<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Chiamatemi Mattea]]></title><description><![CDATA[Femminista. Attivista. Socialista.
Mattea.  
Scrivo. Non sempre bene, non sempre nel modo giusto. Ma scrivo perché credo che le parole siano impalcature di mondi. E perché non voglio stare zitta. Ho pensato di unire la mia voce a questo coro disordinato]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ShgM!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe72645cd-f22a-44fe-9b26-b57745850361_1280x1280.png</url><title>Chiamatemi Mattea</title><link>https://chiamatemimattea.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Wed, 02 Sep 2026 20:30:25 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/chiamatemimattea.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Mattea David]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[chiamatemimattea@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[chiamatemimattea@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Mattea David]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Mattea David]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[chiamatemimattea@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[chiamatemimattea@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Mattea David]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Settembre. ]]></title><description><![CDATA[Mese per la prevenzione del suicidio. International Association for Suicide Prevention insieme all'Organizzazione Mondiale della Sanit&#224;]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/settembre-mese-per-la-prevenzione</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/settembre-mese-per-la-prevenzione</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Tue, 01 Sep 2026 12:41:16 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!swnL!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9527f024-a418-4c5e-98fc-2ef1d55cfb70_700x554.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Questa newsletter parla di suicidio, pensieri suicidari. <br><br>Non pretendo di avere tutte le risposte, n&#233; di scrivere verit&#224; assolute. Quello che leggerai &#232; quello che ho vissuto e imparato io, non un manuale, non una diagnosi, non l&#8217;unico modo giusto di attraversare questo dolore. Ho cercato di affrontare il tema con la massima cura possibile, informandomi su come se ne dovrebbe parlare in modo responsabile, perch&#233; credo fermamente che il silenzio faccia pi&#249; danno delle parole ma, solo, se le parole sono scelte con attenzione, e non lasciate cadere a caso. <br><strong>Parlarne &#232; importante. Parlarne bene lo &#232; ancora di pi&#249;.</strong> <br>E farlo insieme, in rete, con chi ha pi&#249; strumenti di me (professionisti, linee di ascolto, chi lavora ogni giorno su questo), &#232; l&#8217;unico modo che conosco per farlo davvero bene.</p><p>Se oggi non sei nello spazio giusto per leggerla, se sai gi&#224; che potrebbe farti male, o semplicemente non te la senti, fermati qui. Chiudila. <br>Torna un altro giorno, o mai, se preferisci. Non &#232; un test di resistenza emotiva, e non perdi niente a rimandarla. L&#8217;unica cosa importante, oggi, &#232; che tu ti prenda cura di te stessa prima ancora che di questo pezzo.</p><div><hr></div><p>&#8220;Pensavo fossi morta.&#8221;</p><p>Mia sorella me l&#8217;ha urlato addosso, non detto. Urlato. E in quel momento &#232; come se qualcosa dentro di me si fosse arreso di colpo. Non so descriverlo meglio di cos&#236;. Con quelle parole &#232; crollato tutto quello che tenevo in piedi fino a un attimo prima, tutta l&#8217;architettura di normalit&#224; che avevo costruito attorno a me per continuare a funzionare, o quantomeno a fingere di farlo, per uscire, rispondere ai messaggi, sembrare a chiunque, tranne che a lei, in quel momento, una persona che ce la stava facendo.</p><p>Non voglio raccontare qui i dettagli di quel giorno o di quel periodo. Non &#232; quello il punto, e non aiuterebbe nessuno a leggerli. Il punto &#232; cosa mi &#232; rimasto dopo, che non &#232; la mia paura, non il mio dolore, perch&#233; quelli, in un certo senso, li conoscevo gi&#224;, e ci ho fatto amicizia loro malgrado. Quello che mi &#232; rimasto &#232; una domanda che continuo a farmi ancora oggi: cosa deve aver provato lei, in quel momento.</p><p>Realizzare che sua sorella poteva essere morta. Non in astratto, non una statistica che parla del tema, non un articolo che parla di episodi a lei lontani. Concretamente, quel giorno, in quella stanza. E capire, per prima tra tutti in famiglia, che quello che stava succedendo non era una fase, un momento no, uno di quei periodi che passano. Era una cosa seria, con un nome, con dei rischi reali. Essere stata l&#8217;unica ad averlo visto per quello che era, mentre tutte le persone intorno continuavano a vedere solo la versione di me che tenevo in piedi apposta per loro.</p><p>Non so quanto pesi portare quella consapevolezza da soli, dentro una famiglia. Gliel&#8217;ho chiesto una volta sola. Non ne abbiamo veramente parlato.</p><p>Ne ho gi&#224; scritto altrove, in questa newsletter, dei miei pensieri suicidari, quindi non &#232; la prima volta che questa parola compare qui, e non finger&#242; che sia una sorpresa per chi mi legge da un po&#8217;. Ma c&#8217;&#232; una cosa che voglio dire oggi con pi&#249; chiarezza di quanto abbia fatto prima, perch&#233; il 10 settembre &#232; la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, e mi sembra il momento giusto per dirla senza troppi giri.</p><p>Quando si parla di prevenzione, quasi sempre si finisce a dire la stessa frase: pensa a chi ti ama, pensa a chi resterebbe. Ed &#232; una frase detta con amore, lo so, quasi sempre da persone che non sanno cos&#8217;altro dire e che stanno solo cercando disperatamente un appiglio, qualcosa che funzioni, in un momento in cui niente sembra funzionare. Ma da dentro, quando il dolore &#232; quello che &#232;, insostenibile, senza una via d&#8217;uscita visibile, quella frase, detta cos&#236;, mi ha fatto pi&#249; male che bene. Perch&#233; mi chiedeva di restare viva per qualcun altro, non per me. E &#8220;restare viva per qualcun altro&#8221; &#232; un patto molto fragile, perch&#233; cosa succede se quel legame, per qualsiasi motivo, un giorno si affievolisce, si spezza, o se quella persona non ci sar&#224; pi&#249;? Torniamo punto e a capo, con lo stesso dolore di prima, ma stavolta anche con la sensazione di aver fallito anche in questo, di non essere nemmeno riuscita a restare viva &#8220;per bene&#8221;, secondo le istruzioni che ci avevano dato.</p><p>Non lo dico per svalutare l&#8217;amore delle persone che restano. Lo dico perch&#233; credo che la prevenzione vera, quella che regge nel tempo, non possa fondarsi sulla colpa. Deve fondarsi su qualcos&#8217;altro, su ragioni che siano davvero intime, non prestate da chi ci ama. Un motivo che regga anche nei giorni in cui, per qualche ora, si sente di non avere accanto nessuno. Perch&#233; quei giorni, per chiunque conviva con questo tipo di dolore, possono arrivare comunque, prima o poi.</p><p>C&#8217;&#232; un punto cieco, credo, in come la maggior parte delle persone immagina i pensieri suicidari, e voglio provare a colmarlo, non perch&#233; io abbia tutte le risposte, ma perch&#233; forse posso aiutarti a vedere qualcosa che da fuori &#232; quasi impossibile capire.</p><p>Il punto cieco pi&#249; grande &#232; pensare che chi ha pensieri suicidari voglia morire. Nella mia esperienza, e in quella di molte persone con cui ho parlato in questi anni, spesso non &#232; la morte, in s&#233;, a essere desiderata, ma la fine di un dolore che in quel momento sembra non avere alternative. La morte diventa cos&#236; l&#8217;unica via d&#8217;uscita che la mente riesce a immaginare, perch&#233; il dolore ha occupato tutto lo spazio disponibile e non ha lasciato margine per vedere altro. Non &#232; una scelta razionale ponderata tra il vivere e il morire. &#200; pi&#249; simile a un tunnel che si stringe, un campo visivo che si restringe fino a mostrare una sola strada, anche quando ce ne sono altre. Semplicemente, in quel momento, non le vedi. Ecco perch&#233; parlarne, con qualcuno, pu&#242; servire. Non perch&#233; risolva il dolore, ma perch&#233; pu&#242; allargare di nuovo, anche solo un poco, quel campo visivo ristretto. &#200; un mito diffuso pensare che parlarne &#8220;dia l&#8217;idea&#8221; a qualcuno: &#232; vero l&#8217;esatto contrario. Il silenzio &#232; quello che restringe lo spazio. Parlarne lo allarga.</p><p>Un altro punto cieco &#232; pensare che i pensieri suicidari siano una cosa che si ha oppure no, in modo netto. Nella mia esperienza, e in quella di molte persone con cui ho parlato in questi anni, &#232; pi&#249; simile a una marea, per usare un&#8217;immagine che conoscete gi&#224; da questa newsletter. Sale, scende, torna. Ci sono periodi in cui &#232; pi&#249; un rumore di fondo, quasi silenzioso, un pensiero passivo del tipo &#8220;se domani non ci fossi pi&#249;, sarebbe un sollievo&#8221;, diverso, e va detto con chiarezza, da un piano concreto e attivo. E ci sono periodi in cui quel rumore diventa insostenibile, urgente, e in quei momenti serve un aiuto immediato, non domani, non &#8220;quando trovo il momento giusto&#8221;. Sapere distinguere in che fase ci si trova &#232; gi&#224; un primo strumento, sia per chi lo vive sia per chi ama qualcuno che potrebbe viverlo.</p><p>A me quello che ha aiutato davvero, nel tempo, non &#232; stato un&#8217;unica cosa, ma una somma lenta di piccoli strumenti, e non &#232; un lavoro che ho finito, &#232; un lavoro che rifaccio, ancora oggi, ogni volta che serve. C&#8217;&#232; stato un periodo, per esempio, in cui i pensieri erano pi&#249; concreti e pi&#249; frequenti di quanto lo siano ora. Non &#232; sparito con il tempo come una ferita che guarisce da sola. &#200; diventato qualcosa con cui ho imparato a stare, e che a volte, ancora, torna a bussare.</p><p>Uno degli strumenti che uso ancora oggi, quando sento che potrei sprofondare o che arriva quel tipo di pensiero a spaccarmi la giornata in due, &#232; elencare le cose belle. Anche quelle che non ho pi&#249;. Avevo un numero salvato nei preferiti, da chiamare se stavo male, che ora non posso pi&#249; chiamare, e va bene cos&#236;, perch&#233; non era comunque responsabilit&#224; sua tenermi in vita. Ma anche, pi&#249; banalmente, elencare le cose belle che ho attraversato, anche quelle che mi hanno fatta soffrire dopo. Mi aiuta a vedere quanto ho gi&#224; vissuto, e quanto ancora potrei vivere. Che forse non sar&#242; mai pi&#249; felice esattamente come in quel momento l&#236;, ma quel momento l&#8217;ho vissuto, ed esiste, ed &#232; mio, e posso ancora raccontarlo. La mia vita, fin qui, &#232; gi&#224; la prova che qualcosa di buono pu&#242; succedere di nuovo, perch&#233; &#232; gi&#224; successo. Poi ci sono le strategie pi&#249; pratiche: la terapia, prima di tutto, per rimettere in fila i pensieri quando da soli non si riesce pi&#249; a farlo. Avere un numero da chiamare gi&#224; salvato, non da cercare nel panico. Darsi il permesso di non decidere niente di definitivo in quei momenti, perch&#233; la mente, in quello stato, mente a se stessa sulla permanenza del dolore: sembra che debba durare per sempre, e quasi mai &#232; cos&#236;. E poi, pi&#249; lentamente, costruire ragioni proprie: non &#8220;perch&#233; altri soffrirebbero&#8221;, ma piccole cose concrete che si vogliono ancora vivere, vedere, scrivere, correre, obiettivi egoisti nel senso migliore della parola, che non dipendono dalla sopravvivenza di nessun altro legame.</p><p>E forse c&#8217;&#232; un&#8217;altra cosa che vorrei dire a chi sta dall&#8217;altra parte di questa storia, a chi vive accanto a una persona che ha avuto pensieri suicidari, che ha tentato di togliersi la vita, o che &#232; morta per suicidio: non colpevolizzarti per quello che non hai visto. &#200; una delle cose che pi&#249; facilmente pu&#242; succedere dopo, perch&#233; quando finalmente sai che cosa stava succedendo nella testa di quella persona, tutto quello che &#232; venuto prima sembra improvvisamente pieno di segnali che avresti dovuto riconoscere. Una frase detta a cena, una porta chiusa pi&#249; a lungo del solito, una sera in cui sembrava stanca, quel messaggio a cui hai risposto il mattino dopo. A posteriori tutto sembra avere un significato, e diventa terribilmente facile convincersi che avresti dovuto capirlo.</p><p>Ma io credo che dobbiamo ricordarci una cosa molto semplice e molto difficile da accettare: una persona pu&#242; costruire un&#8217;architettura di normalit&#224; talmente solida da riuscire a farci vivere dentro anche chi le sta accanto. Io potevo funzionare. Potevo uscire, rispondere ai messaggi, parlare, ridere, fare quello che dovevo fare e sembrare, almeno da fuori, una persona che stava andando avanti. E poi potevo tornare a casa, chiudere una porta, rimanere sola con quello che avevo in testa e nel corpo, e nessuno avrebbe potuto vedere quella parte di me. E non perch&#233; le persone intorno a me non mi conoscessero abbastanza, non perch&#233; non mi amassero abbastanza, non perch&#233; avessero smesso di guardare. Semplicemente perch&#233; quella parte io la stavo nascondendo, spesso persino da me stessa.</p><p>E questo vale anche per chi ci dorme accanto. Anche per chi condivide una casa, una vita, un letto, una famiglia. Non puoi sapere che cosa succede nella mente e nel corpo di un&#8217;altra persona quando quella persona riesce, o sente di dover riuscire, a non fartelo vedere. Puoi amare moltissimo qualcuno e non riuscire comunque a entrare in quel luogo. Puoi fare tutto quello che pensi sia giusto e scoprire solo dopo che c&#8217;era qualcosa che non avevi capito. E quando succede, il fatto di non averlo visto non significa che non ti importasse abbastanza. Significa che l&#8217;altra persona stava soffrendo in un modo che tu non potevi necessariamente vedere.</p><p>Questo non significa che non dobbiamo imparare a riconoscere i segnali, fare domande, chiedere direttamente, cercare aiuto quando qualcosa ci preoccupa. Significa soltanto che prevenire non pu&#242; voler dire trasformare ogni persona che ama qualcuno in una sentinella che deve controllare ogni respiro, ogni silenzio, ogni cambiamento d&#8217;umore, come se dalla sua capacit&#224; di accorgersene dipendesse la vita dell&#8217;altra persona. Possiamo chiedere a chi ama di esserci, di ascoltare, di fare domande, di prendere sul serio quello che vede e, quando serve, di cercare aiuto. Ma non possiamo chiedergli di sapere ci&#242; che non gli &#232; stato mostrato. Non possiamo chiedergli di diventare responsabile della mente di qualcun altro.</p><p>Ma frasi come &#8220;sarebbe meglio se non fossi mai nata&#8221;, &#8220;presto non dovrai pi&#249; preoccuparti di me&#8221;, &#8220;tanto non cambia niente&#8221;. Il ritiro dalle persone e dalle attivit&#224; che prima contavano. Il regalare oggetti a cui si teneva, il sistemare questioni in sospeso, come se ci si stesse preparando a partire. Un cambiamento improvviso, a volte persino verso una calma sospetta, che qualcuno scambia per miglioramento e che invece, in alcuni casi, pu&#242; segnalare che una decisione &#232; gi&#224; stata presa. Nessuno di questi segnali, da solo, dice con certezza cosa sta succedendo. Ma pi&#249; se ne accumulano, pi&#249; vale la pena fare la domanda diretta: &#8220;stai pensando di farti del male?&#8221;. Non &#232;, contrariamente a quello che si pensa, un modo per &#8220;mettere l&#8217;idea in testa&#8221; a qualcuno. Pu&#242; essere, invece, un sollievo per chi la riceve: finalmente qualcuno ha visto.</p><p>Vorrei aggiungere anche un&#8217;ultima cosa, perch&#233; mi sembra importante e se ne parla ancora meno del resto: chi muore per suicidio, nella maggior parte dei paesi, &#232; pi&#249; spesso un uomo, nonostante siano le donne, secondo i dati, a pensarci e a tentare pi&#249; spesso. &#200; un paradosso che ha una spiegazione tutt&#8217;altro che neutra. Gli uomini tendono a usare metodi pi&#249; letali, e tendono anche, per ragioni che hanno molto a che fare con come viene insegnata la mascolinit&#224;, a chiedere aiuto molto pi&#249; tardi, o mai. Non &#232; debolezza, per nessuno, provare questo tipo di dolore. Ma il modo in cui ci hanno insegnato a portarlo, in silenzio, se sei uomo; come una colpa da nascondere, se sei donna, resta un altro pezzo del problema che raramente finisce dentro le campagne di prevenzione.</p><p>Il mese di settembre &#232; il mese per la prevenzione al suicidio, il 10 settembre si celebra la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, istituita nel 2003 dall&#8217;International Association for Suicide Prevention insieme all&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanit&#224;. <br><br>Ogni anno, nel mondo, pi&#249; di 720mila persone muoiono per suicidio, e nel 2021 il suicidio &#232; stato la terza causa di morte tra le persone fra i 15 e i 29 anni. Eppure se ne parla ancora poco, e quasi sempre male, con un silenzio imbarazzato, come se nominarlo potesse evocarlo, o con un sensazionalismo che fa pi&#249; danno che bene. Gli studi confermano da tempo che il modo in cui si racconta il suicidio pu&#242; influenzare il rischio di emulazione, mentre raccontare con responsabilit&#224; le crisi superate, la richiesta di aiuto, la possibilit&#224; concreta di stare meglio e le alternative alla morte pu&#242; avere un effetto preventivo. &#200; anche per questo che quest&#8217;anno la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio si inserisce nel tema triennale &#8220;Changing the Narrative on Suicide&#8221;, con un invito molto semplice: iniziare la conversazione.</p><p>Ho chiesto una volta sola a mia sorella cosa abbia provato davvero quel giorno. Non ne abbiamo parlato. L&#8217;ho immaginato tante volte, da qui, dalla mia parte della storia, ma la sua parte resta sua, e forse un giorno gliela chieder&#242; di nuovo, per davvero, invece di continuare a scriverla nella mia testa. Quello che so &#232; che lei ha visto, quando nessun altro vedeva, e che quel vedere, per quanto le sia costato, &#232; stato un atto d&#8217;amore concreto, non solo un urlo di paura. Ma so anche che il fatto che lei abbia visto quel giorno non significa che avrebbe dovuto vedere sempre, n&#233; che le persone che amano qualcuno debbano riuscire a riconoscere ogni sofferenza che viene nascosta. <br><br>Se stai leggendo questo pezzo e temi per qualcuno che ami, sappi che vedere, e dirlo, non &#232; mai la cosa sbagliata da fare. Ma se invece non hai visto, se hai scoperto dopo qualcosa che non avevi capito, non significa che non hai amato abbastanza. Non significa che hai fallito. A volte l&#8217;altra persona stava semplicemente soffrendo in un luogo in cui tu non potevi entrare.</p><div><hr></div><p>Se in questo momento della tua vita stai attraversando pensieri simili a quelli di cui ho scritto qui, se il dolore ti sembra insostenibile e non riesci a vedere una via d&#8217;uscita, per favore, non restare sola con questo peso. Non serve una crisi acuta per chiamare, e non devi essere sicura di stare abbastanza male per meritarti aiuto: puoi farlo anche solo per parlarne, per la prima volta, con qualcuno che non ti conosce e non ti giudica.</p><p>In Svizzera puoi contattare il <strong>143</strong> - Telefono Amico, gratuito e anonimo, attivo 24 ore su 24, anche via chat o email, sul sito 143.ch. Se sei pi&#249; giovane, c&#8217;&#232; anche il <strong>147 </strong>di Pro Juventute. In caso di emergenza medica immediata, il numero &#232; <strong>144</strong>. Se mi stai leggendo da fuori dalla Svizzera, cerca &#8220;linea di aiuto suicidio&#8221; seguito dal nome del tuo paese: quasi ovunque esiste un numero equivalente, gratuito e disponibile subito.</p><p><strong>Parlarne aiuta. Anche quando sembra la cosa pi&#249; difficile da fare al mondo.</strong></p><div><hr></div><p><span>L&#8217;immagine in copertina &#232; di</span><em><strong> </strong></em><span>Basil Ivan R&#225;k&#243;czi, </span><em><span>Langoustines</span></em><span>, 1961</span><em> </em></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!swnL!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9527f024-a418-4c5e-98fc-2ef1d55cfb70_700x554.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!swnL!, /__u/chiamatemimattea.substack.com/w_424, /__u/chiamatemimattea.substack.com/c_limit, /__u/chiamatemimattea.substack.com/f_webp, /__u/chiamatemimattea.substack.com/q_auto:good, 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Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</span></p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong><span>Mattea<br>Hopp&#237;polla</span></strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Saltare fuori dalla finestra.]]></title><description><![CDATA[Non eravamo amiche, eravamo tutto il resto. Di comitati, di famiglie scelte e di come si attraversa una voragine.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/saltare-fuori-dalla-finestra</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/saltare-fuori-dalla-finestra</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 18:00:23 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!8_8e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cb9804e-3292-4f07-9670-eb4711f64dac_472x700.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ieri non ho corso la mia prima backyard ultra.<br>&#8220;Tutto lo scorso pippone per niente?&#8221;, direte voi. Eh. </p><p>La verit&#224; &#232; che la testa, in queste settimane, &#232; da un&#8217;altra parte. Una cosa che me la fa tenere a terra, al di l&#224; di alcune cose molto pratiche, &#232; la mezza maratona di fine settembre, quei 21,0975 chilometri che voglio correre non per fare un numero, ma per capire se so governare la mia mente, se so stare dentro il dolore, se riesco a gestire la fatica e i pensieri per farla veloce come dico io.</p><p>Quell&#8217;asticella me la sono alzata da sola perch&#233; non voglio lasciare questo mondo senza scoprire il mio intero potenziale, anche fisico. Perch&#233; so benissimo che non &#232; mai soltanto una questione di muscoli.</p><p>Ma ieri, a bloccarmi, non &#232; stata soltanto la tabella d&#8217;allenamento o un pezzo di plastica che funziona a batterie che ho di nuovo dovuto mettermi addosso. &#200; stato anche il fatto che, negli ultimi giorni, non mi sono sentita benissimo, e ho preferito restare in un ambiente pi&#249; controllato, con uno sforzo minore. Cos&#236;, invece della backyard, sono andata a correre dodici chilometri con un&#8217;amica.<br>Li ho faticati tutti, ognuno dei dodici.<br>E anche l&#8217;holter non ha reso le cose semplici, con quei suoi cavetti addosso che rischio di strappare a ogni respiro e i cerotti che non tollerano l&#8217;eccessivo sudore della mia pelle. Per una volta ho deciso che, forse, potevo comportarmi con un filo di testa in pi&#249;. MA.</p><p>Dopo la corsa mi sono presa il mio tempo: una doccia lunga, un pranzo fatto con cura, niente fretta.</p><p>E poi, comunque, mi sono sentita male lo stesso.</p><p>Non uno svenimento vero. Per fortuna.  Ma quella vista che si scompone in pixel bianchi e neri, secondi di fischi nelle orecchie prima che tutto torni nella norma. Il sudore che arriva improvviso, ovunque, senza preavviso. Le gambe che si fanno molli mentre il respiro si affanna.</p><p>&#200; per questo, alla fine, che non sono andata al funerale di M.L.</p><p>Mi sono seduta, ho ritrovato il respiro e, stremata, ho portato fuori i cani. Poi mi sono addormentata, ancora in affanno, ancora sudando.<br>Non ho potuto salutarla come avrei voluto.<br>Le dedico, allora, questo pezzo, che &#232; il mio modo, magari l&#8217;unico che ho a disposizione, per dirle ciao.</p><div><hr></div><p>La cosa paradossale &#232; che i giramenti di testa, quella sensazione in cui il mondo si ritira e mi sembra di svenire, e il petto mi pesa mentre la testa si fa leggera (motivo per cui mi hanno messo questa baracchetta), non arrivano quasi mai mentre corro. Correre &#232; uno dei pochissimi luoghi in cui questo corpo indisciplinato si comporta bene. E proprio quello, adesso, mi vedo negato. Faccio fatica a fare. Anche se lo faccio lo stesso - certo.</p><p>Stavo ancora rigirandomela in testa, questa frustrazione e la smania per l&#8217;allenamento di settembre, quando &#232; arrivata l&#8217;altra notizia. Una di quelle notizie che ti sbattono contro una porta a vetri chiusa.</p><p>BAM.</p><p>Dritta in faccia, e nemmeno l&#8217;avevi vista.</p><p>&#200; morta M.L.</p><p>Non eravamo amiche. Eravamo colleghe. O meglio, compagne di comitato. Una di quelle donne che non lasciano dietro di s&#233; soltanto pratiche sbrigate, ma una direzione. Una che ha passato la vita ad aprire varchi: dalle prime corse sul campo di calcio nel 1976, quando per una ragazza era un atto di insubordinazione, fino alle battaglie per l&#8217;indipendenza economica e la dignit&#224; delle donne. Sempre con una competenza feroce e una risata capace di alleggerire il peso di una stanza stanca.</p><p>Non ho pianto, no.<br>Eppure questa notizia, comunicataci cos&#236;, una mattina, mi ha fatta fermare.<br>Un po&#8217; come quando il mio cuore perde i battiti. Io ho perso qualche secondo.<br>Guardavo lo schermo del cellulare e non riuscivo a comprendere quello che stavo leggendo. Da quando &#232; successo, continuo a vedere il buco. Lo vedo nel comitato, certo. Ma soprattutto lo vedo fuori, nella vita. In tutto quello spazio meraviglioso che occupava - anche quello spazio che io non condividevo (per idee). Ho pensato a sua figlia, a suo marito. Erano legatissimi, bellissimi da vedere, ancora adesso, dopo tutti quegli anni di matrimonio. Di quei matrimoni che non sono una favoletta zuccherata da mettere in vetrina, parliamoci chiaro. Era un matrimonio, per quel poco che ne sapevo io, fatto di complicit&#224; tenera e testarda, di cura, di sopportazione, di risate e prese in giro e, ancora, di presenze stabili.<br>Sempre.<br>Sostegno, discussioni, amore e risate, sapendo di condividere lo stesso sguardo. Guardavo loro due come si guarda qualcosa che appartiene a un altro asse terrestre. Forse proprio quel tipo di amore che avrei voluto trovare e costruire anche io, e che pensavo di avere, e che invece no, non &#232; andata cos&#236;. E adesso che lui resta l&#236;, a fare i conti con quella voragine, la morte di M.L. smette di essere un fatto astratto e diventa il dolore per ci&#242; che si spezza intorno a noi.</p><p>Da dove arriva il disagio, allora? Arriva anche da quel sistema che vorrebbe incasellare tutto. Se non eravate amiche intime, se non c&#8217;&#232; il timbro del talamo o del sangue, non ti &#232; concesso di soffrire. O almeno non troppo. Non abbastanza da fermarti. Il mondo ordinario ha gi&#224; deciso cosa fare con questi rapporti: ingranaggi intercambiabili la cui uscita di scena richiede al massimo una mail di cordoglio prima di tornare a produrre.</p><p>Eppure esiste un&#8217;altra tradizione, pi&#249; vecchia di quanto sembri, che a questa gerarchia ha sempre risposto di no. Negli anni Novanta, l&#8217;antropologa Kath Weston, studiando le comunit&#224; gay e lesbiche di San Francisco, persone spesso ripudiate dalle proprie famiglie d&#8217;origine per quello che erano, ha parlato di <em>families we choose</em>, le famiglie che scegliamo. Una cosa molto pi&#249; radicale: l&#8217;idea che la parentela non sia soltanto un dato biologico da subire, ma un legame che si costruisce, si sceglie, si rinnova ogni giorno con chi decide di esserci. Nessun legame vale automaticamente di pi&#249; solo perch&#233; porta un cognome uguale al tuo.</p><p>Quando ho saputo di M.L., ho avvertito la perdita di un tassello di quella famiglia. Perch&#233; la nostra famiglia politica &#232; una famiglia a tutti gli effetti. Quel comitato, con tutte le sue differenze e le sue tensioni, &#232; anche un&#8217;infrastruttura di cura. Un luogo in cui persone che magari non si sceglierebbero per una cena del sabato sera imparano comunque a stare insieme, a sostenersi, a combattere per qualcosa che le riguarda tutte.</p><p>Perdere una persona che lo abitava significa perdere un pezzo di quel riparo.</p><p>E forse &#232; proprio per questo che mi &#232; tornato in mente un libro che amo moltissimo: <em>Il centenario che salt&#242; dalla finestra e scomparve</em> di Jonas Jonasson. Il protagonista, nel giorno del suo centesimo compleanno, si trova nella sala comune di una casa di riposo dove tutto &#232; gi&#224; predisposto per anestetizzare la sua esistenza. C&#8217;&#232; il sindaco che recita la parte del rappresentante istituzionale benevolo. C&#8217;&#232; il giornale locale che cerca la fotografia da prima pagina. C&#8217;&#232; la torta di compleanno, zuccherata e seriale.</p><p>Tutto &#232; gi&#224; scritto.</p><p>Il modo giusto di invecchiare.<br>Il modo giusto di stare fermi.<br>Il modo giusto di ricevere gli auguri.<br>Il modo giusto di occupare poco spazio.</p><p>E lui fa una cosa semplicissima e completamente folle.<br>Scavalca la finestra.<br>Non fugge dalla morte. La morte, biologicamente, continuer&#224; a seguirlo.<br>Fugge dalla cerimonia, dal copione.<br>Da quella sala comune in cui qualcun altro ha deciso che cosa dovrebbe essere la sua vita e quanto ne rimane. &#200; questo che mi piace tanto di quel libro. La leggerezza non &#232; il contrario della profondit&#224;. A volte &#232; una forma di insubordinazione.</p><p>Il centenario salta e non sa dove atterrer&#224;. Non ha un piano. Da quel momento in poi, la sua vita diventa una sequenza imprevedibile di incontri assurdi, errori magnifici, persone incontrate per caso e spazi ripresi con una libert&#224; quasi infantile.</p><p>Io quel libro l&#8217;ho adorato.</p><p>L&#8217;ho letto molti anni fa e resta uno dei miei titoli preferiti. Una mattonella di conforto, di quelle che ogni tanto servono anche a chi passa molto tempo a pensare alle cose serie.</p><p>E forse mi &#232; tornato in mente proprio perch&#233; anche il dolore ha le sue sale comuni. Ci educano a credere che debba essere composto. Che debba avere una misura. Che per alcune persone sia legittimo e per altre no. Che una collega si possa salutare con una mail, un&#8217;amica con un funerale, una madre con il lutto, un amore con il diritto di stare male. Come se esistesse una tabella delle persone che contano.<br>Ma la vita non funziona cos&#236;.</p><p>La vita &#232; quella cosa che ti prende mentre hai un holter attaccato al petto e stai cercando di capire cosa caspita stia succedendo al tuo corpo. &#200; quella che ti fa desiderare una mezza maratona per scoprire fin dove puoi spingerti. &#200; quella che ti fa guardare due persone che si sono amate per decenni e pensare, con una punta di dolore, che forse quello era proprio il tipo di amore che avresti voluto anche tu. E il tipo di amore che una persona come M.L meritava di vivere. &#200; quella che ti fa perdere qualcuno che non era &#8220;una tua amica&#8221; e scoprire che, nonostante tutto, ti manca.</p><p>&#200; disordinata.<br>Fa attrito.<br>Non chiede il permesso.<br>E non ha bisogno delle lacrime giuste per dimostrare che una persona &#232; stata importante.</p><p>Io non so se a fine settembre chiuder&#242; la mia mezza maratona nel tempo che ho deciso. So che la testa &#232; l&#236;. So che alcune persone non ne capiranno l&#8217;importanza, so che alcune persone chiederanno, so che almeno una persona sar&#224; l&#236; con me al traguardo. So che il corpo, a volte, fa i capricci. E so anche che il dolore che porto addosso non ha bisogno di etichette per esistere, e che pu&#242; durare a lungo anche quando le altre persone non riescono a capire il perch&#233;.</p><p>Ha la forma di un vuoto.<br>Di un amore che resta a met&#224;.<br>Di una persona che non c&#8217;&#232; pi&#249;.</p><p>E della certezza, sempre pi&#249; ostinata, che i nostri legami valgono tutto il nostro mondo.</p><p>M.L. era un po&#8217; come quel centenario.</p><p>Non perch&#233; vivesse la vita allo stesso modo, n&#233; perch&#233; fosse una donna incapace di prendere le cose sul serio. Al contrario. Le prendeva molto sul serio. Ci metteva impegno, cura, competenza. Ci metteva attenzione. Si prendeva responsabilit&#224;. Apriva varchi e poi si metteva l&#236;, pazientemente, a tenere aperta la porta per le altre. Ma aveva anche quella cosa l&#236;.<br>Quella fame.<br>Quella voglia di esserci.<br>Quell&#8217;energia che era una sorta di fiducia ostinata nella possibilit&#224; che la vita potesse ancora essere attraversata, spostata, migliorata. <br>Se se la sentiva dentro, quella cosa l&#236;, ci si buttava. Con pi&#249; testa del centenario, forse. Ma con la stessa indisponibilit&#224; a stare seduta nella sala comune ad aspettare che qualcun altro decidesse per lei.</p><p>E forse &#232; questa la direzione che ci ha lasciato. Non metterci in un angolo a consumare la tristezza secondo le regole. Non fingere leggerezza per anestetizzare la perdita. Ma nemmeno lasciare che la perdita ci convinca che ormai dobbiamo stare ferme.</p><p>Continuare a correre verso la nostra asticella, quando possiamo.<br>Imparare a fare i conti con la nostra fragilit&#224;.<br>Pretendere che ogni relazione che ci nutre abbia diritto a contare, anche quando non rientra nelle categorie previste.<br>Avere cura delle persone.<br>Avere cura del tempo.</p><p>E, quando serve, scavalcare quella finestra.<br>Non perch&#233; sappiamo dove atterreremo.<br>Ma perch&#233; l&#224; dentro, nella sala comune, non ci vogliamo pi&#249; stare.</p><p>M.L. non ha lasciato soltanto pratiche sbrigate.<br>Ha lasciato una direzione.</p><p>E allora io provo a seguirla cos&#236;: con il corpo che fa quello che pu&#242;, la testa che prova a non arrendersi, il dolore che non ha intenzione di chiedere il permesso e quella fame ostinata di vivere che, in fondo, &#232; forse la cosa pi&#249; politica che ci resta.</p><p>Se io salto, tu vieni con me?</p><div><hr></div><p>L&#8217;immagine in copertina &#232; di<em><strong> </strong></em><span>Nicolas de Sta&#235;l, </span><em>Portrait d&#8217;Anne,</em><span> 1953</span></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!8_8e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cb9804e-3292-4f07-9670-eb4711f64dac_472x700.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!8_8e!, /__u/chiamatemimattea.substack.com/w_424, /__u/chiamatemimattea.substack.com/c_limit, /__u/chiamatemimattea.substack.com/f_webp, /__u/chiamatemimattea.substack.com/q_auto:good, /__u/chiamatemimattea.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cb9804e-3292-4f07-9670-eb4711f64dac_472x700.heic 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Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</span></p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong><span>Mattea<br>Hopp&#237;polla</span></strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ancora un giro.]]></title><description><![CDATA[Una mezza maratona, una backyard ultra e il piacere inatteso di scoprire quanto pu&#242; correre un corpo.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/ancora-un-giro</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/ancora-un-giro</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Tue, 25 Aug 2026 19:00:59 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c7e72467-72dd-4099-aa01-8ff48fc60fec_822x1114.webp" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sabato correr&#242; la mia prima Backyard Ultra. Sono emozionata. Anche perch&#233; sar&#224; esattamente un mese prima della mia prima mezza maratona, a fine settembre. Per chi non sapesse di cosa si tratta: <br>una Backyard Ultra consiste nel correre 6,7 chilometri entro un&#8217;ora. Allo scoccare dei sessanta minuti si riparte. E si continua cos&#236;, giro dopo giro, finch&#233; non resta una sola persona capace di completare il percorso entro il tempo stabilito. Puoi fermarti quando vuoi. Nessuno ti squalifica, nessuno ti giudica. Semplicemente, a ogni ora, devi decidere se tornare sulla linea di partenza.</p><p>Ne scrivo adesso, prima di farlo, e non dopo. Perch&#233; anche se &#232; ovvio che a me per prima interesser&#224; sapere quanti giri sar&#242; riuscita a fare &#8212; ed &#232; un&#8217;informazione che avr&#242; io e che magari un giorno condivider&#242; &#8212; lo scopo di queste righe non &#232; raccontare un risultato. Non si tratta di contare quante volte mi sar&#242; ripresentata a quella linea per dire <strong>&#8220;ancora un giro, ce la faccio&#8221;</strong>. Non &#232; un reportage di gara.</p><p>Si tratta di un&#8217;impostazione mentale. Di cosa significhi davvero conoscere il proprio corpo e la propria mente, esplorarli fino al punto da andare a sondare il nostro limite per portarlo un po&#8217; pi&#249; in l&#224;. Ognuno ha le proprie strategie, ma per me &#232; diventato vitale: ogni volta che riesco a spostare quel confine anche solo di un passo rispetto a dove pensavo fosse, conosco un lato di me che prima non vedevo. Ci entro dentro, ci affogo, lo spurgo e poi riemergo. A volte pi&#249; forte, a volte pi&#249; debole, ma sempre pi&#249; consapevole. Pi&#249; salda anche nelle mie debolezze, che finalmente riesco a guardare e a mettere in ordine.</p><p>La corsa, per me, &#232; soprattutto questo.</p><p>E c&#8217;&#232; ancora una premessa doverosa da fare. Chi mi legge o mi segue su altri social, sa che ultimamente il mio corpo mi ha dato e mi sta dando diversi problemi. Se sabato sar&#242; sulla linea di partenza non &#232; perch&#233; sto ignorando il parere dei medici o perch&#233; sto giocando a fare l&#8217;eroina sconsiderata. Se corro &#232; perch&#233; ho chiesto se potevo farlo e mi &#232; stato detto di s&#236;, con tutti gli accorgimenti del caso. Ma c&#8217;&#232; di pi&#249;: stranamente, quando corro, &#232; l&#8217;unico momento in cui il mio cuore si comporta decentemente. &#200; il momento in cui altri problemi sembrano improvvisamente scomparire. Correre &#232; un privilegio e un vantaggio che il mio corpo, oggi, mi concede. Non &#232; una sfida contro la salute, &#232; il luogo in cui la salute si riallinea.</p><p>Forse anche perch&#233; la prima volta che ho corso una mezza maratona, in realt&#224;, non avevo deciso di correrla. Una mia amica mi aveva detto che le sarebbe piaciuto fare una mezza a ottobre e mi aveva chiesto se mi andasse di farla con lei. Erano anni che non correvo pi&#249; di dieci chilometri. Cos&#236;, un giorno, sono uscita semplicemente per vedere cosa sarebbe successo se avessi provato ad andare un po&#8217; pi&#249; avanti. Al quindicesimo chilometro mi sono accorta che ne avevo ancora. Al diciottesimo ho pensato: a questo punto la faccio tutta.<br>E l&#8217;ho fatta.<br>Ho cantato, ho ballato, ho urlato &#8220;cazzo cazzo cazzo&#8221; correndo in giro. Mi sono divertita da morire. Non era una gara e non avevo neppure un tempo da battere. Eppure, arrivata alla fine, ho scoperto qualcosa che non mi aspettavo: il mio corpo poteva fare molto pi&#249; di quello che gli avevo chiesto fino a quel momento.<br>Dopo tanto tempo, il mio corpo era di nuovo dalla mia parte.</p><p>Dopo quella volta, non mi sono data solo l&#8217;obiettivo di correre i 21,097 chilometri, e nemmeno solo quello di divertirmi. Mi sono data un tempo. Un numero da rincorrere e migliorare, non un traguardo qualsiasi da raggiungere in qualunque modo, purch&#233; io arrivi viva dall&#8217;altra parte. Ho fissato una linea oltre il mio limite attuale, per provare ad andare oltre.</p><p>E in allenamento sta funzionando, cosa che detta cos&#236; sembra ovvia, ma non lo &#232; affatto. Darmi un tempo vuol dire aver deciso che questo corpo, oltre a cedere, pu&#242; anche vincere qualcosa. Non lo davo per scontato.<br>E ho scoperto che posso mirare in alto, per me.</p><p>C&#8217;&#232; per&#242; un&#8217;altra cosa che ho imparato in questi mesi, forse ancora pi&#249; difficile da spiegare. Perch&#233; ci sono giorni in cui non ho nessuna voglia di correre. Devo uscire con il cane, dopo una giornata di lavoro, o dopo una settimana impegnativa, e guardo le cose che dovrei mettermi addosso, penso alle scarpe da corsa e mi viene da dire: mio Dio, non ho voglia. Non ho le energie. Non ce la faccio. Potrei tranquillamente restare a casa.<br>Non voglio. <s>Fanculo</s>.<br>Poi esco. Se sento che devo uscire, esco. Comunque. So che devo farlo, per me. E inizio a correre e, dopo un po&#8217;, succede qualcosa. Non so bene quando. Non c&#8217;&#232; un momento preciso in cui penso: adesso sto bene. Semplicemente mi accorgo che sto, Bene.</p><p>Corro e intanto penso, elaboro cose, mi vengono in mente conversazioni, pezzi di giornate, persone. A volte penso a tutt&#8217;altro, a volte non penso a niente.<br>E corro. Vedo, quanto riesco a correre. Quanto riesco a tenere una distanza, quanto posso aumentare, quanto posso migliorare. Ci sono allenamenti in cui arrivo al quindicesimo chilometro e non c&#8217;&#232; il pensiero della fatica dei diciotto da fare. C&#8217;&#232; solo la scossa del &#8220;mancano tre chilometri&#8221;, &#232; il momento di dare tutto quello che ho. L&#236; spingo. Sento solo il mio respiro affannato nelle orecchie, siamo solo io, l&#8217;asfalto e le gambe, che percepisco come non mai. In quegli ultimi chilometri volo. Spingo in progressione, aumento la velocit&#224;, ed &#232; una gioia pura. Guardare questo corpo, che per cos&#236; tanto tempo ho odiato, e vedere di cosa &#232; capace: dopo quindici chilometri veloci ha ancora l&#8217;energia per accelerare e svuotare ogni singolo millimetro di forza rimasta. Potrei correrli tutti un po&#8217; pi&#249; veloci, ma la brezza di giocarmela tutta in quei tre chilometri finali &#232; una sensazione impagabile.<br>IO, in quel momento, volo.  &#200; una sensazione di benessere e di libert&#224; che per me &#232; difficile paragonare ad altro.<br>Libera di volare sulle mie gambe.<br>Leggera.<br>Felice.<br>Io.</p><p>Forse &#232; anche per questo che sto cominciando a capire, di nuovo, che cosa significhi allenarsi. Perch&#233; &#232; diverso rispetto a quando facevo sport, da pi&#249; piccolina. Ora, non &#232; soltanto disciplina, anche se la disciplina c&#8217;&#232;. Non &#232; soltanto costanza, anche quella c&#8217;&#232;. Non &#232; soltanto svago e benessere. <br>&#200; vedere che il corpo cambia quando gli chiedo qualcosa con continuit&#224;.</p><p>Una distanza che qualche settimana prima sembrava enorme diventa normale. Un ritmo che sembrava impossibile diventa un ritmo che riesci a tenere. E, soprattutto, comincio a capire che il limite non &#232; sempre dove pensavo che fosse.</p><p>Ma una Backyard Ultra aggiunge qualcosa a tutto questo. Perch&#233; non ti chiede soltanto quanto riesci a correre. Ti chiede quante volte, di fila, sei disposta a scegliere di ripartire. Ogni ora torni alla partenza. Hai davanti altri 6,7 chilometri e sai gi&#224;, pi&#249; o meno, come sar&#224;: fatica, caldo o freddo, gambe che pesano un po&#8217; di pi&#249;, il momento in cui inizierai a chiederti perch&#233; sei l&#236;.</p><p>Nessuno ti obbliga a ripartire.<br>Puoi smettere.</p><p>Ed &#232; proprio questo che mi interessa. Ripresentarmi alla linea per un altro giro non per dimostrare niente a nessuno, ma perch&#233; so che posso farlo. Perch&#233; so che posso resistere e che quella fatica, anche se fa male, in realt&#224; mi sta facendo bene. Perch&#233; ho imparato a conoscere il mio corpo al punto da non farmi ingannare dai suoi falsi allarmi, muovendomi solo dove so di poterlo fare davvero. <br><strong>Una cosa &#232; sopportare il dolore. Un&#8217;altra &#232; scegliere di attraversarlo</strong>.</p><p>Sono cresciuta, come moltissime donne, con l&#8217;idea che una certa quantit&#224; di dolore fosse semplicemente qualcosa da sopportare. Il dolore mestruale, la fatica, il carico mentale, il disagio: quante volte alle donne viene chiesto di resistere, di non fare storie, di andare avanti comunque? Quante volte la capacit&#224; di sopportare viene persino trasformata in una qualit&#224;?</p><p>Correndo sto imparando una cosa diversa.<br><strong>Sto imparando a distinguere i dolori.</strong></p><p>C&#8217;&#232; quello che ti dice che qualcosa non va e che devi fermarti. C&#8217;&#232; il dolore della fatica, quello che arriva quando chiedi ai muscoli qualcosa che non hanno ancora imparato a fare, quando il respiro diventa pi&#249; pesante e le gambe cominciano a bruciare. E poi c&#8217;&#232; la parte mentale: quel momento in cui sei stanca e devi decidere se fare ancora un chilometro, se tenere quel ritmo, se partire di nuovo. La difficolt&#224;, almeno per me, non &#232; diventare capace di ignorare tutto questo. &#200; imparare a capire che cosa mi sta dicendo il corpo.</p><p>Una Backyard, da questo punto di vista, &#232; quasi un esercizio di negoziazione continua. Ogni ora devi tornare alla partenza e chiederti: voglio davvero fare un altro giro?</p><p>Courtney Dauwalter, una delle pi&#249; grandi ultrarunner al mondo, chiama <em>pain cave</em> il luogo mentale in cui entra quando il dolore diventa insopportabile. Lo descrive come uno spazio che costruisce nella propria testa e nel quale entra quando il corpo le dice che non pu&#242; pi&#249; andare avanti. Non significa fingere che il dolore non esista: significa rimanere presenti dentro quella sensazione e continuare a decidere che cosa farne. &#200; una metafora che mi interessa proprio perch&#233; non racconta il dolore come qualcosa da cancellare.</p><p>E questo, in fondo, &#232; anche ci&#242; che sappiamo oggi sulla percezione del dolore: il cervello non &#232; un semplice registratore di segnali provenienti dal corpo. Esistono sistemi di modulazione che possono attenuare o amplificare la percezione del dolore, influenzati anche da attenzione, emozioni, aspettative e contesto. Anche l&#8217;esercizio pu&#242; modificare temporaneamente la sensibilit&#224; al dolore, anche se gli effetti variano molto da persona a persona.</p><p>Non significa che possiamo semplicemente &#8220;spegnere&#8221; il dolore. Significa che sentirlo non equivale automaticamente a dover obbedire al suo primo segnale. Posso sentirlo, capire da dove arriva, provare a capire che cosa significa e poi decidere. Ed &#232; qui che, per me, la corsa diventa anche una questione femminista. Perch&#233; c&#8217;&#232; una cosa che mi disturba nell&#8217;entusiasmo per la sofferenza controllata: il modo in cui viene spesso raccontata attraverso il linguaggio della guerra.</p><p>Andare in guerra con te stessa.<br>Conquistare il dolore.<br>Sconfiggere il limite.<br>Dominare il corpo.</p><p><br>Sono metafore talmente normali che quasi non ci facciamo pi&#249; caso. Eppure mi chiedo: perch&#233; il corpo deve essere qualcosa da conquistare? Perch&#233; la resistenza deve necessariamente essere una battaglia? E soprattutto: perch&#233; quando una donna dimostra di saper sopportare il dolore la consideriamo cos&#236; facilmente forte, invece di chiederci se quel dolore fosse necessario?</p><p>La ricerca sulle differenze tra uomini e donne nella percezione del dolore e nell&#8217;ultra-endurance &#232; molto pi&#249; complessa di quanto suggeriscano le narrazioni semplici. Esistono differenze fisiologiche, ma i risultati non autorizzano a costruire una contrapposizione netta tra uomini e donne; nell&#8217;ultra-endurance, per esempio, alcune caratteristiche fisiologiche femminili possono offrire vantaggi in determinate condizioni, ma le evidenze restano limitate e non univoche.</p><p>Ed &#232; proprio per questo che non mi interessa stabilire se esista un &#8220;modo femminile&#8221; di correre. Mi interessa la domanda che c&#8217;&#232; sotto. Forse il punto non &#232; diventare pi&#249; brave a sopportare. Forse &#232; smettere di considerare la sopportazione una virt&#249; in s&#233;. Io non voglio diventare pi&#249; brava a sopportare il dolore. Ne ho gi&#224; sopportato abbastanza.<br>Voglio diventare pi&#249; brava a riconoscerlo: capire quando posso attraversarlo e quando invece devo fermarmi, quando posso spostare un limite e quando quel limite sta cercando di proteggermi.</p><p>Continuare non significa sempre essere forte.<br>E fermarsi non significa sempre fallire.</p><p>Io sento tutto, sempre, un po&#8217; pi&#249; forte della media. L&#8217;ho scritto altrove, non lo ripeto qui. E per anni ho pensato che questo mi rendesse meno adatta a reggere. Adesso mi chiedo se non sia vero il contrario. Se sentire di pi&#249; non significhi necessariamente reggere di meno, ma imparare a reggere in modo diverso. Non sto imparando a smettere di sentire il dolore per finire la gara. Sto imparando a guardarlo in faccia e a capire quanto posso chiedergli. E forse &#232; anche per questo che correre mi sta facendo cos&#236; bene. Non perch&#233; mi abbia insegnato a non sentire la fatica, ma perch&#233; non devo pi&#249; fingere che il corpo non esista.<br><strong>Gli chiedo di venire con me.<br></strong>A volte protesta, a volte mi sorprende, a volte il giorno dopo mi presenta il conto.<br>Ma viene.<br>E diventiamo alleate, in un qualche modo.</p><p>Sabato, ogni ora, torner&#242; alla linea di partenza.<br>Nessuno mi obbligher&#224;. Mi far&#242; la stessa domanda che si fanno tutte le persone che saranno l&#236;: &#232; finito il lavoro che sono venuta a fare?</p><p>Se la risposta sar&#224; no, ripartir&#242;, perch&#233; avr&#242; deciso, un&#8217;altra volta, che non &#232; lui ad avere l&#8217;ultima parola su cosa faccio del mio corpo. Lo decidiamo insieme. E voglio vedere dove, sempre insieme, possiamo arrivare.</p><p>Il nostro pieno potenziale.<br>E a me sembra un viaggio bellissimo, da fare con me.</p><div><hr></div><p><span>L&#8217;immagine in copertina &#232; </span><em><strong>"Untethered Happiness 1"</strong></em><span> (della serie </span><em>Compass Series</em><span>), dipinto astratto dell'artista </span>Arrachme.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!fFHF!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F035e335e-d94b-47cd-9cf4-3c88ab58648d_822x1114.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!fFHF!, /__u/chiamatemimattea.substack.com/w_424, /__u/chiamatemimattea.substack.com/c_limit, /__u/chiamatemimattea.substack.com/f_webp, 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Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</span></p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong><span>Mattea<br>Hopp&#237;polla</span></strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il cuore che si ferma prima.]]></title><description><![CDATA[Dal tracciato sballato di un cuore alla solitudine dei nostri spazi: perch&#233; il dolore non &#232; mai solo privato.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/biologia-dei-crolli</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/biologia-dei-crolli</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Sun, 16 Aug 2026 19:02:35 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/11cd6ff4-0d79-4a28-bd93-3fb2f3310287_900x698.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono seduta in uno studio medico, di nuovo. Non &#232; di certo la prima volta, ma qualche tempo fa sono svenuta, e da l&#236; era iniziato un percorso fatto di macchinari attaccati al petto per giorni interi, di numeri che qualcun altro guardava al posto mio per capire cosa stesse succedendo dentro un corpo che, di notte, decide da solo di rallentare troppo. E a quanto pare non solo di notte.<br>Ho avuto delle risposte. Il cuore che si ferma per qualche istante &#232; il mio sistema che si difende, e nel difendersi esagera. Quando il dolore, fisico o emotivo non fa differenza, sale troppo, il corpo accelera per prepararsi a reagire. E poi, quando quella soglia viene superata, arriva l&#8217;altro sistema (parasimpatico), quello che dovrebbe calmare, e lo fa con la stessa violenza con cui prima si era acceso. Troppo. Sempre troppo, in una direzione o nell&#8217;altra, mai la misura giusta.</p><p>Mi hanno detto che devo imparare a fermarmi prima che succeda. Sedermi, mettermi in sicurezza, stimolare il corpo per ricordargli che deve far continuare a battere il cuore. &#200; una cosa strana, imparare a parlare con il proprio corpo come se fosse un&#8217;entit&#224; separata, quasi un animale spaventato che va rassicurato. Ma &#232; anche, mi sono resa conto uscendo dallo studio, un riassunto perfetto di quello che il dolore fa a chiunque, non solo a me: prende una reazione che dovrebbe proteggerci e la fa diventare eccessiva, fino a farci perdere pezzi, di attenzione, di energia, a volte letteralmente di coscienza.</p><p>Gi&#224; sapevo quanto fossero legati il dolore fisico e il dolore emotivo. Il mio corpo gi&#224; altre volte mi aveva dato i suoi segnali, in merito. Mia sorella, con la quale proprio oggi ho ripreso a parlare dopo tre settimane di silenzio per una litigata fortissima, mi ha chiesto:<br>Ma non &#232; ancora la sindrome del cuore spezzato?<br>Forse perch&#233; entrambe abbiamo pianto per due ore invece di uscire a passeggio coi cani. Forse perch&#233; entrambe ci siamo raccontate il dolore di queste settimane. Forse perch&#233; il mio cuore &#232; rotto in pi&#249; di un modo e la risonanza che la mia emotivit&#224; ha sul mio corpo &#232; risaputa. Forse.<br><br>Una ricercatrice dell&#8217;UCLA, Naomi Eisenberger, lo ha dimostrato pi&#249; di vent&#8217;anni fa con un esperimento semplice, dove ha fatto giocare delle persone a un videogioco di lancio della palla, facendole credere di giocare con altri due partecipanti veri. A un certo punto, gli altri giocatori (in realt&#224; programmati dal computer) smettevano di lanciare la palla. Escludevano. E nel cervello di chi veniva escluso si accendevano le stesse aree che si accendono quando ci facciamo male fisicamente, la corteccia cingolata anteriore, l&#8217;insula. Le stesse aree. In studi successivi hanno persino scoperto che il paracetamolo, il banale antidolorifico da armadietto, riduce misurabilmente anche il dolore da rifiuto sociale. Il corpo, quando soffre per un amore finito, non sta esagerando. Sta usando l&#8217;unico linguaggio che conosce, quello del dolore fisico, perch&#233; per il cervello sono la stessa lingua.</p><p>Ed &#232; per questo, forse, che nessuno ci crede quando diciamo che un lutto, di persona o di relazione, fa &#8220;fisicamente&#8221; male. Lo diciamo come una metafora, e invece stiamo descrivendo un fatto neurologico. Il petto che si stringe, la nausea, le notti in cui il cuore corre per nessun motivo apparente, non sono un&#8217;esagerazione teatrale del dolore. Sono il dolore, punto, che ha semplicemente scelto la via del corpo perch&#233; &#232; la strada che il sistema nervoso conosce meglio.</p><p>Il meccanismo che mi &#232; stato spiegato, quel ciclo di carica e scarica tra sistema simpatico e parasimpatico, dovrebbe funzionare come un&#8217;onda regolare: il corpo si allerta di fronte a una minaccia e, poi, passato il pericolo, si scarica e torna a riposo. &#200; lo stesso schema della marea di cui scrivo spesso qui: sale, scende, sale di nuovo. Il problema comincia quando quel ciclo si inceppa, quando il corpo resta bloccato in stato di allarme troppo a lungo, o quando la scarica &#232; cos&#236; violenta da somigliare pi&#249; a un crollo che a un sollievo. Non succede solo a chi ha una diagnosi come la mia. Succede, in forme diverse, a chiunque abbia vissuto un dolore che non ha mai avuto il tempo o lo spazio di scaricarsi davvero.</p><p>E non &#232; un problema di poche persone. Negli Stati Uniti quasi un adulto su quattro convive con dolore cronico; in Italia si stima che siano oltre dieci milioni le persone, con un&#8217;incidenza pi&#249; alta tra le donne. In Svizzera sono circa 1,5 milioni le persone che convivono con un dolore cronico, pi&#249; o meno una persona su sei, e di queste, il 39% dichiara di provare dolore in modo costante, ogni singolo giorno. Il dolore cronico, fisico o emotivo che sia l&#8217;origine, aumenta in modo significativo il rischio di ansia, depressione, disturbi del sonno. E funziona come un circolo che si autoalimenta: il dolore modifica la plasticit&#224; del sistema nervoso, il sistema nervoso alterato rende pi&#249; difficile smettere di soffrire. &#200; la biologia che si comporta esattamente come ci si aspetterebbe che si comporti, quando nessuno le insegna come tornare a riposo.</p><p>C&#8217;&#232; una parte di me a cui questo meccanismo dice ancora di pi&#249;. Sono una persona ipersensibile, e sono bipolare, un&#8217;oscillazione emotiva pi&#249; ampia della media, che ho imparato a gestire, nel tempo, non su tutto, ma quel che basta da darla quasi per scontata in alcuni aspetti della mia vita, come se fosse normale amministrazione. Ma normali non lo sono mai state. Ci sono cose, per chi vive con questo tipo di intensit&#224;, che pesano di pi&#249; sul corpo senza che nessuno, a volte nemmeno chi ti sta vicino, se ne accorga. Non perch&#233; lo nasconda apposta, ma perch&#233; a furia di gestirle smetti tu stessa di dargli peso, finch&#233; non &#232; il corpo a ricordartelo con un tracciato, un numero, uno svenimento. Relazioni finite prima del tempo, amicizie che si sfilacciano senza una vera rottura, stress lavorativo che si accumula pi&#249; velocemente della media: non sono eventi isolati, sono spesso l&#8217;effetto di un sistema nervoso che lavora sempre un po&#8217; pi&#249; duramente degli altri, anche quando da fuori sembra tutto sotto controllo. Il dolore, in questi casi, non arriva come un evento, ma come un accumulo silenzioso, di cui ci si accorge solo quando il corpo smette di reggerlo per te.</p><p>C&#8217;&#232; per&#242; un altro pezzo della storia, che riguarda non solo il corpo da solo, ma il corpo insieme ad altri corpi. Lo psicofisiologo Stephen Porges, con la sua teoria polivagale, ha mostrato che il nostro sistema nervoso autonomo non &#232; pensato per regolarsi in isolamento, ma per farlo in relazione. Quando siamo vicini a qualcuno che trasmette sicurezza, il nervo vago centrale si attiva e disattiva la risposta di allarme, quasi come se prestassimo, per un momento, il nostro sistema nervoso a qualcun altro, e viceversa. <br>&#200; la co-regolazione: due corpi che si calmano a vicenda semplicemente stando insieme, senza bisogno di dire niente. C&#8217;&#232; stata una persona, per un periodo della mia vita, che in questo senso mi regolava o, forse, pi&#249; onestamente, mi costringeva a restare pi&#249; attenta alla mia regolazione, a non lasciarla scivolare via come faccio quando sono sola. Non so ancora bene distinguere quanto di quella calma venisse da lei e quanto fosse semplicemente il fatto di avere, ogni giorno, un secondo sistema nervoso a disposizione del mio. So che da quando non c&#8217;&#232; pi&#249;, alcune cose che davo per scontate non lo sono pi&#249;. Ed &#232; anche per questo, credo, che una camminata di diciassette chilometri con uno sconosciuto di settant&#8217;anni pu&#242; rimettere in prospettiva molto pi&#249; di una giornata intera passata a fare i conti da sola con il proprio corpo. &#200; biologia della connessione, quella che i nostri corpi cercano anche quando la testa &#232; altrove, e che avevo dato per scontata finch&#233; non mi &#232; mancata.</p><p>Ma la co-regolazione ha anche un lato pi&#249; oscuro, se possiamo chiamarlo cos&#236;, di cui si parla meno: quello che succede quando le persone che hai vicino non ti fanno sentire al sicuro nel dire cosa provi davvero. Quando sai, o temi, che il tuo dolore, raccontato ad alta voce, diventer&#224; un peso per l&#8217;altra invece che uno spazio condiviso, cominci a filtrarlo prima ancora di aprire bocca. Te lo tieni dentro, o lo trasformi in qualcos&#8217;altro, un&#8217;irritazione, un silenzio, una battuta per alleggerire, perch&#233; quel &#8220;Madonna che peso che sono&#8221; &#232; un pensiero che arriva prima ancora del dolore stesso. Ed &#232; pericoloso, pi&#249; di quanto sembri: un dolore trattenuto non sparisce, si deposita, e pi&#249; a lungo lo tieni fuori dalla relazione, pi&#249; diventa automatico. Lo vivi, lo attraversi, ma smetti persino di spiegarlo, perch&#233; ti sei abituata a gestirtelo da sola, in pilota automatico. E chi ti sta accanto, non vedendolo nominato, finisce per non vederlo affatto, o per fraintenderlo. Nascono incomprensioni proprio nel punto in cui servirebbe pi&#249; chiarezza, e il dolore, invece di trovare uno spazio dove scaricarsi, si moltiplica per la solitudine con cui viene portato. Ho imparato, con fatica, quanto sia diverso stare con chi ti lascia dire &#8220;oggi fa male&#8221; senza doverlo giustificare, da stare con chi, anche senza cattiveria, magari sapendo perfettamente della tua condizione, quel dolore lo mette semplicemente da parte. A volte perch&#233; lo metti da parte tu per prima.</p><p>E qui il dolore smette di essere solo una questione privata. Ripensandoci, anche il mio percorso per arrivare a una risposta non &#232; stato immediato. Quelle sensazioni di svenimento date per &#8220;normalit&#224;&#8221;, per problemi di pressione, chiss&#224; le mestruazioni, poi lo svenimento liquidato come episodio isolato, poi l&#8217;holter, poi finalmente qualcuno che ha collegato i puntini. Ricordo il pronto soccorso, quella volta: mi chiedevano quanto mi facesse male la testa, quanto mi facessero male le altre parti del corpo che avevo picchiato a terra cadendo, ero contratta ovunque, e io non sapevo cosa rispondere. Non perch&#233; non sentissi dolore, perch&#233; ne sentivo, ma perch&#233; ci convivo cos&#236; spesso, in forme diverse, che ho smesso di avere un metro con cui misurarlo. Quando qualcosa ti fa male quasi sempre, il dolore smette di essere un evento da segnalare su una scala da uno a dieci e diventa rumore di fondo, e tu non sai pi&#249; distinguere cosa sia l&#8217;emergenza da cosa sia solo un marted&#236;. <br>Le donne, nei dati europei che includono anche la Svizzera, rappresentano circa il 57% delle persone che convivono con dolore cronico, e la disparit&#224; non nasce solo dalla biologia, dalla maggiore incidenza di fibromialgia o malattie reumatiche nel corpo femminile. Nasce anche da come il dolore delle donne viene ascoltato, o non ascoltato, dalla medicina stessa: studi su pronto soccorso e cure primarie mostrano da anni che le donne aspettano pi&#249; a lungo prima di essere visitate per lo stesso livello di dolore riferito, e che i loro sintomi vengono pi&#249; spesso derubricati a &#8220;ansia&#8221; o &#8220;stress&#8221; prima ancora di essere indagati come dolore fisico reale. Non &#232; un dettaglio statistico. &#200; lo stesso meccanismo di cui scrivo spesso qui, applicato al corpo: chi soffre viene ascoltato secondo una gerarchia che non ha niente a che fare con quanto male si prova davvero, e molto a che fare con chi si &#232;, e chi si crede sia normale che soffra di pi&#249;.</p><p>Ma i numeri, da soli, non dicono cosa sia davvero vivere con un dolore costante, n&#233; fisico n&#233; emotivo. Una specie di rumore basso che non smette mai del tutto, e a cui il corpo si abitua fino a dimenticare com&#8217;&#232; non sentirlo. &#200; svegliarsi gi&#224; stanchi di qualcosa che non ha ancora avuto il tempo di succedere. &#200; imparare a fare la spesa, lavorare, ridere con qualcuno, mentre da qualche parte dentro di te c&#8217;&#232; sempre un sottofondo che tira, stringe, avvisa. &#200; non sapere pi&#249;, con certezza, se quello che provi in questo momento sia &#8220;abbastanza&#8221; per dirlo ad alta voce, perch&#233; l&#8217;hai provato cos&#236; tante volte che ha smesso di sembrarti un&#8217;urgenza. Il dolore cronico, fisico o emotivo, &#232; un sussurro che non si interrompe mai, e per questo &#232; pi&#249; facile da ignorare dagli altri e da te stessa.</p><p>Se stai leggendo fin qui, probabilmente sai di cosa sto parlando anche senza che io scenda in altri dettagli. Forse hai un corpo che si ferma, o un cuore che corre, o un dolore che hai smesso di segnalare perch&#233; tanto &#8220;&#232; sempre cos&#236;&#8221;. Forse conosci una persona, partner, un&#8217;amica, un genitore, che quel dolore lo tiene nascosto per non pesare, e tu non l&#8217;hai mai saputo davvero, non perch&#233; non ti importasse, ma perch&#233; a nessuno dei due hanno insegnato come chiederlo o come dirlo. Mi chiedo spesso, scrivendo, se chi mi legge riconosce anche solo un pezzo di quello che descrivo, o se lo trova estraneo, lontano, un&#8217;esperienza che non gli appartiene.  Quindi te lo chiedo direttamente, senza troppi giri: cosa fai tu, con il tuo dolore, quando arriva? Lo dici, lo nascondi, lo trasformi in qualcos&#8217;altro perch&#233; ti sembra troppo per chi hai vicino? C&#8217;&#232; una persona con cui riesci a essere davvero al sicuro nel nominarlo? Scrivimelo nei commenti, se ti va. Non per contarci, ma perch&#233; sospetto che in molte stiamo portando lo stesso peso convinte di essere le uniche, e forse basterebbe dirlo ad alta voce, anche solo qui, per renderlo un po&#8217; pi&#249; leggero.</p><p>Quello che mi porto a casa da questa visita non &#232; una diagnosi. &#200; la conferma di qualcosa che sospettavo da tempo, scrivendo: che il dolore, quello che non si vede, quello che si nasconde dietro un sorriso normale, dietro un &#8220;sto bene&#8221; detto per abitudine o per non pesare, lascia comunque un segno nel corpo, misurabile, con dei numeri su un tracciato, anche quando nessuno intorno a te se n&#8217;&#232; accorto, nemmeno tu, per anni. E che il modo in cui quel dolore viene visto, creduto, curato, non dipende solo da quanto &#232; forte, ma da chi lo porta. Quante persone stanno camminando in giro, in questo momento, con un cuore che va troppo veloce o troppo piano per un dolore che non hanno mai nominato ad alta voce, o che qualcuno ha deciso per loro non valesse la pena di essere ascoltato? Quante ne conosciamo? Quante siamo, noi, e quante volte abbiamo fatto lo stesso a qualcun altro, abbiamo minimizzato un dolore perch&#233; non assomigliava al nostro, perch&#233; non sapevamo come si presentasse in un corpo diverso dal nostro?</p><ul><li><p></p><div><hr></div><p><strong>Fonti</strong></p><ul><li><p>Naomi I. Eisenberger, Matthew D. Lieberman, Kipling D. Williams, <em>&#8220;Does Rejection Hurt? An fMRI Study of Social Exclusion&#8221;</em>, Science, 2003 &#8212; https://www.science.org/doi/10.1126/science.1089134</p></li><li><p>DeWall et al., <em>&#8220;Acetaminophen Reduces Social Pain: Behavioral and Neural Evidence&#8221;</em>, Psychological Science, 2010 (il paracetamolo riduce anche il dolore da rifiuto sociale)</p></li><li><p>Stephen W. Porges, <em>&#8220;Polyvagal Theory: A Science of Safety&#8221;</em>, Frontiers in Integrative Neuroscience, 2022 &#8212; https://www.frontiersin.org/journals/integrative-neuroscience/articles/10.3389/fnint.2022.871227/full <em>(teoria molto diffusa in ambito clinico, ma alcuni aspetti sono dibattuti in ambito accademico &#8212; vedi nota precedente)</em></p></li><li><p>EOC (Ente Ospedaliero Cantonale), <em>&#8220;Dolore acuto e dolore cronico&#8221;</em> &#8212; https://www.eoc.ch/pazienti/malattie-e-trattamenti/d/dolore-acuto-e-dolore-cronico.html (1,5 milioni di persone in Svizzera con dolore cronico, circa 1 su 6; il 39% soffre sempre, il 35% quotidianamente)</p></li><li><p>Helsana, <em>&#8220;Cosa sono i dolori cronici?&#8221;</em> &#8212; https://www.helsana.ch/it/blog/corpo/conoscenza-del-corpo/dolori-cronici.html (conferma indipendente dello stesso dato)</p></li><li><p>Il Messaggero, <em>&#8220;Quando il dolore delle donne &#232; sottovalutato... Gender pain gap&#8221;</em>, 2023 &#8212; https://www.ilmessaggero.it/donna/news/donne_sottovalutazione_dolore_gender_pain_gap-7448511.html (donne che aspettano in media 65 minuti al pronto soccorso contro i 49 degli uomini per dolore addominale acuto; met&#224; probabilit&#224; di ricevere antidolorifici dopo bypass coronarico; dolore spesso derubricato ad ansia)</p></li><li><p>Focus.it, <em>&#8220;Al pronto soccorso il dolore delle donne &#232; sottovalutato&#8221;</em>, 2024 (studio Universit&#224; Ebraica di Gerusalemme, oltre 21.000 pazienti USA/Israele) &#8212; https://www.focus.it/scienza/scienze/pronto-soccorso-dolore-donne-pazienti-sottovalutato-meno-farmaci-attese-lunghe</p></li></ul><p></p></li></ul><div><hr></div><p>L&#8217;immagine in copertina &#232; il quadro Impression, Sunrise, Claude Monet, 1872</p><div><hr></div><p></p><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p><span>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.</span><br><span>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</span></p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong><span>Mattea<br>Hopp&#237;polla</span></strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sentieri fantasma]]></title><description><![CDATA[Di rotture, migrazioni climatiche, un cane confuso e un uomo che ricorda tutto quello che scompare.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/sentieri-fantasma</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/sentieri-fantasma</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Sun, 09 Aug 2026 19:13:04 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/eadfba05-78b7-45c7-a3ae-13160e4f0498_1820x1480.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono in treno, sto tornando verso casa, e non riesco a leggere, non riesco a chiudere gli occhi, non riesco nemmeno ad ascoltare la musica. Sento le dita che fremono, e allora mi dico: sai che c&#8217;&#232;? Possiamo anche scrivere. Lascio che le parole scorrano come vogliono loro, come sempre &#8212; e ci vediamo alla fine di questo pezzo.</p><div><hr></div><p>Sono partita il giorno del suo compleanno, sono arrivata in un posto pieno di cose bellissime e ho pianto quasi tutto il tempo, il primo giorno, non per il posto, ma perch&#233; le cose belle, se non posso pi&#249; raccontargliele, mi restano storte in mano, e mi chiedevo continuamente se da qualche parte anche lei stava guardando qualcosa che valeva la pena guardare. </p><p>Per distrarmi durante il viaggio ho deciso di leggere un libro che mi ha consigliato una collega - <em>Il Ministero del Futuro</em>, di Kim Stanley Robinson: immagina la nascita di un&#8217;agenzia incaricata di difendere gli interessi delle generazioni future davanti al collasso climatico, e si apre con un&#8217;ondata di calore che uccide milioni di persone in pochi giorni. Il treno intanto attraversava una Toscana secca, a tratti bruciata, e ho pensato che non era nemmeno fantascienza ma, solo, forse un anno pi&#249; avanti di questo.</p><p>Il giorno dopo ho portato Sunny Boy a fare una passeggiata che l&#8217;app prometteva facile. Erano sentieri militari, usati durante una guerra, dimenticati subito dopo, e rimasti solo come tracciato fantasma su uno schermo. Abbiamo camminato quaranta minuti in mezzo alla strada, io a tirarlo di lato ogni due passi, lui confuso, io sempre di pi&#249;, finch&#233; non ho pensato &#8220;Che vacanza di merda&#8221;, e volevo andare via, e subito dopo mi sono sentita in colpa, perch&#233; doveva essere una vacanza anche per lui, e invece gli stavo dando solo un sentiero che non esiste pi&#249;, un po&#8217; come certe cose che vorrei ancora dirle e che non hanno pi&#249; nessun posto dove arrivare.</p><p>Alla fine ci siamo seduti su un muretto, io e lui, senza aver concluso niente, solo stanchi, solo l&#236;. Siamo tornati indietro. 14 km di nulla. <br>Ho chiuso tutto e sono andata al mare. Mettersi a mollo e sentire solo il proprio respiro, spostata dalle onde, l&#8217;acqua salata addosso che &#232; l&#8217;unica cosa, in questi giorni, che non mi chiede niente, non chiede come sto, cosa sento, nemmeno di sapere se lei ha passato una bella giornata, se &#232; felice in un qualche modo che io non posso pi&#249; sapere. Nessuna direzione da seguire, nessun sentiero da verificare su un&#8217;app, nessuna domanda da fare o a cui rispondere. Solo il corpo che galleggia, il sole, e basta.</p><p>In spiaggia, di nuovo il libro. Ondate di caldo che uccidono, e penso che chi ha i soldi per un condizionatore sopravvive, chi non li ha no. C&#8217;&#232; chi ha comprato in tempo un ventilatore portatile e chi lo ha rimandato all&#8217;anno prossimo, senza sapere se l&#8217;anno prossimo ci sar&#224;, ed &#232; buffo, misurare il privilegio in gradi di sopravvivenza mentre io misuro il mio lutto in giorni senza una sua risposta, che non arriver&#224; comunque, perch&#233; non posso pi&#249; chiederglielo. Mi rendo conto che mi sono impallata, torno al libro, che racconta anche altro: che una piccola percentuale della popolazione mondiale possiede la gran parte della ricchezza del pianeta, e che esiste gi&#224;, da decenni, un modello, nato in Svizzera, al Politecnico di Zurigo, secondo cui se ogni persona al mondo consumasse non pi&#249; di 2000 watt di energia, distribuiti equamente, ci sarebbe abbastanza per tutti. Abbastanza cibo, abbastanza spazio, luce, energia. Un conto che qualcuno ha gi&#224; fatto e che il mondo ha scelto di ignorare.</p><p>Mentre lo leggevo, un uomo nero passava tra gli ombrelloni con la merce sulle spalle, riparato dal sole con un ombrellone, a vendere qualcosa a persone che per la maggior parte lo ignoravano. Io per prima. Non ho comprato niente, ma non sono riuscita a smettere di guardarlo, e ho pensato che forse avrei dovuto almeno offrirgli una bottiglia d&#8217;acqua, qualcosa contro quel sole sotto cui io, che potevo permettermi di entrare in mare quando volevo, mi lamentavo di scottarmi. Lui aveva attraversato per arrivare fin l&#236; un percorso che io non riesco nemmeno a immaginare - o se lo immagino, non posso capirlo davvero. Il libro parla di un 1% e di tutti gli altri come se fosse un&#8217;astrazione statistica. In spiaggia non lo &#232;. Gli ho chiesto cosa volesse, lui. Gli ho comprato un te freddo, gliel&#8217;ho dato, mi ha sorriso, e ha continuato a camminare. Non so se lo ha bevuto.<br><br>Mi sono rimessa a leggere e ho pensato che in quei giorni, a casa, era stata diramata un&#8217;allerta idrica: uso parsimonioso dell&#8217;acqua, i primi cartelli gi&#224; a luglio. Un politico dal codino famoso - non far&#242; il suo nome, non voglio dargli lo spazio che cerca - ha trovato un solo commento da fare: colpa degli stranieri, siamo troppi. Non lo ha scritto, esplicitamente, ma lo sappiamo benissimo. Non della siccit&#224; che si allunga ogni anno. Non del pianeta che si scalda. Degli stranieri. Ho sentito la vergogna salire dallo stomaco fino alla gola, la stessa che si prova quando qualcuno vicino a te dice ad alta voce una cosa orribile e tu capisci, con un ritardo di un secondo, che dovresti rispondere e non trovi le parole abbastanza in fretta. Perch&#233; il ragionamento che gli manca, e che forse manca a molte altre persone, &#232; proprio quello che avevo tra le mani su quella spiaggia: il caldo che uccide spinge le persone a muoversi, si sono sempre mosse per sopravvivere, e si muoveranno sempre di pi&#249;, e un giorno non cos&#236; lontano potremmo essere noi a dover partire per cercare acqua, ombra, un posto dove restare vivi. L&#8217;uomo che vendeva la sua merce sotto il sole non era un problema da contenere. Era gi&#224; il futuro di cui parlava il libro che avevo in mano, arrivato prima di quanto chiunque volesse ammettere.</p><p>Il primo rapporto dell&#8217;IPCC lo scriveva gi&#224; nel 1990, molti anni prima di questa spiaggia: il clima avrebbe spinto milioni di persone a spostarsi. Trentasei anni sono pi&#249; della mia stessa vita, e nel frattempo quel numero &#232; diventato preciso. 216 milioni di persone, dice oggi la Banca Mondiale, costrette entro il 2050 a migrare solo dentro i confini del proprio paese per la crisi climatica. Un numero enorme, che avrei fatto fatica a immaginare se non l&#8217;avessi visto restringersi a un solo uomo, sotto un telo, in mezzo a una spiaggia. E c&#8217;&#232; un altro numero che mi porto dietro da quella lettura: circa l&#8217;80% delle persone migranti nel mondo, a causa del clima, sono donne. Nei paesi pi&#249; colpiti dalla siccit&#224; sono le donne a percorrere chilometri per portare a casa l&#8217;acqua, sono le donne a perdere per prime il reddito quando arriva un disastro, e la violenza contro di loro cresce insieme alla temperatura, non a caso: gli studi parlano di un aumento dei femminicidi del 28% durante le crisi climatiche. Il clima che cambia non colpisce tutti allo stesso modo, e non &#232; nemmeno vero che colpisca i due sessi allo stesso modo. <br>(E, visto che spesso capita di scrivere cose e di sapere che ci sono persone che ne hanno scritto meglio, vi lascio <a href="https://www.rsi.ch/cultura/societa/Avere-caldo-%C3%A8-una-questione-di-classe-genere-salute--3929946.html">QUI </a>un pezzo di <span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Elena Panciera&quot;,&quot;id&quot;:4180512,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a47173e4-ccb1-4d85-9fb9-0a442951c13c_1080x1080.png&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;28fd7a9c-4b16-4263-a901-7c3638ee6986&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span>, che ne ha scritto per RSI. &#200; bello vedere come, con lei, siamo spesso sulla stessa lunghezza d&#8217;onda sulle riflessioni che facciamo).<br><br>E nel frattempo quell&#8217;1% che possiede la ricchezza del mondo ha continuato a chiudersi nelle proprie case grandi e fresche, con l&#8217;aria condizionata che gira senza pensieri, mentre fuori qualcuno vende merce sotto un telo per sopravvivere, e viene additato se prova a cercare un posto migliore. <br>E se anche voi, leggendo, avete sentito la stessa vergogna salire dallo stomaco che ho sentito io su quel marciapiede inesistente, allora forse &#232; da l&#236; che possiamo ricominciare, insieme, a settembre.</p><p>Anche ridurre la propria impronta ecologica, del resto, &#232; gi&#224; un privilegio, prima ancora che una scelta. Comprare meno, comprare meglio, andare direttamente dai produttori, scegliere ci&#242; che inquina meno: tutto questo costa di pi&#249;, o costa tempo e il tempo, quando devi far quadrare un affitto e una spesa, &#232; l&#8217;unica cosa che non hai da regalare a nessuno, nemmeno al pianeta. Eppure, mentre leggevo tutto questo sotto un ombrellone, ho pensato alle rinunce che ho gi&#224; fatto - sono vegana, non ho la macchina, ho smesso di comprare certe cose per motivi che mi sembravano non negoziabili. E per un momento ho pensato che non servisse quasi a niente, se il resto del mondo continua a bruciare comunque, se un 1% pu&#242; permettersi di ignorare ogni rinuncia mia e di chiunque altro. Il libro, in un certo senso, mi d&#224; ragione e torto insieme: dice che il piccolo gesto conta, che la societ&#224; non &#232; un&#8217;astrazione ma miliardi di gesti uguali al mio, e che il &#8220;tanto da sola non cambio niente&#8221; &#232; il pensiero che tiene tutto fermo. Ma non si accontenta di questa consolazione. Racconta anche un mondo in cui il cambiamento vero arriva solo dopo una catastrofe che uccide milioni di persone in pochi giorni, e in cui a un certo punto compaiono gruppi disposti a fare molto pi&#249; che boicottare un prodotto o saltare una manifestazione delusa, arrivano a colpire chi continua a inquinare con mezzi che io, da qui, dal mio ombrellone, non so nemmeno se riesco a immaginare di approvare. Non so rispondere a questa parte del libro. Non so se le mie rinunce, i miei boicottaggi, le mie giornate in piazza bastino davvero, o se io stessa, di fronte alla realpolitik che descrive, mi fermerei un passo prima di quello che servirebbe. &#200; una domanda che mi porto a casa senza risposta, ed &#232; forse pi&#249; onesto lasciarla cos&#236; che fingere di averla risolta qui, su questa sabbia.</p><p>Il problema, semmai, resta anche un altro: che troppe volte si scende in piazza una volta, ci si sente a posto - ho fatto la mia parte, sono stata l&#236; - e se il giorno dopo non cambia nulla, si smette di andarci, delusi, invece di tornare la settimana dopo, e quella dopo ancora. E c&#8217;&#232; chi resta a casa dall&#8217;inizio, infastidito da chi manifesta, perch&#233; sente che qualcosa del proprio privilegio &#232; messo in discussione, senza mai fermarsi a chiamarlo con il suo nome: privilegio, appunto, non fastidio.</p><p>Poi ho conosciuto Raimondo. Settant&#8217;anni, un cane anche lui, e la stessa voglia di camminare che avevo io, e ci siamo ritrovati a fare diciassette chilometri insieme, quasi senza accorgercene. E le mattine dopo, ancora. Parlava tantissimo, di tutto, di s&#233; (a un certo punto mi ha detto, ridendo, che era nato nel Millequattrocento), e camminava con una piccola cassa attaccata ai pantaloni, e metteva musica diversissima, un pezzo dopo l&#8217;altro senza un filo apparente. Ogni tanto rallentava e mi indicava qualcosa: qui c&#8217;era un negozio, adesso &#232; chiuso. Qui c&#8217;&#232; stato un incendio, l&#8217;anno scorso. Quello che abitava l&#236;, mi diceva, &#232; morto di tumore, l&#8217;altro non l&#8217;ho pi&#249; visto, chiss&#224;. Camminava nel suo stesso paese e nei boschi attorno fino a Camaiore come in un cimitero di cose che conosceva ancora bene ma che non esistevano pi&#249;, persone, negozi, alberi, pezzi interi di una vita che si spegnevano uno alla volta, e lui li nominava tutti, uno per uno, senza fermarsi troppo su nessuno, come se elencarli fosse l&#8217;unico modo che aveva per non lasciarli andare del tutto. Mi ha fatto pensare a quanto poco, di solito, guardiamo quello che ci circonda. Mi sono chiesta quanto vedo, io, quante cose scompaiono anche nella mia vita senza che io le nomini mai.</p><p>A un certo punto ha messo canzoni d&#8217;amore, una dietro l&#8217;altra, e mi sono fatta seria, buia, senza nemmeno accorgermene. Lui se n&#8217;&#232; accorto. Mi ha guardata e mi ha detto: ma sei triste? Cosa c&#8217;&#232;? E ha spento la musica, di colpo, come se avesse capito tutto senza bisogno che gli spiegassi niente. <br>&#8221;Tu non parli molto eh&#8221;. Dipende, gli ho risposto. Ci sono dei momenti in cui mi rendo conto di avere poco da dire. Stavo pensando a lei, in quel momento, e al fatto che non avrei potuto raccontarle niente di tutto questo, di Raimondo, dei diciassette chilometri, delle risate, dei negozi chiusi che lui elencava come un rosario, degli incendi, delle canzoni d&#8217;amore, del mare.</p><p>Poi, quasi a scusarsi, mi ha detto una cosa seri, lui che aveva parlato per ore, tra battute e cose inventate per farmi ridere, tra un negozio chiuso e l&#8217;altro. Mi ha detto che anche se non parlavo tanto, si capiva lo stesso che ero una bella persona con cui stare, con cui passare il tempo. E che avevo una risata bellissima. Non stare mai, mi ha detto, con qualcuno che non ti fa ridere cos&#236;. Vale la pena che quella risata ci sia. <br>Ma il fatto &#232; che io ridevo anche con lei. Ma, pi&#249; che ridere, io mi sentivo tranquilla. Per un certo periodo, pure al sicuro. E come glielo dici a un uomo di settant&#8217;anni che nel casino e nell&#8217;incertezza che lui stesso mi stava mostrando attorno a noi, lei era stata un posto sicuro. Fino al nostro incendio, e poi non lo era stato pi&#249;. </p><p>Ma camminare accanto a un settantenne sconosciuto che vedeva spegnersi pezzo per pezzo il posto in cui aveva vissuto una vita intera mi ha rimesso le cose in prospettiva pi&#249; di quanto abbia fatto il mare da solo. Sunny Boy, alla fine, si &#232; addormentato sotto l&#8217;ombrellone con le zampe nella sabbia, come se il sentiero fantasma dei giorni precedenti non fosse mai esistito. Era felice, ed io anche. La penso ancora, certo. Anche quando sto vivendo appieno, anche quando sto pensando a tutt&#8217;altro, anche mentre leggo di milioni di persone morte per un&#8217;ondata di caldo, mi arriva improvvisa. <br>&#8220;Just in case you&#8217;re wondering, yes, still, a lot, and with all my soul.&#8221;.<br>Ma, relativizzo, non perch&#233; il dolore sia sparito, ma perch&#233; ho scelto, almeno oggi, di dargli meno spazio di quanto ne prenderebbe da solo. Anche il dolore, in fondo, chiede uno spazio che va negoziato ogni giorno: quanto gli dai, quanto ne tieni per te, quanto lo lasci parlare prima di rimetterti a camminare.<br>Allora continuo a camminare sui sentieri sbagliati, a galleggiare dentro l&#8217;acqua salata, dentro un lutto che non posso chiamare per nome, dentro una rabbia che invece un nome ce l&#8217;ha, e che non ho pi&#249; intenzione di abbassare la voce per dirlo. La marea sale e scende. Io resto a guardarla, con la stessa freddezza lucida con cui voglio tornare a guardare tutto il resto.<br><br>Perch&#233; forse la vera domanda, per questo settembre, non &#232; quanto io riesca a relativizzare il mio dolore, ma quanto tutti noi, ogni giorno, scegliamo di relativizzare il dolore di chi sta molto peggio di noi. Quanta acqua, quanta ombra, quanto spazio siamo disposti a lasciare a chi non ha n&#233; l&#8217;una n&#233; l&#8217;altra? <strong>E quando arriver&#224; il nostro turno di cercarle altrove - perch&#233; arriver&#224; - chi sceglieremo di diventare?</strong></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Se vuoi restare in contatto e continuare a leggere quello che scrivo, puoi iscriverti qui</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><div><hr></div><p><strong>Fonti</strong></p><ul><li><p>IPCC, <em>First Assessment Report</em>, Working Group II, 1990 <a href="https://www.ipcc.ch/report/climate-change-the-ipcc-1990-and-1992-assessments/ipcc-first-assessment-report-table-of-contents/">https://www.ipcc.ch/report/climate-change-the-ipcc-1990-and-1992-assessments/ipcc-first-assessment-report-table-of-contents/</a></p></li><li><p>World Bank, <em>Groundswell: Acting on Internal Climate Migration</em>, 2021 (216 milioni di migranti climatici interni entro il 2050) <a href="https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2021/09/13/climate-change-could-force-216-million-people-to-migrate-within-their-own-countries-by-2050">https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2021/09/13/climate-change-could-force-216-million-people-to-migrate-within-their-own-countries-by-2050</a></p></li><li><p>UN News / Spotlight Initiative, <em>&#8220;Climate crisis driving surge in gender-based violence&#8221;</em>, 2025 (+28% di femminicidi durante le ondate di caldo) <a href="https://news.un.org/en/story/2025/04/1162461">https://news.un.org/en/story/2025/04/1162461</a></p></li><li><p>Wikipedia, <em>&#8220;2000-watt society&#8221;</em> (concetto nato all&#8217;ETH di Zurigo nel 1998) <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Societ%C3%A0_a_2000_Watt">https://en.wikipedia.org/wiki/2000-watt_society</a><br>ma c&#8217;&#232; questo bel documento: <a href="https://pubdb.bfe.admin.ch/it/publication/download/8827">QUI ADMIN</a></p></li><li><p>&#8220;Transizione ecologica e periferie. Costi elevati per le fasce deboli?&#8221; &#8212; <a href="https://www.laveracronaca.com/inchieste/transizione-ecologica-periferie-rischio-costi-elevati-fasce-deboli/">https://www.laveracronaca.com/inchieste/transizione-ecologica-periferie-rischio-costi-elevati-fasce-deboli/</a></p></li></ul><p><strong>Nota sul dato &#8220;80% dei migranti climatici sono donne&#8221;:</strong> &#232; una cifra ancora citata da agenzie ONU (OHCHR, UNICEF, UN Environment), ma un&#8217;inchiesta di <em>Undark</em> (2023) ne ha ricostruito l&#8217;origine incerta. Nasce da un dato del 1999 sui &#8220;rifugiati e sfollati&#8221; (non specificamente climatici) riferito a &#8220;donne e bambini&#8221;, da cui la parola &#8220;bambini&#8221; &#232; sparita nelle citazioni successive. <br><br>L&#8217;immagine di copertina &#232; un quadro di Lynn Parotti, <em>Landfall II</em>, 2013-2019. TERN Gallery<br></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p><span>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.</span><br><span>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</span></p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong><span>Mattea<br></span>Hopp&#237;polla</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Prove di nuove architetture.]]></title><description><![CDATA[Non sapevo pi&#249; dove mettere le mani.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/prove-di-nuove-architetture</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/prove-di-nuove-architetture</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Wed, 29 Jul 2026 14:01:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e16d5439-c9f7-4a34-8b87-9dc244e7cbd4_800x849.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non sapevo pi&#249; dove mettere le mani.</p><p>Per settimane ho guardato lo schermo come si guarda un oggetto diventato estraneo. Uno specchio che aveva smesso di riconoscermi, restituendomi un riflesso che non sentivo mio. Le parole non arrivavano. O forse erano tutte l&#236;, ma irraggiungibili. &#200; un&#8217;esperienza che ti svuota, quando le parole si ritirano dal sistema nervoso e restano prigioniere di qualcosa che non sai ancora nominare.<br>Io, che vivo di parole.</p><p>Per mesi ho continuato a tirare una corda che era gi&#224; consumata. Continuavo a pensare che bastasse un po&#8217; pi&#249; di forza, un po&#8217; pi&#249; di pazienza, un ultimo tentativo. Poi la corda si &#232; spezzata. E il silenzio, quello vero, ha preso il posto di tutto il resto. Ma non voglio pi&#249; fare l&#8217;inventario dei danni. I danni sono l&#236;. Esistono. Non hanno bisogno che li conti ancora.</p><p>Ho scoperto che esiste una geometria anche nei crolli. La impari soltanto quando ti crolla addosso quello che chiamavi casa.</p><p>Da sempre progetto interni. Traccio linee, misuro distanze, immagino spazi che sappiano accogliere. Ho sempre creduto che un perimetro fosse una promessa di protezione. Poi arrivano giorni in cui quel perimetro salta. La stanza si allarga fino a diventare irriconoscibile e tu resti in mezzo, incapace perfino di capire dove finisce il pavimento.</p><p>&#200; allora che impari che i muri non sono mai neutri. Non quelli della casa che non riesce pi&#249; a tenerti in piedi. Non quelli delle citt&#224; che continuano a escludere chi non corrisponde alla misura prevista. Non quelli che costruiamo con le parole. Perch&#233; anche le parole sono architetture invisibili. Possono ferire, respingere, isolare. <br>Oppure accogliere, sostenere, tenere insieme ci&#242; che sembrava perduto.</p><p>E quando perdi la persona con cui parlavi la stessa lingua, quella che capiva il significato delle pause prima ancora delle frasi, succede una cosa strana: non perdi soltanto qualcuno. Perdi anche il dizionario con cui avevi imparato a leggere una parte di te.</p><p>All&#8217;inizio pensi che nessun&#8217;altra persona sapr&#224; pi&#249; tradurti.</p><p>Poi, lentamente, scopri che il mondo &#232; pieno di interpreti. Nessuna parler&#224; quella lingua nello stesso modo. Ma alcune sapranno comunque aiutarti a costruirne una nuova.<br>Forse &#232; questo che ho fatto in questo tempo di silenzio, e che continuer&#242; a fare. Ho smesso di cercare le parole che avrebbero potuto riportarmi indietro e ho iniziato, piano, a cercare quelle capaci di portarmi avanti.</p><p>Per questo, da settembre, <em>Chiamatemi Mattea</em> torna a essere ci&#242; che aveva sempre desiderato diventare: un laboratorio.<br>Un luogo in cui la vita privata incontra quella collettiva. Dove una crepa personale diventa uno strumento per leggere le crepe del mondo. Continueremo a parlare di linguaggio, di politiche sociali, di salute mentale, di urbanistica, di femminismi, di citt&#224; che accolgono e di citt&#224; che respingono. Di tutte quelle strutture, visibili e invisibili, che decidono ogni giorno chi pu&#242; abitare uno spazio e chi, invece, ne viene esclusa.<br>Non vi racconter&#242; la favola della guarigione.<br>La salute mentale non &#232; una strada dritta. Assomiglia molto di pi&#249; a una marea: ci sono giorni in cui restituisce tutto e giorni in cui porta via perfino il respiro.<br>Ma oggi so una cosa.</p><p>Voglio tornare ad avere curiosit&#224;. Voglio continuare a fare quello che ho sempre fatto: osservare le strutture, smontarle, capire come funzionano e immaginare modi diversi di costruirle.<br>Anche dentro di me.<br>Il posto accanto resta vuoto.</p><p>&#200; un vuoto che, adesso, ha ancora la densit&#224; di un buco nero. So che un giorno diventer&#224; altro. Forse uno scavo archeologico: un luogo da attraversare con rispetto, senza pi&#249; pretendere di ricostruire ci&#242; che non esiste.</p><p>E mi va bene cos&#236;.</p><p>Settembre &#232; soltanto una data sul calendario. Il vero inizio &#232; questo.</p><p>Ricomincio a scrivere perch&#233; scrivere &#232; l&#8217;unico modo che conosco per rimettere in ordine ci&#242; che il dolore aveva sparso ovunque. La pagina bianca, in fondo, non mi ha mai chiesto di essere diversa da come sono.</p><p>E allora metto via la penna che continuava a cercarti.<br>Chiudo il cassetto dei messaggi mai partiti.<br>Ti lascio andare con queste pagine e con l&#8217;unica cosa che, oggi, posso davvero regalarti: il mio silenzio.</p><p>Ti auguro di trovare una casa che sappia custodirti.</p><p>Io, intanto, ricomincio a costruire la mia.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Silenzio]]></title><description><![CDATA[Quando il mondo smette di essere attraversato insieme]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/silenzio</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/silenzio</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Sun, 07 Jun 2026 19:29:57 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/45a68a14-4885-4d26-99ef-19a19b4e06a9_740x493.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non so bene da dove cominciare.</p><p>Forse perch&#233; per la prima volta da molto tempo non sto cercando di capire qualcosa. O forse s&#236;, ma senza riuscirci, come se il pensiero arrivasse sempre un attimo dopo, quando la cosa che cercava di afferrare ha gi&#224; cambiato forma. Negli ultimi mesi ho aperto decine di file vuoti. Alcuni sono diventati bozze. Altri sono rimasti soltanto titoli. Alcuni li ho riletti dopo giorni e mi sono sembrati scritti da qualcuno che mi assomigliava appena. Le parole erano corrette, il ritmo riconoscibile, ma mancava quella cosa che di solito non so nominare e che pure riconosco sempre: una direzione interna.</p><p>Come quando si entra in una casa che si conosce bene e ci si accorge che l&#8217;odore &#232; cambiato. Le stanze sono le stesse. I mobili sono gli stessi.<br>Ma non &#232; pi&#249; casa.</p><p>Continuavo a pensare che il problema fosse la scrittura. Poi ho capito che forse la scrittura non c&#8217;entrava. Perch&#233; le parole arrivano ancora. &#200; il significato che si ritira un passo prima, come se non trovasse pi&#249; dove appoggiarsi.</p><p>Le cose succedono. Le sento. Alcune fanno male. Alcune moltissimo.<br>Piango quasi tutti i giorni.</p><p>Eppure c&#8217;&#232; una parte di me che sembra essersi spostata di lato, come se osservasse tutto da una distanza che non riesco a colmare. Il dolore occupa alcune stanze precise, ma il resto resta vuoto in un modo che non so nominare. Nel frattempo la vita continua con una sua leggerezza indifferente: faccio la spesa, rispondo ai messaggi, metto una lavatrice, esco a bere un caff&#232;, rido persino. Sinceramente, rido.</p><p>E proprio l&#236;, in quella continuit&#224; normale delle cose, si apre la frattura.</p><p>Non &#232; il dolore a essere difficile.</p><p>&#200; la distanza.</p><p>La distanza fra ci&#242; che sento quando arriva e ci&#242; che non riesco pi&#249; a trattenere nel resto del tempo. Per molto tempo ho pensato che scrivere servisse a questo: a prendere ci&#242; che si muove dentro e dargli una forma che lo renda abitabile.</p><p>Una frase.</p><p>Un&#8217;immagine.</p><p>Un pensiero.</p><p>Un senso.</p><p>Ma ci sono periodi in cui la vita si sottrae a questo processo. Non perch&#233; sia misteriosa. Perch&#233; &#232; troppo vicina. E allora non si lascia raccontare. O meglio: si lascia attraversare, ma non ancora nominare. Credo che sia questo il punto in cui mi trovo. In una terra che non ha ancora lingua.</p><p>Non sono pi&#249; la persona che ero qualche mese fa. Ma non sono ancora quella che sar&#242;. E nel mezzo c&#8217;&#232; uno spazio che non ha coordinate, una specie di sospensione senza appigli, dove ogni giorno ricomincio senza sapere da dove.</p><p>E poi c&#8217;&#232; lei.</p><p>Non come presenza che manca soltanto. Ma come centro attorno a cui una parte del mondo si era organizzata senza che me ne accorgessi. Con lei non si parlava soltanto. Si costruiva una lingua. Succedeva lentamente, senza intenzione, come succedono le cose che sembrano inevitabili solo dopo. Una parola diventava un gesto. Un gesto diventava un modo di nominare il mondo. E il mondo, cos&#236;, prendeva una forma che prima non aveva. <br>Adesso quella lingua non risponde pi&#249;.<br>Non si interrompe con un rumore. Semplicemente non trova pi&#249; una seconda voce che la confermi. E quello che resta non &#232; solo il silenzio tra due persone.<br>&#200; il silenzio di una lingua che non ha pi&#249; interlocuzione.<br>Un silenzio che non riposa. Non consola. Non si lascia abitare facilmente.<br>Ogni giorno lo incontro nello stesso punto. Nel pensiero che parte ancora verso di lei prima di ricordarsi che non c&#8217;&#232; pi&#249; risposta. Nel gesto quasi automatico di raccontare qualcosa che non trover&#224; pi&#249; ascolto preciso. Nel modo in cui alcune parole restano sospese, come se avessero perso la loro destinazione naturale.</p><p>E io non so ancora come stare l&#236;.</p><p>Non so ancora come abitare un silenzio che non ho scelto, che non ho desiderato, e che non si lascia trasformare in qualcos&#8217;altro senza resistenza. Perch&#233; la verit&#224; &#232; che negli ultimi mesi ho sempre scritto dentro una relazione. Anche quando ero sola. C&#8217;era sempre un &#8220;noi&#8221; implicito. Una presenza che teneva insieme il pensiero. Una risposta possibile.</p><p>Adesso quel &#8220;noi&#8221; non c&#8217;&#232; pi&#249; nella forma in cui dava al mondo il suo peso. E questo cambia tutto. Cambia il modo in cui penso. Cambia il modo in cui sento. Cambia il modo in cui le parole arrivano, come se avessero perso il loro punto d&#8217;appoggio. E a volte ho la sensazione che non sia soltanto lei a mancarmi. Ma il mondo cos&#236; com&#8217;era quando veniva attraversato insieme. Per questo non &#232; un blocco. &#200; un passaggio.</p><p>Un passaggio senza ponte. Un punto in cui non so ancora chi sto diventando, ma so abbastanza chiaramente chi non sono pi&#249;. E forse devo restare qui.<br>Non per capire. Non per risolvere. Ma per non tradurre troppo in fretta quello che ancora non ha trovato la sua lingua nuova.</p><p>Quindi credo che far&#242; una cosa semplice.</p><p>Non prover&#242; a riempire questo silenzio.</p><p>Non prover&#242; a dargli subito un nome, n&#233; una forma, n&#233; quella falsa sensazione di ordine che a volte la scrittura costruisce quando ha paura di restare sospesa. Perch&#233; questo silenzio non &#232; neutro. Non &#232; uno spazio vuoto. &#200; un silenzio che ha un peso preciso, quasi fisico, e che non nasce dal niente. &#200; il tipo di silenzio che arriva quando una lingua si interrompe a met&#224; frase. Quando le parole che prima esistevano senza sforzo smettono improvvisamente di avere un luogo dove appoggiarsi.</p><p>Perch&#233; con alcune persone non si parla soltanto. Si costruisce una lingua.</p><p>Non ce ne accorgiamo mentre succede. Succede come succedono le cose vere: lentamente, senza dichiarazioni, senza intenzione. Una parola che diventa un gesto. Un gesto che diventa una grammatica.</p><p>Un modo di nominare il mondo che non esisteva prima e che, proprio per questo, sembrava inevitabile. E poi, a un certo punto, quella lingua si interrompe. Non si rompe in modo spettacolare. Non fa rumore.</p><p>Semplicemente smette di essere condivisa. E quello che resta non &#232; solo l&#8217;assenza di una persona. &#200; l&#8217;assenza di un&#8217;intera possibilit&#224; di significare le cose. Questo silenzio &#232; questo. Non il silenzio del mondo. Ma il silenzio di una lingua che non viene pi&#249; rispecchiata da nessuno.</p><p>Ogni giorno lo incontro nello stesso punto. Nel pensiero che parte ancora verso di lei prima di ricordarsi che non c&#8217;&#232; risposta. Nel gesto che non trova pi&#249; destinazione. Nel modo in cui alcune parole restano sospese, come se avessero perso il loro appoggio.</p><p>E io non so ancora come stare l&#236;. Non so ancora come abitare un silenzio che non ho scelto. Che non ho desiderato. Che non so ancora attraversare. E non prover&#242; a farlo diventare altro. Non prover&#242; a trasformarlo in una spiegazione. Non prover&#242; a renderlo pi&#249; leggero. Lo lascer&#242; essere quello che &#232;. Un luogo. Uno spazio. Una sospensione che non so ancora nominare senza tradirla.</p><p>Ci rivediamo a fine agosto, o all&#8217;inizio di settembre.</p><p>Quando le parole avranno di nuovo un posto dove appoggiarsi.</p><p>O quando io avr&#242; imparato, almeno un po&#8217;, a stare dentro questa lingua interrotta senza farmi male ogni volta che la ascolto.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Le cose che non attraversiamo.]]></title><description><![CDATA[Vergogna, appartenenza e il costo invisibile della rinuncia]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/le-cose-che-non-attraversiamo</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/le-cose-che-non-attraversiamo</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Wed, 13 May 2026 08:02:24 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/3221a7cd-246a-4393-bf45-97c8824d664c_2200x2996.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Okay, sono tornata. Credo.</p><p>O almeno, &#232; tornata la parte di me che a un certo punto comincia a pensare troppo alle cose e, invece di lasciarle sedimentare, apre un file vuoto e prova a sopravvivere scrivendo.</p><p>L&#8217;ultimo pezzo si chiamava <em><a href="/__u/substack.com/home/post/p-195874772">Non riesco a scrivere</a></em>.<br>Che era vero. &#200; vero. Anche se &#232; uscito una settimana fa ed io ora sono qui.</p><p>Perch&#233; poi mi sono ritrovata con questa riflessione, che ha continuato a girarmi attorno, lo ha fatto per un sacco di settimane, ancor prima di scrivere l&#8217;ultimo pezzo, e mi si &#232; attaccata addosso. E alla fine ho capito che non sarei riuscita a uscirne senza attraversarla fino in fondo.</p><p>Quindi (ri)eccomi qui. Almeno oggi.</p><p>A mettere ordine.<br>A disordinarmi meglio.<br>A lasciare che certe paure abbiano finalmente un linguaggio invece di restare solo tensione nel corpo.</p><p>Quando sono arrivata in fondo a questo testo, ho sentito una cosa semplice: queste parole mi contenevano davvero.</p><p>E per ora basta cos&#236;.</p><p>Ciao.</p><div><hr></div><p>C&#8217;erano due mani strette sopra un tavolo.<br>Non forte abbastanza da attirare l&#8217;attenzione.<br>Non piano abbastanza da sembrare innocue.</p><p>Attorno, il rumore normale delle persone. Tazzine. Sedie trascinate. Qualcuno che parlava troppo forte. Una porta che continuava ad aprirsi e chiudersi, camerieri a muoversi.</p><p>E poi quei due corpi fermi.<br>Gli occhi, invece, no.<br>Gli occhi avevano gi&#224; ceduto tutto.</p><p>Certe volte l&#8217;amore non si vede dagli abbracci.<br>Si vede da quello che gli esseri umani fanno per impedirsi di abbracciare qualcuno.</p><p>Le dita si stringevano come fanno alcune persone quando stanno cadendo e cercano qualcosa che le tenga ancora qui. Ma il resto del corpo rimaneva immobile. Composto. Seduto diritto. Con quella tensione tipica delle persone che trattengono qualcosa da troppo tempo. Le spalle ferme. La mandibola rigida. Il respiro corto, educato. Come se contenersi fosse diventata una professione.</p><div><hr></div><p>&#200; strano il momento in cui la paura smette di sembrare paura. Succede lentamente. All&#8217;inizio ha ancora un nome onesto. Dice: ho paura. Poi diventa pi&#249; sofisticata. Pi&#249; adulta. Pi&#249; presentabile.<br>Dice: non &#232; il momento, ci sono troppe cose da gestire, potrei ferire qualcuno, &#232; complicato, non ho l&#8217;energia.<br>E quasi mai sono bugie.<br>Questo, fa la paura: usa argomenti ragionevoli.</p><p>Bisogna dire anche questo, per&#242;: la paura non &#232; stupida.</p><p>Spesso ha imparato da qualcosa di reale. Sa dove si fa male perch&#233; ci si &#232; gi&#224; fatte male, o perch&#233; si &#232; visto fare male a qualcun&#8217;altra. Sa riconoscere certi silenzi a tavola. Certi cambi di tono. Certi affetti che diventano freddi all&#8217;improvviso. Sa il peso di una stanza che si svuota quando entri.</p><p>La paura sociale, quella che dice &#8220;non puoi, non dovresti, non &#232; il momento<em>&#8221;</em>, non nasce dal nulla. Nasce da sistemi che hanno punito certe forme di desiderio, certe scelte, certi amori. Nasce dalle facce delle persone che amiamo quando deludiamo le loro aspettative. Nasce dalla memoria del corpo.<br>Perch&#233; il corpo ricorda tutto.</p><p>Ricorda il battito accelerato prima di dire la verit&#224;.<br>Ricorda le notti passate a provare conversazioni nella testa.<br>Ricorda la nausea di chi aspetta una reazione.<br>Ricorda cosa significa sentirsi improvvisamente fuori posto in casa propria.</p><p>Io ci ho messo tredici anni a fare coming out.</p><p>Tredici anni per capire che fingere non mi avrebbe resa felice, avrebbe solo reso pi&#249; sopportabile l&#8217;infelicit&#224;. Tredici anni per capire che continuare a essere accettata da tutti non valeva il prezzo di sparire da me stessa. Quando l&#8217;ho detto a mia madre, per settimane quasi non mi ha parlato.<br>Sono stata fortunata, poteva andare peggio. Lo so. <br>Lo penso davvero.</p><p>Eppure ancora oggi esiste una forma di silenzio nei miei confronti che fa male. Le mie relazioni vengono lasciate ai margini. Non ci sono domande spontanee, curiosit&#224;, naturalezza. La mia vita affettiva a volte viene trattata come si trattano certe crepe nei muri: imparando a guardare leggermente pi&#249; in l&#224;.</p><p>Anche questa &#232; paura.<br>Quella che riorganizza gli affetti senza dirlo.</p><p>Per questo non basta dire &#8220;abbi coraggio&#8221;. Perch&#233; il coraggio non cancella la memoria. E la memoria, spesso, ha ragione. Il problema non &#232; la paura in s&#233;.<br>Il problema &#232; quando la paura smette di essere una risposta e diventa una residenza.</p><p>Alcune persone imparano molto presto a negoziare con s&#233; stesse. Non smettono di desiderare. Smettono di autorizzarsi.</p><p>&#200; diverso.</p><p>Perch&#233; il desiderio continua a esistere. Si vede negli occhi. Nelle mani. Nelle pause troppo lunghe prima di salutarsi. Nel modo in cui certe persone si sfiorano appena, come se addosso avessero corrente elettrica. Ma intanto cresce un&#8217;altra cosa: la distanza fra ci&#242; che si sente e ci&#242; che si pensa di poter sostenere.</p><p>Sono felice.<br>Questa felicit&#224; potrebbe distruggere l&#8217;equilibrio della mia vita.<br>Ti amo.<br>Non so se sopravvivrei allo sguardo degli altri.<br>Vorrei restare.<br>Non so reggere tutto quello che questo significherebbe.</p><p>E allora la mente prova a salvarsi come pu&#242;. Cerca una forma meno dolorosa del conflitto. A volte la trova nella rinuncia. Non perch&#233; l&#8217;amore non basti.<br>Ma perch&#233; la paura occupa pi&#249; spazio. <br>La paura, soprattutto quella sociale, raramente arriva come un&#8217;esplosione. Non entra nella vita sfondando porte. &#200; molto pi&#249; raffinata.<br>Amministra. Fa conti. Calcola conseguenze. Simula scenari. Anticipa catastrofi. Immagina conversazioni mai avvenute e le trasforma in sentenze definitive. E quasi sempre lo fa nel silenzio. Questa &#232; forse la parte pi&#249; devastante. Le persone parlano pochissimo della loro paura vera. Parlano dei problemi pratici, del tempo, delle difficolt&#224;, della stanchezza. Ma raramente si siedono davanti a qualcuno dicendo &#8220;ho paura che questa felicit&#224; mi costi il posto che occupo nel mondo&#8221;.</p><p>Eppure &#232; l&#236; che succede quasi tutto. Perch&#233; le paure taciute diventano assolute. Nessuno le attraversa abbastanza da capire quanto siano reali, quanto siano esagerate, quanto siano modificabili. Restano chiuse dentro la mente, dove ogni possibilit&#224; prende automaticamente la forma del disastro.</p><p>Eviti una conversazione.<br>Eviti una scelta.<br>Eviti una verit&#224;.</p><p>E lentamente inizi a vivere dentro uno spazio sempre pi&#249; piccolo.<br>Succede anche con la salute mentale.</p><p>Ci sono giorni in cui sento il bisogno fisico di controllarmi continuamente. Controllare il tono della voce. Le parole. Le reazioni. Misurare quanto spazio occupo. Cercare di capire se sto bene abbastanza da essere comprensibile agli altri. Il bipolarismo pu&#242; diventare questo, una sorveglianza costante di s&#233;. Perch&#233; quando un comportamento nato da un sovraccarico emotivo o sensoriale viene usato contro di te, impari a ritirarti prima ancora di disturbare. Il corpo entra in allerta. Le spalle si chiudono. La testa continua a lavorare anche di notte. Ti abitui all&#8217;idea che alcune parti di te debbano rimanere nascoste per meritare amore. Ed &#232; stancante, vivere cos&#236;.</p><p>Stancante dover essere continuamente leggibili per non essere abbandonate.</p><p>C&#8217;&#232; una parola che merita attenzione, per&#242;, che spesso ci vive sopra come uno strato invisibile: vergogna.</p><p>La paura dice: potrebbe andare male.<br>La vergogna dice: tu sei sbagliata.</p><p>Ed &#232; un&#8217;altra cosa.</p><p>Perch&#233; dalla paura qualche volta si esce.<br>Dalla vergogna spesso ci si nasconde.</p><p>E quando una persona cresce dentro strutture dove certe forme d&#8217;amore vengono percepite come deviazioni, problemi, scandali o delusioni, quando ha imparato che certi desideri la renderebbero irriconoscibile agli occhi di chi ama, allora la vergogna si installa in profondit&#224;.</p><p>Diventa una voce interna. Lavora in anticipo. A prevenzione. Svuota il desiderio prima ancora che si trasformi in gesto. <br>Alcune persone non rinunciano a s&#233; stesse per paura del futuro.<br>Rinunciano per vergogna del presente.</p><p><br>E poi c&#8217;&#232; il tempo. <br>Ci sono vite intere costruite attorno alla gestione della paura. Anni in cui ci si sveglia ogni mattina e si sceglie, inconsapevolmente, automaticamente, di non scegliere. Anni in cui il perimetro si restringe cos&#236; lentamente che non lo si nota, fino al giorno in cui ci si accorge di non riuscire pi&#249; a immaginare nulla di diverso da quello che si ha. Le vite costruite sulla rinuncia spesso sembrano perfettamente normali. Funzionano. Producono. Sono riconoscibili, ordinate, approvate. Solo che a volte funzionare e vivere non coincidono. E la cosa pi&#249; dolorosa &#232; che l&#8217;abitudine alla rinuncia pu&#242; diventare cos&#236; profonda da sembrare carattere.</p><p>&#8220;Sono fatta cos&#236;.<br>Non sono una persona che chiede.<br>Non sono una persona che rimane.<br>Non sono una persona che osa&#8221;.</p><p>Non &#232; vero.<br>Ma &#232; quello che anni di gestione della paura insegnano a credere.</p><p>Io, per esempio, ho paura dell&#8217;abbandono.<br>Ho paura di affidarmi davvero a un&#8217;altra persona. Perch&#233; quando finalmente riesco a smettere di difendermi, quando riesco a sentirmi a casa dentro la presenza di un&#8217;altra persona, il pensiero della perdita diventa enorme. Quasi fisico. Come se il corpo cercasse gi&#224; di prepararsi al vuoto.</p><p>E quel vuoto, quando arriva, &#232; un muro che colpisce in piena faccia.<br>Ora lo sto sentendo tutto. <br>Il suo peso. Anche il ritmo con cui continua a togliermi il respiro.<br></p><p>Ho paura di essere un fallimento. Perch&#233; alcune cose che desidero assomigliano molto all&#8217;idea di felicit&#224; che questa societ&#224; considera accettabile - una casa, una famiglia, continuit&#224;, amore - mentre altre ne escono completamente. E a volte stare fra queste due tensioni significa sentirsi sbagliata in entrambe le direzioni.</p><p>Ho paura di svegliarmi una mattina e non avere pi&#249; voglia di vivere. <br>Quella paura esiste ancora. Ma poi succede una cosa semplice: mi sveglio. Apro gli occhi. E la voglia di vivere &#232; ancora l&#236;.<br>E ogni volta mi sorprende.</p><p><br>Forse &#232; questo che la paura sa fare meglio, convincerci che alcune felicit&#224; siano troppo difficili da sostenere. Troppo complicate. Troppo costose. Troppo pericolose per l&#8217;equilibrio di tutto il resto. Cos&#236; impariamo a rinunciare con eleganza.</p><p>La chiamiamo maturit&#224;.<br>La chiamiamo lucidit&#224;.<br>La chiamiamo responsabilit&#224;.</p><p>Ma certe notti rimane addosso quella sensazione l&#236;, il ricordo fisico di qualcosa che il corpo aveva riconosciuto prima ancora della mente.</p><p>Due mani strette sopra un tavolo.<br>Gli occhi lucidi.<br>Il resto del corpo immobile.</p><p>Nel punto esatto in cui desideriamo qualcosa con tutta la forza possibile.</p><p>E non ci muoviamo.</p><div><hr></div><p>Okay.</p><p>Forse allora &#232; questo che sto cercando di imparare ultimamente.</p><p>Non a smettere di avere paura.<br>Quello credo succeda raramente.</p><p>Sto cercando di imparare a nominarla prima che diventi silenzio. Ad attraversarla prima che diventi una stanza in cui resto chiusa per anni. A non lasciare che sia sempre lei a decidere quanto spazio posso occupare, quanto amore posso reggere, quanta vita posso permettermi.</p><p>Perch&#233; alla fine credo che il punto non sia diventare persone senza paura. Credo che il punto sia <strong>non continuare a perdere pezzi di vita nel tentativo di evitarla</strong>. E forse questa domanda, alla fine, riguarda molte pi&#249; persone di quanto sembri. Quante cose non stiamo attraversando, in questo momento, solo perch&#233; ci spaventano?</p><div><hr></div><p>L&#8217;immagine di copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@rgartprjkt?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Rob Griffin</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/un-uomo-che-indossa-una-maschera-inquietante-in-un-campo-mOAq532czrQ?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br><br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026,<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/00-un-giorno-tre-autunni">00. Un giorno, tre autunni</a><br></strong>Una nuova newsletter e un nuovo podcast di cui si sentiva il bisogno. O forse lo sentivamo noi, il bisogno di parlare, finalmente, di noi, a noi e per noi. Questa &#232; la storia di come &#232; iniziato tutto.<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/01-margini-che-si-toccano">01. Margini che si toccano</a><br></strong>&#8220;Ma tu cosa intendi per vivere al margine?&#8221; &#8212; &#232; da questa domanda da cui parte la storia di Mattea David. Letta da Nora Pontrelli e illustrata da Mariasilvia Santi, parla di un incontro speciale.</p><p><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/02-la-mia-linea">02. La mia linea</a><br></strong>&#8220;La linea non &#232; chiara, non &#232; dritta.&#8221; Rita La Zia racconta in parole e immagine un&#8217;eredit&#224; famigliare femminile ingombrante, ma che ha costruito, in fondo, la persona che &#232;. Letta da Elena Panciera.<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/03-i-fenicotteri-di-invernizzi">03. I fenicotteri di Invernizzi</a><br></strong>Una storia ipnotica e ornitologica ambientata in una Milano onirica e tentacolare. Scrive e legge Chiara De Cillis, illustra Elisa C.G. Camurati.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br><br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto, dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/chiamatemimattea.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Non riesco a scrivere.]]></title><description><![CDATA[Non riesco a scrivere.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/non-riesco-a-scrivere</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/non-riesco-a-scrivere</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Wed, 06 May 2026 17:13:08 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/463b7476-f02a-429a-9ffe-7a69e8dc1043_1193x800.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non riesco a scrivere.</p><p>Ma forse non &#232; del tutto esatto. &#200; che le cose hanno smesso di fermarsi. Passano, le vedo, le sento, a volte le tocco, ma non lasciano traccia, come sogni che sai di aver fatto ma di cui non riesci a trattenere n&#233; il colore, n&#233; il contorno. Pi&#249; cerchi di ricordarli, pi&#249; si dissolve la sensazione che ci fosse qualcosa. Sar&#224; che si passa dal vedere il mondo in un modo, a improvvisamente rendersi conto di come abbia preso un&#8217;altra texture, quella lente che usavamo. Poi ci si schianta contro un muro e tutto cambia.</p><p>Non so dire nemmeno bene quando sia iniziata &#8220;questa cosa qui&#8221; - forse non si pu&#242; mai dire quando cominciano le cose che contano davvero. So solo che a un certo punto certi pomeriggi hanno iniziato ad avere un sapore preciso. La luce di novembre attraverso la finestra aveva un nome che non era solo &#8220;novembre&#8221;. <br>Le stesse cose ci sono ancora. La luce, la pioggia, le canzoni. Esistono. Ma &#232; come guardare parole in una lingua che conosco appena: riconosco le lettere, intuisco il suono, ma il significato scivola via prima che io riesca ad afferrarlo. E resto l&#236;, con le mani aperte e niente dentro.</p><p>Le cose stanno l&#236;, mute.<br><br>So che quando imparer&#242; di nuovo a guardare il mondo, sar&#224; diverso. Non si attraversano queste stanze vuote restando uguali. Le cose lasciano un segno, cambiano la densit&#224; dei minuti, spostano il peso senza chiedere permesso. Quello che ero prima di perdere la nostra lingua non torner&#224;. E quello che sar&#242; dopo non lo conosco ancora.</p><p>Sono in mezzo.</p><p>In mezzo alle parole che non funzionano pi&#249; e a quelle che non ho ancora trovato. La scrittura si &#232; fermata qui, in questo spazio freddo tra il nome e la cosa. Non so quando ripartir&#224;, n&#233; da che parte devo guardare per ritrovarla. Per ora, resto solo nell&#8217;ascolto di questo silenzio che ha smesso di essere un&#8217;attesa ed &#232; diventato una condizione.<br><br>Torno, a presto.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La gabbia dell’ideale]]></title><description><![CDATA[Quando i valori smettono di guidarti e iniziano a trattenerti.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/la-gabbia-dellideale</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/la-gabbia-dellideale</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 11:33:46 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/15c7faea-9e6f-4726-a1f8-4d29389ff819_3800x5700.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Piccola premessa:<br>ripetiamo come scrivo per capire e non perch&#233; io abbia capito. Credo di aver capito anche molto poco della vita. Il pezzo che leggerai non sar&#224; perfetto, ed &#232; anzi probabile che ne leggerai altri sul tema, spero con un&#8217;idea pi&#249; precisa e consapevole. &#200; tutto un lavoro di costruzione, qui. </p><p>Ma ci sono momenti in cui mi sorprendo a non riconoscermi. Non perch&#233; perda il controllo in modo evidente. Ma perch&#233; sento una rabbia che non mi piace. Sta nel tono, nelle risposte brevi, nella freddezza improvvisa. Non esplode, ma punge. La sento contrarsi nella mascella, irrigidire le spalle, trasformarsi in un muro di ghiaccio dietro cui mi rifugio. E soprattutto mi lascia addosso una domanda: da dove arriva davvero?</p><p>Ne ho parlato in terapia, cercando di mettere insieme i pezzi. Non riuscivo a comprendere come alcune dinamiche professionali mi facessero affiorare tutta quella complessit&#224; di sentimenti. Allargando in discorso, a un certo punto &#232; emersa una parola che mi ha fatto un po&#8217; male, ma anche molta chiarezza: ideale.<br>Non l&#8217;ideale in senso astratto. Ma il mio ideale idealizzato.</p><p>Mi sono accorta che vivo cercando coerenza. Cerco di comportarmi secondo valori precisi, di migliorarmi, di essere allineata con ci&#242; in cui credo. &#200; una cosa che sento profondamente mia, e che non voglio perdere. Ma ha un effetto collaterale. Mi irrigidisce.</p><p>Prima di tutto con me stessa: qualsiasi cosa faccia, c&#8217;&#232; sempre una parte di me che pensa &#8220;potevo fare meglio&#8221;. Una tensione continua verso una versione pi&#249; giusta, pi&#249; lucida, pi&#249; consapevole. Non &#232; solo crescita personale, ma &#232; anche una forma sottile di controllo. E il controllo, quando &#232; costante, ha sempre un prezzo. Specialmente quando l&#8217;equilibrio non &#232; qualcosa di stabile, ma un lavoro continuo. In quel caso, l&#8217;ideale smette di essere solo una direzione e diventa una zavorra: qualcosa a cui mi aggrappo per non sentirmi scivolare.</p><p>Questa ricerca di perfezione morale mi lascia addosso un senso cronico di insoddisfazione. In quello che faccio, ma soprattutto in quello che sono. Mi ritrovo a lavorare su di me senza sosta, a cercare la mia parte di responsabilit&#224; anche quando mi svuota, come se trovandola potessi finalmente sentirmi &#8220;abbastanza&#8221;.</p><p>Ma &#232; un inseguimento senza fine.<br>Pi&#249; provo a essere impeccabile, pi&#249; sento la distanza da quell&#8217;immagine.</p><p>E in mezzo a questo movimento, mi accorgo anche di un&#8217;altra cosa, pi&#249; sottile: non &#232; solo una questione di quanto mi chiedo. &#200; anche di cosa completo senza accorgermene. Perch&#233; l&#8217;idealizzazione non arriva dopo. Non &#232; una scelta. Succede prima, quasi senza passaggio. Vedo un valore in qualcuno, una coerenza, una sensibilit&#224;&#8230; e il resto si costruisce da solo. Non lo penso davvero: lo suppongo. Lo riempio.</p><p>E cos&#236; la forma che ho davanti diventa pi&#249; intera di quella reale.</p><p>Poi, quando la realt&#224; non regge quella forma, non arriva solo la delusione. Arriva qualcosa di pi&#249; confuso. Una specie di disallineamento interno. E la rabbia, spesso, nasce l&#236;, ma senza nome. Inizio a cercarla fuori, ma in realt&#224; &#232; gi&#224; dentro il modo in cui ho raccontato la situazione a me stessa. E quando me ne accorgo, il lavoro non &#232; &#8220;correggere l&#8217;altro&#8221;, ma fare un passo indietro nel punto esatto in cui ho aggiunto qualcosa che non c&#8217;era. Restare un po&#8217; pi&#249; aderente a ci&#242; che &#232;, prima che diventi &#8220;ci&#242; che potrebbe essere&#8221;.</p><p>Non &#232; semplice, perch&#233; il mio modo naturale &#232; proprio quello di vedere possibilit&#224;, aperture, sviluppi. Ma sto imparando a distinguere tra quello che vedo&#8230; e quello che costruisco. E quando riesco anche solo a restare pi&#249; vicina al reale, succede qualcosa di diverso: la rabbia non esplode contro di me dopo. Diventa pi&#249; leggibile. Pi&#249; situata. A volte persino utile.</p><p>Non pi&#249; qualcosa da correggere, ma qualcosa che indica un punto preciso: qui hai aggiunto troppo.</p><p>Il punto &#232; cosa succede quando quella possibilit&#224; non &#232; condivisa.<br>Quando dall&#8217;altra parte non c&#8217;&#232; lo stesso tipo di apertura, di responsabilit&#224;, di consapevolezza. Soprattutto quando ci sono tratti manipolatori o paternalistici.<br>C&#8217;&#232; una cosa che ho fatto fatica ad accettare: con una persona manipolatoria, spesso, non si pu&#242; davvero discutere.<br>Non nel modo in cui intendo io la discussione. Perch&#233; io penso alla comunicazione come a uno spazio in cui si costruisce qualcosa insieme. &#200; che diventa un modello pesante, a volte, e inoltre in una dinamica manipolatoria quello spazio non &#232; paritario.<br>Non &#232; uno scambio.<br>&#200; un campo inclinato.</p><p>E allora succede qualcosa che ho iniziato a riconoscere in me: insisto.</p><p>Magari sono le due di notte e sono l&#236;, a fissare il cursore che lampeggia su un messaggio lunghissimo, cercando la parola perfetta.<br>Provo a spiegarmi meglio.<br>A essere pi&#249; chiara.<br>Pi&#249; calma.<br>Pi&#249; precisa.<br>Pi&#249; &#8220;giusta&#8221;.</p><p>Come se, trovando il modo corretto di dire le cose, l&#8217;altra persona potesse finalmente capire. E questo tentativo nasce dalla mia ingenuit&#224;, dai miei valori e, soprattutto, dalla rigidit&#224; che mi impongo nel seguirli.<br>Dal fatto che credo davvero che comunicazione, rispetto, educazione siano fondamentali. Che le cose si possano risolvere parlando.</p><p>E qui c&#8217;&#232; il punto delicato. Quello che per me &#232; un valore, in quel contesto diventa una vulnerabilit&#224;. Non perch&#233; sia sbagliato. Ma perch&#233; lo sto applicando in uno spazio che non lo sostiene.</p><p>E allora continuo a investire energia in una direzione che non pu&#242; funzionare.<br>Cerco apertura dove c&#8217;&#232; chiusura.<br>Chiarezza dove c&#8217;&#232; ambiguit&#224;.<br>Reciprocit&#224; dove non c&#8217;&#232;.</p><p>E pi&#249; insisto, pi&#249; mi incastro. &#200; l&#236; che la gabbia si stringe davvero. Perch&#233; non &#232; solo la dinamica esterna a limitarmi. &#200; il fatto che continuo a muovermi secondo un ideale che, in quel contesto, non &#232; applicabile. E pi&#249; cerco di essere coerente con quell&#8217;ideale, pi&#249; mi allontano dalla realt&#224; di quello che sta succedendo.<br>La rabbia, a quel punto, cresce.</p><p>Perch&#233; sento l&#8217;ingiustizia.<br>Perch&#233; vedo la distorsione.<br>Perch&#233; qualcosa dentro di me sa che non sta funzionando.</p><p>Ma invece di fermarmi, rilancio.</p><p>Ancora spiegazioni.<br>Ancora tentativi.<br>Ancora controllo.</p><p>Fino a quando qualcosa si spezza.</p><p>E allora esce quella rabbia che non mi piace. Quella fredda, trattenuta, tagliente. Quella che usa le parole con una precisione che non riconosco come mia.</p><p>E subito dopo, arriva il giudizio.</p><p>&#8220;Non ho reagito bene.&#8221;<br>&#8220;Non sono stata coerente.&#8221;<br>&#8220;Non &#232; cos&#236; che volevo essere.&#8221;<br>&#8220;Sono una stronza.&#8221;</p><p>E il ciclo si chiude: delusione, rabbia, rigidit&#224;. Di nuovo.</p><p>Una cosa che mi ha fatto spostare lo sguardo &#232; questa: non tutto &#232; risolvibile attraverso la comunicazione. Non perch&#233; la comunicazione non sia importante. Ma perch&#233; ha bisogno di due persone disposte a stare nello stesso spazio. E quando quello spazio non c&#8217;&#232;, continuare a cercarlo non &#232; sempre apertura.<br>A volte &#232; auto-insistenza.</p><p>E questa &#232; stata una presa di coscienza scomoda. Perch&#233; significa accettare il silenzio. Significa rinunciare all&#8217;idea che, se mi esprimo nel modo giusto, allora qualcosa si sistemer&#224;. Significa smettere di pensare che i miei valori e i miei principi siano uguali alla persona che mi sta davanti, pur avendoli avvertiti. Significa accettare lo scontro fra il mio ideale e la realt&#224; - tema ricorrente nelle mie sedute.</p><p>Significa fermarmi prima.</p><p>Non quando sono gi&#224; arrabbiata.<br>Ma quando sento che sto iniziando a spiegare troppo.<br>Quando sto cercando di convincere.<br>Quando sto perdendo energia per farmi capire.</p><p>Forse &#232; l&#236; il punto.</p><p>Non diventare perfetta nella reazione.<br>Ma diventare pi&#249; attenta al momento in cui entro nella dinamica. E quindi essere pi&#249; attenta a quello che sento, che provo.</p><p>Perch&#233; forse la vera alternativa non &#232; tra esplodere o trattenere.</p><p>&#200; uscire.</p><p>Uscire da quella conversazione.<br>Uscire da quel bisogno di chiarire a tutti i costi.<br>Uscire dall&#8217;idea che sia mia responsabilit&#224; portare l&#8217;altra persona in uno spazio che non ha scelto.</p><p>E questo non &#232; rinunciare ai miei valori.</p><p>&#200; proteggerli.</p><p>Sto iniziando a pensare che i valori non servano a rendermi impeccabile.<br>Servono a farmi riconoscere dove posso stare&#8230; e dove no.</p><p>E forse la cosa pi&#249; difficile da accettare &#232; questa:<br>non tutto ci&#242; che &#232; giusto&#8230; &#232; anche possibile, con chiunque.<br>E continuare a provarci, a volte, non &#232; forza. <br>&#200; solo un altro modo per restare incastrata.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Se ti piace quello che leggi e vuoi restare aggiornat, puoi iscriverti alla mia newsletter. Che dove, spero, le parole accadono</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div><hr></div><p>A proposito di alcune cose che dico qui (citarle tutte mi diventerebbe difficile), mi viene in mente il libro di <span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Irene Facheris&quot;,&quot;id&quot;:1528435,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f57b0fb5-5618-4202-91b8-bd05a93f9e99_896x896.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;d68772b5-4d57-481e-87c0-6784eebae036&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span>, &#8220;Creiamo cultura insieme&#8221;, edito Tlon. Il sottotitolo riporta &#8220;10 cose da sapere prima di iniziare una discussione&#8221;. Cito:<br>&#8220;Il problema &#232; questo: spesso le persone litigano per delle questioni che si risolverebbero in cinque minuti al massimo, se solo si sapessero certe cose. Ci sono delle<strong> regole di base della comunicazione</strong>, delle indicazioni su come poter percepire il mondo attorno a noi, delle teorie della <strong>psicologia umanistica</strong> e un altro paio di cosette che, se tenute a mente, possono davvero stravolgere l&#8217;esito di una discussione. E attenzione: non si tratta di manipolazione, si tratta del modo migliore di <strong>rispettare se stessi e gli altri</strong>. Il libro ha l&#8217;obiettivo di rendere fruibili a tutte e a tutti queste regole, raccontandole attraverso esempi di vita vera, per creare cultura insieme.&#8221;<br><br>Lo trovi <a href="https://shop.tlon.it/prodotto/creiamo-cultura-insieme-irene-facheris/">QUI</a>.</p><div><hr></div><p>L&#8217;immagine di copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@bosco_shots?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Bosco Shots</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/tessuto-rosa-bianco-e-nero-2b93a6sAlzc?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026,<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/00-un-giorno-tre-autunni">00. Un giorno, tre autunni</a><br></strong>Una nuova newsletter e un nuovo podcast di cui si sentiva il bisogno. O forse lo sentivamo noi, il bisogno di parlare, finalmente, di noi, a noi e per noi. Questa &#232; la storia di come &#232; iniziato tutto.<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/01-margini-che-si-toccano">01. Margini che si toccano</a><br></strong>&#8220;Ma tu cosa intendi per vivere al margine?&#8221; &#8212; &#232; da questa domanda da cui parte la storia di Mattea David. Letta da Nora Pontrelli e illustrata da Mariasilvia Santi, parla di un incontro speciale.</p><p><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/02-la-mia-linea">02. La mia linea</a><br></strong>&#8220;La linea non &#232; chiara, non &#232; dritta.&#8221; Rita La Zia racconta in parole e immagine un&#8217;eredit&#224; famigliare femminile ingombrante, ma che ha costruito, in fondo, la persona che &#232;. Letta da Elena Panciera.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto, dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Le cose che non sono state]]></title><description><![CDATA[Esistono comunque, da qualche parte.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/le-cose-che-non-sono-state</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/le-cose-che-non-sono-state</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 09:53:07 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/0967eeb7-6cd2-4ef4-ba62-e8a3e63e07c4_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La storia racconta quello che &#232; successo.<br>Le nostre vite sono piene soprattutto di quello che non &#232; successo.</p><p>Per un mese e mezzo non sono riuscita a leggere una riga. Non &#232; che non ci provassi. &#200; che tutto mi sembrava banale. Le frasi scivolavano, non attaccavano da nessuna parte. Come quando hai fame ma non riesci a mangiare e stai l&#236; a guardare il piatto.<br>Leggere, per me, &#232; sempre stato un modo per capire il mondo.<br>E quando non riesci pi&#249; a leggere, non &#232; solo che non riesci a concentrarti. &#200; che non riesci pi&#249; ad appoggiarti a nessuna voce. Resti solo con la tua testa, e a volte la tua testa non &#232; un posto in cui &#232; bello restare da soli.</p><p>Questo pezzo nasce da un altro pezzo che non pubblicher&#242;.<br>Almeno non adesso.<br>Era troppo vicino.<br>Troppo vero, troppo scoperto, troppo poco protetto.</p><p>Forse lo pubblicher&#242; pi&#249; avanti. Perch&#233; in realt&#224; non &#232; un pezzo di rabbia o di tristezza. &#200; un elogio. E penso che sia importante che una persona, in particolare, lo legga. Ma non &#232; ancora il momento, perch&#233; ci sono cose che quando sono troppo vive non si possono mettere su una pagina senza far loro male.</p><p>Quel pezzo si chiama <em>Hopp&#237;polla</em>.</p><p>A volte scrivere serve a dire.<br>Altre volte scrivere serve solo a capire.</p><p>Io scrivo sempre per capire, non perch&#233; ho gi&#224; capito. Scrivo per dare una forma alle cose quando nella testa sono ancora senza contorni. E forse scrivo anche per dare dignit&#224; a quello che sento, anche quando non serve a niente, anche quando non cambia niente, anche quando riguarda cose che non saranno.</p><p>Poi ho ritrovato un libro che avevo comprato in un mercatino, non ricordo quando. Era l&#236;, in mezzo ad altri libri che non stavo leggendo. <em>Intervista con la storia</em>, di Oriana Fallaci.</p><p>Non so perch&#233; proprio quello.<br>Ma &#232; stato l&#8217;unico appiglio possibile.<br>L&#8217;unica voce abbastanza forte da rompere il silenzio.</p><p>Mi sono detta: se non riesco a leggere nient&#8217;altro, forse leggo questo. Perch&#233; io mi sono sempre alimentata delle altre persone, di come si muovono nel mondo, di come pensano, anche quando pensano in modo diverso dal mio, anche quando non li sopporto. Soprattutto allora, forse. Gli altri riempiono il puzzle. Mi aiutano a vedere pi&#249; lontano di quanto riesca da sola.</p><p>E in Kissinger - che non sopporto, lo dico - c&#8217;&#232; una frase che mi ha fermata. Forse quella che, dentro quell&#8217;intervista, mi &#232; sembrata pi&#249; umana. Lui dice:<br>"Uno potrebbe dire: allora &#232; successo perch&#233; doveva succedere. Si dice sempre cos&#236; quando le cose sono successe. Non si dice mai delle cose che non succedono: non &#232; mai stata scritta la storia delle cose non successe."</p><p>Nessuno scrive le cose che non sono state. Le dice come se fosse un limite della storia, non delle persone. Ovvio, quasi. E invece io ci ho pensato.<br>Perch&#233; la storia racconta quello che &#232; successo.<br>Ma la vita delle persone &#232; piena soprattutto di quello che non &#232; successo.<br>Di strade non prese, di parole non dette, di case in cui non abbiamo abitato, di vite che avremmo potuto vivere e non abbiamo vissuto.</p><p>E io, in questo periodo, riesco solo a pensare alle cose che non saranno pi&#249;.</p><p>Non lo dico per fare la ferita pi&#249; grande di quello che &#232;. Lo dico perch&#233; &#232; l&#8217;unica cosa vera che riesco a dire adesso. La mia emotivit&#224; si &#232; silenziata - verso l&#8217;interno, solo verso l&#8217;interno. Fuori funziono, ascolto, rispondo. Dentro ho spento qualcosa, almeno per un po&#8217;. Certi dolori hanno bisogno di buio per non consumarti del tutto.</p><div><hr></div><p>Ho una canzone. Si chiama <em>Hopp&#237;polla</em>, e significa saltare nelle pozzanghere.</p><p>L&#8217;avevo dedicata a una persona. Non per le parole. Per la musica. Per come quegli archi suonavano esattamente come quella persona suonava dentro di me. Nel video ci sono delle anziane che saltano nelle pozzanghere e ridono, e io guardandolo pensavo: ecco, questo voglio fare insieme. Non qualcosa di grande. Fare la spesa. Apparecchiare la tavola. Addormentarsi sul divano. E saltare nelle pozzanghere - con tutto il fango, sporcandoci, ovunque.<br>Questa &#232; una delle mie cose che non sono state.<br>Ed &#232; strano spiegare il dolore per qualcosa che non &#232; mai esistito davvero, perch&#233; sembra che tu stia soffrendo per una fantasia. Ma non &#232; una fantasia. Sono possibilit&#224;. E le possibilit&#224;, quando muoiono, fanno un rumore molto preciso, anche se lo senti solo tu.</p><p>&#200; una cosa che non &#232; stata.<br>Ma in qualche modo, dentro di me, esiste lo stesso.</p><p>E quegli archi suonano ancora, anche adesso che il fuori &#232; silenzioso.</p><div><hr></div><p>Allora ti chiedo una cosa.</p><p>Qual &#232; la cosa che non &#232; stata, quella che hai gi&#224; raccontato dentro la tua testa mille volte, senza mai dirla a nessuno? Quella che &#232; rimasta senza forma perch&#233; nessuno le ha dato una pagina?</p><p>Scrivimela nei commenti. Io le raccolgo. Non per riscriverle - sono vostre, rimangono vostre. Ma perch&#233; le cose che esistono solo dentro la nostra testa meritano almeno di essere dette. Da qualche parte. Una volta. E poi magari le raccogliamo, e ce le inventiamo, cos&#236; che tutte le storie non successe possano prendere vita, da qualche parte.</p><p>Le cose che non sono state esistono lo stesso.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Se ti piace quello che leggi e vuoi restare aggiornat, puoi iscriverti alla mia newsletter. Che  dove, spero, le parole accadono.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026,<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/00-un-giorno-tre-autunni">00. Un giorno, tre autunni</a><br></strong>Una nuova newsletter e un nuovo podcast di cui si sentiva il bisogno. O forse lo sentivamo noi, il bisogno di parlare, finalmente, di noi, a noi e per noi. Questa &#232; la storia di come &#232; iniziato tutto.<br><br><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/01-margini-che-si-toccano">01. Margini che si toccano</a><br></strong>&#8220;Ma tu cosa intendi per vivere al margine?&#8221; &#8212; &#232; da questa domanda da cui parte la storia di Mattea David. Letta da Nora Pontrelli e illustrata da Mariasilvia Santi, parla di un incontro speciale.</p><p><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/p/02-la-mia-linea">02. La mia linea</a><br></strong>&#8220;La linea non &#232; chiara, non &#232; dritta.&#8221; Rita La Zia racconta in parole e immagine un'eredit&#224; famigliare femminile ingombrante, ma che ha costruito, in fondo, la persona che &#232;. Letta da Elena Panciera.</p><h2></h2><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto, dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[FRAN.]]></title><description><![CDATA[La fisica dell&#8217;anima]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/fran</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/fran</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Thu, 26 Mar 2026 13:31:54 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bac5f318-0331-4303-ae6c-1b5c948a49d6_5564x8000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Baricco, in Novecento, si chiede cosa succeda a un chiodo per farlo decidere che non ne pu&#242; pi&#249;. Un quadro sta l&#236;, da anni, nel silenzio pi&#249; assoluto, non hai toccato niente, magari non respiravi nemmeno, e poi cade. <br><strong>Fran</strong>. <br>Non c&#8217;&#232; un perch&#233;. &#200; una di quelle cose che &#232; meglio non pensarci, dice, se no ci esci matto. Quando un quadro cade. Quando ti svegli un mattino e non ami pi&#249; qualcuno. Quando apri il giornale e leggi che &#232; scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi: io da qui me ne devo andare. &#200; la fisica dell&#8217;anima. Il chiodo aveva tenuto per sette anni, o dieci, o venti. Ma a un certo punto non ce la fa pi&#249;. E il quadro cade. E tu resti l&#236; a guardare il muro vuoto, e quel chiodo rimasto da solo, che non serve pi&#249; a niente.<br>Io ci penso spesso, a quel chiodo. L&#8217;ho dentro.</p><p>Il &#8220;fran&#8221; non lo senti mentre succede. Arriva dopo, come arriva il dolore dopo il taglio, quando prima c&#8217;&#232; solo il bianco, e poi il rosso, e solo allora capisci cos&#8217;&#232; successo. C&#8217;&#232; una mattina in cui ti svegli e non funziona pi&#249;, e non &#232; quella mattina che &#232; cambiato qualcosa. Quella mattina sei solo la prima a saperlo. A sapere di aver gi&#224; superato una soglia, in un marted&#236; qualunque di mesi prima, in un momento in cui eri distratta o stanca o semplicemente altrove. Qualcosa ha ceduto. Tu non eri l&#236;.</p><p>E quando torni e vedi il quadro a terra, la prima cosa che senti non &#232; tristezza. &#200; rabbia. Una rabbia sorda, senza oggetto preciso, per il vetro rotto, per i cocci sul pavimento, per il fatto che adesso devi raccogliere tutto e non sai bene da dove cominciare e nessuno ti ha detto che saresti stata tu a farlo. Il lutto senza cerimonia &#232; anche questo: &#232; sporco. Lascia i cocci in giro. Non c&#8217;&#232; nessuno che viene a spazzare, nessun rito che contenga il disordine, nessuna forma culturale che dica: adesso puoi stare male, adesso hai il permesso, adesso &#232; normale che il pavimento sia cos&#236;. Invece il mondo si aspetta che tu abbia gi&#224; raccolto tutto. Si aspetta che tu sia gi&#224; oltre. E quella rabbia - quella giusta, quella che aveva tutto il diritto di esistere - non ha avuto dove andare. &#200; rimasta nel muro insieme a tutto il resto.</p><p>Perch&#233; non esistono riti per certe perdite. Per un morto c&#8217;&#232; la cerimonia, il fiore, il nero, la data che diventa anniversario. Ma per tutto il resto, una relazione che finisce per sfinimento, l&#8217;amicizia che si dirada come nebbia senza che nessuno l&#8217;abbia dichiarata finita, la donna che eri a venticinque anni e che a un certo punto non trovi pi&#249; nello specchio, la versione di te che dovevi diventare e non sei diventata, per tutto questo non c&#8217;&#232; nessuno che porta i fiori. Anzi. C&#8217;&#232; qualcuno che dice: dai, ormai. C&#8217;&#232; qualcuno che dice: sei forte. E tu annuisci. E vai avanti. E il chiodo resta. E i cocci restano. E la rabbia resta, compressa in qualche punto del corpo che fa male quando ci premi sopra ma non sai pi&#249; perch&#233;.</p><p>Resta perch&#233; il corpo non riceve il memo. La mente chiude il fascicolo, ci scrive sopra &#8220;archiviato&#8221;, lo mette in fondo al cassetto. Il corpo no. Il corpo tiene tutto aperto, tutto in prima pagina, tutto sul tavolo. La contrazione allo stomaco quando senti un certo tipo di silenzio. La stanchezza che arriva ogni volta che qualcuno alza la voce &#8220;in quel modo l&#236;&#8221;. Il respiro che si accorcia senza ragione apparente, in un posto che sembra sicuro, in un giorno che sembrava normale. <br>&#200; il sistema nervoso che fa il suo lavoro: ricordare, tenere, non lasciare andare finch&#233; non &#232; sicuro. Finch&#233; non sa davvero che il pericolo &#232; passato. E spesso non lo sa. Perch&#233; nessuno gli ha detto che era lutto, quello. <br>Nessuno ha dato un nome alla perdita, e senza nome le cose non muoiono. Restano sospese, n&#233; vive n&#233; sepolte. Restano nel muro come chiodi nudi.</p><p>Poi ci sono gli altri. Le persone che ci hanno abitate. Quelle che ci hanno amato, completamente o a met&#224;, con cura o con distrazione, con tutto il loro peso addosso o con la leggerezza di chi stava gi&#224; andando via. Anche loro lasciano un segno nel muro. Non un quadro. Qualcosa di meno visibile e di pi&#249; duraturo. Una zona dove il colore &#232; diverso. Una forma chiara che dice: qui c&#8217;era qualcosa, qui batteva qualcosa, qui qualcuno ha tenuto per anni e poi ha ceduto. Qualcun ha lasciato calore. Lo senti ancora, a volte, in certi momenti, come quando una stanza &#232; rimasta tiepida dopo che tutti se ne sono andati. Qualcun altro ha lasciato un&#8217;assenza cos&#236; precisa da avere la forma di una presenza. E qualche persona ha lasciato entrambe le cose mescolate insieme, il calore e il danno cos&#236; intrecciati che non riesci a prendere uno senza prendere anche l&#8217;altro, non riesci a ricordare senza sentire le due cose nello stesso punto del petto nello stesso momento.</p><p>Siamo fatte di questo. Ogni chiodo &#232; parte della struttura portante. Ogni perdita non pianta ha lasciato qualcosa nel modo in cui teniamo il peso, nel modo in cui ci avviciniamo o battiamo in ritirata, nel modo in cui sappiamo quando qualcosa sta per cedere.</p><p>E il muro? Il muro oggi &#232; graffiato. <br>Ha le ammaccature dove i quadri hanno sbattuto cadendo, ha le crepe sottili che nessuno vede se non si avvicina, ha zone ruvide dove la pittura &#232; venuta via con il nastro, con le dita, con gli anni. Non &#232; un muro perfetto. Non &#232; un muro liscio. Ma &#232; un muro che ha tenuto. Che tiene ancora. E per questo &#232; bellissimo. E a guardarci bene, a starci davanti davvero, senza voltarsi, senza cercare subito qualcosa da appendere per coprire i segni, quei graffi hanno una direzione. Quelle crepe seguono una logica. Quel muro racconta qualcosa che nessuna superficie intatta potrebbe raccontare. Non &#232; un&#8217;opera d&#8217;arte nel senso che ce lo siamo scelto. &#200; un&#8217;opera d&#8217;arte nel senso che &#232; l&#8217;unica cosa autentica che abbiamo: la mappa esatta di tutto quello che abbiamo attraversato e non ci ha distrutte. <br>Il problema non sono i quadri caduti. Il problema &#232; che si continuano ad appendere quadri su chiodi che si sanno gi&#224; stanchi. &#200; la pretesa che un muro ferito debba comportarsi come una galleria d&#8217;arte sempre inaugurata, perfetta, intonsa. Invece il chiodo stanco ha diritto al suo riposo. Ha diritto di restare nudo. Riconoscere il &#8220;Fran&#8221; non significa aggiustare la parete. Significa smettere di pretendere che la parete torni a essere quella di prima. Il lutto senza cerimonia &#232; reale, la rabbia senza nome &#232; sacrosanta, e il tuo corpo ha avuto ragione ogni singola volta in cui ti ha chiesto di fermarti e tu gli hai risposto: dai, ancora un altro quadro, ancora un altro sforzo.</p><p>Non c&#8217;&#232; un prima a cui tornare. C&#8217;&#232; solo il muro, con i suoi segni, con i suoi chiodi nudi, con le sue zone di colore diverso e le sue ammaccature e la sua storia scritta in un linguaggio che solo noi sappiamo leggere. E noi davanti. E la scelta, ogni volta, ogni mattina, di guardarlo senza coprirlo.</p><p>Riconoscere. Che il lutto &#232; reale anche senza cerimonia. Che la rabbia era giusta anche quando non aveva nome. Che il corpo ha ragione anche quando la mente dice basta, anche quando il mondo dice vai avanti, anche quando tu stessa non riesci pi&#249; a ricordare cosa stai portando e da quanto. Che il chiodo nudo nel muro non &#232; una vergogna. &#200; una storia. &#200; la prova che qualcosa c&#8217;era, che aveva un peso, che ha tenuto per anni finch&#233; ha potuto.</p><p><strong>Fran.</strong> E poi il silenzio. E poi tu, in piedi, davanti al muro graffiato. Capisci che crescere forse &#232; questo: smettere di cercare muri perfetti e iniziare a leggere quelli rovinati. Perch&#233; il muro, alla fine, sei tu. <br>E tutto quello che &#232; caduto, in realt&#224;, ti stava costruendo.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Se queste parole ti hanno fatto compagnia, puoi iscriverti alla newsletter. &#200; il posto dove possiamo continuare a farlo.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div><hr></div><p>La foto in copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@kunstbube?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Aurelius Wendelken</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/pittura-astratta-blu-bianca-e-rossa-uLcLH3Oc7kE?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Rumore di vetro.]]></title><description><![CDATA[Ipersensibilit&#224; emotiva, burnout e dissociazione: restare nel mondo.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/rumore-di-vetro</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/rumore-di-vetro</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 14:02:25 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e4403caa-53be-40ab-99db-c543dd145c35_6791x5498.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non so come si chiama questa cosa.</p><p>So come si sente. Come portare qualcosa di pesante che non ha forma &#8212; non puoi appoggiarlo, non puoi posarlo, non puoi nemmeno spiegare agli altri perch&#233; sei stanca. Perch&#233; agli altri serve un nome. Un motivo preciso, una causa, qualcosa a cui dare la colpa. E tu non ce l&#8217;hai. Hai solo questo peso senza bordi che si porta dietro il giorno, e il giorno dopo, e quello dopo ancora.</p><p>La fatica di restare.</p><p>Non sparire, non &#232; quello. Non andarsene davvero, non smettere. Solo chiudere. Abbassare tutto per un po&#8217;, sottrarsi a quella richiesta continua di presenza, lasciare che il mondo vada avanti senza doverci passare attraverso ogni volta, senza dover filtrare tutto, trattenere tutto, dare una forma a tutto. Cinque minuti. Un&#8217;ora. Un giorno.<br>Il mondo continuerebbe lo stesso.<br>Io no.</p><div><hr></div><p>Questa mattina il telefono ha vibrato tre volte.<br>Non l&#8217;ho guardato subito. L&#8217;ho lasciato sul tavolo, accanto al bicchiere, con ancora il segno delle dita sul vetro &#8212; come se anche quello fosse rimasto l&#236; ad aspettare qualcosa. Mi sono seduta. Ho aspettato che arrivasse un impulso qualsiasi &#8212; una voglia, un riflesso, anche solo il fastidio di essere interrotta.<br>Niente.<br>Solo quel rumore di fondo che non se ne va mai davvero. Quel pieno senza forma che non si svuota, che non cede, che resta l&#236; anche quando tutto il resto si ferma.<br>Alla fine ho risposto.<br>Una parola, due al massimo.<br>Abbastanza per non uscire dal mondo.<br>Ogni giorno faccio questa cosa.<br>E ogni giorno mi costa pi&#249; di quanto dovrei ammettere.</p><div><hr></div><p>C&#8217;&#232; anche una rabbia.</p><p>Non ha un bersaglio preciso, non riesco a darle un nome, e forse &#232; per questo che non finisce mai. &#200; nervosismo che non trova sfogo, voglia di urlare che resta in gola, una tensione che si accumula senza mai trovare il posto giusto per esplodere. Qualsiasi cosa mi capiti davanti &#8212; una parola sbagliata, un ritardo, una goccia caduta storta in mare &#8212; diventa il contenitore di tutto quello che non sono riuscita a scaricare da giorni, da settimane. Non &#232; quella persona, non &#232; quella cosa.</p><p>&#200; tutto il resto che non ha trovato dove andare.</p><p>Non esplode davvero.</p><p>E a un certo punto vorrei che lo facesse. Vorrei che rompesse qualcosa. Che facesse male in modo chiaro, riconoscibile, che si potesse guardare e dire Ecco, era questo. Invece resta cos&#236;, indistinta, educata, gestibile. Una corrente sotto la superficie che nessuno vede ma che io sento sempre, nei denti, nelle mani, nel modo in cui a volte rispondo un secondo prima di aver deciso di farlo.</p><p>Ci sono cose che vorrei dire.</p><p>Cose brutte, tante, accumulate in quel posto in cui si mettono le cose che non si dicono perch&#233; non &#232; il momento, perch&#233; faresti del male, perch&#233; dopo te ne pentiresti. Le sento l&#236;, pronte, cariche.</p><p>Perch&#233; cos&#236; &#232; peggio.</p><p>Cos&#236; resta.</p><div><hr></div><p>Sono sovra stimolata.</p><p>Non nel senso leggero. Non nel senso che basta dormire di pi&#249; o staccare un fine settimana. Nel senso che ogni cosa entra e non esce, si deposita sopra tutto il resto, e a un certo punto non c&#8217;&#232; pi&#249; spazio - non per le cose brutte, non per quelle belle, non per niente. La testa diventa una stanza piena oltre il limite, e ogni movimento, anche minimo, significa urtare qualcosa.</p><p>E io continuo a muovermi lo stesso.</p><p>Questo &#232; il punto.</p><p>Provo a scrivere.</p><p>Mi avvicino, mi fermo, torno indietro. Guardo la pagina come si guarda qualcosa che si &#232; amato senza saper dire esattamente quando &#232; diventato irraggiungibile. Qualcuno mi dice che una ragazza ha pianto leggendo quello che ho scritto, e io resto l&#236;, ad aspettare che arrivi qualcosa. Non molto, non una rivelazione, anche solo una traccia di senso.</p><p>Non arriva niente.</p><p>E questa &#232; la parte che non dico mai.</p><p>Che potrei anche smettere, adesso.</p><p>Che non succederebbe niente di visibile.</p><p>Che nessuno verrebbe davvero a cercare quel punto preciso in cui ho smesso.</p><p>E invece resto.</p><p>Senza sapere bene perch&#233;.</p><div><hr></div><p>Poi arriva l&#8217;apatia.</p><p>Non tutta insieme. Piano, con quella precisione quasi gentile delle cose che non hanno bisogno di farsi notare per funzionare. Sale mentre fai altro, mentre rispondi, mentre mangi, mentre sembri ancora dentro le cose.</p><p>E a un certo punto sei gi&#224; l&#236;.</p><p>Nel mangiare, gesto senza esperienza.</p><p>Nei messaggi, parole senza peso.</p><p>Nel letto, stanchezza senza sonno.</p><p>Il corpo continua.</p><p>Io no.</p><p>Il mio cane &#232; venuto a scuotermi.</p><p>Si &#232; avvicinato piano, mi ha guardato con quella pazienza che hanno solo gli animali e i bambini - quelli che non chiedono spiegazioni, che non hanno bisogno di capire, che sentono soltanto - e mi ha spinto con il muso in cerca di un segnale di vita. Un movimento, uno sguardo, qualcosa che gli dicesse che ero ancora l&#236;.</p><p>Ho fatto fatica a darglielo.</p><p>Non perch&#233; non volessi. Perch&#233; tra me e quel gesto semplice, l&#8217;allungare la mano, rispondere, c&#8217;era qualcosa di denso e trasparente insieme, come un vetro che non si vede ma non si attraversa.</p><p>Lui aspettava.</p><p>Io guardavo quella distanza senza sapere come coprirla.</p><div><hr></div><p>E la cosa pi&#249; precisa &#232; che non si vede.</p><p>Puoi essere cos&#236; e continuare a funzionare. Puoi rispondere, parlare, persino sorridere nel modo giusto. Puoi sembrare esattamente come prima mentre dentro tutto si &#232; livellato in qualcosa di piatto e silenzioso che non trattiene niente, che non rimanda niente, che non produce niente.</p><p>Puoi sembrare presente.</p><p>Puoi sembrare intera.</p><p>Nessuno vede il vetro.</p><div><hr></div><p>Una sera ho chiuso tutto.</p><p>Davvero.</p><p>Telefono spento. Luce bassa. Mi sono seduta sul pavimento, appoggiata al letto, senza fare niente di utile, senza cercare di trasformare quel momento in qualcosa di giusto o produttivo o almeno sensato.</p><p>Nessuno mi poteva raggiungere.</p><p>E per qualche minuto non ho dovuto restare.</p><p>Non nel modo in cui resto sempre.</p><p>Non &#232; successo niente.</p><p>Non mi sono sentita meglio.</p><p>Non ho capito qualcosa.</p><p>Non si &#232; aperto niente.</p><p>Ma non &#232; nemmeno crollato tutto.</p><p>E questa cosa, cos&#236; piccola, cos&#236; poco raccontabile, ha fatto pi&#249; rumore di tutto il resto.</p><div><hr></div><p>Tenere le porte aperte &#232; un lavoro che nessuno vede e nessuno paga. Richiede tutto, la stessa energia che servirebbe per sentire davvero, per attraversare quello che c&#8217;&#232; invece di tenerlo fermo, per essere presenti a se stesse invece che sempre disponibili al mondo.</p><p>E in certi momenti lo odio.</p><p>Odio questa cosa che ho dentro, questo radar sempre acceso che non si spegne mai, non quando sono stanca, non quando sono a pezzi, non quando vorrei solo guardare il telefono vibrare senza sentirlo arrivare fino alle ossa. Freme, questa cosa. Freme anche quando non voglio, anche quando ho gi&#224; dato tutto, anche quando non ho pi&#249; niente da dare e lei &#232; ancora l&#236;, accesa, che registra tutto, che non perde un colpo, che non concede tregua.</p><p>Guardo chi scivola sulla superficie delle cose senza essere trascinato sotto. Chi non sente quello che sento io. Chi riesce a essere piatto, normale, superficiale nel senso buono - leggero, non attraversato, non devastato da una goccia caduta storta.</p><p>E provo invidia.</p><p>Non pena. Invidia.</p><p>Vorrei sentire meno. Vorrei che il mondo arrivasse attutito, filtrato, a una distanza gestibile. Vorrei non fremere.</p><p>Poi mi ricordo che provo tante emozioni perch&#233; sono viva.</p><p>Ma anche meno non sarebbe male.</p><p>Ho paura di chiuderle, quelle porte.</p><p>E anche questa paura freme.</p><p>Perch&#233; il mondo si approfitta di chi le tiene aperte, questo lo so, lo vedo, lo sento ogni volta che qualcuno arriva con il suo peso e lo posa qui, su di me, dando per scontato che io possa tenerlo. E io lo tengo. Lo tengo sempre. Perch&#233; ho costruito qualcosa su questa capacit&#224; - di stare nel vetro, di filtrare, di reggere.</p><p>E ho paura che se chiudessi davvero, se rompessi il muro, non resterebbe niente dall&#8217;altra parte.</p><p>Che senza il peso non saprei pi&#249; chi sono.</p><p>Che rompere il muro significhi rompere me.</p><div><hr></div><p>Sono devastata.</p><p>Lo scrivo e resto ferma su questa parola - devastata. Non stanca, non a pezzi, non in un momento difficile. Devastata. Come un posto dopo il passaggio di qualcosa che non ha chiesto permesso, che non ha guardato cosa lasciava dietro.</p><p>E nessuno lo sa davvero.</p><p>Lo sa il mio cane, forse, che aspetta ancora quel segnale di vita. Lo sa la pagina bianca che non riesco ad avvicinare.</p><p>Ci sono cose brutte che vorrei dire - tante, accumulate, pronte. Ma ci sono anche cose belle. Ci sono cose che sognavo di vivere. Cose precise, che avevano una forma nella mia testa. Adesso non riesco pi&#249; a pensarci, non perch&#233; non esistano, ma perch&#233; pensarci fa un male che non ho dove mettere.</p><p>E questo &#232; il peso pi&#249; preciso.</p><p>Non il buio totale. Il buio che sa ancora cosa sta coprendo. Come essere l&#8217;unica persona a sapere che l&#8217;edificio &#232; vuoto mentre fuori la facciata &#232; intatta, e nessuno si avvicina abbastanza da sentire che dentro non c&#8217;&#232; niente che tenga.</p><p>Il silenzio intorno a tutto questo &#232; il silenzio pi&#249; pesante che conosco.</p><p>Non so per quanto ancora.</p><p>Ma adesso, ancora resto.</p><div><hr></div><p>La foto in copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@joseph3088?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Duncan Sanchez</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/arancia-in-polvere-ADA4NXQHkN0?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Non so chiedere quello che non ho mai ricevuto]]></title><description><![CDATA[Di co-regolazione del sistema nervoso, iper-autonomia difensiva, assenza emotiva]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/non-so-chiedere-quello-che-non-non</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/non-so-chiedere-quello-che-non-non</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Mon, 09 Mar 2026 13:57:24 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/fce636af-2f03-4833-a197-eb76eb16f87f_3456x5184.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ero per terra.</p><p>Pantaloncini, camicia, schiena contro qualcosa di freddo e il mio corpo che non rispondeva pi&#249;, le gambe che avevano smesso di esistere da qualche parte durante l&#8217;attacco, i polmoni in guerra contro se stessi. Stavo cercando di respirare come si cerca qualcosa che si &#232; perso in una stanza buia, freneticamente, sbattendo contro i muri, senza trovare niente.<br>L&#8217;infermiera si &#232; inginocchiata accanto a me. Non indossava un camice. Aveva una maglietta dei Ramones, rossa e con il logo sbiadito, una persona normale che stava cercando di tenermi dentro il mio stesso corpo. Mi toccava il braccio. Contava con me. &#8220;<em>Inspira, 1 2 3, espira</em>&#8221;. Mi ha fatta sedere, piano, come si raddrizza qualcosa di fragile, senza romperlo.</p><p>E poi mi ha abbracciata.</p><p>Non so se fosse nei protocolli. Non so se fosse la cosa giusta secondo qualche manuale. So che nel momento in cui le sue braccia mi hanno tenuta, qualcosa nel mio corpo ha ceduto. Non crollato, ceduto. Come quando smetti di nuotare contro la corrente e scopri che l&#8217;acqua ti sostiene. Il mio corpo si &#232; rilassato. Abbandonato.<br>Ho sentito il suo petto alzarsi e abbassarsi, addosso al mio.<br>Ho sentito il suo cuore - lento, regolare, incurante del mio caos - battermi contro. E il mio corpo, senza che io gli dicessi niente, ha cominciato a seguirlo. Un battito. Poi un respiro. Poi un altro. Come si segue qualcuno che conosce la strada quando tu l&#8217;hai persa da un pezzo.</p><p>Mi sono sentita al sicuro.</p><p>Non guarita. Non risolta. Al sicuro. Quella cosa precisa e fisica che non ha sinonimi, che non si spiega a chi non l&#8217;ha sentita. La sensazione che il posto in cui sei &#232; un posto in cui puoi stare. Che nessuno se ne andr&#224; mentre hai ancora gli occhi chiusi. Non la conoscevo bene, quella sensazione. Non l&#8217;ho ricevuta abbastanza da poterla riconoscere.</p><div><hr></div><p>Qualche giorno fa ho finito una poesia. L&#8217;ho iniziata settimane fa su un treno, guardando un lago scorrere dal finestrino - quello stesso lago che mi si era spento davanti, pochi istanti prima, mentre ci camminavo accanto - in uno di quei momenti in cui la testa non riesce a stare ferma e le dita fanno quello che possono. L&#8217;avevo lasciata a met&#224;, sospesa, come si lascia a met&#224; qualcosa quando la storia non &#232; ancora finita davvero. Poi l&#8217;ho ripresa. L&#8217;ho completata. Da quella poesia &#232; nato un testo pi&#249; lungo, pensato per questa newsletter, costruito attorno alle stesse immagini, alla stessa storia. Forse un giorno uscir&#224;. Non lo so ancora.<br>Quello che so &#232; questo: quando scrivo non so cosa sto scrivendo. Le parole arrivano, e io le seguo, e solo alla fine mi volto e guardo quello che c&#8217;&#232;. &#200; sempre una sorpresa. A volte piccola, a volte no. Quando ho finito di leggere quello che avevo scritto, ho sentito qualcosa che conosco bene. <br>Quella cosa precisa che abita da anni nello stesso posto, tra lo sterno e la gola, come una cicatrice che non fa pi&#249; male ma c&#8217;&#232; ancora, la senti quando cambia il tempo. Il sentimento di non essere stata abbastanza. <br>Se avessi amato meglio. Se fossi stata pi&#249; brava. Se fossi stata la persona giusta, nel modo giusto, al momento giusto. Se fossi stata <em>di pi&#249;</em>, in qualche modo che non so definire ma che sento chiaramente come un posto vuoto. Un posto che avrei dovuto riempire e non ho saputo.<br>Quel pezzo pu&#242; aspettare. Questo no.<br>Ne ho gi&#224; parlato qui, in altri pezzi. So che &#232; una spirale. So riconoscerla quando arriva. Ma questa volta non volevo solo nominarla. Volevo capire da dove viene davvero. Non la versione elaborata, ma quella sotto. Quella pi&#249; antica. Quella che il corpo conosce da molto prima che la testa avesse le parole per dirla.</p><div><hr></div><p>C&#8217;&#232; una notte che porto sempre con me. Ero in seconda o terza elementare. Il pigiama, il buio, la portafinestra sul giardino. L&#8217;erba sotto i piedi - fredda. Umida, reale nel modo in cui sono reali le cose quando hai paura e i sensi si affilano. Stavo scappando di casa per andare da mio padre. <br>Non scappavo da qualcosa. Scappavo verso.<br>Lo so - l&#8217;ho sempre saputo, in qualche parte di me - che i miei genitori si sono lasciati perch&#233; avevano smesso di essere una coppia. Non per colpa nostra. Non per colpa mia. Certe storie finiscono, e quella era finita, e nessuna bambina in pigiama avrebbe potuto cambiarla. Ma il corpo non ragiona. Il corpo sente, e quello che ha sentito quella notte, e in tutte le notti che sono venute dopo, quando mio padre non c&#8217;era, quando era assente nel modo silenzioso e costante in cui certi padri sanno essere assenti, era qualcosa di pi&#249; antico e che si radica prepotentemente dentro molte persone. <br><em>Non sei abbastanza per farlo restare.</em> <br>Non come pensiero. Come certezza, fisica, depositata in un posto preciso, tenuta l&#236; senza che nessuno l&#8217;avesse messa in discussione abbastanza a lungo. I bambin fanno cos&#236;. Quando non hanno parole per il dolore, camminano verso di esso nel tentativo di fermarlo. Quando non capiscono perch&#233; qualcuno si allontana, cercano nel proprio peso la spiegazione. E quella spiegazione, una volta trovata, non la mollano facilmente. Perch&#233; &#232; dolorosa, ma &#232; una risposta. E una risposta dolorosa &#232; sempre meglio del silenzio.</p><div><hr></div><p>Dopo mio padre - con cui oggi ho un rapporto, pi&#249; solido, voluto, che ha richiesto impegno e dedizione e ancora la richiede, ma reciproco, e costante, e sincero - sono arrivate altre persone.<br>Alcune se ne sono andate con una spiegazione. La maggior parte senza. Interruzioni secche, silenzi improvvisi, porte che si chiudono senza che tu abbia sentito il &#8220;clic&#8221;. Punti vuoti nel mezzo di storie che non avevano ancora finito di vivere. E ogni volta il cervello ha cercato una risposta nel vuoto. E la risposta che ha trovato, ogni volta, era sempre quella.<br>Non &#232; una conclusione irrazionale. &#200; la conclusione pi&#249; logica che un essere umano possa trarre da quel tipo di abbandono - ripetuto, inspiegato, silenzioso. Se le persone se ne vanno senza spiegazione, e tu sei l&#8217;unica costante in tutte quelle storie, la deduzione viene da sola. <br>Io non sono abbastanza.<br>Il problema &#232; che &#232; sbagliata. Cavolo, se &#232; sbagliata.<br>Ma smettere di crederci richiede anni. E anche quando smetti di crederci con la testa, il corpo continua a tenerla in quel posto preciso - tra lo sterno e la gola, pronta, come qualcosa che non si butta mai del tutto perch&#233; non si sa mai.</p><p>Poi &#232; arrivata la clinica. E con la clinica se ne sono andate le persone che pensavo sarebbero rimaste, quelle che avrei giurato, se qualcuno me lo avesse chiesto, che ci sarebbero state. Non ci sono state. E mi sono ritrovata a fare i conti con una vita improvvisamente pi&#249; piccola, pi&#249; silenziosa, svuotata di cose che davo per scontate. <br>Paragono, ancora. La persona che ero con la persona che sono. La vita di prima con quella di adesso. &#200; una trappola che conosco e in cui cado lo stesso. Misurare il cantiere con l&#8217;edificio finito. E il cantiere perde sempre in quel confronto, anche quando il cantiere &#232; il posto pi&#249; coraggioso in cui si possa stare.</p><div><hr></div><p>Non abbraccio quasi nessuno.</p><p>Nel senso degli abbracci veri. Quelli in cui non sai pi&#249; se stai toccando terra, in cui i confini del tuo corpo diventano incerti e non importa, in cui sei talmente dentro che tutto il resto sparisce. La stanza. Il tempo. Il peso di essere te. Quegli abbracci in cui hai fatto anche l&#8217;amore senza saperlo, in cui non capivi se eri in piedi o sdraiata o inclinata verso qualcosa che non aveva ancora nome. Li conto sulle dita di una mano.<br>Li ho ricevuti raramente. Dati, raramente. E ogni volta che ho cominciato a sentirmi al sicuro con qualcuna, ogni volta che il castello ha preso una forma, ha cominciato a sembrare solido, abitabile, quella persona se ne &#232; andata. Con quel silenzio che conosco, che sa gi&#224; come farmi stare. E allora la voce torna. Quella precisa, puntuale: vedi? Hai affidato troppo di te. Non era un posto sicuro. Non lo &#232; mai.</p><p>E io imparo, di nuovo, a non affidarmi. A tenere le distanze giuste. A costruire una versione di me che non disturba. Autonoma, solida, capace. Una versione che non chiede. <strong>Perch&#233; non so chiedere quello che non ho mai ricevuto.<br></strong>Non ho una mappa per farlo. Non so come si dice &#8220;Oggi puoi pensarci tu per me&#8221;, non so nemmeno bene come suona quella frase in bocca mia, se ho il diritto di pronunciarla, cosa succede dopo. Non so come si chiede &#8220;Abbracciami, rimani, non andare, non ancora&#8221;<em>.</em> Non so come si chiede aiuto senza sentire immediatamente il senso di colpa del pesare su una persona che presto si stancher&#224; del mio peso.<br>E allora non chiedo.</p><div><hr></div><p>Io mi basto.</p><p>Lo dico e lo sento vero, non come consolazione, non come difesa. Come fatto. Sto bene con me stessa, so stare nel mio silenzio, so attraversare le cose difficili, so trovare dentro quello che fuori non c&#8217;&#232;.<br>Ma il &#8220;mi basto&#8221; non significa che non voglia.<br>Non mi vergogno di dirlo. Voglio qualcuno nella mia vita che mi ami abbastanza da tenermi stretta quando mi manca il respiro. Qualcuno il cui cuore io possa sentire sul mio petto, lento e regolare, mentre il mio impara di nuovo come si fa. Voglio qualcuno che dica &#8220;Oggi ci penso io<em>&#8221;</em>, e lo dica sul serio, e rimanga, e non sparisca la mattina dopo senza spiegazione. Voglio qualcuno che non accetti il &#8220;Sto bene&#8221; quando non &#232; vero. Che conosca la differenza.<br>Non &#232; chiedere troppo.<br>Lo so che non &#232; chiedere troppo. Lo so con la testa, con quella parte di me che &#232; andata lontano, che ha fatto un lavoro enorme su se stessa, che ancora lo sta facendo, e con estrema seriet&#224;, eche ha imparato a stare dentro le cose difficili senza spezzarsi. Ma il corpo ricorda ancora. Ricorda la portafinestra, il pigiama, l&#8217;erba fredda sotto i piedi nel buio. Ricorda tutte le volte che ha cercato un segnale che non &#232; arrivato. E ogni volta che qualcuno si avvicina abbastanza da sembrare un posto sicuro, da qualche parte dentro di me c&#8217;&#232; ancora quella bambina che si chiede quanto durer&#224;.</p><div><hr></div><p>Sto imparando.<br>Non a chiedere. Quello non l&#8217;ho ancora imparato. Non so ancora come si apre la bocca su quel bisogno l&#236; senza sentire immediatamente il peso di essere troppo, di chiedere troppo, di occupare troppo spazio.<br>Ma sto imparando che &#8220;potrei&#8221;.<br>Che dovrei poterlo fare. Che esiste, da qualche parte, una versione di me che sa farlo, che ha costruito abbastanza fiducia, abbastanza certezza di non essere abbandonata al primo segno di fragilit&#224;, e che quella versione non &#232; un&#8217;altra persona. Sono io, pi&#249; avanti. Sono io quando avr&#242; trovato il posto sicuro. E, s&#236;, &#8220;Sono&#8221;, non &#8220;sar&#242;&#8221;.<br>Perch&#233; lo so che arriver&#242; a farlo. Lo so con quella parte di me che ha attraversato cose che non avrei creduto di poter attraversare e ne &#232; uscita - non intatta, non uguale, ma viva e pi&#249; precisa di prima. Quella parte sa. Quella parte tiene. Un giorno trover&#242; il mio posto sicuro anche fuori da me. Un posto in cui qualcuno respira accanto a me, lento e regolare, e il mio corpo lo segue senza doverlo decidere. Un posto in cui posso smettere di nuotare contro la corrente e scoprire, di nuovo, che l&#8217;acqua mi sostiene. Un posto in cui il mio nome viene detto nel modo in cui ho sempre sentito che doveva essere detto - con cura, con calma, come si dice una cosa a cui si tiene.<br>Non so ancora quando.<br>Ma so che la mappa si costruisce anche tardi. Che il fatto di non averla ricevuta non significa che non ne abbia diritto. Che posso imparare anche questo, anche adesso, anche partendo da qui.</p><p>La scena in clinica &#232; ancora l&#236;, intatta nella memoria - il pavimento freddo, le gambe che non rispondevano, una maglietta dei Ramones, un cuore calmo contro il mio orecchio. E il mio corpo che impara, di nuovo, come si fa.</p><div><hr></div><p>La foto in copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@monaeendra?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Mona Eendra</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/flowers-beside-yellow-wall-vC8wj_Kphak?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026,<br>la prossima arriva a breve, e andremo avanti fino a quando ci saranno <strong>storie dal margine</strong><em> </em>da raccontare.<br><br>Lo scorso 3 marzo, la storia che avete letto era la mia.<br>Che poi alla fine ora non mi appartiene pi&#249;, non come prima. Ma me la tengo stretta. E alla fine &#232; anche un po&#8217; la vostra. Probabilmente, in quel momento, era la Nostra.<br>Se ti va di leggerci,</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Grazie per aver letto Chiamatemi Mattea! Se quello che hai letto ti risuona dentro, puoi iscriverti qui e rimanere aggiornat su quello che scrivo - e sento. 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Posso solo abitarlo. Come si abita una casa d&#8217;infanzia che non esiste pi&#249;. Come si abita una lingua che hai smesso di parlare ma che ancora sogni. Io avevo un&#8217;altra vita, forse. E quel film me l&#8217;ha cambiata.</p><p>Il titolo &#232; un verso. Una sola riga di una poesia del 1717 che contiene tutto: <br>il desiderio di dimenticare, l&#8217;impossibilit&#224; di farlo, il dolore che si ostina a restare l&#236;, fermo, come un ospite che non se ne va mai. La poesia &#232; di Alexander Pope. Si intitola <em>Eloisa to Abelard</em>, e racconta di una donna che ama un uomo che non avrebbe dovuto amare. H&#233;lo&#239;se d&#8217;Argenteuil - monaca, studiosa, scrittrice, donna del XII secolo che aveva il torto di essere troppo intelligente e troppo viva. Il suo insegnante era Pietro Abelardo, vent&#8217;anni pi&#249; di lei, e quella storia non fin&#236; bene. Le storie cos&#236; non finiscono mai bene. Finiscono, e basta. E il finire lascia il segno. Pope arriva alla conclusione che non si cancella chi si &#232; amato. La sofferenza &#232; il prezzo dell&#8217;amore, e il prezzo si paga sempre, fino all&#8217;ultimo centesimo. Kaufman e Gondry, nel film, vanno oltre. Si chiedono: e se fosse possibile cancellare? <br>E poi rispondono: non vorresti farlo. Non davvero. Perch&#233; quella sofferenza &#232; tua. Ti ha costruita. Ti ha rotta e ricostruita in una forma che non avresti mai immaginato. La nostra sofferenza ci appartiene. Ed &#232; forse l&#8217;unica cosa che nessuno pu&#242; portarci via.</p><blockquote><p>How happy is the blameless vestal&#8217;s lot!<br>The world forgetting, by the world forgot.<br>Eternal sunshine of the spotless mind!<br>Each pray&#8217;r accepted, and each wish resign&#8217;d;<br>Labour and rest, that equal periods keep;<br>&#8220;Obedient slumbers that can wake and weep;&#8221;<br>Desires compos&#8217;d, affections ever ev&#8217;n,<br>Tears that delight, and sighs that waft to Heav&#8217;n.<br>Grace shines around her with serenest beams,<br>And whisp&#8217;ring angels prompt her golden dreams.<br>For her th&#8217; unfading rose of Eden blooms,<br>And wings of seraphs shed divine perfumes,<br>For her the Spouse prepares the bridal ring,<br>For her white virgins hymeneals sing,<br>To sounds of heav&#8217;nly harps she dies away,<br>And melts in visions of eternal day.</p></blockquote><p>Il film dice che dimenticare &#232; un errore. &#8220;Lei&#8221; mi ha insegnato perch&#233;, senza dire una parola. &#200; stato il momento in cui la teoria della memoria ha smesso di essere letteratura per diventare la schiena della persona che amo. &#200; stata lei a rimandarmi questa poesia, e guardandola ho visto una donna che cammina come se portasse uno zaino invisibile. Lo porta con una grazia strana, un&#8217;eleganza che appartiene solo a chi &#232; stato pesante per cos&#236; tanto tempo da aver dimenticato il suono della parola leggerezza. &#200; una mutazione silenziosa, quella del corpo che si adatta al carico. Le spalle si chiudono appena, un millimetro alla volta, come a voler proteggere il battito del cuore da un vento troppo forte. Alla fine non sai pi&#249; dire dove finisce il ferro e dove cominci tu. Dove finisce il dovere e dove inizia il tuo respiro. Lo zaino sa di ferro vecchio e di pioggia rimasta a met&#224;, ha l&#8217;odore delle case chiuse da troppo tempo.</p><p>Ci sono persone che portano il mondo senza dirlo. Lei &#232; una di quelle. Non cercano applausi, cercano solo di non inciampare. Lo si vede nel modo in cui aprono una porta, con una cautela infinita, come se temessero di disturbare il destino, e nel modo in cui siedono ai bordi delle sedie. Come se non avessero il permesso di occupare il centro. E quando ci sono, nel centro, lo abitano con la maschera. Come se lo spazio vitale fosse un affitto che non possono mai permettersi di pagare del tutto. E allora viene anche la rabbia, quella non te la sei mai potuta permettere. Viene quella silenziosa, che si accumula sotto la lingua come un sapore metallico. La rabbia verso chi ti ha fissata a quel muro e poi ha girato i tacchi. Verso il mondo che ti ha guardata portare tutto senza mai chiederti se volevi posarlo. E ogni tanto, lo so, anche verso te stessa - per aver continuato a raccogliere quello che gli altri lasciavano cadere, per aver creduto che fosse tuo compito non inciampare mai.</p><p>E allora viene la tentazione. La tentazione di sparire. Di farti dimenticare, sperando che nel buio quel chiodo faccia meno male. Di diventare trasparente - <em>the world forgetting, by the world forgot</em> - come se la forma pi&#249; alta di sollievo fosse smettere di lasciare impronte sulla terra. Ma una mente senza memoria sarebbe una mente muta. Se cancelli il dolore, cancelli la musica che sai suonare. Non puoi estrarre il chiodo senza portarti via la carne. E quella carne, cos&#236; stanca e cos&#236; viva, &#232; la tua sola storia.</p><p>Quante volte hai aspettato che qualcuno ti chiedesse come stai, che te lo chiedesse davvero, e nel silenzio che seguiva hai gi&#224; cominciato a inventarti un modo per stare bene da sola, invece di rispondere? Hai trasformato la tua cura in una moneta. Hai pagato il tuo diritto di restare al mondo curando le piaghe degli altri, sperando che quel sacrificio bastasse a comprare il tuo posto a tavola. &#200; un desiderio bellissimo, voler essere lo sguardo che guarisce. Ma dentro ci si nasconde forse la convinzione che se smetti di essere utile, smetti di essere necessaria. E se smetti di essere necessaria, cosa rimane di te? Chi guarder&#224; la tua di stanchezza, mentre sei impegnata a fasciare quella degli altri?</p><p>Io ho una porta chiusa dentro di me. Non l&#8217;apro da anni, per abitudine. A un certo punto smetti di ricordare cosa c&#8217;&#232; dietro, e sembra pi&#249; semplice passarci accanto senza guardare. Ho le parole che rimangono incastrate tra i denti. Ho i giorni in cui il mio stesso volto allo specchio mi &#232; straniero, un ospite non invitato. Te lo dico perch&#233; voglio che tu sappia dove mi trovi: non sono dall&#8217;altra parte del buio con una torcia accesa a farti lezione di luce. Sono qui. Dentro. Con le mie mani aperte accanto alle tue. Se vuoi, possiamo restare cos&#236; un po&#8217;. Sedute sul bordo del letto, senza parlare. Le mani sulle ginocchia, i palmi in su. La tua spalla che sfiora la mia. Calore nudo, umano. Il respiro che, piano, trova un ritmo comune. Non succede niente di eclatante. Eppure qualcosa si mantiene acceso. La luce non si spegne tutta insieme. Si abbassa per stanchezza, per troppa polvere, per troppi giorni senza sguardi gentili. A volte basta una presenza che resta, una mano che non forza, qualcuno che rimane seduto accanto alla fiamma anche quando non scalda pi&#249;, anche quando fuma e fa tossire. La manutenzione della luce &#232; questo: non lasciarti sola nel buio quando tu, da sola, non riesci pi&#249; a vederti.</p><p>La donna con lo zaino invisibile sei tu. Sono io.</p><p>Quando ti guardo, mi succede una cosa strana. Il cuore si alleggerisce, per come sei, per come resisti, per quella grazia assurda con cui porti l&#8217;impossibile. E subito dopo si appesantisce, ma in modo diverso. Perch&#233; ti vedo, e non posso fare niente. Non posso toglierti le cinghie. Non posso restituirti gli anni in cui nessuno ha guardato la tua stanchezza. Posso solo restare qui, dentro questa impotenza che mi appartiene, e amarti lo stesso. Forse &#232; questo il punto. Non salvarti. Restare. Non ho bisogno che tu sia forte. Non ho bisogno che tu sappia dove stai andando. Non ho bisogno che tu abbia qualcosa da offrire per meritarti il mio tempo. <strong>Ti scelgo cos&#236;</strong>. Ti scelgo con lo zaino ancora sulle spalle, con il passo incerto, con tutte le versioni di te che non hai ancora il coraggio di nominare. Ti amo nelle tue macerie, non solo nei tuoi palazzi costruiti bene. Quando i tuoi occhi saranno troppo stanchi per vedere quanto vali, useremo i miei. Non per mostrarti come dovresti essere secondo il mondo, ma per ricordarti chi sei gi&#224;. E se un giorno deciderai di posarlo, quello zaino, anche solo per un respiro, <strong>io sar&#242; qui.<br></strong>Non per dirti quanto sei diventata leggera, ma per baciare i segni che le cinghie hanno lasciato sulla tua pelle nuda. Quei solchi sono tuoi. Non li trasformo in metafore. Li bacio perch&#233; sono la prova che sei stata qui. Non ho bisogno che diventino belli per amarli.</p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026,<br>la prossima arriva a breve, e andremo avanti fino a quando ci saranno <strong>storie dal margine</strong><em> </em>da raccontare.<br><br>Il prossimo 3 marzo, la storia che leggerete sar&#224; la mia.<br>Che poi alla fine ora non mi appartiene pi&#249;, non come prima. Ma me la tengo stretta. E alla fine &#232; anche un po&#8217; la vostra. Probabilmente, in quel momento, era la Nostra.<br>Se ti va di leggerci,</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Nella carne.]]></title><description><![CDATA[Resto.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/nella-carne</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/nella-carne</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Thu, 19 Feb 2026 09:01:11 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/aeae9c10-edfc-4c3b-a8bb-a64b69204391_4032x6048.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><strong>Resto</strong></p><p>C&#8217;&#232; una cosa che voglio che sia chiara: non sono una persona che non vuole guarire. Sono una che non crede di avere ancora qualcosa da cui guarire. Non &#232; la stessa cosa. Non ci &#232; nemmeno vicina. Restare non &#232; paura di andare avanti. Andare avanti significherebbe mentire, ora, dichiarare finita una cosa che nel corpo, nella carne, nelle braccia che sanno ancora dove posarsi, non lo &#232;. E io non so mentire cos&#236;. Non ci riesco. Non voglio imparare. Non si smette di amare da un secondo all&#8217;altro. E finch&#233; quell&#8217;amore &#232; presente, vivo, fedele a se stesso, restare &#232; l&#8217;unica risposta onesta che ho.</p><p><strong>Il tempo far&#224; il suo lavoro</strong>. Lo so gi&#224;. Ma non sono tenuta ad aiutarlo. <br>Posso aspettare. Posso stare nel posto che ha ancora la forma di noi due, finch&#233; quella forma esiste, per ricordare chi eravamo - e che potremmo tornare. (cit.)<br><br>E so che altre persone sentono come me.</p><div><hr></div><p>Prima o poi succeder&#224;.<br>Lo sappiamo tutti. Arriver&#224; un mattino in cui le dita non cercheranno pi&#249; quel vuoto, in cui il respiro torner&#224; a essere un esercizio semplice, senza intoppi. Succeder&#224;. La macchina vincer&#224;, il tempo far&#224; il suo mestiere di spazzino e noi, finalmente, lasceremo andare. Ma non oggi. Oggi scegliamo di restare. Forse &#232; una scelta che ci rende pi&#249; lente, pi&#249; fragili, persino un po&#8217; (tanto) stupide agli occhi del mondo che corre. Ma restare l&#236;, in quel punto esatto dove tutto &#232; finito, &#232; l&#8217;unico modo che conosciamo per dire che &#232; successo davvero. Che non ce lo siamo inventati. <br>Sappiamo che la guarigione arriver&#224;, ma non accettiamo che sia una corsa contro il tempo. Questo pezzo non parla di restare bloccati per sempre, ma del diritto di fermarsi tra le macerie. Uscire dal dolore per andare avanti &#232; un processo che ha bisogno di rispetto, di tempo e, a volte, del coraggio di non voler ancora dimenticare. Consapevoli della propria scelta disfunzionale momentanea. Tentativo di negoziare con il destino per tenere almeno un piccolo pezzo di quell'incendio, prima che diventi cenere bianca e fredda.<br><br>Trovate una poesia.<br>La incornicio.</p><div><hr></div><p><em>Un inverno che non passa,</em><br><em>treni presi all&#8217;alba</em><br><em>e mani che cercano</em><br><em>dove non c&#8217;&#232; pi&#249; niente.<br></em><br><em>Ti prego.</em><br><em>Lasciami questo.</em><br><em>Solo questo.</em></p><p><em>Un ricordo che non bruci ancora,</em><br><em>un posto dove sei ancora intera</em><br><em>e io non ho fatto in tempo</em><br><em>a rovinarti.</em></p><p><em>Mi hai portata in un posto</em><br><em>dove non ero mai stata.</em><br><em>Era cos&#236; bello l&#236;.</em><br><em>Ci siamo rimaste un po&#8217;.</em><br><em>Poi abbiamo cominciato</em><br><em>a scivolare.</em></p><p><em>Lo so che mi vedrai.</em><br><em>Lo so che ci stancheremo.</em><br><em>Lo so che diventer&#242;</em><br><em>una cosa complicata</em><br><em>che cerca pace</em><br><em>senza trovarla,</em><br><em>e tu resterai l&#236;</em><br><em>a non riuscire a vedere niente</em><br><em>che non ti piaccia in me -</em><br><em>fino a quando</em><br><em>non sar&#224; pi&#249; cos&#236;.</em></p><p><em>Okay.</em><br><em>Solo questo.</em><br><em>Quel tuo okay rotto</em><br><em>che conteneva tutto:</em><br><em>il s&#236;,</em><br><em>il no,</em><br><em>il so gi&#224; come andr&#224; a finire</em><br><em>ma io resto, lo stesso.</em></p><p><em>Potremmo ricordare</em><br><em>fino a domani mattina?</em><br><em>Sarebbe un addio degno.</em><br><em>Almeno avremmo un addio -</em><br><em>qualcosa da tenere</em><br><em>quando la macchina avr&#224; finito</em><br><em>il suo lavoro</em><br><em>e di te non rester&#224;</em><br><em>neanche il dolore.</em></p><p><em>Solo il bianco.</em><br><em>E io che preferisco</em><br><em>l&#8217;inferno di averti amata</em><br><em>a quel paradiso</em><br><em>senza il tuo nome</em><br><em>sulla lingua.</em></p><div><hr></div><p>Non sono rimasta bloccata qui per caso. Non &#232; il dolore che non mi lascia andare, sono io che non lascio andare il dolore. Lo tengo. Lo curo. Mi assicuro ogni mattina che sia ancora l&#236;, intatto, caldo. Preciso come il primo giorno.<br>Ho fatto un calcolo, da qualche parte sotto la superficie, dove i conti si fanno senza autorizzazione: se smetto di stare male, se la macchina fa il suo lavoro e i contorni sbiadiscono e la voce diventa meno esatta - perch&#233; &#232; la voce la prima cosa a sparire - allora &#232; finita davvero. <br>Allora lei non ha pi&#249; niente a cui tornare.<br>Ma se resto qui, se tengo tutto fermo, se non sposto niente, allora il posto esiste ancora. Allora c&#8217;&#232; ancora un luogo che ha la forma di Noi due.</p><p>Le persone che ti vogliono bene dicono: devi andare avanti. <br>Passer&#224;. Lo dicono con quella faccia gentile che fa male, quella faccia che non sa cosa significa avere qualcuno nella carne. Non nella testa, non nei ricordi. Nella carne. Nel modo in cui le braccia sanno ancora dove posarsi e il corpo fa spazio. Automatico. Stupido. Fedele.<br>Andare avanti.<br>Come se avanzare non significasse portarla via con me. Come se non significasse chiudere una porta dall&#8217;altra parte della quale lei potrebbe ancora bussare. Io quella porta non la chiudo. Me la tengo aperta anche di notte. Anche quando fa freddo. Anche quando so - e lo so - che non busser&#224;.</p><p>Parlano di guarire come di un traguardo, neutro. Come se fosse sollievo, aria pulita, spazio. Per me guarire significa perderla un&#8217;altra volta. La prima volta me l&#8217;ha portata via lei. La seconda me la porterei via io. Piano, con cura, un contorno alla volta, fino a quando la sua voce non sar&#224; che un rumore bianco e il posto che aveva la forma di noi due avr&#224; la forma di niente. Ho risposto alla domanda nel corpo, prima ancora di formularla nella testa.<br>Non voglio guarire. Non ora, almeno. Questo &#232; il mio lutto sentimentale.<br>Non lo considero un fallimento. &#200; una scelta. L&#8217;unica che mi lascia ancora qualcosa di lei tra le mani. Il problema non &#232; dimenticarla. Il problema &#232; che non voglio farlo.<br>Voglio il peso esatto di com&#8217;era stare in quel posto che mi aveva mostrato, quel luogo dove non ero mai stata e che ora non trovo pi&#249; da sola. Voglio il suo nome sulla lingua. Voglio persino questo dolore, preciso e fedele, che almeno ha la sua forma. Preferisco l&#8217;inferno di averla amata a un paradiso in cui non mi ricordo pi&#249; come si fa.</p><p>E allora resto. Resto nel dolore come si resta in una stanza che sa ancora di qualcuno. Mi siedo sul bordo del letto. Alzarsi significherebbe ammettere che &#232; mattina. Che la notte &#232; finita senza che lei tornasse.</p><p>La notte &#232; finita.<br>Non mi alzo ancora.</p><p>Non so se si chiami speranza. So che ogni mattina rifaccio lo stesso calcolo. Tengo il dolore come si tiene una cosa di valore: con cura, con attenzione, con la paura precisa di perderlo.<br>Perch&#233; il giorno che non far&#224; pi&#249; cos&#236; male sar&#224; il giorno in cui sar&#224; davvero finita. E io quel giorno non lo voglio. Non ancora. Forse non lo vorr&#242; mai.<br>Forse questo &#232; gi&#224; un modo di amarla ancora.<br>E poi l&#8217;amer&#242; in modo diverso.<br>Ma quel futuro non &#232; adesso.</p><div><hr></div><p>La foto in copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@mkrawczynski?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Marcin Krawczy&#324;ski</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/un-tulipano-bordeaux-scuro-e-catturato-in-dettaglio-iikkJ9H_ijM?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026,<br>la prossima arriva a breve, e andremo avanti fino a quando ci saranno <strong>storie dal margine</strong><em> </em>da raccontare.<br><br>Il prossimo 3 marzo, la storia che leggerete sar&#224; la mia.<br>Che poi alla fine ora non mi appartiene pi&#249;, non come prima. Ma me la tengo stretta. E alla fine &#232; anche un po&#8217; la vostra. Probabilmente, in quel momento, era la Nostra.<br>Se ti va di leggerci,</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["Già e solo"]]></title><description><![CDATA[Cronaca di un tempo che non passa, ma si deposita]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/gia-e-solo</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/gia-e-solo</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Sat, 14 Feb 2026 07:36:46 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/42322bfe-f368-443b-b441-b9e2e7e3dec2_5606x3738.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il tempo non &#232; circolare.</strong></p><p>L&#8217;altro giorno un mio amico mi ha detto una cosa che mi &#232; entrata dentro e ha lavorato. Come una lama. &#200; morto suo padre, ormai pi&#249; di un mese fa. E lui mi ha detto, con una voce velatamente rotta: <br>&#8220;&#200; gi&#224; un mese, o &#232; solo un mese?&#8221;. Come se fosse una domanda impossibile. Come se stesse cercando di capire quale delle due cose fosse vera e si rendesse conto che erano vere entrambe, simultaneamente, e che questo lo stava spaccando in due. Lo stava letteralmente aprendo a met&#224;, da sopra a sotto. Mi sono ricordata di una frase di Jerry Spinelli, da <em>Stargirl<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a></em>. Dice: <br><br>&#8220;Perch&#233; gli orologi sono circolari? Il tempo non &#232; circolare. E chi ha inventato i minuti? Cos&#8217;hanno mai fatto di buono? Accorciano il divertimento e misurano l&#8217;infelicit&#224;. Orologi: ecco il problema. Ogni orologio &#232; un nido di ore e minuti. Gli orologi ci modellano secondo la loro forma. E invece di puntare alla stella pi&#249; vicina, ruotiamo su noi stessi.&#8221; <br><br>Ruotiamo. Ruotiamo. Come criceti impazziti in una ruota di ottone e ingranaggi. Ma il tempo non &#232; circolare. Siamo noi che abbiamo costruito questa gabbia tonda per non ammettere che il tempo &#232; un&#8217;altra cosa. Una cosa selvaggia. Sant&#8217;Agostino<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-2" href="#footnote-2" target="_self">2</a>, nelle <em>Confessioni</em>, diventava matto su questo. Diceva: se nessuno me lo chiede, lo so. Se voglio spiegarlo, non lo so pi&#249;. E poi arrivava a questa parola definitiva, bellissima: <em>Distensio animi</em>. <br>Il tempo &#232; l&#8217;anima che si tende. Non esiste fuori di noi. Esiste solo nella nostra capacit&#224; di ricordare, di vivere, di aspettare. Il passato &#232; memoria, il futuro &#232; attesa, il presente &#232; attenzione.</p><p>Capite? Il tempo non scorre fuori, oggettivo, come un fiume che se ne frega se ci sei o no. Il tempo accade dentro. &#200; il modo in cui l&#8217;anima si dilata o si contrae fino a farsi venire i crampi. Per questo un mese dopo la perdita di una persona pu&#242; essere un&#8217;eternit&#224; e, nello stesso istante, un soffio. Perch&#233; non stai misurando il tempo. Lo stai sanguinando. E l&#8217;anima, di fronte al dolore, non sa che farsene dei minuti. Non sa cosa siano. Li calpesta.</p><p>Ci hanno insegnato che il tempo &#232; una collana di perle. Istanti separati, uniformi, identici. Come se potessi vivere lo stesso istante due volte. Come se un anno dopo la perdita fosse lo stesso anno, solo perch&#233; l&#8217;orologio ha fatto un giro completo e la lancetta &#232; tornata al dodici. Come se gli istanti non si portassero dietro niente, non accumulassero peso, non lasciassero traccia. Ma tu lo sai che &#232; una menzogna. Lo sai perch&#233; ti basta un odore di asfalto bagnato o un profumo di crema solare economica per essere risputata in un&#8217;estate di quindici anni fa. Non &#232; il ricordo dell&#8217;estate. &#200; l&#8217;estate stessa. Il bruciore del sale negli occhi, il calore della lamiera della macchina, la voce di quella persona che non vedi pi&#249; che ti chiama per nome. Reale. Presente. Viva. In quell&#8217;istante non stavi ricordando: stavi venendo fatta a pezzi dalla simultaneit&#224;. Il mondo si &#232; spaccato in due e tu eri in entrambi i pezzi.</p><p>Il tempo vero non &#232; una collana. &#200; un gomitolo che si avvolge su se stesso. Ogni istante contiene tutti quelli precedenti, li mastica, li trasforma. Cresce come una valanga che scende dalla montagna: accumula neve, sassi, terra, velocit&#224;, senza mai perdere il primo fiocco caduto in cima. Tu non sei la stessa persona di un anno fa non perch&#233; il tempo &#232; &#8220;passato&#8221;, ma perch&#233; quell&#8217;anno ti si &#232; depositato dentro le ossa. Ha cambiato il peso del tuo passo, il modo in cui i tuoi occhi filtrano la luce.</p><p>E allora come puoi pretendere che il dolore passi in &#8220;tot&#8221; mesi? Come puoi pensare che l&#8217;amore si capisca dopo &#8220;tot&#8221; appuntamenti? Come puoi credere che esista un tempo giusto per guarire, per decidere, per lasciar andare? Guarda le citt&#224;. Gli orologi rintoccano le ore, tengono insieme il gregge. La gente si muove sincronizzata: otto del mattino, pausa pranzo, sei di sera. Ma dentro ognuno di loro il tempo &#232; un&#8217;anarchia. C&#8217;&#232; chi vive un secondo che dura ore - un bacio, un addio, una diagnosi che ti svuota i polmoni. C&#8217;&#232; chi attraversa anni interi in pochi secondi. Il tempo esteriore e il tempo interiore non coincideranno mai. Mai. Mai.</p><p>E quando una persona ti dice che devi tornare alla normalit&#224;, che devi sincronizzarti, che &#8220;dovrebbe essere passato abbastanza&#8221;, sta chiedendoti di mutilarti. Sta chiedendoti di strappare pezzi della tua anima per farli entrare nella scatola dell&#8217;orologio. Stiamo chiedendo al gomitolo di farsi perla. Stiamo chiedendo all&#8217;anima di smettere di essere viva.</p><p>Intanto l&#8217;orologio gira. Ti riporta a gennaio. A mezzanotte. Al primo anniversario, al secondo, al decimo. A tutti quelli che invece non ci saranno mai. Sembra che tu sia tornata l&#236;. Come se girassi in tondo. Ma non &#232; vero. Non sei mai tornata l&#236;. Ci sei passata vicino, s&#236;, ma da un&#8217;altezza diversa. Perch&#233; il tempo non &#232; un cerchio. &#200; una spirale. E tu non stai ruotando su te stessa. Stai crescendo.</p><p>Pensate alle relazioni d&#8217;amore. Pensateci. Ho visto persone innamorarsi in una notte e costruirci una cattedrale. E persone che dopo dieci anni si guardavano e si accorgevano di essere due estranei seduti allo stesso tavolo. Ho visto persone superare un tradimento in un lampo, e altre portare quella ferita aperta, rossa, viva, per decenni.<br><br>Io ci ho messo otto ore. Otto ore di aperitivo fra vino e chiacchiere fino a notte fonda e non me ne sono nemmeno accorta. Non ho pensato: ecco, mi sto innamorando. L'ho scoperto dopo, quando il tempo ha cambiato forma. Quando i giorni hanno iniziato a dilatarsi e contrarsi secondo una fisica che non conoscevo. E adesso che &#232; finito, ora che vivo dentro la perdita, il tempo dell'anima lo vedo tutto. Perch&#233; non so quando finir&#224; questo dolore. Non so se finir&#224;. E ogni volta che leggo <em>distensio animi</em> - distensione dell&#8217;anima - sento qualcosa che si spacca dentro. Perch&#233; &#232; esattamente questo, per me: l'anima tesa tra ci&#242; che &#232; stato e ci&#242; che non sar&#224; pi&#249;. <br><br>Il problema non &#232; quanto tempo &#232; passato. Il problema &#232; che pretendiamo di misurare con lo stesso metro cose che non hanno misura. L&#8217;amore non ha lancette. Il dolore non ha scadenza. La guarigione non &#232; un processo a rate.<br><em>Distensio animi</em>, appunto. <br>L&#8217;anima che si allunga tra ci&#242; che &#232; stato e ci&#242; che sar&#224;. Non &#232; una linea retta. &#200; questa spirale assurda. Ogni volta che torni vicino a un ricordo, non sei la stessa persona. Lo attraversi con un corpo diverso, con un cuore che ha cambiato battito. Passi vicino allo stesso dolore, s&#236;, ma da una profondit&#224; diversa. Non &#232; mai lo stesso punto. Mai.<br>Io credo che questa sia la cosa pi&#249; sovversiva che possiamo fare: rifiutare di misurare. Rifiutare di dire: dovrei essere gi&#224; qui. Dovrei gi&#224; stare meglio. Il mio amico, quando si chiede se &#232; gi&#224; un mese o solo un mese, sta facendo una rivoluzione. Sta riconoscendo che il tempo dell&#8217;orologio &#232; un trucco da prestigiatore. Sta dicendo: non so quanto ci vorr&#224;. E non so nemmeno se &#8220;quanto ci vorr&#224;&#8221; sia la domanda giusta.<br>Forse la domanda giusta non &#232; &#8220;quanto tempo ci vuole&#8221;. Forse la domanda giusta &#232; &#8220;dove sto andando con questo dolore&#8221;. O forse non c&#8217;&#232; nessuna domanda giusta.</p><p>Gli orologi ci modellano secondo la loro forma. Ci fanno girare in cerchio. Ma le stelle non ruotano su se stesse aspettando che passi il tempo. Le stelle esplodono. Nascono. Muoiono. Si trasformano in polvere che diventa altre stelle. Non hanno tempo. Sono tempo. E forse noi siamo pi&#249; simili alle stelle che agli orologi.<br>Quando ami, quando perdi, quando guarisci, se guarire &#232; la parola giusta, stai attraversando un movimento interno che solo tu conosci. Un&#8217;esperienza che ti dilata l&#8217;anima oltre ogni parametro esterno. E puoi permetterti di viverla. Non secondo il tempo dell&#8217;orologio. Non secondo il tempo delle aspettative. Secondo il tuo. Quello che si allunga e si accorcia. Quello che non torna mai allo stesso punto. Quello che non ha bisogno di essere misurato per essere vero. Il tempo in cui un mese pu&#242; essere un&#8217;eternit&#224; e un istante. Il tempo in cui l&#8217;amore dura sei ore o trent&#8217;anni. Il tempo in cui il dolore &#232; una cosa viva che respira con te.</p><p>Gli orologi continueranno a dirti che dovresti essere oltre. Che gli altri ci mettono meno. Che stai perdendo tempo.</p><p>Ma tu sai una cosa che loro non sanno.</p><p>Sai che il tempo non &#232; una gara. Non &#232; una linea. Non &#232; un cerchio.</p><p>&#200; un movimento. E tu sei dentro.</p><p>Viva.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Grazie di dedicare del tempo alle mie parole. Puoi iscriverti gratuitamente qui. Grazie per supportare questi pensieri.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><div><hr></div><p>La foto in copertina &#232; di <a href="https://unsplash.com/it/@wolfgang_hasselmann?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Wolfgang Hasselmann</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/motivo-astratto-e-vorticoso-di-foglie-e-alberi-autunnali--EOKPRQBpGg?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233;<br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;.<br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Abbiamo iniziato marted&#236; 3 febbraio 2026, <br>la prossima arriva a breve, e andremo avanti fino a quando ci saranno <strong>storie dal margine</strong><em> </em>da raccontare.<br><br>Il prossimo 3 marzo, la storia che leggerete sar&#224; la mia. <br>Che poi alla fine ora non mi appartiene pi&#249;, non come prima. Ma me la tengo stretta. E alla fine &#232; anche un po&#8217; la vostra. Probabilmente, in quel momento, era la Nostra.<br>Se ti va di leggerci,</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi iscriverti qui&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/"><span>Puoi iscriverti qui</span></a></p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p><strong>Jerry Spinelli, </strong><em><strong>Stargirl</strong></em><strong> (2000)</strong> <br>Romanzo cardine della letteratura <em>young adult</em> contemporanea, l&#8217;opera di Spinelli analizza le dinamiche del conformismo e l&#8217;ontologia dell&#8217;identit&#224; adolescenziale. La protagonista, Stargirl Caraway, incarna un modello di &#8220;autenticit&#224; radicale&#8221; che entra in rotta di collisione con la struttura sociale della <em>Mica High School</em>.</p><p>Tematiche centrali: Il testo esplora la tensione tra l&#8217;individualismo etico e il desiderio di appartenenza al gruppo (il &#8220;coro&#8221;). Stargirl vive in una dimensione di perenne &#8220;presente emotivo&#8221;, rifiutando le convenzioni sociali e le gerarchie di popolarit&#224;.<br><br><strong>Riferimenti bibliografici:</strong></p><ul><li><p>J. Spinelli, <em>Stargirl</em>, trad. it. di E. Pellegrini, BUR Rizzoli, Milano, 2001.</p></li><li><p>Per un approfondimento sul seguito del personaggio: Id., <em>Love, Stargirl</em>, Mondadori, Milano, 2007.</p></li></ul><p></p></div></div><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-2" href="#footnote-anchor-2" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">2</a><div class="footnote-content"><p>Non me ne vorr&#224; se l&#8217;ho utilizzato all&#8217;interno di questo testo senza averlo compreso del tutto. Non me ne vorr&#224; nemmeno - spero - chi me lo ha fatto conoscere.</p><p><strong>Sant&#8217;Agostino (354-430 d.C.) </strong><br><br>Vescovo di Ippona e Padre della Chiesa, Agostino rappresenta il punto di sintesi tra cultura classica e pensiero cristiano. Le <em>Confessioni</em> (397-401 d.C. ca.) inaugurano il genere dell&#8217;autobiografia introspettiva. L&#8217;opera si divide in 13 libri: i primi IX di carattere biografico, gli ultimi IV di natura esegetica e filosofica.<br>Nel <strong>Libro XI</strong>, Agostino rivoluziona la concezione del tempo definendolo <em>distentio animi</em> (distensione dell&#8217;anima). Superando la visione aristotelica del tempo come misura del movimento, egli lo sposta nella dimensione interiore: il tempo esiste solo nel presente della coscienza come memoria (passato), attenzione (presente) e attesa (futuro). Questa soggettivazione del tempo anticipa la fenomenologia moderna (Husserl) e il concetto di durata in Bergson.</p><p><em>Riferimento celebre:</em> &#171;Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te&#187; (I, 1, 1).<br>(Il nostro cuore &#232; inquieto finch&#233; non riposa in te) - parla di una ricerca che non finisce mai. Di un&#8217;anima che si distende, appunto, sempre tesa tra passato e futuro, tra ci&#242; che &#232; stato e ci&#242; che non sar&#224; pi&#249;.</p><p><strong>Edizioni di riferimento:</strong> </p><ul><li><p><em>Confessioni</em>, a cura di C. Carena, Einaudi, Torino.</p></li><li><p><em>Confessioni</em>, a cura di M. Bettetini, Bompiani, Milano (testo latino a fronte).</p></li></ul><p></p></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Geometria delle ombre lunghe.]]></title><description><![CDATA[Secondi di fermo immagine.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/geometria-delle-ombre-lunghe</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/geometria-delle-ombre-lunghe</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Wed, 04 Feb 2026 08:03:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/9f096fb3-2417-4875-a553-77727cda6ac1_4000x2666.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera ho riletto un pezzo che ho scritto. Rimasto nelle bozze, a novembre. Poi ho aperto il diario - appunti sparsi, scritti per una persona. E ancora un racconto, per un altro progetto, che ho modificato per paura di quello che avevo scritto. Cose diverse. Tempi diversi. Eppure.<br>Il tema del riconoscimento continuava a tornare.<br>Come un battito. Come una parola che qualcuno ripete dall&#8217;altra parte della parete e, a un certo punto, ti accorgi che la stai dicendo anche tu. Riconoscimento. Che spesso per me passa dall&#8217;essere vista. Non capita, necessariamente. Vista. Il tentativo di. Quello sguardo che si ferma, che dice: so che ci sei. E leggevo quello che avevo scritto e ho pensato una cosa strana. Ho pensato: queste parole sembrano scritte da un&#8217;altra persona. Come se quel senso di riconoscimento, in parte, mi mancasse. Come se fossi diventata trasparente anche a me stessa.<br>Eppure, so che non &#232; cos&#236;.<br>Ci sono persone che mi vedono e mi hanno vista. Alcune nuove, alcune vecchie. Quelle &#8220;persone scelte&#8221;. Eppure l&#8217;ho avvertita lontana. Quella sensazione. Come un rumore che viene da un&#8217;altra stanza. C&#8217;&#232;, ma &#232; ovattato. Filtrato.<br>Poi ho capito.<br>La mia testa stava viaggiando per altri sentieri. Stavo sommando le emozioni. Facevo quell&#8217;errore che facciamo tutti: mettevo insieme cose che non stavano insieme, mischiavo la fatica di oggi con la paura di ieri, il vuoto di un momento con il pieno di un altro. E mi perdevo.<br>E poi ho pensato a una cosa.</p><p>Al<strong> mio nome.</strong></p><p>Ecco. Il nome. Per me &#232; sempre stato importante. Non l&#8217;abbreviazione. Non il soprannome che ti appiccicano addosso per abitudine o per pigrizia. No. Il nome, intero. Quello che contiene tutte le sillabe della tua esistenza. Quel nome l&#236;. E ho pensato: quando &#232; stata l&#8217;ultima volta che qualcuno l&#8217;ha pronunciato, il mio, guardandomi? So chi &#232; stata, so quando lo ha fatto la prima volta, quando lo ha fatto l&#8217;ultima. <br>Guardandomi davvero, con gli occhi castagno scuri diventati miele, con la voce che si &#232; presa il tempo sulla &#8220;e&#8221; e sulla &#8220;a&#8221; del mio nome, con tutta l&#8217;emozione di cui era capace in quel momento. <br>Ha pronunciato il mio nome come se, dicendolo, mi potesse richiamare. Non per chiedermi qualcosa, non per dirmi di fare qualcosa. Chiamare, semplicemente. <br>Per farmi tornare. Per dire: tu sei qui, io ti vedo, e pronuncio il tuo nome perch&#233; cos&#236; ti restituisco a te stessa. <br>Mi ricordo la prima volta che lo ha fatto, mi ricordo l&#8217;ultima. Forse mi manca questo. Che qualcuno dica il mio nome, cos&#236;. Con quella cura. Come si tiene in mano una cosa che pu&#242; rompersi. Come si accende una candela in una stanza buia. Il mio nome pronunciato da una voce che trema leggermente, perch&#233; sa che in quel gesto c&#8217;&#232; tutto: il riconoscimento, la presenza, la promessa di non lasciarmi scomparire. Il nome &#232; la prima cosa che ci viene data. E forse l&#8217;ultima che ci resta, quando tutto il resto sfuma. Dire il nome di qualcuno &#232; un atto d&#8217;amore. &#200; dire: tu esisti. Tu hai un peso. <br><strong>Tu modifichi la gravit&#224; di questa stanza.</strong><br><br>Leggere quelle parole scritte da una me apparentemente lontana mi hanno comunque fatto nascere cose. Qualcosa si &#232; mosso. Qualcosa ha preso forma. Come quando guardi a lungo una macchia sul muro e a un certo punto vedi un volto, una figura, qualcosa che prima non c&#8217;era e invece c&#8217;era sempre, solo che tu non lo vedevi.<br>E allora una, eccola qui. Impulsiva. <br>Sul riconoscimento, appunto.<br>Sul vedere e sull&#8217;essere visti.<br>Sul fatto che a volte basta pochissimo - tre secondi, una pausa, una voce che si incrina - per ricordarci che esistiamo. E che questo, forse, &#232; tutto.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Grazie di dedicare del tempo alle mie parole. Puoi iscriverti gratuitamente qui. Grazie per supportare questi pensieri.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div><hr></div><p>&#200; una questione di luce. Di come cade sulle cose, di come rimbalza sui volti per poi morire altrove. Spesso camminiamo in un errore di prospettiva, avvolti in un cappotto troppo pesante per la stagione che ci portiamo dentro. Diciamo: &#8220;Sono sola&#8221;. Ma la solitudine non &#232; quasi mai assenza di corpi; &#232; un&#8217;assenza di sguardo. &#200; quella sensazione sottile di essere diventati trasparenti, come se la luce ci attraversasse senza produrre ombra. Come se i nostri passi fossero muti, perch&#233; non c&#8217;&#232; nessuno a raccoglierne il suono. &#200; un&#8217;asfissia in pieno ossigeno.</p><p>Accade quando parli per ore e senti di non aver mai abitato gli occhi di chi hai davanti. Il tuo corpo occupa lo spazio, ma la tua presenza scivola via come pioggia sul vetro. &#200; la pelle che dimentica il brivido di essere il confine di un incontro. Viviamo fatti d&#8217;aria, in una citt&#224; di sordi che corrono.</p><p>Esiste un&#8217;attivit&#224; silenziosa, quasi invisibile: un lavoro di connessione. Un&#8217;arte artigiana, magica e faticosa. &#200; il gesto di un&#8217;insegnante che raccoglie il silenzio di una ragazza come fosse una domanda sospesa nell&#8217;aria. &#200; il medico che chiude la cartella clinica, ignora i numeri asettici del monitor e guarda un volto, riconoscendovi una storia invece di un guasto. &#200; l&#8217;atto di fermare il tempo per dire: ti vedo.</p><p>C&#8217;&#232; una cassiera, in un supermercato vicino a casa. Segue un ritmo di scansione che sembra il battito di un cuore artificiale. Mani gonfie, unghie tagliate corte e smaltate di nero, capelli raccolti in un disordine che sa di stanchezza. Ma ha un modo di guardare le persone che sembra un rito d&#8217;altri tempi. Quando un uomo anziano le porge un buongiorno, lei si ferma. Tre secondi, forse quattro. &#200; una pausa immensa, una crepa nel ritmo del mondo. Gli chiede come sta con una voce che &#232; un approdo. E lui? Lui si raddrizza. Le vertebre si riallineano, le spalle si aprono come ali stanche, la mascella si arrende. In quel momento lui non &#232; un cliente; &#232; un uomo con un nome e una nostalgia che ha trovato, finalmente, la porta aperta. Lei sorride. E in quel sorriso c&#8217;&#232; la prova che lui esiste. Ma lei? Chi la vede, chi la cura, chi si ferma a chiederle come sta? Chi vede la sua zoppia quando si alza per parlare con una collega? Il mercato non paga per quei tre secondi di dignit&#224; restituita. Eppure lei lo fa.</p><p>Ma attenzione. Non tutti gli sguardi salvano. Esiste lo sguardo che taglia, che misura e giudica. Quello che passa sul corpo di una donna e decide se &#232; abbastanza o se pu&#242; essere scartata. Lo sguardo che si ferma al colore della pelle, al peso, alla cicatrice. Uno sguardo che non vuole accogliere, ma possedere. Renderci funzionali, gradevoli, inoffensivi.</p><p>Il punto &#232; che la capacit&#224; di &#8220;vedere&#8221; sta sbiadendo. L&#8217;abbiamo sacrificata all&#8217;efficienza, delegando l&#8217;ascolto a interfacce digitali che simulano l&#8217;empatia senza rischiare il corpo. Quello che ci manca non &#232; l&#8217;attenzione, &#232; il testimone. Vedere davvero qualcuno &#232; un atto d&#8217;intimit&#224; disarmante. Significa lasciarlo entrare in casa propria, permettergli di sporcare il tappeto e abitare i nostri spazi. Il riconoscimento richiede un testimone umano che accetti di farsi ferire dall&#8217;incontro. Quando questo manca, qualcosa in noi si rompe. La rabbia che vediamo ribollire non &#232; solo politica; &#232; il grido di chi sta scomparendo e urla per ribadire la propria presenza. <em>Se nessuno mi guarda, io rompo tutto: cos&#236; sarai costretto a vedere almeno le mie macerie.</em></p><p>Dovremmo tornare a proteggere gli spazi in cui l&#8217;umano accade. Riconoscere l&#8217;altra, riconoscere come l&#8217;altra persona esiste, per te, non ti rende pi&#249; possibile ignorarla. La sua gioia modifica il sapore della tua giornata. Vedere l&#8217;altra significa scoprire che il suo dolore pu&#242; entrarti nel petto e rimanerci.</p><p>Forse non cerchiamo la salvezza. Cerchiamo solo qualcuno che, per un momento, posi lo sguardo su di noi e, con una voce che si incrina pronunciando il nostro nome, ci dica: &#8220;Ti vedo. Sei qui. Non so se questo basta. Ma io ci sono, e sto guardando.&#8221;</p><p>Il resto &#232; rumore bianco. Quel tremito nella voce, invece, &#232; reale. <br>Ed &#232; l&#8217;unica cosa che abbiamo.</p><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, perch&#233; <br>sono arrivate le<br></strong><em><strong>Storie dal margine</strong></em></h2><p>Ogni mese una storia che parla, finalmente, di te e delle persone che ami. Persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunit&#224;. <br>Perch&#233;, come ha scritto <strong>bell hooks</strong>:</p><blockquote><p>la marginalit&#224; &#232; un luogo di radicale possibilit&#224;, uno spazio di resistenza.</p></blockquote><p>Ogni 3 del mese arrivano nella tua casella di posta un racconto e un&#8217;illustrazione opere di persone queer, disabili, neurodivergenti, razzializzate.</p><p>Avviamo iniziato ieri, marted&#236; 3 febbraio 2026, e andremo avanti fino a quando ci saranno <strong>storie dal margine</strong><em> </em>da raccontare.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://open.substack.com/pub/storiedalmargine/p/00-un-giorno-tre-autunni?r=1mk2pt&amp;utm_campaign=post&amp;utm_medium=web&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Puoi leggere qui la prima storia&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/open.substack.com/pub/storiedalmargine/p/00-un-giorno-tre-autunni?r=1mk2pt&amp;utm_campaign=post&amp;utm_medium=web"><span>Puoi leggere qui la prima storia</span></a></p><div><hr></div><p>A <strong>Francesca</strong>, <strong>Christian</strong>, <strong>Andrea </strong>e <strong>Martina</strong>.</p><p>C&#8217;&#232; molta gratitudine,<strong> </strong>qui<strong>.</strong> La vostra promessa di abbonamento non &#232;, per me, una questione economica. Non &#232; l&#8217;assegno che arriva. &#200; un&#8217;altra cosa. &#200; il gesto, cos&#236; preciso, cos&#236; inatteso, che incornicia un&#8217;idea. Sapete, la scrittura, in fondo, &#232; una faccenda strana. &#200; tempo rubato e tempo donato, insieme. Non &#232; un &#8220;lavoro&#8221;, non nel senso in cui il mondo ama misurare le cose. Ma &#232;, in un modo pi&#249; segreto e onesto, un atto di cura.<br>Voi, con questo gesto, avete messo una piccola, ma decisiva, firma sotto l&#8217;idea che le parole, quando sono oneste e curate, abbiano un loro peso specifico, una loro dignit&#224;, una loro vita possibile fuori dal rumore.</p><p>Ecco cosa significa, per me, il vostro abbonamento. Non un pagamento, ma il <strong>riconoscimento</strong>. Ed &#232;, credetemi, la cosa che unisce i puntini.<br>Vuol dire molto. Veramente.</p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Mani che restano]]></title><description><![CDATA[Appunti sulla cura, la perdita e le forme possibili dell&#8217;amore]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/mani-che-restano</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/mani-che-restano</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Sun, 25 Jan 2026 14:46:01 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/d485f90b-abbb-479b-9213-94f4a4840969_6000x4000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci penso tanto, ultimamente. All&#8217;amore. Perch&#233; mi manca essere amata.</p><p>Una volta l&#8217;ho detto alla psicologa, cos&#236;: <br><strong>&#8220;Sono fortunata perch&#233; nella vita ho amato <br>ma non sono sicura di essere stata amata, <br>non in quel modo l&#236;&#8221;. <br></strong><br>Lei mi ha guardata senza dire niente. Io ho continuato a parlare di altro.</p><p>So che la mia famiglia mi vuole bene. So che le mie amicizie ci tengono a me. Ma parlo di quell&#8217;amore l&#236;. Quello che dici <em>Oh</em>. Quello che ti fa venire voglia di condividere la giornata, i dettagli stupidi, il modo in cui la luce entra dalla finestra la mattina, insieme. Quello che ti fa sentire accolta e compresa. Quei piccoli gesti di quotidianit&#224; che non sono grandiosi ma sono tutto. Non ho mai nascosto di avere una passione per l&#8217;amore. Non l&#8217;idea dell&#8217;amore - quella possiamo anche bruciarla. Ma l&#8217;amore fatto di presenza, di gesti ripetuti, di scegliersi anche quando non c&#8217;&#232; niente di spettacolare da scegliere. <br>Di cura e attenzione. <br>Mi hanno consumato il romanticismo che avevo. L&#8217;hanno preso e buttato nel cesso. Eppure a me piaceva quel lato di me. Lo ritrovo ancora nelle cose che scrivo ma non pi&#249; in quelle che vivo. Perch&#233; ho ancora paura di mostrarmi. Perch&#233; non sento quella cura. Quella scelta. E sebbene questo non dovrebbe frenarmi dall&#8217;amare come amo io - forte, totale, senza riserve - ci sono ferite pi&#249; profonde che me lo impediscono. Ferite che non ho scelto ma che devo abitare lo stesso.<br>Non voglio sentirmi sbagliata per volere amore.<br>Allora ci ho pensato tanto e alla fine mi sono scritta una cosa sul mio piccolo diario. E poi l&#8217;ho scritta qui. Te la lascio.<br>Come sempre confusa, ripetitiva, a tratti banale, che quando scrivo non so mai dove voglio arrivare, ma alla fine da qualche parte ci arrivo lo stesso. Forse. <br><br>E comunque l&#8217;ho scritto ascoltando una canzone che forse non ha molto a che vedere ma &#232; una delle mie preferite e ritrovarla in un libro (e in una persona che l&#8217;ha ascoltata in un qualche modo con me) &#232; stata una bella sorpresa. In loop per qualche giorno. Te la lascio <a href="https://youtu.be/4PcAO1YBYt4?si=BIWhXZbGW51eemSE">QUI</a>.<br>E se non ascolti Nick Cave potremmo avere un problema.</p><div><hr></div><p>Ho imparato che l&#8217;amore non &#232; come quello che ci hanno raccontato. O meglio: &#232; anche quello, a volte, ma non basta. Il primo amore &#232; arrivato esattamente cos&#236;, per me. Come un fulmine. Una cena di compleanno, io che non riesco a guardarla ma devo starle vicino, le dico &#8220;Mi passi il cacciavite?&#8221;, ci guardiamo, e BAM. Innamorata. Me lo regal&#242;, un cacciavite. Per ricordarmi quel momento. Pensavo di riuscire a sistemare tutto fra di noi, con quello. Non &#232; stato cos&#236;. Mi ricordo, ancora a memoria, una frase che mi scrisse, dopo una serata di maggio &#8220;C&#8217;&#232; una pandemia in corso eppure quello che conta &#232; camminare, mano nella mano, in una sera di maggio&#8221;. <br>E per me era davvero l&#8217;unica cosa a contare. <br>Dopo quella rottura, credo sia iniziato il mio declino. Non che non fossi bipolare da prima (non lo so) ma, da quel momento, ho iniziato ad essere triste, sempre. Da quel momento mi sono rotta. Ho pianto ogni giorno, per un mese. Da quel momento ho iniziato a costruire pi&#249; impalcature, pi&#249; facciate. Da quel momento ho perso fiducia nell&#8217;amore, dedicandomi ad altro. Altro che, comunque, per molti anni avevo condiviso con lei. E che probabilmente ho continuato a fare, per sentirmi vicina a lei. Perch&#233; quel &#8220;Candidata&#8221; che era solo mio, mi faceva pensare che lei fosse orgogliosa di me. Ed io volevo che lei lo fosse. Quando da &#8220;candidata&#8221; sono diventata &#8220;eletta&#8221;, ci siamo sentite, e ho sono quasi riuscita a mettere un punto. <br>Pur frequentando altre persone, dopo, ho sempre ricercato, continuamente, quelle farfalle nello stomaco - con lei, per tre anni ci sono state ogni giorno. Ero emozionata come la prima volta, sempre. <br>La vedevo, e mi innamoravo di nuovo. BAM.<br><br>Le mie relazioni pi&#249; belle sono sempre iniziate cos&#236;, con quella scossa improvvisa che ti prende lo stomaco e ti fa pensare che il mondo sia appena diventato pi&#249; luminoso. E per anni ho creduto che quello fosse l&#8217;amore. Il colpo di fulmine, la passione, l&#8217;intensit&#224;. Che bastasse ricordare quel momento - quanto era stato bello, quanto ci aveva fatto sentire vive - per tenere insieme tutto il resto. Che il mio impegno, la mia dedizione, la mia costanza potessero ravvivare quella scintilla ogni volta che si affievoliva. Il primo amore mi ha disintegrata. Non perch&#233; fosse sbagliato in s&#233;, ma perch&#233; era costruito su fondamenta instabili: su quanto riuscissi a fare per lei, essere grande per lei, giusta per lei. Io mi piegavo, mi adattavo, mi reinventavo. Credevo che quello fosse amare. Ma quando chiedevo un passo verso di me - uno solo, piccolo - quello non c&#8217;era mai. Non chiedevo di essere la sua priorit&#224;. Lei non era la mia. Ma chiedevo cura, di me, presenza, per me, come io cercavo di essere presente e avere cura di lei. <br>Ho passato tanto tempo a cercare di riportarla a quel momento iniziale, a quel fulmine che ci aveva attraversate entrambe. Pensavo che se mi fossi impegnata abbastanza, se avessi amato abbastanza forte, lei si sarebbe ricordata. Ma l&#8217;amore, ho scoperto, non &#232; un ricordo da evocare. &#200; una costruzione quotidiana, ed &#232; possibile solo se si costruisce in due.</p><p>Mi ci sono voluti tre anni per accogliere veramente una persona nuova, dopo quel primo amore. Tre anni per guarire, per ritrovarmi, per capire che meritavo anche io dei passi verso di me - in realt&#224; questo lo sto ancora imparando. <br>Ma quella persona nuova ha fatto molto per venirmi incontro. Ha fatto passi reali, concreti, visibili. Ha cercato di costruire con me quello che io non avevo mai avuto. Ha imparato la mia lingua dell&#8217;amore e l&#8217;ha messa in pratica come ha potuto. Con la sua presenza. La sua mano accanto a me. Ma io non sono riuscita a fare quelli giusti verso di lei. Non perch&#233; non volessi, ma perch&#233; non sapevo ancora come farlo. Perch&#233; ero ancora troppo incasinata e bisognosa di un nuovo ritmo dentro questa mia condizione - post diagnosi non &#232; stato un momento cos&#236; tranquillo. E non sono riuscita a darle la presenza di cui lei aveva bisogno. La cura. La presenza. <br>Il tempo di cui lei aveva bisogno, con me. <br>L&#8217;amore richiede anche il timing giusto, e il mio non lo era ancora. Ammetterlo &#232; difficile. Noi lo abbiamo fatto. Per me &#232; stato doloroso. <br>Succede anche cos&#236;. Non sempre il fallimento &#232; per cattiveria o disinteresse. <br>A volte &#232; solo che siamo in punti diversi del percorso, anche quando ci vogliamo bene. A volte una &#232; pronta e l&#8217;altra no. <br>A volte entrambe le persone sono pronte ma per cose diverse.</p><p>Ma non sono arrivata qui per illuminazione. Ci sono arrivata attraverso questi fallimenti. Attraverso promesse che ho fatto e non ho mantenuto, promesse che mi hanno fatto e che si sono sgretolate. Attraverso relazioni in cui mi sono piegata fino a non riconoscermi, e relazioni in cui non sono riuscita a piegarmi quanto serviva. Ho amato male, prima di capire cosa significa amare bene.</p><p>Ho dovuto disimparare tutto. E disimparare fa male pi&#249; di quanto immaginassi. Significa ammettere di aver sbagliato, di essersi illuse, di aver sprecato tempo in gabbie che noi stesse abbiamo costruito. Significa guardare indietro e vedere tutte le volte in cui abbiamo tradito noi stesse per compiacere un modello che non ci apparteneva. <br>La cura &#232; un&#8217;altra cosa. <strong>La cura &#232; scegliere</strong>. <br>&#200; dire: tu, e tu, e anche tu. &#200; costruire una costellazione di presenze che non si escludono a vicenda, che non si misurano in gerarchie affettive dove uno vale tutto e gli altri sono residui. &#200; capire che la famiglia non &#232; un destino biologico ma un progetto intenzionale.</p><p>Non voglio promesse. Le promesse sono per chi non sa, per chi spera, per chi crede che il futuro si possa ingabbiare dentro una frase detta davanti a testimoni. Voglio qualcosa di pi&#249; radicale e di pi&#249; fragile allo stesso tempo: voglio la verit&#224; di questo istante, offerta senza garanzie. Voglio persone che hanno fatto i conti con il proprio cuore. Che lo hanno smontato pezzo per pezzo nelle notti insonni, che hanno guardato le loro crepe senza distogliere lo sguardo, che sanno dove si inceppa, dove sanguina, dove mente. Dove invece &#232; felice. E che sanno anche questo: che non lo conosceranno mai fino in fondo, che continuer&#224; a sorprenderle, a tradirle, a evolversi, a meravigliare. Voglio persone che abitano questa non-conoscenza senza terrore, che possono dire &#8220;questa sono io oggi&#8221; sapendo che domani potrebbe essere diverso, e che questo non &#232; tradimento ma vita. <br>Perch&#233; &#232; l&#236;, in quello spazio impossibile tra certezza e mistero, che succede qualcosa di vero. Quando qualcuno ti dice &#8220;ti do me stesso&#8221; e sa esattamente cosa significa: non un&#8217;idea romantica di s&#233;, non la versione migliore che vorrebbe essere, ma la persona concreta che si sveglia ogni mattina con le sue contraddizioni, i suoi limiti, le sue zone d&#8217;ombra. E sa anche che quella persona cambier&#224;, perch&#233; crescere significa tradire continuamente chi eravamo ieri. Perch&#233; la vita &#232; un mutamento continuo di ci&#242; che eravamo ieri.<br>Questo &#232; il patto che voglio. <br>Non &#8220;ti amer&#242; per sempre&#8221;, ma &#8220;ti offro chi sono adesso, sapendo che non so nemmeno bene chi sono, sapendo che potrei scoprire domani parti di me che mi spaventano o che ti deludono. <strong>Ma mi impegner&#242; tutti i giorni in cui ti sceglier&#242;</strong>&#8221;. <br>Non &#8220;sar&#242; sempre qui&#8221;, ma <strong>&#8220;scelgo di essere qui oggi, e domani sceglier&#242; di nuovo, e ogni giorno sar&#224; una scelta consapevole, non un automatismo&#8221;</strong>. Le promesse tradizionali sono comode perch&#233; ci sollevano dalla responsabilit&#224; quotidiana della scelta. Una volta detto &#8220;per sempre&#8221;, possiamo smettere di scegliere. Possiamo restare per inerzia, per abitudine, per paura. Possiamo chiamare amore quello che &#232; solo familiarit&#224; o dipendenza o terrore della solitudine. Ma io voglio persone che mi scelgono ogni giorno sapendo di poter scegliere diversamente. Che stanno non perch&#233; hanno promesso, ma perch&#233; vogliono. Che conoscono il peso di quella scelta, il rischio, la possibilit&#224; sempre presente dell&#8217;abbandono. E che proprio per questo, quando restano, lo fanno con una presenza totale che nessuna promessa potrebbe garantire.</p><p>Non voglio pi&#249; aggrapparmi. Aggrapparsi &#232; per chi ha paura di cadere. Io voglio tenere. Tenere con le dita leggere, come si tiene un uccellino ferito: sapendo che se stringi troppo lo uccidi, e se non stringi scivola via.</p><p>&#200; arrivato il bipolarismo a insegnarmi l&#8217;ultima lezione. Come fai a spiegare che anche quando stai bene, in realt&#224; sei triste? Come spieghi i mesi sommersi, la memoria in blackout, la routine che ti tiene attiva? <br>Quando sto bene io sono comunque triste. Poi sono depressa. Poi ho una fase ipomaniacale. Forse. Oppure sono normale. Ma &#232; una fatica. Le persone ti vedono brillare per una settimana e pensano che stai bene, che &#8220;sei guarita&#8221;, che era solo un momento difficile. Ma la depressione torna sempre. &#200; la mia compagna pi&#249; fedele, quella che conosco meglio delle mie stesse mani. Ma le persone non sanno forse ancora bene cosa sia, la depressione. <br>E quell&#8217;amore di una persona raramente sa restare in questa dimensione qui. Che non la comprende mai davvero, non fino in fondo. <br>Perch&#233; come glielo spieghi? <br>Non puoi. Ma le persone sono spaventate dal viverlo. Urr&#224;. Grazie. Io non posso andare via da me stessa. Io ho imparato a scegliermi ogni giorno e di questo sono grata. <strong>Mi amo, oggi, finalmente</strong>. Cavolo, se mi amo. <br>Ma mi piacerebbe essere amata, con cura, anche da qualcun&#8217;altra.<br>La vulnerabilit&#224; di una mente come la mia rivela molto, delle persone che si hanno accanto. Rivela chi scappa quando non sei &#8220;divertente&#8221; per settimane. Chi si stanca di &#8220;sentirsi sempre uguale&#8221;. Chi dice &#8220;ma ieri stavi bene&#8221; come se quello annullasse l&#8217;oggi. Chi non ha voglia di passare del tempo insieme perch&#233; non pensa tu sia in grado di &#8220;leggerezza&#8221;. <br>Quando la cerchi continuamente.<br>E rivela chi resta, chi impara a leggere i segnali, chi sa che quando sparisco non &#232; per cattiveria ma perch&#233; mi sto proteggendo dall&#8217;implodere. <br>E forse queste persone le conto sulle dita di una mano. E gran parte di loro sono la mia famiglia di sangue. O chi ha un disturbo simile al mio. </p><p>Sono consapevole poi che io non so sempre come chiedere quello di cui ho bisogno, perch&#233; neanche io lo so bene. A volte ho bisogno di presenza silenziosa. A volte ho bisogno di spazio. A volte ho bisogno che qualcuno mi ricordi che questa fase finir&#224;, anche se in quel momento non ci credo. Ma come spiegarlo? Come dire &#8220;resta, ma non troppo vicino; aiutami, ma non con soluzioni; ascoltami, ma non cercare di aggiustarmi&#8221;?<br>Ma di certo non voglio pi&#249; chiedere scusa per la mia complessit&#224;. </p><p>Era Michela Murgia a dire che <strong>&#8220;Per me amare rimane un fare, non un sentire&#8221;</strong>. E io l&#8217;ho capito quando ho visto chi faceva. Chi restava non perch&#233; capiva perfettamente, ma perch&#233; sceglieva di restare nell&#8217;incomprensione. Chi accettava di non avere tutte le risposte. Chi faceva i gesti piccoli, concreti, quotidiani, anche quando non sapeva se servivano davvero.</p><p>L&#8217;amore &#232; un&#8217;azione, non un sentimento. <br>E per una persona come me, &#232; questo che conta.</p><p>Perch&#233; finch&#233; credi nel &#8220;per sempre&#8221;, non stai amando: <br>stai solo aspettando che il tempo ti dia ragione. Ma quando accetti che la carne cede, che le strade si dividono, che un giorno quel corpo accanto al tuo sar&#224; solo un&#8217;assenza che pesa sulle lenzuola...allora l&#236;, in quel terrore, l&#8217;amore smette di essere un&#8217;idea. Perch&#233; prima o poi accade. Deve accadere. Tutto quello che &#232; vivo ha una scadenza scritta nell&#8217;ombra, un numero di respiri contati, un&#8217;ultima volta che non sappiamo mai essere l&#8217;ultima.</p><p>Ho perso persone. Le ho perse in un cortile interno di un ospedale, quando l&#8217;ho vista andare via e non potevo pi&#249; chiederle di restare. Le ho perse nei silenzi di stanze che una volta tremavano di risate. E ogni volta &#232; uno schianto. Ti si rompe qualcosa dentro le costole, un rumore secco, come di legno vecchio. L&#8217;abbandono. Quel vuoto che si apre quando pretendi che l&#8217;altra persona sia tutto, e inevitabilmente non basta. &#200; la solitudine dentro relazioni che dovrebbero riempirti e invece ti svuotano. &#200; il tradimento non di una persona, ma di un modello che non funziona e che continuiamo ostinatamente a seguire. Ma l&#8217;abbandono pi&#249; grande, l&#8217;ho scoperto e pagato a caro prezzo, &#232; abbandonare se stessi. &#200; restare in relazioni morte per paura. <br>&#200; promettere &#8220;per sempre&#8221; quando sai gi&#224; che &#232; una bugia. &#200; fingere di non vedere le crepe perch&#233; ammettere il fallimento fa troppo male.</p><p>Quando ho smesso di aspettare che qualcuno mi completasse, ho iniziato a tessere legami che mi attraversavano senza soffocarmi. Ho chiamato famiglia le persone che stavano cos&#236;, senza promesse ma con una stabilit&#224; costruita nell&#8217;atto quotidiano del presentarsi. Quelle che hanno capito che amarmi significava lasciarmi libera, e che la libert&#224; non &#232; abbandono ma fiducia. Quelle che non giuravano la luna, ma offrivano se stesse - incomplete, imperfette, in divenire - con una onest&#224; che vale pi&#249; di mille giuramenti. Bisogna avere il coraggio di riscrivere le regole, di dire no ai copioni tossici, di costruire intimit&#224; molteplici invece di cercare l&#8217;Uno che risolva tutto. Passa dal riconoscere che dipendere dagli altri non &#232; debolezza, se quella dipendenza &#232; reciproca, consapevole, generosa. La cura &#232; politica. &#200; dire che nessuno si salva da solo, ma che possiamo salvarci insieme se smettiamo di pretendere che l&#8217;altro ci salvi. &#200; trasformare la fragilit&#224; in forza collettiva, l&#8217;abbandono in scelta di presenza.</p><p>Non &#232; stato facile. Ho dovuto perdonarmi per tutte le volte in cui ho sbagliato. Per tutte le volte in cui sbaglio ancora. Per le relazioni che ho rovinato. Per quelle a cui mi sono aggrappata troppo a lungo. Per le persone che ho ferito cercando di non ferire me stessa. Per tutte le volte in cui ho avuto paura. Ma ogni fallimento mi ha insegnato qualcosa. Ogni crepa mi ha mostrato dove dovevo ancora crescere. E ora, quando guardo la mia costellazione di affetti, non vedo incompletezza. Vedo ricchezza. Vedo persone che si intrecciano e si sostengono, che si danno permesso di essere umane, imperfette, presenti. Vedo una famiglia che non assomiglia a nessun modello, ed &#232; proprio per questo che funziona. Sono poche, pochissime, ma sono un legame fortissimo, salvifico, per me. </p><p>Forse &#232; questo che volevo dirvi: che avete il diritto di inventare le nostre forme di amore. Che la cura non &#232; un istinto naturale da regalare gratis, ma un atto consapevole da condividere. Che non &#232; facile, quasi mai, ma &#232; l&#236; che diamo prova dell&#8217;'amore che abbiamo. E che, anche, dare prova dell&#8217;amore che abbiamo significa anche sapere quando quell&#8217;attenzione e quella cura non bastano pi&#249;. Per noi. Perch&#233; l&#8217;abbandono pi&#249; grande &#232; abbandonare se stessi per compiacere una narrazione che non ci appartiene. Che si pu&#242; sbagliare, ricominciare, fallire di nuovo, imparare. Che i nostri corpi cambieranno e le persone che ci amano davvero ameranno anche quei cambiamenti. Che la perdita fa parte della vita, e che accettarla non ci rende cinici ma liberi. Che si deve avere il coraggio di chiudere, quando non ci &#232; dato amore. Questo lo scrivo qui per ricordarmelo io, per prima. Per ricordarmi che quando tutto finir&#224; ci sar&#224; il dolore, certo ma sar&#224; pi&#249; forte a un certo punto la scia di quello che abbiamo osato essere. Anche se da sole. Non sar&#224; un fallimento. Sar&#224; solo la prova che siamo state vive.</p><p>Saremo cenere, s&#236;. Ma cenere che brucia ancora. <br>Polvere che ha saputo, per un istante immenso, chiamarsi casa.<br>E dalle ceneri si rinasce.</p><p></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Grazie per avermi letta. Se vuoi rimanere aggiornat, puoi iscriverti gratuitamente qui. Grazie per supportare questi pensieri.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div><hr></div><h2><strong>Concedimi ancora un minuto, <br>perch&#233; stanno arrivando le <br></strong><em><strong>storie dal margine</strong></em></h2><p>Copio quel che ha scritto <a href="/__u/substack.com/@cassandradivina">Elena Panciera</a>, perch&#233; &#232; perfetto cos&#236;. <br>Grazie per essere una di quelle persone che hanno cura di me.<strong><br><br>Storie</strong> che parlano di noi, della nostra vita, delle relazioni che abbiamo e delle persone che sono nella nostra vita. Persone <strong>queer</strong>, <strong>neurodivergenti</strong>, <strong>disabili</strong>, <strong>razzializzate</strong>, con <strong>malattie croniche</strong>&#8230; Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo <strong>nel margine</strong> trovano il loro spazio e la loro comunit&#224;. <br><strong>Marted&#236; 3 febbraio alle 9 del mattino</strong> esce il <strong>numero 0</strong> di <em><strong><a href="/__u/storiedalmargine.substack.com/about">storie dal margine</a></strong></em>, uno spazio collettivo per costruire insieme narrazioni alternative. Sui bordi, e fuori dai bordi. Una <strong>newsletter collaborativa e gratuita</strong>. Ogni mese una persona scriver&#224; un racconto e un&#8217;altra realizzer&#224; un&#8217;illustrazione <em>dal margine</em>, rappresentando la nostra vita, il nostro sentire, le nostre emozioni, i nostri casini e le nostre felicit&#224;.</p><p>Manca pochissimo per leggere il racconto di <a href="/__u/open.substack.com/users/109920933-nora?utm_source=mentions">Nora</a> e ammirare l&#8217;illustrazione di <a href="/__u/open.substack.com/users/200956106-susanna?utm_source=mentions">Susanna</a> (che ha anche illustrato il logo, insieme a <a href="/__u/open.substack.com/users/20598366-andy?utm_source=mentions">Andy</a> che ha realizzato il logotipo).</p><p>Se questo progetto ti incuriosisce, puoi iscriverti gi&#224; oggi, <br>e <strong>spargere la voce </strong>pi&#249; che puoi.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://storiedalmargine.substack.com/about&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti a Storie dal Margine&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/storiedalmargine.substack.com/about"><span>Iscriviti a Storie dal Margine</span></a></p><p></p><div><hr></div><p>A <strong>Francesca</strong>, <strong>Christian</strong>, <strong>Andrea </strong>e <strong>Martina</strong>.</p><p>C&#8217;&#232; molta gratitudine,<strong> </strong>qui<strong>.</strong> La vostra promessa di abbonamento non &#232;, per me, una questione economica. Non &#232; l&#8217;assegno che arriva. &#200; un&#8217;altra cosa. &#200; il gesto, cos&#236; preciso, cos&#236; inatteso, che incornicia un&#8217;idea. Sapete, la scrittura, in fondo, &#232; una faccenda strana. &#200; tempo rubato e tempo donato, insieme. Non &#232; un &#8220;lavoro&#8221;, non nel senso in cui il mondo ama misurare le cose. Ma &#232;, in un modo pi&#249; segreto e onesto, un atto di cura.<br>Voi, con questo gesto, avete messo una piccola, ma decisiva, firma sotto l&#8217;idea che le parole, quando sono oneste e curate, abbiano un loro peso specifico, una loro dignit&#224;, una loro vita possibile fuori dal rumore.</p><p>Ecco cosa significa, per me, il vostro abbonamento. Non un pagamento, ma il <strong>riconoscimento</strong>. Ed &#232;, credetemi, la cosa che unisce i puntini.<br>Vuol dire molto. Veramente.</p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Straniera nella casa degli affetti.]]></title><description><![CDATA[Fuori fuoco.]]></description><link>https://chiamatemimattea.substack.com/p/straniera-nella-casa-degli-affetti</link><guid isPermaLink="false">https://chiamatemimattea.substack.com/p/straniera-nella-casa-degli-affetti</guid><dc:creator><![CDATA[Mattea David]]></dc:creator><pubDate>Fri, 09 Jan 2026 05:45:33 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/b26adc0c-c0be-414d-a504-ccf9776ae270_4159x3383.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Eccoci qui. Primo scritto di questo 2026. Avrei voluto scrivere di cose belle, ma poi la testa si &#232; incastrata altrove e mi viene solo da buttare fuori questo. Perch&#233; mi sono sentita estranea. Nelle mie case, proprio quelle che dovrebbero essere il mio rifugio, e nelle mie scelte. Mi sono resa conto di quanto sia raro essere accolti nella propria interezza, anche quando non si condivide tutto. Famiglia, amicizie, amore: nel momento in cui ci relazioniamo, corriamo il rischio di sentirci alieni.</p><p><strong>Straniera, io.</strong></p><p>E la testa &#232; partita, come sempre fa quando il pavimento si apre sotto i piedi: ha cercato appigli, ha cercato un senso, una maledetta via d&#8217;uscita che non fosse saltare nel vuoto. E se le case crollano, per fortuna ho un ottimo ponteggio. Che traballa, certo, ma regge. Ed &#232; proprio l&#236;, su quel ponteggio, che la mia psicologa<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a> mi ha tirato addosso una parola. Parlando almeno di una casa in particolare. E io l&#8217;ho odiata un po&#8217;. Perch&#233; sembrava la resa. Sembrava volesse dirmi &#8220;Torna nell&#8217;armadio, ma stavolta chiamalo strategia&#8221;. Dopo anni passati a spaccarmi le ossa per essere intera, per non nascondermi pi&#249;, ora cosa dovevo fare? Scegliere quali pezzi portare e quali no? <br>No. Assolutamente no. <br>Poi ho capito. <br>E ho respirato.<br>Il mio "clan" non &#232; la "famiglia scelta". &#200; il legame e l&#8217;affetto di sangue, quello che c&#8217;era prima che io sapessi chi ero. Quello che mi ha tenuta quando non avevo nient&#8217;altro. Posso cancellarlo, certo, quel legame. Personalmente, non posso, non voglio, farlo. Ma stavo aspettando che diventasse qualcosa che non poteva essere. E questo s&#236; che ferisce. Ma stavo sbagliando qualcosa. Questa parola mi ha illuminata e volevo condividerla. Adesso. Perch&#233; so che molte persone stanno su quel confine. Sospese. E io voglio che sappiate: <br>si pu&#242; stare anche l&#236;. Con dignit&#224;. Con la testa alta. Senza sacrificarsi. <br>Questo non significa che sia verit&#224; assoluta. Funziona per me. Almeno, credo. Devo provarci. Ma il ricordo di come mi sono sentita &#232; troppo forte e intenso e, credo, potrebbe essere una di quelle cose che poi fa dire &#8220;Oh, okay&#8221;, e magari far&#224; respirare qualche altra persona.</p><p>Buon 9 gennaio.</p><div><hr></div><p><strong>&#8220;Il tuo "clan" ha paura di te, perch&#233; tu non hai paura di essere diversa.&#8221;</strong></p><p>BAM. Me le ha buttate l&#236; cos&#236;, la mia psicologa, queste parole, senza l&#8217;anestesia dei giri di parole. E io ho sentito qualcosa aprirsi nel petto. Improvvisamente, i pezzi del mio puzzle rotto si sono incastrati con un rumore secco: <br>ecco perch&#233; nelle foto di famiglia mi sembro sempre leggermente fuori fuoco. Ecco perch&#233; certi miei silenzi pesano molto pi&#249; delle grida, e perch&#233; quando parlo della mia vita gli sguardi si cercano, rapidi, come naufraghi che controllano se la scialuppa tiene ancora. <br>Non paura di me, della mia persona. <br>Ma paura della mia mancanza, di paura. Di essere questa persona.</p><p>Per anni ho creduto che il problema fossi io. Che se mi fossi spiegata meglio, se fossi stata pi&#249; paziente, pi&#249; dolce, pi&#249; normale, loro avrebbero capito. Ho provato. Cavolo, se ho provato. Ho smussato gli angoli fino a farmi sanguinare. Ho tradotto la mia vita in una lingua che pensavo potessero capire. Ho censurato pezzi interi di me - l&#8217;amore, la rabbia, il corpo, le scelte - per essere una versione digeribile. Poi un giorno mi sono guardata allo specchio e non mi sono riconosciuta. E ho pensato: devo andarmene. Tagliare. Sparire. L&#8217;ho quasi fatto. <br>Poi ho capito una cosa: non volevo andarmene. <br>Volevo solo respirare.</p><p>La mia famiglia &#232; un "clan" nel senso pi&#249; ancestrale: &#232; un nido fatto di mutuo soccorso, di mani che si stringono quando il mondo fuori ferisce, di un affetto che &#232; carne e ossa. Esiste, &#232; reale. Leale. Lo sento, forte, ogni volta che ho bisogno e loro ci sono. Sempre. Ma &#232; un nido con le pareti di ferro. <br>Io vivo sul confine. Anzi, io sono il confine.</p><p>Poi &#232; arrivata quella parola: <strong>M&#233;tissage</strong><a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-2" href="#footnote-2" target="_self">2</a>.</p><p>La guardo. &#8220;Cosa significa?&#8221; <br>&#8220;Significa che puoi tenere insieme due verit&#224; che si graffiano. Senza che una cancelli l&#8217;altra.&#8221; E l&#236;, in quello studio che sa di lavanda, sento i polmoni aprirsi. Come se fossi stata sott&#8217;acqua troppo a lungo - nella vita.</p><p>Posso smettere di aspettare che il "clan" apra una porta nel muro. Non l&#8217;aprir&#224;. Non pu&#242;. Non perch&#233; io non sia degna, ma perch&#233; la struttura del "clan" non ha gli attrezzi per farlo. &#200; fatto cos&#236;. &#200; sempre stato fatto cos&#236;. E io sono qualcosa che non hanno previsto. Il "clan" mi ama. Lo so. <br>Ma il clan non pu&#242; amarmi tutta intera. Pu&#242; amare i pezzi che riconosce.</p><p>Il m&#233;tissage non &#232; tornare nell&#8217;armadio. Non si tratta di fingere ma, piuttosto, &#232; smettere di portare le proprie perle dove non sanno riconoscerle. &#200; dire: <br>&#8220;Vi do questa parte di me, perch&#233; &#232; l&#8217;unica che potete maneggiare senza ferirvi e senza ferirmi. Il resto lo custodisco altrove.&#8221; <br>Non perch&#233; quella parte sia sbagliata. Ma perch&#233; ho capito che alcune parti di me hanno bisogno di terreni diversi per fiorire. Le famiglie scelte, quelle comunit&#224; d&#8217;affinit&#224; dove non devi tradurre i tuoi respiri. Dove lo specchio non ti rimanda un&#8217;immagine frammentata, ma intera. Dove puoi semplicemente essere, senza spiegare, giustificare, difendere. Quello &#232; il luogo dove si posano le armi. L&#236; trovi casa. Un&#8217;altra casa. Che non sostituisce, sia chiaro. Ma completa. Ed &#232; quella che, quando torno al "clan", mi permette di farlo con un passo diverso. Non sono pi&#249; una mendicante di approvazione, ma una viaggiatrice che visita una terra straniera di cui conosce bene la lingua, ma di cui non accetta pi&#249; le leggi.</p><p>&#8220;Vi amo e so che mi amate. <br>Ma non cercher&#242; pi&#249; in voi la luce che solo io posso darmi.&#8221;</p><p><strong>Ma il m&#233;tissage &#232; un dono che faccio al mio "clan". <br>Non una gabbia che accetto dalla "famiglia scelta".</strong></p><p>Mi ha colpita forte la consapevolezza che, forse, ho chiamato "casa" posti che erano solo rifugi temporanei. Forse ho chiamato "famiglia scelta" persone che mi amavano, s&#236;, ma solo finch&#233; restavo in una forma riconoscibile. Mi sono ritrovata a guardarmi intorno, a tutte le case che credevo di aver costruito, e a domandarmi: in quale di queste posso respirare senza contare i respiri? <br>In quale posso dire tutto senza che il silenzio si faccia denso, imbarazzato, spaventato? Dove sono intera? <br>Non mi rispondo subito. Perch&#233; a volte &#232; il dolore a parlare, pi&#249; forte anche della verit&#224;. A volte il dolore ti dice che sei tu il problema, che pretendi troppo, che nessuno potr&#224; mai amarti tutta intera perch&#233; sei troppo, sempre troppo - come detesto questa parola. E allora torni indietro, ti scusi, ti fai piccola. Ricominci a fare m&#233;tissage anche l&#236;, dove non dovrebbe servire.<br>Ho pensato a quelle amicizie dove sentivo il bisogno di calibrare le parole. <br>Ho pensato a quegli amori dove mi sono sentita accolta, ma solo se non nominavo certe ferite. Solo se restavo la versione "facile" di me: quella che non scomoda, che non costringe a guardare negli angoli bui, che non chiede.<br>E mi sono chiesta: questa &#232; famiglia scelta o &#232; solo un&#8217;altra forma di clan?<br>So che impiegher&#242; del tempo per capirlo. Per distinguere il dolore vero dal dolore temporaneo, quello che ti dice &#8220;Questa persona ti sta vedendo per la prima volta e ha bisogno di un attimo&#8221;. Perch&#233; non tutte le incomprensioni sono rifiuti. Non tutti i silenzi sono muri. A volte qualcuno ha bisogno di tempo per imparare la tua lingua. A volte l&#8217;affetto c&#8217;&#232;, ma deve trovare nuove parole. Ma c&#8217;&#232; una differenza abissale tra chi ha bisogno di tempo e chi ha bisogno che tu cambi. <br>Tra chi ti dice &#8220;aiutami a capirti&#8221; e chi ti dice &#8220;smettila di essere cos&#236;&#8221;.<br>Tra chi si spaventa ma resta, e chi si spaventa e ti chiede di andartene.</p><p>La "famiglia scelta" non &#232; perfetta. Non deve esserlo. Ma deve essere disposta a guardarti negli occhi anche quando fai paura. Anche quando porti tempeste. Anche quando la tua interezza scomoda, scuote, costringe a rimettere in discussione certezze. Nella "famiglia scelta" non devi essere compresa subito. Ma devi essere voluta tutta intera. Anche con i pezzi che tagliano. E se in quella casa - quella che hai scelto con cura, con speranza, con tutto il coraggio che avevi - ti ritrovi comunque a nascondere parti di te? Se anche l&#236; senti quel peso allo stomaco prima di parlare, quella vocina che dice &#8220;meglio di no, meglio tacere, meglio essere meno&#8221;? Allora forse quella non &#232; casa. <br>&#200; solo un altro luogo dove sopravvivi invece di vivere.</p><p>Il m&#233;tissage con il "clan" &#232; un atto d&#8217;amore verso chi non pu&#242; fare altrimenti. &#200; dire &#8220;Vi tengo nella mia vita perch&#233; siete le mie radici, anche se non siete i miei rami&#8221;. &#200; accettare che certe persone ti ameranno sempre in una lingua che non &#232; la tua, e va bene cos&#236;. Perch&#233; non le hai scelte. Nella "famiglia scelta", l&#8217;unico m&#233;tissage possibile &#232; quello reciproco: io imparo la tua lingua, tu impari la mia. Io accolgo la tua complessit&#224;, tu accogli la mia. Io ti vedo intera, tu mi vedi intera. L&#236; devi poter essere esigente. Altrimenti &#232; solo un&#8217;altra forma di solitudine. Pi&#249; dolorosa, forse. <br>Perch&#233; almeno col "clan" sai cosa aspettarti, puoi sempre dire &#8220;Non hanno gli strumenti&#8221;. Ma con chi hai scelto? Con chi diceva di vederti? Forse puoi solo dire: &#8220;Grazie per avermi accompagnata fin qui. Ma io vado oltre.&#8221; <br>E poi vai. Anche se trema tutto. Anche se fa male, tutto. Ma l&#8217;unica cosa peggiore di non avere una casa &#232; vivere in una che ti chiede di restare fantasma.</p><div><hr></div><p>Quando ho sentito questa parola - m&#233;tissage - per la prima volta, ho espirato forte. Finalmente c&#8217;era un nome per quello spazio impossibile che cercavo da anni. Uno spazio da abitare dove il dolore non sparisce ma smette di essere una condanna. Il m&#233;tissage &#232; la mia pace con il "clan". &#200; il modo in cui posso dire: vi amo e so che mi amate, anche se non mi vedete intera. Ma ho capito anche che il m&#233;tissage non &#232; una strategia universale. &#200; una tregua specifica. Vale per chi non ho scelto, per le radici.<br>Ma i rami? Quelli li scelgo io.<br>E se un ramo mi chiede di crescere storta, di piegarmi, di occupare meno spazio - allora quel ramo non &#232; mio. Non importa quanto sembri robusto, quanto prometteva ombra. Se devo restringermi per starci, allora non &#232; un ramo. &#200; un&#8217;altra gabbia.</p><p><strong>Non tutto ci&#242; che mi ama pu&#242; contenermi. <br>E non tutto ci&#242; che non mi contiene smette di amarmi.</strong></p><p>Ma ci&#242; che scelgo, quello s&#236;, deve volermi intera. Anche quando faccio paura. Anche quando scomodo. Anche quando sono troppo.<br>Perch&#233; ho smesso di chiedere il permesso di esistere, per intero.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://chiamatemimattea.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em>Grazie per avermi letta. Se vuoi rimanere aggiornat, puoi iscriverti gratuitamente qui. Grazie per supportare questi pensieri.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div><hr></div><p>Se questo testo ti parla, se ti riconosci in quel confine impossibile, fammelo sapere. Non per me. Per te. Perch&#233; dirlo ad alta voce &#232; gi&#224; un passo. &#200; gi&#224; scegliere di abitare quel confine con la testa alta.</p><p>E se hai trovato le tue famiglie scelte, quelle comunit&#224; dove non devi tradurre i tuoi respiri, raccontamele. Vorrei sapere dove avete trovato casa.</p><div><hr></div><p>La foto di copertina di <a href="https://unsplash.com/it/@steve_j?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Steve Johnson</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/pittura-astratta-blu-e-rossa-RKRnPx9e4jQ?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a><br><br>A <strong>Francesca</strong>, <strong>Christian</strong>, <strong>Andrea </strong>e <strong>Martina</strong>.</p><p>C&#8217;&#232; molta gratitudine,<strong> </strong>qui<strong>.</strong> La vostra promessa di abbonamento non &#232;, per me, una questione economica. Non &#232; l&#8217;assegno che arriva. &#200; un&#8217;altra cosa. &#200; il gesto, cos&#236; preciso, cos&#236; inatteso, che incornicia un&#8217;idea. Sapete, la scrittura, in fondo, &#232; una faccenda strana. &#200; tempo rubato e tempo donato, insieme. Non &#232; un &#8220;lavoro&#8221;, non nel senso in cui il mondo ama misurare le cose. Ma &#232;, in un modo pi&#249; segreto e onesto, un atto di cura.<br>Voi, con questo gesto, avete messo una piccola, ma decisiva, firma sotto l&#8217;idea che le parole, quando sono oneste e curate, abbiano un loro peso specifico, una loro dignit&#224;, una loro vita possibile fuori dal rumore.</p><p>Ecco cosa significa, per me, il vostro abbonamento. Non un pagamento, ma il <strong>riconoscimento</strong>. Ed &#232;, credetemi, la cosa che unisce i puntini.<br>Vuol dire molto. Veramente.</p><div><hr></div><p><strong>Ciao, TU, che hai deciso di inciampare sulle mie parole.</strong></p><p>Non so bene come tu sia arrivat qui, ma ti ringrazio se hai scelto di restare.<br>Sono Mattea - che cosa questo significhi, lo possiamo scoprire insieme. Scrivo perch&#233; credo che le parole possano essere strumenti, ponti. E perch&#233; voglio che la mia voce si unisca alle altre, in quella coralit&#224; che trasforma l&#8217;indignazione in movimento, la consapevolezza in azione.</p><p>Spero che leggendo queste parole, anche tu abbia voglia di essere parte di questo coro collettivo che prova a cambiare le cose. Non ho una mappa, non ho un piano narrativo perfettamente costruito. So da dove parto&#8212;dal bisogno di dire, di confrontarmi, di mettere in discussione. Ma dove andremo lo decideremo insieme: lo decideranno gli eventi, le conversazioni, le domande che emergeranno lungo il cammino.</p><p>Quindi grazie. Per la pazienza che avrai nel leggermi, per le volte in cui qualcosa ti far&#224; arrabbiare, riflettere, sorridere o dissentire. Grazie se vorrai rispondere, aggiungere la tua voce, intrecciare la tua esperienza con la mia.</p><p>Ci leggiamo presto.</p><p><strong>Mattea</strong></p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p><strong>Nota metodologica:</strong> <br>Le riflessioni che condivido nascono all'interno di un percorso terapeutico personale e sono pubblicate con il consenso della mia psicologa. &#200; importante ricordare che una frase, qui, &#232; solo il frammento di un mosaico molto pi&#249; ampio e complesso. Ci&#242; che per me &#232; stata un&#8217;illuminazione (il <em>m&#233;tissage</em>), per un altra persona potrebbe non esserlo: la terapia &#232; un abito su misura, non una taglia unica. Queste parole sono la mia elaborazione soggettiva, non un consiglio clinico universale.</p><p></p></div></div><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-2" href="#footnote-anchor-2" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">2</a><div class="footnote-content"><p><strong>In generale (antropologia e sociologia):</strong> <br>Il termine francese <em>m&#233;tissage</em> (meticciato) indica l&#8217;incontro e la fusione di elementi di provenienza diversa (etnici, culturali, linguistici). A differenza del &#8220;mix&#8221; superficiale, il m&#233;tissage genera un&#8217;identit&#224; nuova e fluida: la capacit&#224; di appartenere a pi&#249; mondi contemporaneamente senza dover scegliere tra l&#8217;uno o l&#8217;altro. &#200; la celebrazione della &#8220;terza via&#8221;, dove la diversit&#224; non &#232; un ostacolo ma una ricchezza creativa.</p><p><strong>In psicologia (relazionale e transculturale):</strong> <br>In ambito psicologico, il m&#233;tissage rappresenta la capacit&#224; dell&#8217;individuo di integrare parti di s&#233; apparentemente contraddittorie. &#200; un processo di &#8220;negoziazione identitaria&#8221;: il soggetto impara a muoversi tra contesti diversi (come il Clan familiare e la Famiglia scelta) adottando codici differenti senza per questo frammentarsi o tradire la propria autenticit&#224;. &#200; una strategia di adattamento attiva, che permette di proteggere il proprio nucleo profondo mentre si mantiene il legame con ambienti che non possiedono gli strumenti per comprenderlo interamente.</p><p></p></div></div>]]></content:encoded></item></channel></rss>