che funziona solo per i thailandesi). Mentre tento di raccapezzarmi chiedendo aiuto a ogni intelligenza artificiale disponibile, un signore si avvicina.</p><p>&#8220;Pago io per te.&#8221;</p><p>&#8220;Come, scusa?&#8221;</p><p>Ha pagato lui. Con un sorriso semplice, come se fosse la cosa pi&#249; normale del mondo. Un uomo che non avevo mai visto e che non rivedr&#242; mai pi&#249;, e per un momento, in mezzo a quella strada trafficata, mi sono sentito in pace.</p><p>Tre scene. Un ragazzo con una storia pi&#249; pesante della sua et&#224;, una bambina che ha fatto piangere una sconosciuta con un disegno, un uomo che ha pagato la cena a un turista che parlava una lingua diversa dalla sua.</p><p>Nessuna delle tre l&#8217;ho cercata. Sono arrivate da sole, nello spazio di un giorno, mentre ero concentrato a immaginare cos&#8217;altro avrei trovato dall&#8217;altra parte del mondo.</p><p>Ed &#232; questo che continuo a girarmi in testa: non ho dovuto volare tredicimila chilometri per farmele capitare. Mi sono capitate perch&#233; per un giorno ero uscito dal mio solito giro. Dalle abitudini che mi tengono al sicuro. Dal perimetro dentro cui so gi&#224; cosa succeder&#224;, perch&#233; &#232; gi&#224; successo mille volte.</p><p>La sorpresa non ha bisogno della Thailandia. Ha bisogno solo che smettiamo, per un giorno, di stare dove sappiamo gi&#224; come va a finire.</p><p><em>Quante sorprese ci stiamo perdendo, restando dentro il nostro solito giro?</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?utm_source=email&r=&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Subscribe&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/albertoravagnani.substack.com/subscribe?utm_source=email&amp;r="><span>Subscribe</span></a></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quanto ti costa restare fermo]]></title><description><![CDATA[A volte la sicurezza &#232; il prezzo pi&#249; alto che paghiamo.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/quanto-ti-costa-restare-fermo</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/quanto-ti-costa-restare-fermo</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 09:32:04 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sabato ho fatto l&#8217;ultima presentazione del libro, ad Acciaroli. Domenica ho chiuso la casa parrocchiale dove ho vissuto tre anni. La sera ero gi&#224; in Thailandia.</p><p>Vista da fuori sembra una decisione presa in un weekend. Non lo &#232; stata.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Che dovevo cambiare il luogo in cui vivevo, non solo il ruolo che avevo lasciato. Perch&#233; siamo anche i luoghi che abitiamo, e quella casa continuava a dirmi chi ero stato, ogni singolo giorno.</p><p>Non ero pi&#249; prete. Ma abitare ancora in parrocchia alimentava un&#8217;altra definizione, altrettanto stretta: l&#8217;ex prete. E io non volevo passare la vita a essere l&#8217;ex di qualcosa.</p><p>Il problema &#232; che guardare oltre significava davvero rischiare l&#8217;incognita. Fino a poco tempo prima pensavo di aver gi&#224; raggiunto la forma definitiva della mia vita: un ruolo, una casa, una comunit&#224;, un futuro tracciato. Avevo lasciato tutto questo. Ma lasciarlo non significa avere gi&#224; in mano quello che viene dopo. Significa restare per un po&#8217; senza forma, e costruirne una nuova pezzo per pezzo.</p><p>Questo non &#232; mai facile. E infatti sentivo una resistenza precisa: sapevo cosa avrei dovuto fare, ma resistevo lo stesso.</p><p>Cos&#236;, quando un&#8217;amica mi ha detto &#8220;perch&#233; non ti fai un viaggio?&#8221;, ho sentito qualcosa di diverso da una semplice proposta. Ho sentito che quel viaggio mi avrebbe costretto a guardare avanti, finalmente, invece di continuare a vivere in un luogo che mi teneva ancorato a dietro.</p><p>Ho preso i biglietti. C&#8217;erano ancora presentazioni del libro da chiudere, impegni fissati mesi prima, e li ho onorati tutti. Ma appena sono finiti, non ho aspettato un altro giorno. Sabato l&#8217;ultima presentazione. Domenica la casa vuota. La sera, un aeroporto in un altro continente.</p><p>Viaggiare significava cambiare riferimenti, luoghi, volti. Tutto ci&#242; che per anni mi aveva detto chi ero: la parrocchia, la diocesi, le persone che credevano di sapere gi&#224; come sarei stato prima ancora che aprissi bocca. Partire non era solo attraversare un confine. Era togliermi l&#8217;ultima scusa per restare fermo.</p><p>Mi chiedo quante persone, in questo momento, sanno gi&#224; cosa dovrebbero fare. Lo sanno con la testa, esattamente come lo sapevo io. E continuano ad abitare lo stesso luogo, le stesse abitudini, la stessa definizione di s&#233;, aspettando che la sicurezza di restare fermi valga pi&#249; del rischio di non sapere ancora chi diventeranno.</p><p>Io ci sono rimasto dentro per mesi, in quella sicurezza. Finch&#233; non ho sentito che mi stava costando pi&#249; di quanto mi stava proteggendo.</p><p><em>Cosa ti sta proteggendo, in questo momento, pi&#249; di quanto ti stia aiutando a vivere?</em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Su qualcosa di pi&#249; semplice ma molto pi&#249; scomodo per Roma.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/i-lefebvriani-hanno-ragione</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/i-lefebvriani-hanno-ragione</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Sat, 04 Jul 2026 14:49:01 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I lefebvriani hanno ragione.</p><p>Non su Dio. Non sto dicendo che la loro dottrina sia quella giusta (anzi, lo chiarisco fin da subito: credo il contrario su quasi tutto quello che professano). Sto dicendo una cosa pi&#249; precisa, e pi&#249; scomoda: guardata da fuori, la loro posizione &#232; coerente. E la incoerenza, quella vera, sta altrove.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Pochi giorni fa la Fraternit&#224; San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il permesso di Roma. Roma ha risposto con la scomunica. In un&#8217;intervista rilasciata subito dopo, don Davide Pagliarani, il superiore generale della Fraternit&#224;, ha detto una cosa che continuo a rigirarmi in testa: la Chiesa cattolica, fino a poco tempo fa, pensava esattamente quello che pensano loro oggi. Non lo dice come provocazione. Lo dice come un dato storico. E su questo, per quanto mi costi ammetterlo, non ha tutti i torti.</p><p>Il mio intento in questo pezzo &#232; fare a Roma la domanda che i lefebvriani le fanno da cinquant&#8217;anni, e che nessuno la costringe mai ad affrontare fino in fondo: se loro la pensano cos&#236; &#8212; e per questo sono scismatici &#8212; tu, Chiesa di Roma, cosa rispondi? Non con un comunicato diplomatico. A livello teologico. Dottrinale. Sui punti esatti che loro contestano.</p><p>Perch&#233; il vero merito dello scisma lefebvriano, involontario e per nulla cercato da chi lo abita, &#232; questo: mette la Chiesa davanti allo specchio del proprio passato. E la costringe a scegliere se riconoscerlo, o continuare a fare finta di niente.</p><p></p><p>Il primo punto riguarda la salvezza.</p><p>Nel video, Pagliarani lo dice con una sicurezza che quasi disarma: fuori dalla Chiesa cattolica non c&#8217;&#232; salvezza. <em>Extra ecclesiam nulla salus.</em> Non se l&#8217;&#232; inventata lui. &#200; una formula che la Chiesa ha ripetuto per secoli, a tutti, come dottrina, non come opinione tra le tante.</p><p>Il bello &#232; che quella frase, tecnicamente, la Chiesa la dice ancora. &#200; ancora scritta nei testi ufficiali. Il punto non &#232; che l&#8217;abbia cancellata. Il punto &#232; che ne ha completamente cambiato il significato, senza mai dirlo con altrettanta chiarezza.</p><p>Il Concilio Vaticano II, nella &#8220;Gaudium et Spes&#8221;, afferma che tutti gli uomini possono partecipare al mistero pasquale di Cristo, in un modo che Dio solo conosce. Proviamo a portare questa frase fino in fondo, alle sue conseguenze logiche. Se chiunque, ovunque, pu&#242; essere associato al mistero di Cristo senza passare dalla Chiesa cattolica, allora la vecchia formula (&#8220;fuori dalla Chiesa nessuna salvezza&#8221;, intesa nel senso stretto in cui &#232; stata insegnata per secoli) non era una verit&#224; da approfondire. Era una frase sbagliata.</p><p>La Chiesa non lo dir&#224; mai in questi termini. Dir&#224; che si tratta di una comprensione pi&#249; profonda della volont&#224; di Dio, un progresso nella lettura del Vangelo, uno sviluppo dottrinale. Non dir&#224; mai di aver tradito quello che credeva prima &#8212; il che, a parer mio, sarebbe anche una dimostrazione di intelligenza. Dovrebbe ammettere che tutte le persone morte prima del Concilio, fuori dalla Chiesa, secondo l&#8217;insegnamento di allora non si sarebbero salvate, e secondo l&#8217;insegnamento di oggi s&#236;. Cosa &#232; cambiato in mezzo? La verit&#224;, o solo il coraggio di dirla?</p><p>Nel frattempo l&#8217;atteggiamento pratico della Chiesa verso le altre confessioni e le altre religioni &#232; cambiato moltissimo: dialogo interreligioso, dichiarazioni congiunte, gesti di fraternit&#224; pubblica. Ma i principi teologici che dovrebbero giustificare quel cambiamento non sono stati toccati con la stessa profondit&#224;. Si &#232; cambiato il tono, l&#8217;atteggiamento, la prassi. Si &#232; lasciata quasi intatta la dottrina che dovrebbe reggerli.</p><p>&#200; un po&#8217; come tenere un piede in due scarpe diverse e camminare sperando che nessuno se ne accorga.</p><p>I lefebvriani se ne sono accorti. E hanno scelto di schierarsi proprio perch&#233; vedono questo doppio binario: una Chiesa che dice una cosa nei documenti ufficiali e ne pratica un&#8217;altra nei gesti pubblici, senza mai mettere le due cose a confronto davanti a tutti.</p><p>C&#8217;&#232; un episodio che rende tutto ancora pi&#249; scomodo per Roma. Tre giorni prima della scomunica dei quattro vescovi, in Vaticano &#232; stata ricevuta con tutti gli onori Sarah Mullally, arcivescovo anglicano. Le &#232; stata data una benedizione pubblica sulla sua missione di guidare le anime. &#200; una donna. La Chiesa cattolica non ordina donne. E dal 1896 considera nulli gli ordini anglicani, per decreto ufficiale mai ritirato. Chi si allontana radicalmente da due punti dottrinali mai smentiti riceve un sorriso. Chi resta fedele alla lettera di ogni norma antica riceve la scomunica.</p><p>Nell&#8217;intervista, Pagliarani mette in fila questi due fatti e chiede: di cosa parliamo esattamente, quando parliamo di scisma?</p><p>I lefebvriani, in tutto questo, di fronte a Santa Madre Chiesa si comportano come un bambino impertinente davanti a un genitore che ha cambiato idea su tutto ma continua a comportarsi come se fosse sempre stato coerente. Gli dicono: prima pensavi e credevi tutt&#8217;altro. Ora non ti riconosco pi&#249;. Non fare finta di niente. Ammetti che sei cambiata.</p><p>Non hanno ragione sulla salvezza. Hanno ragione sul fatto che quella domanda non ha mai ricevuto una risposta onesta.</p><p></p><p>Il secondo punto riguarda la messa,</p><p>Nei materiali di formazione della Fraternit&#224;, il linguaggio sulla messa &#232; netto, quasi impressionante nella sua assolutezza: il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione e il sacrificio del Calvario si rinnova sull&#8217;altare. Non un simbolo. Non un ricordo. Lo stesso sacrificio, di nuovo, ogni volta. Questa &#232; teologia tridentina, mai smentita ufficialmente. La Fraternit&#224; la mette al centro, senza sconti, esattamente come si faceva prima del Concilio.</p><p>La Chiesa di oggi, invece, usa sempre meno questa categoria. Sempre meno. Basta ascoltare come parlano oggi papi e vescovi della messa: parole come comunit&#224;, mensa, popolo di Dio riunito, partecipazione. La parola sacrificio compare, ma sempre pi&#249; raramente, sempre pi&#249; defilata, come se qualcuno sperasse che nessuno andasse a chiedere conto fino in fondo di questa parte della dottrina.</p><p>E forse un motivo c&#8217;&#232;. Perch&#233; se prendi sul serio l&#8217;idea che la messa sia il sacrificio di Cristo che si rinnova, devi rispondere a domande che oggi mettono a disagio quasi tutti, teologi compresi. Ges&#249; &#232; morto per i nostri peccati: bene, ma per quali peccati, esattamente? Il peccato originale? E cosa significa che la sua morte fosse necessaria? Necessaria a chi, necessaria per cosa? L&#8217;idea che un Dio buono richieda una morte, un sacrificio di sangue, per poter perdonare, &#232; una lettura che diventa sempre pi&#249; difficile da sostenere e sempre pi&#249; scomoda da spiegare a un ragazzo di vent&#8217;anni.</p><p>Questa dottrina (peccato originale, sacrificio necessario, redenzione tramite la croce) non &#232; un dettaglio. Sostiene tutta l&#8217;architettura della fede cattolica. Se cade quella, cade la ragione stessa per cui esiste la messa, per cui esiste il sacerdozio, per cui Cristo sarebbe dovuto morire invece di limitarsi a insegnare. Eppure se ne parla sempre di meno, quasi come se la Chiesa stessa non sapesse pi&#249; come difenderla senza sembrare arcaica, o peggio, senza doverne mettere in discussione le fondamenta.</p><p>I lefebvriani no. Loro non hanno paura di usare la categoria di sacrificio e di metterla al centro di tutto, come si faceva un tempo. Non gli importa se suona duro, se suona antico, se un ragazzo di oggi fatica a starci dentro. La dicono, intera, senza ammorbidirla.</p><p>La Chiesa di Roma, su questo, non ha il coraggio di prendere posizione in modo chiaro. Non dice apertamente che quella dottrina va rivista. Non la difende pi&#249; con la stessa fermezza di prima. Resta in una zona di silenzio prudente, forse perch&#233; ammetterne il problema vorrebbe dire ammettere di aver insegnato, per secoli, un&#8217;immagine di Dio che oggi fatica a reggere da sola.</p><p>Lo scisma lefebvriano, anche qui, costringe Roma a una domanda che non pu&#242; pi&#249; rimandare all&#8217;infinito. La messa &#232; davvero il sacrificio di Cristo, oppure no? Se lo &#232;, in che senso Ges&#249; si &#232; sacrificato? Da cosa ci avrebbe liberato quel sacrificio? E da dove viene, esattamente, quel peccato originale che avrebbe reso tutto questo necessario?</p><p>Non sono domande retoriche. Sono le fondamenta di tutto il resto, e nessuno le sta pi&#249; affrontando ad alta voce.</p><p></p><p>I lefebvriani hanno ragione. Sulla coerenza. </p><p>Dicono quello che la Chiesa diceva fino a poco tempo fa, e lo dicono senza sconti, senza le formule elastiche che permettono a Roma di non scegliere mai fino in fondo tra il proprio passato e il proprio presente.</p><p>Restano l&#236;, aperte, rivolte a Roma, non a loro, due domande che nessuna dichiarazione ufficiale ha mai affrontato con la stessa chiarezza con cui un tempo affermava il contrario.</p><p>Sulla salvezza: la vecchia formula era sbagliata, s&#236; o no? Se la risposta &#232; s&#236;, ditelo con la stessa fermezza con cui l&#8217;avete insegnata la prima volta, invece di lasciarla l&#236;, intatta nei testi, svuotata nei fatti.</p><p>Sulla messa: &#232; ancora il sacrificio di Cristo, nel senso pieno in cui lo insegnava la tradizione? E se lo &#232;, da cosa esattamente quel sacrificio ci avrebbe liberato, e da dove viene il peccato che lo avrebbe reso necessario?</p><p>Non ho scritto questo pezzo per dare ragione ai lefebvriani.</p><p>L&#8217;ho scritto perch&#233; certe domande, se restano senza risposta troppo a lungo, prima o poi qualcuno le pone al posto tuo. E di solito lo fa nel momento peggiore, con le parole sbagliate.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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E Dio dov'era?]]></title><description><![CDATA[Farci questa domanda non &#232; blasfemia. &#200; forse l'unico modo onesto di continuare a credere.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/terremoto-in-venezuela-e-dio-dovera</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/terremoto-in-venezuela-e-dio-dovera</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Fri, 03 Jul 2026 17:17:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>2.595 morti, al momento. E mentre scrivo, si scava ancora.</p><p>Il Venezuela &#232; stato colpito il 24 giugno da un doppio terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5, il pi&#249; potente registrato nel paese negli ultimi 126 anni. Quasi 59.000 edifici danneggiati o distrutti. 1,8 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria, tra cui 680.000 bambini.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Io non riesco a leggere questi numeri senza fare una domanda. E la faccio adesso, senza aspettare il momento giusto: se Dio esiste, dov&#8217;era il 24 giugno?</p><p>Bambini sotto le macerie. Bambini che non rientreranno a casa. Bambini che nessun padre o nessuna madre riuscir&#224; a raggiungere in tempo.</p><p>Non &#232; blasfemia porsi la domanda. &#200; onest&#224;.</p><p></p><p>La visione pi&#249; diffusa di Dio, quella che la maggior parte di noi ha assorbito, in modo pi&#249; o meno consapevole, &#232; quella di un Dio personale che sta al di sopra del mondo e che pu&#242; intervenire nella storia. Un Dio che risponde alle preghiere, che protegge i suoi, che guida gli eventi. Un Dio-Padre che veglia.</p><p>Questa visione &#232; rassicurante. Ma di fronte a un terremoto che uccide quasi tremila persone e lascia 680.000 bambini senza assistenza, diventa logicamente insostenibile.</p><p>Perch&#233; se Dio pu&#242; intervenire, come mai non lo ha fatto? Perch&#233; protegge me, che scrivo questo articolo al sicuro, e non i bambini di La Guaira sepolti sotto sedici piani di cemento? Perch&#233; la provvidenza funziona per alcuni e non per altri? Perch&#233; i &#8220;beati&#8221;, i &#8220;puri di cuore&#8221;, i &#8220;misericordiosi&#8221; delle beatitudini valgono ovunque tranne che in Venezuela il 24 giugno?</p><p>La risposta tradizionale &#8212; &#8220;i disegni di Dio sono imperscrutabili&#8221; &#8212; &#232; intellettualmente onesta nel riconoscere i propri limiti, ma non basta pi&#249;. Non pu&#242; bastare. Anche Papa Francesco, di fronte alla domanda sul dolore innocente, si ferma. Ammette di non avere risposta. La massima autorit&#224; cristiana si arresta davanti al mistero. &#200; un gesto di umilt&#224; che rispetto. Ma &#232; anche il segnale che la riflessione deve andare avanti, non fermarsi l&#236;.</p><p></p><p>C&#8217;&#232; una corrente teologica che sta cercando di fare esattamente questo: andare avanti. Si chiama post-teismo.</p><p>Il post-teismo muove da una tesi essenziale: l&#8217;immagine teistica di Dio non &#232; pi&#249; credibile oggi e, anzi, &#232; dannosa per lo sviluppo di una spiritualit&#224; adulta.</p><p>Attenzione: non si tratta di <em>ateismo</em>. Non si tratta di dire &#8220;Dio non esiste&#8221;. Il post-teismo nega il Dio trascendente del teismo &#8212; quello concepito come qualcuno fuori e separato dal cosmo &#8212; ma non nega la realt&#224; di Dio come fondo originario della realt&#224;.</p><p>La differenza &#232; enorme.</p><p>Il teologo gesuita Paolo Gamberini, una delle voci pi&#249; lucide di questo pensiero in Italia, propone una comprensione di Dio in relazione essenziale con il creato, evitando una visione interventistica e soprannaturalistica dell&#8217;azione divina. Non un Dio che entra ed esce dalla storia come un tecnico che aggiusta i guasti. Ma un Dio che &#232; nella realt&#224;, attraverso la realt&#224;, in tutte le sue contraddizioni.</p><p>In questa prospettiva, Dio non &#8220;entra&#8221; nel mondo perch&#233; non ne &#232; mai stato fuori. Non agisce come causa tra le cause, non sospende le leggi della natura.</p><p>Cos&#236; come c&#8217;&#232; stato il passaggio dalla visione tolemaica a quella copernicana, in teologia &#232; necessario un passaggio analogo: da una visione antropomorfica e mitica di Dio a una in cui diventiamo consapevoli che tutto ci&#242; che ascriviamo a Dio fa riferimento alla nostra percezione di Dio, al nostro punto di vista.</p><p>Non stiamo smettendo di parlare di Dio. Stiamo smettendo di parlare di un&#8217;immagine di Dio che non regge.</p><p>Vito Mancuso, da parte sua, propone una visione panenteista: Dio non identificato col mondo alla maniera di Spinoza, ma riconosciuto come forza animatrice, come energia diffusa nell&#8217;intero universo, e quindi presente in tutto come essere, non come ente superiore separato.</p><p>Un Dio che non interviene dall&#8217;alto perch&#233; non &#232; mai stato &#8220;in alto&#8221;. Un Dio che non salva qualcuno e abbandona un altro perch&#233; cos&#236; non pu&#242; funzionare. Un Dio che &#232; il fondamento di tutto, anche del dolore, del tremare della terra, del silenzio sotto le macerie.</p><p></p><p>E allora, cos&#8217;&#232; Dio?</p><p>Non lo so. E forse &#232; gi&#224; questa la risposta pi&#249; onesta che possiamo dare.</p><p>Ma provo a pensare ad alta voce.</p><p>Se lasciamo cadere il Dio-interventista, non restiamo a mani vuote. Restiamo, forse, con qualcosa di pi&#249; difficile da maneggiare ma anche di pi&#249; vero: la realt&#224; stessa come luogo di Dio. Non Dio sopra la realt&#224;, non Dio accanto alla realt&#224;, ma Dio come manifestazione del reale, in tutto ci&#242; che &#232;, compreso il dolore, compreso il tremore della terra, compreso il silenzio sotto le macerie.</p><p>Ma qui si apre una domanda ancora pi&#249; grande: se la realt&#224; &#232; manifestazione di Dio, e la realt&#224; a volte fa cos&#236; male, allora bene e male appartengono a Dio? O sono categorie nostre &#8212; umane, storiche, contingenti &#8212; che proiettiamo su una realt&#224; che va semplicemente al di l&#224; di esse?</p><p>Non ho una risposta. Ho un&#8217;intuizione.</p><p>Forse quello che possiamo fare, di fronte ai casi limite  (un terremoto, una morte, un bambino sepolto) non &#232; spiegare Dio, ma chiederci come vivere quella realt&#224; nel modo pi&#249; umano possibile. E forse &#8220;il modo pi&#249; umano possibile&#8221; e &#8220;il modo pi&#249; divino possibile&#8221; sono la stessa cosa.</p><p>Ges&#249;, qualunque cosa si voglia dire di lui, &#232; stato un uomo che ha vissuto la propria umanit&#224; fino in fondo: il rapporto col mistero, con il creato, con gli esclusi, con il potere, con la morte. Non ha evitato niente. Non ha saltato niente. Ha attraversato tutto. E in quell&#8217;attraversamento totale della realt&#224; umana, qualcosa si &#232; rivelato. Qualcosa che i suoi chiamarono Dio.</p><p>Forse la fede non &#232; credere in un Dio che risolve. Forse &#232; credere che vivere la propria umanit&#224; fino in fondo &#8212; con cura, con presenza, con coraggio &#8212; significhi accedere, in qualche modo, al mistero di ci&#242; che chiamiamo Dio.</p><p>Non &#232; una risposta al terremoto del Venezuela. Non riporta in vita nessuno.</p><p>Ma &#232; forse il posto da cui ricominciare a stare in piedi.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Racconta la fine di un&#8217;illusione.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/la-verita-di-chi</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/la-verita-di-chi</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Wed, 01 Jul 2026 16:12:22 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina ero a colazione, latte e telefono, lo scroll tranquillo di chi non si aspetta niente.</p><p>Poi ho letto la notizia dello scisma dei lefebvriani e ho quasi sputato il latte.</p><p>A &#201;c&#244;ne, in Svizzera, mentre quattro uomini venivano consacrati vescovi senza il permesso del Papa, sullo schermo della diretta &#232; comparso un QR code. Per le donazioni. Nel momento dell&#8217;offertorio, la stessa Fraternit&#224; che sta rompendo con Roma in nome della Tradizione pi&#249; antica chiedeva soldi con lo strumento pi&#249; recente che esiste.</p><p>E il giorno prima avevano scritto al Papa: <em>vi chiediamo la vostra benedizione.</em></p><p>Poi hanno proceduto comunque.</p><p>Alla cerimonia, tra i fedeli arrivati da ore, c&#8217;era anche una delegazione di Forza Nuova, con il segretario nazionale in prima fila. La frattura religiosa pi&#249; antica del cattolicesimo contemporaneo si &#232; saldata, quel giorno, a un&#8217;altra nostalgia: quella per un ordine che non &#232; solo liturgico.</p><p>Chiedere la benedizione a chi si sta disobbedendo. Rivendicare la fedelt&#224; pi&#249; pura mentre si esce dalla porta. Non &#232; ipocrisia, o non solo. &#200; qualcosa di pi&#249; interessante: ognuno dei due, il Vaticano e la Fraternit&#224; di San Pio X, &#232; convinto di essere l&#8217;unico custode legittimo della volont&#224; di Dio. Ed &#232; per questo che si scomunicano a vicenda: non perch&#233; uno dei due abbia torto, ma perch&#233; entrambi pensano di avere, integralmente, ragione.</p><p>Non &#232; la prima volta. Nel 1988 lo stesso fondatore della Fraternit&#224; consacr&#242; quattro vescovi senza mandato, e Giovanni Paolo II lo scomunic&#242;. Prima ancora c&#8217;era stata la rottura ortodossa, poi Lutero, poi altre cento scissioni che quasi nessuno ricorda pi&#249; i nomi. Ogni volta la stessa struttura: un gruppo che si separa convinto di essere rimasto fedele, e un&#8217;istituzione che risponde dichiarando l&#8217;altro fuori dalla verit&#224;.</p><p>C&#8217;&#232; poi chi la scomunica non la firma e non la subisce, ma la osserva da dentro. Esistono migliaia di cattolici, in Italia e altrove, che non hanno mai lasciato Roma ma per anni hanno guardato con pi&#249; simpatia a &#201;c&#244;ne che al Vaticano. Hanno criticato Papa Francesco. Hanno difeso la messa in latino, un ordine liturgico pi&#249; rigido di quello ufficiale. Si sono sempre sentiti, in fondo, i <em>veri</em> cattolici, quelli rimasti fedeli mentre tutto il resto si adattava al mondo.</p><p>Oggi quella scomunica pone loro una domanda che fino a ieri potevano evitare. Restare formalmente dentro una Chiesa le cui posizioni non condividono pi&#249; fino in fondo, oppure attraversare la soglia e unirsi a una comunit&#224; che Roma considera fuori dalla comunione. Restare dentro, sapendo di pensarla come chi sta fuori. O uscire, e perdere la copertura di un&#8217;istituzione che, nonostante tutto, d&#224; ancora un nome a chi vi appartiene.</p><p>Nessuno dei due lati offre innocenza. Ed &#232; l&#236;, in quella scelta scomoda, che si vede meglio quanto costi cara a chiunque la pretesa di possedere la verit&#224;.</p><p>Da fuori &#8212; e io oggi guardo da fuori &#8212; questa scena fa quasi tenerezza. Nel duemilaventisei, mentre il cristianesimo perde terreno ovunque in Occidente, due gruppi di uomini in tonaca si contendono chi dei due rappresenta davvero Dio. Ma la tenerezza dura poco, perch&#233; sotto c&#8217;&#232; una domanda che non riguarda solo la Chiesa cattolica.</p><p>Se due parti della stessa fede possono scomunicarsi a vicenda, entrambe certe di avere ragione, la verit&#224; che dicono di difendere pu&#242; davvero appartenere a qualcuno?</p><p>Per secoli la risposta cattolica &#232; stata s&#236;. La verit&#224; esiste, &#232; una, ed &#232; amministrata da un centro &#8212; Roma &#8212; che la custodisce e la trasmette. Chi si allontana da quel centro non ha semplicemente un&#8217;opinione diversa: &#232; fuori. Questo &#232; il presupposto che rende possibile ogni scomunica, di ieri e di oggi.</p><p>Ma se quel presupposto fosse il vero problema? Non chi ha ragione tra Roma ed &#201;c&#244;ne. Il fatto stesso che la verit&#224; venga immaginata come qualcosa che si possiede, si amministra, si difende da un ufficio.</p><p>Ho passato otto anni dentro un sistema costruito su questa idea. So cosa significa dire a qualcuno cosa vuole Dio da lui, con la sicurezza di chi parla a nome di un&#8217;istituzione pi&#249; grande di s&#233;. E so anche cosa succede quando quella sicurezza comincia a incrinarsi: non crolla la fede, crolla la pretesa di possederla.</p><p>Perch&#233; forse la fede non &#232; mai stata una dottrina da custodire intatta. &#200; qualcosa che si cerca, da punti diversi, con strumenti diversi, e nessuno arriva prima degli altri al punto esatto in cui sta la verit&#224;, perch&#233; quel punto non &#232; un luogo fisso.</p><p>Lo vedo ogni giorno fuori dai palazzi ecclesiastici. Chi ha lasciato una fede rigida per cercarne una pi&#249; vera. Chi prega senza sapere bene a chi. Chi si sente pi&#249; vicino a Dio in montagna che in una chiesa, e non lo dice a nessuno perch&#233; teme di essere giudicato per questo. Ognuno di loro sta facendo, a modo suo, la stessa cosa che due gruppi di vescovi si stanno contendendo con le scomuniche: cercare la verit&#224;, convinti &#8212; un po&#8217; tutti &#8212; di essere sulla strada giusta.</p><p>La differenza &#232; che loro non hanno bisogno di scomunicare nessuno per continuare a cercare.</p><p>Forse lo scisma di &#201;c&#244;ne non &#232; il segno che il cristianesimo si sta rompendo. &#200; il segno che una certa idea di cristianesimo &#8212; quella dove la verit&#224; &#232; una sola, posseduta da un centro, difesa a colpi di decreti &#8212; ha smesso di reggere il peso della realt&#224;.</p><p>E se fosse proprio questo il passaggio che la fede, oggi, deve attraversare? Non pi&#249; una dottrina amministrata da qualcuno, ma una ricerca che ciascuno fa da dove si trova.</p><p>Se la verit&#224; non appartiene a nessuno, forse per la prima volta appartiene davvero a tutti.</p><p>Chi decide, allora, chi ha ragione?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La nuova preghiera si chiama silenzio]]></title><description><![CDATA[Perch&#233; lo cerchiamo nei ritiri, nei viaggi, in macchina. E sempre meno in chiesa.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/la-nuova-preghiera-si-chiama-silenzio</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/la-nuova-preghiera-si-chiama-silenzio</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Tue, 30 Jun 2026 10:09:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I CEO delle grandi aziende meditano ogni mattina. Gli influencer pi&#249; seguiti fanno ritiri senza telefono. I guru della crescita personale svegliano la gente alle 5 con il journaling e la respirazione consapevole.</p><p>Il silenzio &#232; diventato un prodotto premium.</p><p>E questo dovrebbe dirci qualcosa. Perch&#233; non &#232; sempre stato cos&#236;.</p><p>Per secoli il silenzio era normale. Era dei contadini che lavoravano i campi. Dei ragazzi che passeggiavano la sera senza cuffie. Di chi viaggiava per ore senza uno schermo davanti. Non era una pratica spirituale. Era semplicemente la condizione ordinaria dell&#8217;esistenza.</p><p>Adesso lo vendono in abbonamento.</p><p></p><p>In questi giorni sto viaggiando molto, da solo, in macchina. Lunghi trasferimenti in cui ascolto musica, podcast, faccio telefonate. E a un certo punto me ne accorgo: mi sto sforzando di riempire il tempo con la voce di qualcun altro.</p><p>Allora spengo tutto.</p><p>Niente musica. Niente podcast. Il telefono sul sedile.</p><p>E resto l&#236;, con il rumore del motore e i miei pensieri.</p><p>Dura poco, all&#8217;inizio. Poi si allarga. E capisco che quello che sto vivendo in quel momento &#8212; quella cosa semplice, quasi banale &#8212; &#232; un lusso. Non nel senso del denaro. Nel senso che &#232; raro. Che costa qualcosa ottenerlo. Che devi volerlo davvero.</p><p></p><p>Viviamo dentro un rumore continuo.</p><p>Non solo quello esteriore &#8212; il traffico, le notifiche, i locali sempre accesi. Intendo il rumore che produciamo noi stessi, attivamente, per non restare soli con noi. La playlist che parte appena usciamo di casa. Il podcast mentre cuciniamo. Lo scroll prima di dormire. La telefonata in macchina.</p><p>Abbiamo costruito un&#8217;infrastruttura del riempimento.</p><p>E la cosa interessante &#232; che lo sappiamo. Lo sappiamo benissimo. Per questo il silenzio &#232; diventato aspirazionale: qualcosa che si cerca, che si pianifica, che si paga. I ritiri di meditazione sono pieni. I viaggi senza social si moltiplicano. Le app di mindfulness hanno centinaia di milioni di utenti.</p><p>La domanda &#232;: perch&#233; lo cerchiamo fuori, se potremmo trovarlo dentro di noi?</p><p></p><p>Qui entra il paradosso che trovo pi&#249; interessante.</p><p>Le istituzioni religiose custodiscono da secoli le pratiche del silenzio. La meditazione, il raccoglimento, il ritiro, la contemplazione: sono nate l&#236;, sono state coltivate l&#236;, tramandate l&#236;.</p><p>Eppure le chiese si svuotano. E i ritiri di meditazione si riempiono.</p><p>Perch&#233;?</p><p>Una risposta facile &#232; che le persone hanno perso la fede. Ma non mi convince. Perch&#233; chi va a fare un ritiro in silenzio in un eremo sperduto in montagna non sta cercando qualcosa di diverso da chi va a messa la domenica. Sta cercando la stessa cosa: un contatto con qualcosa di pi&#249; profondo. Con se stesso, con il mistero, con ci&#242; che conta davvero.</p><p>La differenza non &#232; nel bisogno. &#200; nell&#8217;offerta.</p><p></p><p>Troppe celebrazioni religiose sono diventate rumorose nel senso sbagliato.</p><p>Non rumore fisico &#8212; anzi, spesso c&#8217;&#232; tutto il silenzio esteriore del caso. Intendo il rumore delle parole obbligatorie, dei gesti codificati, della forma da rispettare. Un flusso continuo che riempie ogni spazio, senza lasciare un attimo in cui il fedele possa semplicemente stare.</p><p>Sentire.</p><p>Incontrare qualcosa dentro di s&#233;.</p><p>Il teologo ceco Tom&#225;&#353; Hal&#237;k lo dice chiaramente: il mondo non si sta allontanando dalla spiritualit&#224;. Si sta allontanando dalla religione come la conosciamo. Perch&#233; la vita spirituale delle persone &#232; cresciuta oltre le forme che le istituzioni oggi offrono.</p><p>E il silenzio &#232; forse l&#8217;esempio pi&#249; visibile di questo scarto.</p><p></p><p>C&#8217;&#232; un&#8217;intera generazione che vuole andare in profondit&#224;.</p><p>Che non cerca regole, n&#233; appartenenze, n&#233; risposte preconfezionate. Cerca qualcosa di pi&#249; semplice e pi&#249; difficile insieme: uno spazio in cui incontrare se stessa. Un momento in cui il rumore si ferma e rimane solo ci&#242; che &#232; essenziale.</p><p>Lo cercano nella natura, nei viaggi, nella meditazione, in certi libri, in certi incontri. Lo cercano ovunque, tranne che dove storicamente si trovava.</p><p>E le istituzioni religiose farebbero bene a chiedersi perch&#233;.</p><p>Perch&#233; il bisogno che muove chi prenota un ritiro di meditazione &#232; lo stesso che muoveva i pellegrini medievali. &#200; lo stesso che muove chi spegne la musica in macchina e resta in silenzio per cinque minuti.</p><p>Il bisogno di tornare a s&#233;.</p><p></p><p>Io quel silenzio in questi giorni lo sto trovando in macchina, tra un posto e l&#8217;altro.</p><p>Spengo tutto. Resto l&#236;. Dura poco. Ma basta.</p><p>E ogni volta mi chiedo: quante persone stanno cercando la stessa cosa, senza sapere dove guardare?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Non ho mai aperto questo libro]]></title><description><![CDATA[Sul trasloco, sull&#8217;identit&#224; e su tutto quello che teniamo senza sapere perch&#233;.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/non-ho-mai-aperto-questo-libro</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/non-ho-mai-aperto-questo-libro</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 08:01:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sullo scaffale pi&#249; alto della libreria, mentre faccio gli scatoloni, trovo un manuale di esegesi biblica che non ho mai aperto.</p><p>Non una volta. Neanche la copertina.</p><p>L&#8217;avevo comprato online, al primo anno di seminario, dopo averlo trovato nella bibliografia del corso di Storia di Israele. Era l&#236;, nella lista dei testi consigliati &#8212;  &#8220;consigliati&#8221;, non obbligatori &#8212; e io avevo aperto Amazon e l&#8217;avevo ordinato. Arrivato a casa, l&#8217;avevo messo sullo scaffale. Poi un altro libro era arrivato davanti. Poi un altro ancora.</p><p>Sono passati anni.</p><p></p><p>Sto facendo il trasloco. E mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo visto chiaramente fino a oggi: ho accumulato centinaia di libri che non ho mai letto. Teologia, spiritualit&#224;, vita cristiana, patristica. Libri acquistati con la convinzione seria, onesta, di aprirli davvero un giorno. <em>Un giorno lo legger&#242;. Un giorno mi sar&#224; utile.</em></p><p>Quel giorno non &#232; mai arrivato.</p><p></p><p>Il mio professore di latino al liceo diceva che una casa senza libreria &#232; come una citt&#224; senza mura. Me lo sono portato dietro per anni. E forse per questo compravo: per costruire mura. Per proteggermi dentro qualcosa che somigliasse a una biblioteca seria.</p><p>In seminario ero diventato, come scrivo anche nel libro, qualcosa di simile a un archivista di Dio. Sottolineavo con il righello. Usavo la penna blu per i versetti e quella rossa per i titoli. Raccoglievo fogli, dispense, appunti, fotocopie &#8212; con la meticolosit&#224; di una formica. E compravo libri. Tanti libri. Libri che mi facevano sentire quello che volevo essere: un bravo seminarista. Un teologo. Un esperto di spiritualit&#224;.</p><p></p><p>Adesso che li metto negli scatoloni, mi fermo su ognuno.</p><p><em>Questo lo legger&#242; mai?</em></p><p>La risposta onesta, per la maggior parte di loro, &#232; no.</p><p></p><p>E allora mi chiedo: perch&#233; li ho comprati?</p><p>La risposta che mi sono dato stamattina, con le mani piene di polvere e un marker nero in tasca, &#232; questa: non li compravo per leggerli. Li compravo per essere qualcuno.</p><p>Funziona cos&#236;, con le cose. Le mettiamo attorno a noi e ci raccontano &#8212; a noi stessi prima ancora che agli altri &#8212; chi siamo, o chi vogliamo diventare. La libreria piena di teologia diceva: sono un uomo di Dio, serio, colto, spirituale. La chitarra nell&#8217;angolo della stanza dice: sono una persona creativa. Le scarpe da trail sulla mensola dicono: sono uno che va in montagna, che ama la natura, che ha uno stile di vita sano. Anche se la chitarra non la suoni da tre anni. Anche se le scarpe le hai usate due volte.</p><p>Ognuno ha la sua versione di questo meccanismo. C&#8217;&#232; chi accumula libri come me. Chi accumula attrezzatura sportiva. Chi accumula vestiti &#8212; un guardaroba costruito attorno a una persona che si vorrebbe essere, non a quella che si &#232;. Chi accumula oggetti di design, o piante, o vinili, o gadget tecnologici. Le cose cambiano. Il meccanismo &#232; sempre lo stesso: compro questa cosa, e divento un po&#8217; pi&#249; quello che voglio sembrare.</p><p>Il problema non &#232; comprare. Il problema &#232; quando le cose smettono di raccontare chi sei e cominciano a raccontare chi eri &#8212; o chi non sei mai diventato davvero.</p><p>Finch&#233; stai fermo, non te ne accorgi. Le cose stanno l&#236;, silenziosi fondali della tua vita quotidiana. Ma quando devi spostarle, caricarle, scegliere cosa portare e cosa lasciare, l&#236; il meccanismo si smonta. L&#236; capisci quanta parte di quello scaffale &#232; identit&#224; vera e quanta &#232; scenografia.</p><p></p><p>Adesso ho una scelta. Posso portarmi dietro trecento chili di chi ero. O posso lasciare che quei libri vadano da qualcuno che li legge davvero, e partire pi&#249; leggero verso chi sto diventando.</p><p>Ho scelto la seconda.</p><p>Quelli che ho letto davvero, quelli che ho sottolineato sul serio, quelli che mi hanno cambiato, restano. Gli altri: via. A qualcuno che li apra davvero.</p><p>Partire leggero non &#232; rinunciare a qualcosa. &#200; scegliere cosa portare avanti.</p><p></p><p><em>Tu cosa tieni per abitudine?  E cosa tieni perch&#233; ti serve davvero?</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Non era obbediente]]></title><description><![CDATA[Ges&#249; ha rotto pi&#249; regole di quante ne abbia rispettate. Nessuno ce lo dice mai cos&#236;.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/non-era-obbediente</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/non-era-obbediente</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Mon, 22 Jun 2026 09:09:17 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; un&#8217;idea di santit&#224; che gira ancora oggi, anche fuori dalle chiese, anche tra chi non mette mai piede in una: santo &#232; chi rispetta le regole. Chi &#232; a posto. Chi non disturba, non eccede, non rompe niente.</p><p>&#200; un&#8217;idea comoda. E quasi completamente sbagliata.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Pi&#249; ti avvicini al cuore del sacro, pi&#249; devi essere conforme. La religione, in larga parte, &#232; organizzata cos&#236;: una mappa di chi sta dentro e chi sta fuori.</p><p>Ges&#249; conosce bene questa mappa. E passa la vita a violarla.</p><p>Tocca i lebbrosi, che la legge imponeva di evitare a ogni costo (Marco 1,40-45). Parla a lungo, da solo, con una donna samaritana vicino a un pozzo &#8212; due regole infrante in un colpo solo, perch&#233; era donna ed era samaritana (Giovanni 4). Va a mangiare a casa di un esattore delle tasse, uno dei mestieri pi&#249; disprezzati dell&#8217;epoca (Luca 19). Guarisce di sabato, quando la legge lo vietava espressamente, e quando glielo contestano non si giustifica: dice che la legge &#232; fatta per l&#8217;uomo, non l&#8217;uomo per la legge (Marco 3,1-6). Dichiara che un centurione romano &#8212; un occupante straniero, uno che stava dall&#8217;altra parte di ogni confine possibile &#8212; ha pi&#249; fede di chiunque abbia incontrato in Israele (Matteo 8,5-13).</p><p>Non sono sbavature, n&#233; eccezioni che gli sono scappate. &#200; un metodo, ripetuto con una costanza che ha del programmatico. Ogni volta che una regola gli si para davanti, Ges&#249; si ferma, guarda la persona che ha di fronte, e sceglie la persona.</p><p>Muore allo stesso modo: fuori dalla citt&#224;, nel luogo riservato ai condannati &#8212; non nel posto pi&#249; sacro che esisteva, ma nel pi&#249; scartato (Ebrei 13,12). E i racconti dicono che in quel momento il velo che separava il Santo dei Santi dal resto del Tempio si squarcia in due (Matteo 27,51). Quel velo esisteva per un solo motivo: tenere il sacro separato da tutto il resto. Si rompe proprio mentre il sacro, nella persona di Ges&#249;, sta morendo fuori dalle mura.</p><p>Non serve credere per cogliere la forza di quell&#8217;immagine: il confine cade nello stesso istante in cui chi doveva restarne protetto ha gi&#224; scelto di starne fuori.</p><p>Ecco perch&#233; trovo che la lettura di Ges&#249; come modello di obbedienza sia, storicamente, piuttosto debole. Quello che i Vangeli raccontano &#232; un uomo che ha rotto, sistematicamente, le regole sacre del suo tempo &#8212; e lo ha fatto in pubblico, sapendo perfettamente quanto gli sarebbe costato.</p><p>Eppure &#232; proprio l&#8217;obbedienza che, per secoli, &#232; stata venduta come la sostanza della santit&#224;. Non disobbedire. Stare al proprio posto. Rispettare la gerarchia, la forma, il decoro. Una specie di buona condotta sacralizzata, dove l&#8217;asticella pi&#249; alta &#232; semplicemente non sbagliare mai.</p><p>&#200; una versione comoda di Ges&#249;. Ma &#232; anche una versione che lo tradisce nel punto esatto in cui sarebbe pi&#249; scomodo: quello in cui rompe le regole per amore di qualcuno che quelle regole stavano schiacciando.</p><p>Perch&#233; la differenza non &#232; tra chi rispetta i confini e chi li ignora. Chiunque pu&#242; ignorare un confine per comodit&#224;, per orgoglio, per il gusto di fare a modo proprio. Quella non &#232; santit&#224;: &#232; solo arbitrio. La differenza sta nel motivo. Ges&#249; non rompe le regole per affermare se stesso. Le rompe per il lebbroso, per la samaritana, per il pubblicano, per il centurione che nessuno considerava degno. Ogni trasgressione ha una direzione precisa, ed &#232; sempre il bene di chi ha davanti.</p><p>Sapere quando una regola &#8212; anche sacra, anche scritta nei testi giusti, anche difesa da chi ha l&#8217;autorit&#224; per farlo &#8212; sta facendo pi&#249; male che bene a una persona reale. E avere il coraggio di romperla per quello. Questo, per come lo leggo io, &#232; il punto pi&#249; alto a cui un essere umano possa arrivare. Non il punto pi&#249; basso.</p><p>Dentro un&#8217;istituzione che si regge sul sacro ho imparato bene una cosa, prima di ogni altra: essere corretto. Rispettare la forma, i tempi, le parole giuste da dire e quelle da evitare. Mi ci &#232; voluto molto pi&#249; tempo per chiedermi se, oltre a essere corretto, fossi anche giusto. E ho scoperto che le due cose, spesso, non si sovrappongono affatto.</p><p>Si pu&#242; essere ineccepibili e restare lontanissimi da chiunque si abbia davanti. Si pu&#242; rispettare ogni regola e non fare un solo gesto di vero bene. Si pu&#242; custodire il sacro per tutta una vita, e non sfiorare mai la santit&#224;.</p><p>La domanda che mi porto dietro non &#232; se rispettare le regole. &#200; un&#8217;altra: quando una regola smette di proteggere le persone e inizia a proteggere solo se stessa &#8212; ho il coraggio di vederlo? E di romperla, per il motivo giusto?</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://albertoravagnani.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Vi riconosceranno da come vi amate. O forse no.]]></title><description><![CDATA[Ho lasciato il sacerdozio. Da mesi ricevo giudizi, insulti e minacce da cattolici praticanti. Ho capito cosa c&#8217;&#232; davvero sotto.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/vi-riconosceranno-da-come-vi-amate</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/vi-riconosceranno-da-come-vi-amate</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Wed, 17 Jun 2026 12:32:47 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ho deciso di lasciare il ministero sacerdotale. L&#8217;ho detto pubblicamente, ho spiegato le ragioni, ho scritto un libro.</p><p>Quello che non mi aspettavo &#232; quello che &#232; successo dopo.</p><p>Sotto ogni mio contenuto &#8212; un video, una storia, un post &#8212; si scatena qualcosa che fatico ancora a descrivere con precisione. Non &#232; un dibattito. Non &#232; nemmeno una critica. &#200; un vespaio. Commenti che si accumulano giorno dopo giorno, sempre gli stessi profili, sempre le stesse dinamiche. Giudizio, ridicolizzazione, discredito. E persino qualcosa di pi&#249; pesante: minacce. Messaggi privati. Persone che mi scrivono ogni mattina, immancabilmente, come se fosse il loro lavoro.</p><p>Ho ricevuto insulti travestiti da preghiera e preghiere che suonavano come maledizioni.</p><p>All&#8217;inizio ho cercato di capire ogni singola critica. Poi ho smesso. E ho iniziato a guardare il meccanismo.</p><p></p><p>Il meccanismo funziona cos&#236;.</p><p>C&#8217;&#232; chi evoca il male &#8212; il diavolo come responsabile della mia scelta, una forza soprannaturale che mi avrebbe strappato da Dio. C&#8217;&#232; chi scredita la persona: la mia vocazione non era autentica, non ho studiato abbastanza teologia, non mi sono lasciato accompagnare. C&#8217;&#232; chi d&#224; la colpa ai social, all&#8217;esposizione, all&#8217;ebbrezza della fama. Chi sposta tutto sul libro, sostenendo che siano state logiche di marketing a guidare il mio discernimento. C'&#232; chi riduce tutto a un'adolescenza non vissuta e che starei recuperando ora a colpi di testa. E poi ci sono gli insulti puri, a volte nudi, a volte travestiti di teologia.</p><p>Tutto questo, pur di non ammettere la cosa vera: che un prete giovane, serio, seguito da molti, ha scelto liberamente e consapevolmente di lasciare. E ha spiegato, per filo e per segno, le sue ragioni.</p><p>Il gioco &#232; questo: delegittimiamo Alberto, cos&#236; buttiamo polvere sulle sue ragioni. Se non &#232; credibile lui, non esistono le domande che pone.</p><p></p><p>Ma c&#8217;&#232; qualcosa sotto questo meccanismo che ho impiegato mesi a mettere a fuoco.</p><p>La rabbia che ricevo non &#232; su di me. &#200; su quello che rappresento.</p><p>Il cervello umano non ama il cambiamento. Lo sa chiunque abbia mai provato a lasciare un lavoro sicuro, a uscire da una relazione che non funzionava, a smettere di credere in qualcosa che aveva tenuto insieme anni di vita. Il cambiamento produce attrito. Crea ansia. Costringe a rimettere in discussione quello che si credeva stabile.</p><p>E quando qualcuno cambia in modo visibile &#8212; quando esce da un ruolo, da un&#8217;istituzione, da un&#8217;identit&#224; costruita nel tempo &#8212; non disturba solo se stesso. Disturba tutti quelli che sono rimasti dentro. Perch&#233; la sua uscita pone, in silenzio, una domanda che nessuno fa: e tu, sei sicuro di stare dove vuoi stare?</p><p>Quella domanda non si perdona facilmente.</p><p>Quindi si fa l&#8217;unica cosa che la mette a tacere: si attacca chi la pone. Si svuota la sua credibilit&#224;. Si riempie di fango la sua storia. Cos&#236; la domanda scompare, il disagio si chiude, e si pu&#242; tornare a dormire tranquilli.</p><p></p><p>Immagino chi mi scrive. Non un&#8217;astrazione, non un account virtuale, ma una persona concreta. Una catechista. Un padre di famiglia. Un nonno che va a Messa ogni domenica. Qualcuno con figli, con nipoti, con ragazzi che segue in parrocchia.</p><p>Ed &#232; qui che mi si apre una domanda che non riesco a togliermi dalla testa.</p><p>Se un giorno quei figli, quei nipoti, quei ragazzi dell&#8217;oratorio facessero una scelta simile alla mia &#8212; se cambiassero, se si allontanassero dalla Chiesa, addirittura se perdessero la fede &#8212; riceverebbero lo stesso trattamento? &#200; questo il volto che il cristianesimo mostra a chi prende una strada diversa?</p><p>Ges&#249; aveva detto che ci avrebbero riconosciuti da come ci saremmo amati. Non da quanto avremmo resistito al cambiamento degli altri. Da come ci saremmo amati.</p><p>Guardo i commenti sotto i miei video. E mi chiedo: un ragazzo di vent&#8217;anni, che non sa ancora cosa crede, che &#232; sulla soglia e sta cercando &#8212; se vedesse quello che vedo io, vorrebbe avvicinarsi alla comunit&#224; cristiana? Oppure si terrebbe alla larga, per evitare di diventare un giorno, anche lui, oggetto di giudizio, ostracismo, calunnia?</p><p>Sbaglio, o &#232; esattamente quella la persona che Ges&#249; andava a cercare?</p><p></p><p>La paura del cambiamento, quando diventa violenza verso chi cambia, non protegge niente.</p><p>Distrugge quello che dice di difendere.</p><p>E questo, pi&#249; di ogni insulto che ho ricevuto, &#232; ci&#242; che mi pesa di pi&#249;.</p><p></p><p><em>Se stai attraversando qualcosa di simile &#8212; non necessariamente la mia storia, ma quella sensazione di dover giustificare una scelta che hai fatto in piena coscienza &#8212; scrivimi. Mi interessa sapere com&#8217;&#232; andata per te.</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Papa è venuto a Tenerife. Loro ci sono andati. Ma non per quello che pensi.]]></title><description><![CDATA[Dormono in spiaggia tutta la notte per vedere la papamobile sfilare e poi non restano per la messa. Cosa ci dice questa generazione sulla fede che cambia.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/il-papa-e-venuto-a-tenerife-loro</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/il-papa-e-venuto-a-tenerife-loro</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Mon, 15 Jun 2026 09:27:24 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono a Tenerife da qualche giorno. Stavo facendo colazione nell&#8217;ostello di El M&#233;dano quando mi hanno detto che il Papa sarebbe arrivato nell&#8217;isola per una tappa del suo viaggio apostolico.</p><p>Ho pensato: bello. E sono rimasto al tavolo con il mio caff&#232;.</p><p>Un gruppo di ragazzi dell&#8217;ostello, invece, ha preso i sacchi a pelo. Sono partiti di notte. Hanno dormito in spiaggia. Hanno aspettato ore sotto il sole.</p><p>Quando li ho rivisti il giorno dopo, stanchi ma eccitati, li ho guardati e ho pensato: <em>wow. Che fede.</em></p><p>Poi li ho sentiti.</p><p>Erano andati per l&#8217;energia che emanava. Per dire &#8220;c&#8217;ero anch'io&#8221;. Perch&#233; il Papa a Tenerife non era mai venuto prima.</p><p>Hanno visto la papamobile sfilare. Hanno fatto foto. E poi non sono rimasti per la messa.</p><p></p><p>Sono arrivato a Tenerife una settimana fa. In questi giorni ho conosciuto una trentina di ragazzi &#8212; ventenni e trentenni, da tutta Europa, qualcuno dall&#8217;America Latina. Backgrounds diversi, lingue diverse. Ma una cosa in comune: tutti cresciuti in famiglie cattoliche. Tutti con un passato dentro la Chiesa.</p><p>Nessuno di loro, adesso, si sente parte della Chiesa cattolica.</p><p>Neanche uno.</p><p>Simone (nome di fantasia) indossava un tau francescano al collo. L&#8217;ho notato subito. Ho pensato: questo &#232; della Giovent&#249; Francescana. Quando abbiamo iniziato a parlare di religione, mi ha detto che &#232; stato &#8220;indottrinato cattolico&#8221; &#8212; parole sue &#8212; e che da anni ha intrapreso una ricerca libera che lo ha portato a confrontarsi con altre tradizioni, altri maestri spirituali, altre pratiche. Il tau lo porta ancora. Ma non come simbolo cattolico: come segno di una ricerca che ha attraversato il cattolicesimo e poi &#232; andata oltre.</p><p>Quando &#232; andato a vedere il Papa, lo ha esibito sul petto con orgoglio.</p><p>Chiara (nome di fantasia) ha raccontato di essersi formata negli scout. L&#236; ha imparato cos&#8217;&#232; la comunit&#224;, la natura, il silenzio, il servizio. Poi, crescendo, ha iniziato a cercare altrove. New age, pratiche orientali, spiritualismo. Mi ha detto che non ha smesso di cercare &#8212; ha smesso di farlo dentro una sola stanza.</p><p>Jasmine (nome di fantasia) &#232; francese. Cresciuta in una famiglia cattolica praticante, ha lasciato la Francia, la famiglia e, nel tempo, anche la Chiesa. Ma quando ha saputo che il Papa sarebbe venuto a Tenerife, ha voluto esserci lo stesso. Non &#232; d&#8217;accordo con quasi nessuno degli insegnamenti attuali della Chiesa. Ma voleva guardarlo negli occhi, anche da lontano, anche attraverso una folla.</p><p>Non so spiegarlo. Forse non c&#8217;&#232; bisogno di spiegarlo.</p><p></p><p>C&#8217;&#232; una domanda che mi giro e rigiro da quando ho incontrato questi ragazzi.</p><p>Cosa stavano cercando, quella mattina, sulla spiaggia?</p><p>Semplicemente: un&#8217;esperienza. Un momento fuori dall&#8217;ordinario. Qualcosa di grande in cui sentirsi piccoli.</p><p>In una parola: il sacro.</p><p>Solo che il sacro lo stavano cercando nell&#8217;energia di un uomo su una macchina bianca &#8212; non nei sacramenti, non nella messa, non nell&#8217;appartenenza a una comunit&#224;. Il sacro senza la religione. La fame senza il pasto.</p><p>E questa cosa mi dice qualcosa di preciso su dove siamo.</p><p></p><p>La sociologa Paola Bignardi, che da anni coordina le ricerche dell&#8217;Osservatorio Giovani dell&#8217;Istituto Toniolo, lo documenta con numeri che fanno impressione.</p><p>Nel 2013, i giovani italiani che si dichiaravano cattolici erano il 56,2%. Nel 2023 sono il 32,7%. Nello stesso arco di tempo, i giovani che si dichiarano atei sono passati dal 15% al 31%.</p><p>Se la tendenza continua, i giovani cattolici in Italia sarebbero il 18% nel 2033 e il 7% nel 2050.</p><p>Ma il dato che trovo pi&#249; significativo non &#232; quello sull&#8217;ateismo. &#200; un altro. L&#8217;adesione a una generica entit&#224; trascendente tra i giovani &#232; passata dal 5,6% del 2017 al 13,4% del 2023. Quasi triplicata in sei anni. Le persone non smettono di cercare qualcosa di grande. Smettono di cercarlo dentro la Chiesa.</p><p>Come dice Bignardi: l&#8217;abbandono della Chiesa non corrisponde sempre all&#8217;abbandono della fede. C&#8217;&#232; semmai una fede personale, una ricerca di se stessi, una fede solitaria, senza comunit&#224;.</p><p>I ragazzi che ho incontrato qui a Tenerife corrispondono esattamente a questo profilo. Non sono atei. Sono cercatori senza casa.</p><p>E intanto, sul fronte delle vocazioni, i numeri raccontano un&#8217;altra crisi parallela. Nel 1990 i preti diocesani in Italia erano 38.000. Nel 2020 erano scesi a 31.800. In tre decenni, il corpo sacerdotale si &#232; ridotto del 16%. Nel 2013 sono stati ordinati 436 nuovi preti; nel 2023, appena 323. E c&#8217;&#232; una stima che mi ha colpito: nel 2040 l&#8217;arcidiocesi di Milano non avr&#224; sacerdoti con meno di 30 anni.</p><p>Meno preti. Meno fedeli. Meno giovani dentro.</p><p>E pi&#249; gente sulla spiaggia alle 5 di mattina per vedere la papamobile.</p><p></p><p>Il teologo ceco Tom&#225;&#353; Hal&#237;k &#8212; uno dei pensatori religiosi pi&#249; lucidi che ho letto &#8212; ha un modo per nominare quello che sta succedendo.</p><p>Nel suo libro <em>Pomeriggio del Cristianesimo</em>, Hal&#237;k parte da una metafora: la vita di ogni civilt&#224; attraversa le ore del giorno. Il Medioevo era il mattino della cristianit&#224; europea, pieno di energia, di costruzione, di certezze. La modernit&#224; &#232; stato il mezzogiorno &#8212; il momento di crisi, il sole che brucia, l&#8217;ombra che sparisce e non si sa dove appoggiarsi.</p><p>Adesso siamo nel pomeriggio.</p><p>Il pomeriggio non &#232; la fine. &#200; un tempo diverso. Pi&#249; lento, pi&#249; riflessivo. Le certezze del mattino non reggono pi&#249;. Le strutture che il mezzogiorno ha fatto crollare non si ricostruiscono uguali. Ma c&#8217;&#232; ancora luce. C&#8217;&#232; ancora tempo.</p><p>La proposta di Hal&#237;k non &#232; che la Chiesa sparisca. &#200; che si trasformi profondamente &#8212; superando se stessa, uscendo dal monopolio del sacro che ha esercitato per secoli, mettendosi accanto a chi cerca Dio senza per forza passare dall&#8217;istituzione.</p><p>Quello che vedo qui a Tenerife &#8212; e che ho visto a Milano, e ovunque sia andato &#8212; &#232; esattamente questo pomeriggio. La fame spirituale non &#232; morta. Si &#232; solo spostata fuori dai recinti in cui eravamo abituati a trovarla.</p><p></p><p>La domanda che mi faccio, allora, &#232; un&#8217;altra.</p><p>Di fronte a questo spostamento, cosa fanno le istituzioni religiose?</p><p>Organizzano pi&#249; messe. Pi&#249; catechismo. Pi&#249; eventi. Qualche video sui social. Come se il problema fosse la dose, non la forma.</p><p>Come se i ragazzi di Tenerife avessero bisogno di un&#8217;altra spiegazione del Credo, invece che di qualcuno che stia con loro sulla spiaggia alle 5 di mattina a guardare l&#8217;alba.</p><p>Non dico questo con rancore. Lo dico perch&#233; l&#8217;ho vissuto dall&#8217;interno per otto anni. So cosa costa cambiare una struttura che ha secoli di storia. So quanto sia difficile, per un&#8217;istituzione, riconoscere che la forma che ha funzionato per generazioni non basta pi&#249;.</p><p>Ma quella difficolt&#224; non cambia i numeri. E non cambia i ragazzi sulla spiaggia.</p><p></p><p>Io sto cercando di costruire qualcosa per quella fame.</p><p>Non so ancora esattamente che forma avr&#224;. &#200; un cantiere. Ma so da dove parte: da questi ragazzi che si alzano di notte, che dormono sulla sabbia, che portano il tau al collo e cercano maestri in ogni tradizione, che hanno imparato il senso del sacro negli scout e poi sono andati a cercarlo altrove.</p><p>Quella fame &#232; reale.</p><p>Merita qualcosa di reale.</p><p></p><p><em>Tu l&#8217;hai vissuto? Quel momento in cui hai smesso di cercare dentro una struttura e hai iniziato a cercare altrove &#8212; o in modi diversi? Scrivimi nei commenti.</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tutti del mondo]]></title><description><![CDATA[Come quattro parole di uno sconosciuto hanno cambiato il modo in cui mi muovo tra le persone]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/tutti-del-mondo</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/tutti-del-mondo</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:38:13 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>"Da dove vieni?&#8221;</p><p>&#8220;Io sono del mondo.&#8221;</p><p>Me l&#8217;ha detto Fernando, argentino, l&#8217;altra sera in ostello, prima di andare a letto. Ero entrato in stanza tardi, dopo aver cenato fuori, e me lo sono ritrovato alle prese con la valigia. Parlava a malapena inglese, ma tra italiano e spagnolo ce la siamo cavata.</p><p>&#8220;Io sono argentino, tu italiano, lui &#232; polacco, lei colombiana. Ma siamo tutti del mondo. E questo &#232; quello che conta.&#8221;</p><p>Poi si &#232; steso, ha tirato la tendina.</p><p><em>Buenas noches.</em></p><p>E io me ne sono rimasto l&#236;, in piedi, con quella frase in testa.</p><p></p><p>Sono arrivato a Tenerife da due giorni. Ho scelto l&#8217;ostello &#8212; costa meno, e ti mette davanti a persone che altrimenti non incontreresti mai.</p><p>Ma appena sono entrato mi sono sentito a disagio. Mi muovevo in silenzio, cercavo di occupare meno spazio possibile, evitavo il contatto con gli altri. Stavo sulla difensiva &#8212; per paura di mostrarmi come sono, di non essere accettato.</p><p>Fernando ha detto quattro parole e ha cambiato la mia prospettiva.</p><p></p><p>Perch&#233; se sei &#8220;del mondo&#8221;, allora anche gli altri lo sono. Se sei prima di tutto un essere umano, allora l&#8217;umanit&#224; di chi hai davanti ti &#232; familiare. Se sei figlio di Dio, allora chi incontri &#232; tuo fratello.</p><p>Non &#232; un&#8217;idea nuova. Ma sentirla detta cos&#236;, da uno sconosciuto in mutande che stava facendo la valigia, l&#8217;ha resa vera in modo diverso.</p><p></p><p>Il giorno dopo ho iniziato a muovermi nell&#8217;ostello come se quelle persone le conoscessi gi&#224;. A salutare per primo. A canticchiare sotto la doccia senza abbassare la voce.</p><p>E ieri mattina, dopo colazione, mi sono ritrovato a parlare di Dio e di spiritualit&#224; per due ore con degli sconosciuti &#8212; io, altri due italiani, un argentino, un polacco, due fratelli colombiani, una francese. Tutti diversi. Tutti del mondo</p><p></p><p>Mi chiedo quante volte mi fermo a calcolare la distanza tra me e chi ho davanti &#8212; nazionalit&#224;, storia, credenze &#8212; invece di partire da quello che abbiamo gi&#224; in comune.</p><p>E quante volte quella distanza calcolata &#232; solo paura vestita da prudenza.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Vivere da Dio]]></title><description><![CDATA[Non so ancora come si fa. Ma so perch&#233; ho smesso di farlo nel modo in cui lo facevo.]]></description><link>https://albertoravagnani.substack.com/p/vivere-da-dio</link><guid isPermaLink="false">https://albertoravagnani.substack.com/p/vivere-da-dio</guid><dc:creator><![CDATA[Alberto Ravagnani]]></dc:creator><pubDate>Tue, 09 Jun 2026 06:00:02 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!5-iL!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20b2c7f4-ff16-4955-a25d-3f97bdd89564_894x894.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Vivere da Dio</p><p>C&#8217;&#232; una frase che mi torna in testa spesso, da quando ho lasciato il sacerdozio.</p><p>Non viene da un libro di teologia. Non l&#8217;ho sentita in seminario. Me l&#8217;ha detta un ragazzo di ventitr&#233; anni, seduto sul bordo di un marciapiede a Milano, sigaretta in mano, mentre mi spiegava perch&#233; non credesse in niente.</p><p>&#8220;Io voglio solo vivere davvero,&#8221; ha detto. &#8220;&#200; cos&#236; difficile?&#8221;</p><p>No. Non lo &#232;. O almeno, non dovrebbe esserlo.</p><p>Eppure per anni ho fatto di tutto per rendere quella cosa complicata.</p><p></p><p>Sono entrato in seminario a diciannove anni perch&#233; cercavo esattamente questo: una vita piena, vera, che valesse qualcosa. Ho studiato teologia, ho imparato a pregare, ho celebrato migliaia di messe, ho ascoltato confessioni, ho camminato accanto a ragazzi che cercavano lo stesso che cercavo io. E per un lungo tratto quella strada ha funzionato.</p><p>Poi qualcosa ha smesso di quadrare.</p><p>C&#8217;&#232; stato un giorno, mentre celebravo la messa. Un momento come tanti, mentre leggevo le stesse parole di sempre. A un certo punto ho smesso di sentirle. Non so quando &#232; successo. So che quando me ne sono accorto, era gi&#224; da un po&#8217;.</p><p>Non la fede &#8212; quella &#232; rimasta. Ma il modo in cui la vivevo. Come quando un figlio capisce che ha bisogno di fare la sua strada: non perch&#233; i genitori abbiano sbagliato tutto, ma perch&#233; a un certo punto restare &#232; peggio che andare.</p><p>Ho lasciato il sacerdozio all&#8217;inizio del 2026. Ho scritto un libro. Ho portato la storia in teatro. E adesso sono qui.</p><p>Quello che ho imparato in questi mesi &#8212; e che continuo a imparare &#8212; &#232; una cosa sola: il dubbio non &#232; l&#8217;opposto della fede. &#200; il modo in cui la fede cresce.</p><p></p><p>Prima non osavo mettere in dubbio quello che diceva la Chiesa. Ora riesco a farmi domande che mi mettono in crisi &#8212; e non crollo.</p><p>Prima mi scandalizzavo quando qualcuno criticava la mia fede. Ora ascolto, e spesso imparo.</p><p>Prima pensavo che la felicit&#224; fosse riservata a chi credeva nel modo giusto. Ora so che non &#232; cos&#236;, e questo mi ha avvicinato a pi&#249; persone di qualsiasi predica.</p><p>Prima avevo la presunzione di essere pi&#249; vicino alla verit&#224;. Ora mi sento compagno di viaggio di chiunque stia cercando qualcosa.</p><p></p><p>Non so esattamente dove porta questa strada. So perch&#233; l&#8217;ho presa.</p><p>Voglio vivere da Dio &#8212; godermi la vita, usare i miei talenti, conoscere il mondo, amare. E voglio capire se &#232; possibile farlo senza chiedere il permesso a nessuna istituzione.</p><p></p><p>Questo Substack &#232; il posto dove lo scopro ad alta voce.</p><p>Se stai cercando certezze, probabilmente non &#232; il posto giusto per te. Se stai cercando qualcuno che le domande difficili le prenda sul serio &#8212; benvenuto.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>