<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Francesca Zampone]]></title><description><![CDATA[England is mine it owes me a living
Based in Milan 
Books + French Movies + post punk 
Oh and coffee!]]></description><link>https://francescazampone.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png</url><title>Francesca Zampone</title><link>https://francescazampone.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Thu, 03 Sep 2026 13:32:17 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/francescazampone.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Francesca Zampone]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[francescazampone@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[francescazampone@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Francesca Zampone]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Francesca Zampone]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[francescazampone@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[francescazampone@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Francesca Zampone]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Bentornata (?)]]></title><description><![CDATA[Una lettera in anticipo]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/bentornata</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/bentornata</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:18:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cari circa 150 lettori,</p><p>Sono sopravvissuta male all&#8217;estate. </p><p>A Milano fa ancora molto caldo, un caldo appiccicoso e innaturale che fino adesso avevo sentito solo nelle metropoli nervose e sotto vuoto dell&#8217;Asia che ho frequentato a lungo nei miei 30 anni.</p><p>Pensate che sar&#224; questa l&#8217;ultima estate abbastanza simile a quelle temperate che ci ricordiamo e che abbiamo vissuto. </p><p>Il mio corpo stressato e menopausale ha accusato il colpo in tutti i modi possibili. E forse un po&#8217; anche il mio umore. </p><p>(Normalizziamo vi prego il fatto che questo caldo non &#232; sopportabile, che il cervello si svuota, il pensiero non pu&#242; riposare perch&#233; devi lavorare e lo sforzo che fai &#232; al 300%).</p><p>Ma veniamo a noi.</p><p>Scrivo in anticipo per dirvi un po&#8217; di cose:</p><p>Il post capitalismo sta accelerando la sua marcia in modo estenuante siamo tutti gi&#224; persi in realt&#224;, la vera rivoluzione sarebbe quella di smettere di produrre e quindi di consumare. Ma chi osa?</p><p>Quasi nessuno.</p><p>E chi lo fa viene tacciato di essere molto ricco e molto fortunato. </p><p>Quindi fatta salva l&#8217;unica ricetta impossibile resta uno spazio: quello delle connessioni umane autentiche. Una zona franca fuori dalla famiglia, dal lavoro, dalle relazioni istituzionali. </p><p>Un gruppo di pari che ci comprende e condivide momenti di vita senza chiederci in cambio nulla. O meglio tantissimo: presenza, solidariet&#224;, condivisione di intenti ma nessuno scambio per ruolo o per economia.</p><p>In Accademia di momenti come questi ne abbiamo avuti tanti e altri ne avremo.</p><p>Ho rifatto un po&#8217; il sito.</p><p>Stesse premesse comunicazione pi&#249; diretta spero.</p><p>Mi hanno detto di scrivere un terzo di quello che ho scritto perch&#233; le persone ormai hanno la soglia di attenzione di un piccione. </p><p>Onestamente non me la sono sentita. Vivo in un contesto dove ormai la comunicazione per essere percepita non pu&#242; superare le 3 frasi o un messaggio Slack.</p><p>Spero dunque che chi si approccia ad Accademia anche nel 2026 abbia la pazienza di sorbire delle parole e non uno schema o un meme.</p><p></p><p>Cose importanti:</p><ul><li><p>Eventi gratuiti </p></li></ul><p>https://www.accademiafelicita.it/eventi/</p><ul><li><p>Se volete diventare un lavoratore delle emozioni (professione in trend per i prossimi 15 anni)</p></li></ul><p>https://www.accademiafelicita.it/diventa-life-coach-master-online-life-coaching/</p><ul><li><p>Se volete lasciare il vostro lavoro perch&#233; non ce la fate pi&#249; </p></li></ul><p>https://www.accademiafelicita.it/oltre-il-mondo-ordinario/</p><p></p><p>Se vi iscrivete a pagamento a questa newsletter potete partecipare gratis al Retreat di fine Master a Sagres (4/5/6/7 giugno) si &#232; tutto incluso tranne il volo e i trasporti interni e al corso di Journaling di Alessia Sannicol&#242; oltre che fare due ore di costellazioni familiari con Stefania Ragazzoni e un&#8217;ora di armocromia con Susanna Cattaneo.</p><p>Se non sapete come fare perch&#233; Substack &#232; troppo macchinoso mandatemi una mail a: info@accademiafelicita.it</p><p>Ultima cosa importante:</p><p>Se avete fatto il master (nel 2013 o oggi) e volete fare un ripasso su come si vende il Coaching nel 2026 sabato 5 settembre faccio un corso online dedicato CHE NON VERR&#192; REGISTRATO se volete potete partecipare gratuitamente la mail &#232; la stessa di sempre. </p><p>Bentornati!</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L’ultima lettera estiva ]]></title><description><![CDATA[Ciao a tutti,]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/lultima-lettera-estiva</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/lultima-lettera-estiva</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:20:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ciao a tutti,</p><p>Questa &#232; la mia ultima lettera estiva.</p><p>Riprender&#242; poi a scrivere dal 14 di settembre una pausa lunga &#232; doverosa non solo per me, ma anche per i miei lettori.</p><p>Inizio a raccontarvi un po&#8217; di cose nuove. </p><p>Le cose cambiano - per fortuna, soprattutto quando siamo noi ad agire il cambiamento e non lo subiamo - e quindi ci sono un po&#8217; di cambiamenti importanti nel progetto Accademia della Felicit&#224;.</p><p>Il primo &#232; fondamentale e mi riguarda direttamente: da settembre non far&#242; pi&#249; coaching 1:1 se non con i clienti gi&#224; attivi o con gli allievi del Master in Life e Corporate Coaching.</p><p>Quindi se volete lavorare con me avete tempo solo fino al 10 di agosto per prenotare l&#8217;incontro 0.</p><p>Da settembre mi affiancher&#224; la mia allieva Alessia Sannicol&#242;, coach Senior ed esperta in tematiche di gestione del conflitto, autostima, bookcoaching, counseling filosofico.</p><p>Se siete interessati alle costellazioni sistemiche invece Stefania, una nuova allieva, se ne occupa in modo diretto affiancandole al coaching. Si tratta per il momento di consulenze individuali effettuate via Zoom. </p><p>Se vi interessa la consulenza d&#8217;immagine vista dal punto di vista del coaching invece mi aiuta Susanna che dopo una lunga carriera come AD di aziende particolarmente complesse si &#232; regalata un nuovo stile di vita.</p><p>Per prenotare l&#8217;incontro 0 con me Alessia, Stefania o Susanna basta mandare una mail a: info@accademiafelicita.it</p><p>I miei allievi del master in Coaching continuano a fare tirocinio in forma gratuita e tutte le informazioni per accedere sono a questo link.</p><p>https://www.accademiafelicita.it/prodotto/coaching-gratuito/coaching-gratuito/</p><p>Da settembre riprenderemo a mandare la newsletter tutte le settimane e a fare eventi gratuiti dal vivo a Milano e online.</p><p>A seguire i dettagli dei nuovi eventi gi&#224; schedulati e il nuovo master in Corporate e Business Coaching a un prezzo speciale.</p><p>Le cose belle si trasformano!</p><p>Buona estate (che ci ricorderemo come &#8220;l&#8217;ultima normale&#8221;, ma questa &#232; un&#8217;altra storia e ne parleremo a novembre magari)</p><p>A presto </p><p>Francesca </p><p></p><p>&#10052;&#65039;Eventi Autunno 2026&#127810; </p><p>Quest&#8217;anno gli eventi si terranno sempre il marted&#236; sera all&#8217;Edolo Caff&#232; Via Braga angolo via Edolo a Milano dalle 19 30 </p><p>Ecco il calendario aggiornato </p><p>&#129419; SORSI DI TAROCCHI con Linda Gerlini </p><p>https://www.instagram.com/lindagerlini</p><p>Orario: 19 30/21 30</p><p>Dove: Edolo Caff&#232; Via Edolo angolo Via Braga Milano </p><p>L&#8217;evento &#232; gratuito con consumazione obbligatoria (drink alcolico o analcolico tagliere incluso)</p><p>Come si svolger&#224; la serata:</p><p>Linda far&#224; una lettura di gruppo sulle energie del mese integrata da un Arcano Maggiore personale per ognuno.</p><p>Date: </p><p>1/9, 6/10, 3/11 e 1/12</p><p>&#128218;Books &amp; Conversation con Alessia Sannicol&#242; - Mondo Bizzarro: fantascienza e filosofia.</p><p>Discussioni guidate NON E&#8217; UN book club!</p><p>&#128205; Luogo: Edolo Caff&#232;, Via Braga angolo Via Edolo, Milano</p><p>&#9200; Orario: 19:30 - 22:00</p><p>&#128101; Partecipanti: Massimo 16 persone</p><p>&#128176; Prezzo: Ingresso gratuito con consumazione obbligatoria</p><p>DATE</p><p>13 ottobre Kurt Vonnegut / 10 novembre Stanislaw Lem / 15 dicembre la fantascienza in Italia</p><p>&#128087; SWAP PARTY - Scambia, Riusa, Divertiti!</p><p>Libera spazio in casa e trova tesori nascosti! </p><p>Porta tutto quello che non usi pi&#249;: vestiti, accessori, libri, oggetti per la cucina e molto altro. Un evento sostenibile dove ogni oggetto trova una nuova vita e tu puoi scoprire quello che fa per te.</p><p>Come funziona:</p><p>* Porta gli oggetti che non usi pi&#249;</p><p>* Scambia liberamente con altri partecipanti</p><p>* Scopri nuovi tesori portati da altri</p><p>* Socializza in un&#8217;atmosfera divertente e rilassata</p><p>&#128467;&#65039; Data: 27/10/2026</p><p>&#128205; Luogo: Edolo Caff&#232;, Via Braga angolo Via Edolo, Milano</p><p>&#9200; Orario: 19:30 - 22:00</p><p>&#128176; Prezzo: Ingresso gratuito con consumazione obbligatoria</p><p></p><p><strong>Master in Business &amp; Corporate Coaching</strong></p><p>Formato: 10 moduli in 5 mesi, 2 moduli al mese </p><p>Orari: venerd&#236; 10:00&#8211;17:00 e sabato 10:00&#8211;13:00 </p><p>Modalit&#224;: online, live streaming </p><p>Monte ore: 100 ore di formazione diretta (10 ore per modulo)</p><p>A chi si rivolge</p><p>A chi vuole portare il coaching dentro le organizzazioni con competenza reale: manager, HR, consulenti, professionisti in transizione e coach che vogliono specializzarsi nel mondo business. Non serve esperienza pregressa di coaching. Serve la disponibilit&#224; a lavorare prima su di s&#233;, poi sugli altri.</p><p>La progressione</p><p>Il percorso segue un arco preciso: si parte dal metodo (moduli 1&#8211;2), si passa alla persona nel lavoro (3), poi al business vero e proprio (4&#8211;6), alla leadership (7), e infine al contesto in cui tutto questo accade: economia, organizzazioni, futuro (8&#8211;10). Nessun modulo &#232; un&#8217;isola: ogni weekend costruisce sul precedente.</p><p>Modulo 1 &#8212; Le basi del coaching</p><p>Cos&#8217;&#232; il coaching e cosa non &#232;. La differenza con consulenza, mentoring, terapia. La struttura della sessione, l&#8217;ascolto, le domande, l&#8217;alleanza con il cliente. I modelli fondamentali e le competenze core ICF. Si inizia a praticare dal primo giorno: il coaching si impara facendolo.</p><p>Modulo 2 &#8212; Personal </p><p>Foundation</p><p>Prima di accompagnare gli altri, il coach mette ordine in casa propria. Valori, bisogni, confini, tolleranze, energia. Cosa regge la vita professionale di una persona e cosa la erode. Un modulo di lavoro su di s&#233; che &#232; anche il primo strumento da portare ai clienti.</p><p>Modulo 3 &#8212; Career Coaching</p><p>Le carriere non sono pi&#249; lineari, e fare coaching di carriera oggi significa lavorare con l&#8217;incertezza, non contro. Transizioni, riposizionamento, identit&#224; professionale, carriera liquida. Strumenti concreti: bilancio di competenze, narrazione professionale, lavoro sul posizionamento.</p><p>Modulo 4 &#8212; Business Coaching</p><p>Il coaching applicato all&#8217;impresa: imprenditori, liberi professionisti, piccoli team. Obiettivi di business e obiettivi personali, e il punto in cui si intrecciano. Modello di business, priorit&#224;, decisioni, denaro. Il coach come interlocutore strategico, non come consulente travestito.</p><p>Modulo 5 &#8212; Intelligenza emotiva</p><p>Le emozioni nelle organizzazioni esistono, anche dove si fa finta di no. Riconoscerle, nominarle, usarle come informazione. Autoconsapevolezza, autoregolazione, empatia, gestione delle relazioni. Come l&#8217;intelligenza emotiva cambia la qualit&#224; delle sessioni &#8212; e delle aziende.</p><p>Modulo 6 &#8212; Coaching evolutivo</p><p>Oltre la performance: il coaching come accompagnamento allo sviluppo della persona adulta. Stadi di sviluppo, livelli di consapevolezza, lavoro sull&#8217;identit&#224; e non solo sul comportamento. Quando il cliente non ha bisogno di fare di pi&#249;, ma di vedere diversamente.</p><p>Modulo 7 &#8212; Leadership gentile: evoluzione e comportamento</p><p>La gentilezza come scelta strategica, non come debolezza. Cosa dicono le scienze comportamentali sulla leadership che funziona: sicurezza psicologica, feedback, fiducia, autorevolezza senza autoritarismo. Come si accompagna un leader a cambiare comportamenti, non solo intenzioni.</p><p>Modulo 8 &#8212; Economia comportamentale</p><p>Perch&#233; le persone non decidono come dovrebbero. Bias, euristiche, nudge, architettura delle scelte. Da Kahneman a Thaler: cosa deve sapere un coach per capire come ragionano davvero clienti, manager e organizzazioni &#8212; e per non cascare lui stesso nei propri bias.</p><p>Modulo 9 &#8212; Psicologia delle organizzazioni</p><p>Le organizzazioni hanno una psiche: cultura, dinamiche di gruppo, potere, conflitto, cambiamento. Come leggere un sistema organizzativo prima di intervenirci. Il coaching nei contesti aziendali reali: committenza, triangolazioni, riservatezza, misurazione dei risultati.</p><p>Modulo 10 &#8212; Scenari economici futuri e conclusioni</p><p>Dove va il lavoro: intelligenza artificiale, nuove forme organizzative, competenze emergenti, il futuro della professione del coach. Integrazione dell&#8217;intero percorso, supervisione delle pratiche, e il passo successivo: come ciascun partecipante porta questo metodo nel proprio mercato.</p><p>Metodo didattico</p><p>Ogni modulo alterna teoria, dimostrazioni dal vivo e pratica tra pari. Il venerd&#236; (7 ore) &#232; dedicato a contenuti e laboratorio; il sabato mattina (3 ore) a pratica supervisionata e integrazione. </p><p>Tra un modulo e l&#8217;altro: letture mirate, esercizi e sessioni di peer coaching.</p><p>Le date: 16&#8211;17 e 30&#8211;31 ottobre, 13&#8211;14 e 27&#8211;28 novembre , 4&#8211;5 e 18&#8211;19 dicembre, 15&#8211;16 e 29&#8211;30 gennaio 12&#8211;13 e 26&#8211;27 febbraio.</p><p>Costo: 2500 euro tutto incluso oppure 10 rate da 300 euro </p><p>Entro il 31/07/26: 1900 euro tutto incluso oppure 10 rate da 240 euro </p><p>Per domandare e iscrizioni: info@accademiafelicita.it</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Felice in 90 giorni ]]></title><description><![CDATA[L&#8217;estate &#232; il momento giusto per cominciare.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/felice-in-90-giorni</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/felice-in-90-giorni</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 05:20:29 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Il programma in dodici settimane per costruire una vita pi&#249; autentica. Da fare con calma, dove sei, mentre stacchi.</span></p><p><span>Ci sono estati in cui non succede niente. E va bene cos&#236;.</span></p><p><span>Ma c&#8217;&#232; un tipo di niente che pesa. Quello in cui ti fermi, per la prima volta da mesi, e senti tornare una domanda che avevi rimandato. Sto vivendo come volevo. O sto solo andando avanti.</span></p><p><span>L&#8217;estate ha questa cosa. Rallenta tutto. Toglie le scuse. Ti lascia solo con te (che &#232; la cosa che eviti tutto l&#8217;anno e l&#8217;unica di cui hai davvero bisogno).</span></p><p><span>Felice in 90 giorni nasce per quel momento.</span></p><p><strong><span>Cos&#8217;&#232;</span></strong></p><p><span>&#200; un programma in dodici settimane. Un ebook che ho scritto per accompagnarti, una dimensione della vita alla volta. Non teoria astratta: ogni settimana un tema, un fuoco, un esercizio da fare davvero.</span></p><p><span>Perch&#233; la felicit&#224; - l&#8217;ho imparato in trent&#8217;anni di lavoro con le persone - non &#232; uno stato. &#200; una competenza. Si impara, si pratica, si costruisce. Una settimana alla volta.</span></p><p><strong><span>Le dodici settimane</span></strong></p><p><strong><span>Definire la tua felicit&#224;</span></strong><span>: cosa significa per te, non per gli altri</span></p><p><strong><span>Il corpo</span></strong><span>: abitare il tuo benessere fisico</span></p><p><strong><span>Gli spazi</span></strong><span>: dove vivi, cosa ti circonda</span></p><p><strong><span>Il lavoro</span></strong><span>: dargli il posto giusto, n&#233; troppo n&#233; troppo poco</span></p><p><strong><span>Le relazioni</span></strong><span>: chi tieni vicino</span></p><p><strong><span>Il denaro</span></strong><span>: il rapporto, non i numeri</span></p><p><strong><span>Le amicizie</span></strong><span>: quelle che restano</span></p><p><strong><span>Il presente</span></strong><span>: l&#8217;unico tempo che hai</span></p><p><strong><span>Il gioco e le passioni</span></strong><span>: quello che fai per niente, e per tutto</span></p><p><strong><span>L&#8217;atteggiamento</span></strong><span>: lo sguardo con cui prendi le cose</span></p><p><strong><span>La gratitudine</span></strong><span>: quello che c&#8217;&#232; gi&#224;</span></p><p><strong><span>Oggi e domani</span></strong><span>: dove stai andando</span></p><p></p><p><strong><span>Come funziona</span></strong></p><p><span>Cominci quando vuoi. Oggi va benissimo.</span></p><p><span>Fai il tuo ritmo una settimana al giorno se hai fretta, una a settimana se vuoi respirare.</span></p><p><span>E ogni settimana ricevi una mia email. Una guida breve che riprende il tema, ti fa una domanda, ti tiene nel percorso. Perch&#233; un libro si pu&#242; chiudere. Una voce che torna, no.</span></p><p></p><p><strong><span>Per chi &#232;</span></strong></p><p><span>Per chi sente che &#232; ora di fermarsi e guardare. Per chi ha rimandato la domanda troppo a lungo. Per chi non vuole un altro corso da finire, ma un percorso da abitare.</span></p><p></p><p style="text-align: center;"><strong><span>Edizione Estate</span></strong></p><p style="text-align: center;"><strong><span>[&#8364; 97]</span></strong><span> invece di </span><strong><span>[&#8364; 127]</span></strong></p><p style="text-align: center;"><em><span>Offerta valida fino al 31 agosto.</span></em></p><p style="text-align: center;"><strong><span>VOGLIO COMINCIARE &#8594; mandami una mail a info@accademiafelicita.it oppure rispondi a questa mail</span></strong></p><p><strong><span>Chi sono</span></strong></p><p><span>Sono Francesca Zampone. Ho passato quindici anni nelle grandi aziende - Dell, EMI Music, ASG - a occuparmi di persone. </span></p><p><span>Poi, nel 2011, ho fondato Accademia della Felicit&#224;. Ho scritto sette libri, tra cui questo. Non ho un team di vendita. Se scrivi, rispondo io.</span></p><p>::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::</p><p><span>L&#8217;estate finisce, come tutte le cose.</span></p><p><span>La domanda che ti fa, invece, resta.</span></p><p><em><strong><span>Vuoi rispondere quest&#8217;anno?</span></strong></em></p><p><em><strong><span>A presto </span></strong></em></p><p><em><strong><span>Francesca </span></strong></em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cosa c’è ancora da sapere ]]></title><description><![CDATA[Le stesse cose che ho imparato io. Per te.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ce-ancora-da-sapere</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ce-ancora-da-sapere</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Tue, 21 Jul 2026 05:20:32 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Avevo detto tre lettere.</span></p><p><span>Poi qualcuno tra voi mi ha scritto. Una riga sola: &#8220;Francesca, il vostro Master in Life Coaching posso farlo anche se non voglio diventare coach?&#8221;.</span></p><p><span>Ci ho pensato per giorni. E la risposta che ho dato &#232; diventata questa quarta lettera, che non avevo previsto. Perch&#233; quella domanda tocca una cosa che in quindici anni ho detto ad alta voce molto raramente.</span></p><p><span>Da quindici anni formo coach. So come si fa. E so anche una cosa che sulle pagine di vendita non si scrive: il pezzo che cambia davvero le persone non &#232; la certificazione. Non &#232; il diploma da appendere. Non &#232; nemmeno il tirocinio con i primi clienti.</span></p><p><span>&#200; quello che succede prima.</span></p><p><span>Sono i mesi in cui chi studia per diventare coach &#232; costretto a girare quegli strumenti verso se stesso. Prima di imparare ad ascoltare un altro, devi scoprire quanto poco ascolti te. Prima di fare a qualcuno una domanda vera, devi reggere quella domanda puntata su di te. Non si impara il coaching senza farsi un po&#8217; a pezzi. &#200; la parte che nessuno mette in brochure, ed &#232; l&#8217;unica che trasforma.</span></p><p><span>Allora ho fatto una cosa semplice. Ho preso quella parte e l&#8217;ho separata.</span></p><p><span>Le lezioni del Master, solo quelle. Senza il tirocinio. Senza le ore di supervisione. Senza i clienti da trovare, senza il diploma da incorniciare, senza la pressione di doverne fare un mestiere. Le lezioni, rivolte non verso i tuoi futuri clienti, ma verso l&#8217;unica vita su cui hai davvero giurisdizione. La tua.</span></p><p><span>Perch&#233; se le guardi da vicino, quelle lezioni non parlano di coaching. Parlano di te.</span></p><p><span>Imparare ad ascoltare. Prima di tutto te stesso, quel rumore di fondo che chiamiamo pensiero e che non abbiamo mai messo a fuoco.</span></p><p><span>Costruire una base. La Personal Foundation, le fondamenta su cui sta in piedi una vita, di solito le ultime cose di cui ci occupiamo.</span></p><p><span>L&#8217;autostima. Non quella gonfiata dei poster motivazionali. Quella sobria di chi smette, finalmente, di essere il giudice pi&#249; severo di s&#233;.</span></p><p><span>Le emozioni. Riconoscerle, nominarle, non esserne agiti.</span></p><p><span>Le domande. Quelle vere, le poche che spostano qualcosa. Le stesse, ti sarai accorta, su cui finiscono tutte e quattro queste lettere.</span></p><p><span>E poi le relazioni e la cura di s&#233;. Il rapporto con il denaro, che &#232; sempre, in fondo, un rapporto con la propria libert&#224;. Il talento, il potenziale, il lavoro. </span></p><p><span>Non sono argomenti di un corso. Sono le stanze di una casa. La tua. E quasi nessuno le visita tutte.</span></p><p><span>Potrei chiamarlo &#8220;percorso di crescita personale&#8221;. Non lo far&#242;. &#200; un&#8217;espressione che si &#232; consumata, la usano tutti per dire tutto, e a furia di crescere personalmente ci siamo dimenticati di vivere e basta.</span></p><p><span>Niente di pi&#249;. Posare su di s&#233; lo stesso sguardo attento, paziente e senza fretta che un buon coach posa su chi ha davanti. Lo stesso sguardo che, nella prima di queste lettere, ho imparato a spostare dall&#8217;orizzonte ai piedi. Solo che il coach, qui, lo diventi per te.</span></p><p><span>Voglio essere onesta su cosa non &#232;. Non &#232; un diploma. Non ti render&#224; coach, non ti dar&#224; clienti, non &#232; una scorciatoia per cambiare mestiere. Per quello c&#8217;&#232; il Master vero, intero, con il tirocinio, la supervisione, i clienti reali e la certificazione. Resta l&#236;, intatto, per chi del coaching vuole fare una professione.</span></p><p><span>Questo &#232; per l&#8217;altra met&#224; delle persone che mi scrivono. Quelle che non vogliono diventare nessun altro. Vogliono solo smettere di vivere la propria vita di sguincio, e finalmente abitarla.</span></p><p><span>Avevo detto tre lettere. Questa quarta &#232; nata da una domanda di una di voi, e finisce - come tutte -  con una domanda per te.</span></p><p><span>Quanto tempo &#232; che non ti ascolti con la stessa attenzione che riservi a chiunque altro?</span></p><p><span>Se la risposta ti mette un po&#8217; a disagio, forse &#232; proprio il momento giusto. </span></p><p><span>Se vuoi sapere com&#8217;&#232; fatto questo percorso prima ancora che esista una pagina con un prezzo, rispondi a questa lettera oppure scrivimi a info@accademiafelicita.it</span></p><p><span>Te lo racconto io.</span></p><p></p><p><span>Francesca Zampone &#232; coach, biblioterapeuta e fondatrice dell&#8217;Accademia della Felicit&#224;. Scrive di felicit&#224;, libri e lavoro.</span></p><p><span>Questa &#232; la quarta lettera sul tema della felicit&#224; e, per ora, l&#8217;ultima.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Essere adulti, oggi, al lavoro]]></title><description><![CDATA[C&#8217;&#232; un momento preciso, in ogni call, in cui capisci tutto.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/essere-adulti-oggi-al-lavoro</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/essere-adulti-oggi-al-lavoro</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 05:20:09 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; un momento preciso, in ogni call, in cui capisci tutto.</p><p>Non &#232; l&#8217;inizio. All&#8217;inizio siamo tutti bravi. &#200; il minuto dodici. Qualcuno ha spento la camera. Qualcuno risponde a un messaggio con l&#8217;espressione di chi sta ascoltando molto attentamente. Qualcuno dice &#8220;scusate, ero in mute&#8221; e non era in mute, era altrove. Il minuto dodici &#232; il momento in cui l&#8217;attenzione si scioglie come il ghiaccio nel bicchiere che hai lasciato sul tavolo un&#8217;ora fa.</p><p>Non &#232; colpa di nessuno. O meglio: &#232; colpa di tutti, che &#232; un modo elegante per dire che non ne parliamo.</p><p>Lavoriamo da anni dentro una promessa. La promessa era la libert&#224;. Lavora dove vuoi, quando vuoi, come vuoi. E la libert&#224; &#232; arrivata davvero, non &#232; uno scherzo, non torniamo indietro. Ma insieme alla libert&#224; &#232; arrivato il conto. E il conto ha un nome che nessuno vuole pronunciare in azienda perch&#233; suona paternalistico, moralista, vagamente severo.</p><p>Il conto si chiama essere adulti.</p><p><strong>~ Adulto non &#232; un&#8217;et&#224;</strong></p><p>Adulto non &#232; un&#8217;et&#224;. &#200; una postura.</p><p>Ho fatto colloqui con ventiquattrenni pi&#249; adulti di certi direttori. E ho visto persone con trent&#8217;anni di carriera comportarsi come se l&#8217;ufficio fosse la casa dei genitori: qualcuno pulir&#224;, qualcuno decider&#224;, qualcuno si accorger&#224; che sono stanca.</p><p>Essere adulti al lavoro significa una cosa sola, e non &#232; la puntualit&#224;, e non &#232; la cravatta, e non &#232; rispondere alle mail il sabato. Significa: io sono una variabile del risultato. Non uno spettatore del risultato. Non una vittima del risultato. Una variabile.</p><p>Il resto sono dettagli.</p><p>~ <strong>L&#8217;engagement non &#232; una survey</strong></p><p>Ogni anno misuriamo l&#8217;engagement. Facciamo domande. Otteniamo numeri. Costruiamo grafici che sembrano elettrocardiogrammi di un paziente che nessuno ha mai visitato di persona.</p><p>E poi ci stupiamo che il numero non salga.</p><p>L&#8217;engagement non &#232; una temperatura che l&#8217;azienda ti applica dall&#8217;esterno, come una coperta. &#200; una cosa che si fa in due. L&#8217;azienda deve creare le condizioni: senso, chiarezza, giustizia, un capo che non sia un ostacolo. Questo &#232; il suo pezzo, ed &#232; enorme, e la maggior parte delle aziende lo fa male.</p><p>Ma esiste anche l&#8217;altro pezzo. Il pezzo che nessuno osa nominare perch&#233; sembra scaricare la responsabilit&#224; sulle persone. Il pezzo &#232;: l&#8217;engagement &#232; anche una decisione. Ogni mattina, in un ordine che nessuno controlla, decidiamo quanta parte di noi portiamo dentro le ore che comunque passeremo l&#236;.</p><p>Otto ore le fai comunque. Puoi farle da presente o da assente. Il tempo non ti restituisce lo sconto se scegli assente.</p><p>~ <strong>L&#8217;appartenenza non &#232; il ping pong</strong></p><p>Poi c&#8217;&#232; l&#8217;appartenenza, che &#232; diventata una parola da employer branding, e quindi una parola morta.</p><p>Abbiamo pensato che l&#8217;appartenenza fosse un aperitivo. Un tavolo da ping pong. Una felpa con il logo. Una foto di gruppo con tutti che ridono e nessuno che si conosce.</p><p>L&#8217;appartenenza &#232; un&#8217;altra cosa, e ha una definizione secca: appartieni a un posto quando qualcuno pu&#242; contare su di te. Non quando ti senti accolta. Quando sei affidabile. Sono due movimenti opposti. Il primo va verso di te. Il secondo parte da te.</p><p>Il paradosso della distanza &#232; che ha reso l&#8217;appartenenza pi&#249; difficile e pi&#249; necessaria insieme. Difficile perch&#233; il corpo non c&#8217;&#232;, e il corpo diceva molte cose. Necessaria perch&#233; quando il corpo non c&#8217;&#232; resta solo la parola data.</p><p>Mi torna in mente Cosimo, il barone rampante, che a dodici anni sale su un albero e non scende mai pi&#249;. Sembra la storia di una fuga. Non lo &#232;. Cosimo dagli alberi legge, discute, organizza, ama, si occupa dei suoi. Partecipa alla vita del paese pi&#249; di chiunque abbia i piedi per terra. La distanza non &#232; mai stata la sua assenza. La distanza era solo il suo posto.</p><p>Ecco: si pu&#242; stare lontani ed esserci. Si pu&#242; stare in ufficio ed essere altrove. La geografia non c&#8217;entra quasi nulla. C&#8217;entra la scelta.</p><p>~ <strong>La self leadership &#232; ci&#242; che resta</strong></p><p>E arriviamo al punto.</p><p>Quando cade la sorveglianza, quando nessuno guarda, quando il capo &#232; un rettangolo in una griglia e il collega &#232; un nome che scrive, resta una sola competenza in piedi.</p><p>La self leadership.</p><p>Che non &#232; motivazione. La motivazione va e viene, dipende dal sonno, dalla luce, da com&#8217;&#232; finita ieri sera. Costruire una carriera sulla motivazione &#232; come costruire una casa sulla marea.</p><p>La self leadership &#232; pi&#249; noiosa e pi&#249; solida. &#200; sapere cosa conta, oggi, entro le sei. &#200; chiudere le venti schede aperte. &#200; dire &#8220;questa cosa non la so fare&#8221; prima che diventi un disastro e non dopo. &#200; accorgersi di essere stanchi prima di essere esausti. &#200; rispondere a una mail sgarbata dopo due ore invece che dopo due secondi. &#200; tenere una promessa piccola quando nessuno se ne ricorderebbe.</p><p>&#200;, soprattutto, smettere di aspettare.</p><p>Aspettare che l&#8217;azienda ci motivi. Che il capo ci veda. Che la riorganizzazione risolva. Che settembre porti chiarezza. Che qualcuno, prima o poi, arrivi e ci dica bravi.</p><p>Quel qualcuno non arriva. Non perch&#233; il mondo sia cattivo. Perch&#233; quel qualcuno eravamo noi, e stavamo guardando dall&#8217;altra parte.</p><p>~ <strong>Il minuto dodici</strong></p><p>Torniamo alla call.</p><p>Il minuto dodici non &#232; un problema di tecnologia. Non lo risolvono le camere obbligatorie, i meeting di trenta minuti invece di sessanta, l&#8217;ennesima policy che nessuno legger&#224;. Il minuto dodici &#232; il posto esatto in cui una persona decide se essere l&#236; o non essere l&#236;.</p><p>E la parte scomoda &#232; questa: quella decisione non la prende l&#8217;azienda. La prendiamo noi. Ogni volta. Anche quando l&#8217;azienda ha sbagliato tutto, e capita spesso, resta un margine che &#232; solo nostro. Piccolo, a volte piccolissimo. Ma nostro.</p><p>Gli adulti lo sanno. Non perch&#233; siano pi&#249; bravi o pi&#249; buoni. Perch&#233; a un certo punto hanno smesso di aspettare il permesso.</p><p>Al prossimo minuto dodici, tu dove sei?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Carta, penna, qualche minuto]]></title><description><![CDATA[Due percorsi di journaling per l&#8217;autunno, con Alessia Sannicol&#242;.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/carta-penna-qualche-minuto</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/carta-penna-qualche-minuto</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 13:01:47 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Carta, penna, qualche minuto. E un appuntamento con te stessa.</span></p><p><span>Due percorsi di journaling per l&#8217;autunno, condotti da Alessia Sannicol&#242;.</span></p><p><span>Joan Didion diceva di non sapere cosa pensava finch&#233; non lo metteva per iscritto. La trovo una delle frasi pi&#249; vere sulla scrittura.</span></p><p><span>Scrivere non &#232; raccontare. &#200; scoprire.</span></p><p><span>Per molti la scrittura resta una cosa da addetti ai lavori. Un talento che hai o non hai. Non &#232; cos&#236;. Il diario non chiede bei testi. Chiede presenza. Bastano carta, penna e qualche minuto al giorno.</span></p><p><span>Quest&#8217;autunno l&#8217;Accademia ospita due percorsi di journaling evolutivo condotti da Alessia Sannicol&#242; - counselor filosofica e ARTcounselor, partner di Accademia della Felicit&#224; e una delle voci pi&#249; delicate con cui collaboro.</span></p><p><strong><span>Livello 1</span></strong></p><p><strong><span>Appuntamento con il diario</span></strong></p><p><span>Quattro incontri online, il luned&#236; sera, per riavvicinarti alla scrittura come pratica di cura.</span></p><p><span>Quattro modi di stare sulla pagina: per liberare, per guardare, per fare ordine, per creare. Non servono competenze: bastano carta e penna.</span></p><p><em><span>Da luned&#236; 21 settembre &#183; online &#183; dalle 19 alle 21</span></em></p><p><strong><span>Livello 2</span></strong></p><p><strong><span>Oltre la pagina</span></strong></p><p><span>Un percorso ibrido che unisce scrittura, creativit&#224; ed esplorazione emotiva: due incontri online e due workshop in presenza, dove la parola incontra colore, collage e simboli. Il tema &#232; l&#8217;esplorazione delle emozioni: ascoltarle, dar loro forma, trasformarle.</span></p><p><em><span>Da settembre a dicembre &#183; online + in presenza</span></em></p><p><span>Quanto tempo &#232; che non ti siedi davvero ad ascoltarti?</span></p><p><span>Magari l&#8217;autunno &#232; il momento giusto. Una pagina alla volta.</span></p><p><strong><span>Ecco il programma completo per il primo livello</span></strong></p><p></p><p><strong><span>PERCORSO DI JOURNALING EVOLUTIVO &#183; 4 INCONTRI ONLINE</span></strong></p><p><strong><span>Appuntamento con il diario</span></strong></p><p><em><span>Un appuntamento con te stessa. Una pagina alla volta.</span></em></p><p><span>Scrivere non serve a diventare scrittori. Serve a tornare a casa.</span></p><p><span>C&#8217;&#232; una pratica antica e semplicissima - carta, penna, qualche minuto - che da sola pu&#242; cambiare il modo in cui ti ascolti. Si chiama journaling. E non chiede talento, n&#233; tempo, n&#233; parole giuste.</span></p><p><span>Appuntamento con il diario &#232; un percorso semplice e accessibile per riavvicinarti alla scrittura come pratica di cura di s&#233;, presenza e consapevolezza. In quattro incontri online esploriamo quattro modi di stare sulla pagina.</span></p><p><strong><span>Quattro modi di scrivere</span></strong></p><p><strong><span>Per liberare</span></strong></p><p><span>Buttare fuori, senza filtri e senza giudizio. La pagina come primo respiro.</span></p><p><strong><span>Per guardare</span></strong></p><p><span>Fermarsi e osservare quello che provi, quello che eviti. La scrittura che diventa specchio.</span></p><p><strong><span>Per fare ordine</span></strong></p><p><span>Mettere in fila pensieri, scelte, priorit&#224;. Dal caos alla chiarezza, una riga dopo l&#8217;altra.</span></p><p><strong><span>Per creare</span></strong></p><p><span>Immaginare, dare forma, aprire. La pagina come spazio del possibile.</span></p><p><strong><span>Per chi &#232;</span></strong></p><p><span>&#200; un percorso pensato per chi vuole ricominciare da s&#233;. Con leggerezza, con continuit&#224;.</span></p><p><span>Per chi ha sempre pensato &#8220;dovrei scrivere di pi&#249;&#8221; e non ha mai iniziato. Per chi ha un diario nel cassetto e tre pagine compilate. Per chi sente il bisogno di uno spazio tutto suo e di qualcuno che lo tenga.</span></p><p><span>Non servono competenze specifiche n&#233; materiali particolari: bastano carta, penna e qualche minuto al giorno.</span></p><p><strong><span>Uno spazio che fa bene</span></strong></p><p><span>La forza del gruppo e una conduzione attenta creano uno spazio sicuro, gentile e non giudicante. Qui la scrittura non si valuta. Si ascolta. Diventa un modo per ascoltarsi davvero.</span></p><p><strong><span>Cosa porti a casa</span></strong></p><p><span>Alla fine avrai una piccola cassetta degli attrezzi: pratiche di journaling da riprendere ogni volta che ne avrai bisogno. Non un corso che finisce. Un metodo che resta.</span></p><p><strong><span>La conduzione</span></strong></p><p><span>Il percorso &#232; condotto da Alessia Sannicol&#242;, counselor filosofica, book and life coach e formatrice. Laurea in Filosofia, una lunga esperienza nei laboratori filosofici e nelle pratiche espressive, sa rendere semplici le cose complesse e guidare con delicatezza.</span></p><blockquote><p><em><span>&#8220;Con Alessia mi sono sentita vista, accolta e accompagnata senza pressione. Sa creare spazi che fanno bene.&#8221;</span></em></p></blockquote><p><strong><span>Informazioni pratiche</span></strong></p><p><strong><span>Formato </span></strong><span>4 incontri online in diretta (Zoom)</span></p><p><strong><span>Quando </span></strong><span>luned&#236; sera &#8212; 21 settembre &#183; 19 ottobre &#183; 16 novembre &#183; 14 dicembre</span></p><p><strong><span>Orario </span></strong><span>dalle 19 alle 21</span></p><p><strong><span>Durata </span></strong><span>8 ore complessive</span></p><p><em><span>Investimento: &#8364; 360</span></em></p><p><strong><span>Iscrizioni </span></strong><span>info@accademiafelicita.it</span></p><p><strong><span>Non puoi nelle date previste?</span></strong></p><p><span>Nessun problema. &#200; possibile richiedere un percorso personalizzato di journaling evolutivo: scrivici per tutti i dettagli.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La fine del lavoro. Seconda parte.]]></title><description><![CDATA[Come siamo diventati il nostro lavoro (e viceversa).]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/la-fine-del-lavoro-seconda-parte</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/la-fine-del-lavoro-seconda-parte</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:24:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Nella prima parte abbiamo visto un lavoro che si subiva. Fatica, pena, &#8220;tripalium&#8221;. Qualcosa che stava fuori di noi, e che avremmo volentieri evitato se avessimo potuto.</span></p><p>Poi &#232; successo qualcosa di strano. Il lavoro &#232; entrato dentro. Ha smesso di essere ci&#242; che facciamo ed &#232; diventato ci&#242; che siamo. Questa storia ha due protagonisti inattesi: un orologio e una fede religiosa.</p><p><strong>L&#8217;orologio che ci ha cambiati</strong></p><p>Per gran parte della storia, il tempo del lavoro era il tempo delle cose. Si mungeva quando le mucche avevano il latte. Si seminava quando la terra era pronta. Si smetteva quando faceva buio. Lo storico E. P. Thompson lo chiamava lavoro orientato al compito. Non lavoravi &#8220;otto ore&#8221;. Lavoravi finch&#233; il compito non era finito.</p><p>Poi &#232; arrivata la fabbrica, e con lei l&#8217;orologio. Il tempo ha smesso di appartenere alle cose e cominci&#242; ad appartenere al padrone. La campanella scandiva l&#8217;inizio e la fine. Il ritardo &#232; diventato una colpa morale, non solo un problema pratico. </p><p>Thompson mostr&#242; come, nel giro di un paio di generazioni, gli esseri umani hanno imparato a sentire il tempo in un modo completamente nuovo. Non pi&#249; circolare, legato alle stagioni. Ma lineare, misurato, venduto a ore.</p><p>&#200; un passaggio che portiamo ancora addosso. </p><p>Diciamo &#8220;non ho tempo&#8221; come se il tempo fosse una moneta che finisce. Diciamo &#8220;perdere tempo&#8221; come se ogni ora non produttiva fosse uno spreco. </p><p>Quel senso di colpa nasce l&#236;, nella fabbrica, davanti a un orologio appeso al muro.</p><p><strong>Il lavoro come vocazione</strong></p><p>L&#8217;altra met&#224; della storia la ha raccontata Max Weber, all&#8217;inizio del Novecento, in un libro sull&#8217;etica protestante e lo spirito del capitalismo.</p><p>L&#8217;idea, molto in breve, &#232; questa. Nel mondo cattolico medievale la salvezza passava per la Chiesa, i sacramenti, le opere. Ma alcune correnti protestanti, il calvinismo soprattutto, spostarono tutto sull&#8217;interiorit&#224; e sul mistero. Non potevi sapere se eri salvo. Non potevi comprarti la grazia. Potevi solo cercare dei segni.</p><p>E il segno divent&#242; il lavoro. Non il lavoro come fatica da sopportare, ma il lavoro come &#8220;BERUF&#8221;, come chiamata, come vocazione. Fare bene il proprio mestiere, con disciplina, senza sprechi, divent&#242; un modo di rispondere a Dio. Il successo terreno divent&#242; l&#8217;ombra della benedizione celeste.</p><p>Da qui, dice Weber, discende qualcosa che ci portiamo dentro anche da laici. </p><p>L&#8217;idea che il lavoro non serva solo a vivere. L&#8217;idea che dica qualcosa su chi siamo, sul nostro valore, forse sulla nostra salvezza. Abbiamo smesso di credere, ma abbiamo tenuto il senso di colpa.</p><p><strong>&#8220;Che lavoro fai?&#8221;</strong></p><p>Metti insieme l&#8217;orologio e la vocazione, aggiungi due secoli, e ottieni la domanda che facciamo a chiunque a una cena.</p><p>&#8220;Che lavoro fai?&#8221;</p><p>Ci sembra innocente. In realt&#224; &#232; la domanda pi&#249; intima che poniamo. Perch&#233; quello che vogliamo sapere non &#232; come qualcuno riempie le sue giornate. &#200; chi &#232;. Abbiamo talmente fuso il fare con l&#8217;essere che il mestiere &#232; diventato la carta d&#8217;identit&#224; dell&#8217;anima.</p><p>Studs Terkel, negli anni Settanta, raccolse centinaia di voci di lavoratori americani in un libro bellissimo intitolato semplicemente &#8220;Working&#8221;.</p><p>Ne emergeva una cosa sola, ripetuta in mille modi. Le persone non cercavano solo il pane quotidiano. Cercavano un significato quotidiano. Volevano che il loro lavoro contasse, che qualcuno se ne accorgesse, che avesse un senso oltre lo stipendio.</p><p>Ecco cosa avevamo chiesto al lavoro, senza dirlo. Di darci un&#8217;identit&#224;, un valore, una vocazione, un posto nel mondo. Un peso enorme per qualcosa che era nato come fatica.</p><p><strong>E quando il senso non c&#8217;&#232;</strong></p><p>C&#8217;&#232; un rovescio inquietante in tutto questo, e l&#8217;ha raccontato l&#8217;antropologo David Graeber.</p><p>Graeber osserv&#242; un paradosso. Le macchine avrebbero dovuto liberarci, eppure milioni di persone passano le giornate in lavori che loro stesse, se sono oneste, considerano inutili. </p><p>Li ha chiamati &#8220;bullshit jobs&#8221; lavori del cavolo. Non lavori faticosi o umili, quelli servono. Lavori che potrebbero sparire domani senza che nessuno se ne accorga, e che pure esistono, ben pagati, in giacca e cravatta.</p><p>La domanda di Graeber &#232; spietata. Se il lavoro serve davvero solo a produrre, perch&#233; continuiamo a inventarne di inutili? </p><p>La sua risposta &#232; che il lavoro, ormai, non serve solo a produrre. Serve a tenerci occupati, disciplinati, legati a un&#8217;identit&#224;. Un mondo di persone con troppo tempo libero fa paura. Meglio riempirlo, anche di niente.</p><p>&#200; qui che la storia si fa personale. Perch&#233; se il lavoro &#232; diventato la nostra identit&#224;, allora restare senza lavoro, o dentro un lavoro che sentiamo vuoto, non &#232; un problema economico. &#200; una ferita del s&#233;.</p><p><strong>Spunti di riflessione</strong></p><p>Qualche domanda da portarti dietro, come sempre senza fretta.</p><p>- Quando qualcuno ti chiede che lavoro fai, cosa speri davvero che capisca di te? E cosa temi che non veda?</p><p>- Il tuo rapporto col tempo somiglia pi&#249; a quello del contadino, che lavora finch&#233; il compito &#232; finito, o a quello della fabbrica, che conta le ore? Quale dei due ti fa stare meglio?</p><p>- C&#8217;&#232; una parte del tuo lavoro che senti come vocazione, e una che senti come inutile? Cosa cambierebbe se lo dicessi ad alta voce?</p><p>- Se il tuo valore non dipendesse da ci&#242; che produci, come tratteresti le tue giornate meno produttive?</p><p>La prossima volta arriviamo alla fine. Alla domanda che sta arrivando per tutti, con l&#8217;automazione, l&#8217;intelligenza artificiale, le carriere che si sciolgono. Cosa resta di noi quando il ruolo si dissolve.</p><p>Per ora ti lascio con questa: se domani il tuo lavoro sparisse, quanto di te sparirebbe con lui?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il catalogo del fresco]]></title><description><![CDATA[Libri, film e piccole strategie per chi sta attraversando un&#8217;estate di citt&#224; a trentasette gradi]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/il-catalogo-del-fresco</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/il-catalogo-del-fresco</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 06:00:59 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Prima di tutto una cosa: non &#232; colpa tua.</p><p>A trentasette gradi il pensiero non funziona. A ventotto gradi di notte il corpo non si ripara, il sonno diventa una cosa che ci sfiora e se ne va, e la mattina dopo si comincia gi&#224; stanchi. </p><p>E allora la vita sembra pi&#249; brutta. Sembra pi&#249; brutta perch&#233; lo &#232;. </p><p>Non &#232; una percezione storta da raddrizzare. &#200; un fatto meteorologico che diventa un vissuto emotivo.</p><p>Ho smesso da un pezzo di dire alle persone che il caldo &#232; una questione di atteggiamento. Il caldo &#232; una questione di caldo.</p><p>Poi c&#8217;&#232; tutto il resto. E il resto si pu&#242; abitare.</p><p>Quindi niente consigli sul lato positivo. Solo un catalogo. </p><p>Cose piccole, cose praticabili oggi, alcune per il corpo e alcune per la testa, che poi &#232; lo stesso percorso ma utilizzando da due porte diverse.</p><p><strong>Le ore</strong></p><p>La prima strategia non &#232; geografica. &#200; oraria.</p><p>Serve a spostarsi dentro la giornata. La citt&#224; alle cinque e mezza del mattino a luglio &#232; un&#8217;altra citt&#224;: ventiquattro gradi, le rondini, il rumore delle saracinesche, nessuno. Se comunque non dormi, tanto vale alzarti e andare a vedere. Non &#232; una punizione. &#200; un privilegio rubato a tutti quelli che dormono.</p><p>Poi alle dieci si rientra e si chiude tutto. Persiane, tende, porte. Come si &#232; sempre fatto nei paesi caldi, come nel Gattopardo, dove d&#8217;estate il palazzo diventa un animale che si serra e aspetta.</p><p>Dalle undici alle cinque non si esce. Questa &#232; l&#8217;unica regola vera. Se si pu&#242;, ovvio. </p><p><strong>La mappa del fresco</strong></p><p>Ogni citt&#224; ha una sua geografia segreta di gradi in meno. Vale la pena disegnarla.</p><p>Le chiese sono la cosa pi&#249; sottovalutata che abbiamo. Marmo, pietra, ombra, silenzio, e nessuno che ti chieda di consumare. Sant&#8217;Ambrogio a Milano d&#8217;agosto alle tre del pomeriggio &#232; un&#8217;esperienza fisica prima che spirituale: entri e ti si abbassa la pelle. Non serve credere in niente. Serve solo sedersi.</p><p>Poi le biblioteche. </p><p>E i musei, che oltre a essere climatizzati sono pieni di cose belle da guardare: Villa Necchi, il Poldi Pezzoli, la GAM. Un&#8217;ora dentro una casa d&#8217;altri, con le mani dietro la schiena.</p><p>Le piscine scoperte, che sono il posto pi&#249; democratico rimasto. Le fontane. Il Monumentale alle sette del mattino.</p><p>Fai un elenco vero, con gli orari. Attaccalo al frigorifero. Nei giorni peggiori non si ha la lucidit&#224; per inventare: si ha solo la forza di eseguire.</p><p><strong>I libri</strong></p><p>Il caldo distrugge l&#8217;attenzione. Non combatterla. Cambia forma, non volont&#224;.</p><p>Luglio non &#232; il mese dei romanzi da seicento pagine. &#200; il mese dei racconti, delle poesie, dei diari, dei libri che si aprono a caso. Venti minuti e basta. Cechov. Ginzburg.</p><p>Emily Dickinson, che &#232; stata in una stanza tutta la vita e ha fatto entrare il mondo: se non puoi uscire, hai una maestra.</p><p>Poi ci sono due strade opposte, e funzionano entrambe.</p><p>La prima &#232; il freddo per contrasto: &#8220;La montagna incantata&#8221;, la neve, il tempo che si dilata. Pamuk. Qualunque cosa succeda in Islanda.</p><p>La seconda &#232; pi&#249; coraggiosa: leggere il caldo invece di scappare. &#8220;Lo straniero&#8221;, dove il sole &#232; un personaggio e commette un delitto. </p><p>&#8220;L&#8217;amante&#8221;di Duras. Quando un libro dice ad alta voce quello che stai provando, la cosa smette di essere solo tua, e diventa pi&#249; leggera. </p><p>&#200; tutto quello che la biblioterapia sa fare, ed &#232; gi&#224; molto.</p><p>E poi &#8220;Il barone rampante&#8221; che &#232; il libro giusto per chiunque abbia guardato la propria vita dal basso e abbia pensato: da qui non si respira. Cosimo sale sugli alberi. Sta all&#8217;ombra. Non scende pi&#249;. Non risolve niente e vive benissimo.</p><p><strong>I film</strong></p><p>Il cinema in sala d&#8217;estate corrisponde a due ore di aria condizionata e buio a un prezzo ridicolo. </p><p>Ma anche a casa, con le persiane chiuse:</p><p>~ La finestra sul cortile.</p><p>Un&#8217;ondata di calore a New York, tutti con le finestre spalancate, tutti che si guardano. &#200; il film pi&#249; estivo mai fatto e nessuno lo dice.</p><p>~ Fa&#8217; la cosa giusta.</p><p>Brooklyn, il giorno pi&#249; caldo dell&#8217;anno, l&#8217;idrante aperto in strada. Spike Lee ha capito prima di tutti che il caldo &#232; una questione politica e non solo climatica.</p><p>~ Il raggio verde di Rohmer. </p><p>Una ragazza che d&#8217;estate non trova pace e non riesce a stare da nessuna parte. Se ti senti sbagliata perch&#233; non stai godendo il momento guarda questo.</p><p>~ Perfect Days</p><p>Un uomo, una Tokyo bollente, un lavoro umile, la luce tra le foglie. Il film sul fatto che la vita brutta e la vita bella possono essere la stessa vita, guardata con pi&#249; attenzione.</p><p>Il sorpasso, per la citt&#224; vuota di agosto. </p><p>Fargo per la neve, senza vergogna. </p><p>Un giorno di ordinaria follia, se ti serve vedere qualcuno che si fa esplodere al posto tuo.</p><p><strong>Le cose da fare con le mani</strong></p><p>Il lenzuolo bagnato steso davanti alla finestra la sera. &#200; un trucco vecchio di duemila anni e funziona ancora.</p><p>La bacinella con l&#8217;acqua fredda per i piedi mentre leggi. Ridicola, efficace, non negoziabile.</p><p>I polsi sotto il rubinetto per trenta secondi ogni volta che passi in bagno.</p><p>La granita fatta in casa: acqua, zucchero, limone, in freezer, e ogni mezz&#8217;ora vai a romperla con una forchetta. Ti d&#224; un rituale, un motivo per alzarti, e alla fine un premio. Tre cose in una.</p><p>La cucina fredda: gazpacho, panzanella, pomodori, pane, sale. Non accendere niente.</p><p>La playlist della pioggia. Io metto gli Smiths, che sono Manchester negli anni 80 allo stato puro, e per qualche minuto la nebbia entra da sotto la porta.</p><p>Fotografa la stessa ombra alla stessa ora per una settimana. Non &#232; arte, &#232; un modo di dire al tempo che lo stai guardando.</p><p>Riordina un cassetto. Uno solo. Contro il caos grande non si pu&#242; niente, contro un cassetto s&#236;.</p><p>Scrivi una lettera a qualcuno. Vera, di carta. &#200; l&#8217;unica attivit&#224; che non ha bisogno di energia e restituisce pi&#249; di quanto costa.</p><p></p><p>Non ti sto dicendo che cos&#236; l&#8217;estate diventa bella. Ti sto dicendo che dentro un&#8217;estate brutta si possono ritagliare delle ore vivibili, e che ritagliarle &#232; un lavoro dignitoso, non una consolazione.</p><p>Il caldo passa. Passa sempre. A met&#224; settembre (forse) ti sveglierai e (forse) ci sar&#224; un&#8217;aria diversa e non ti ricorderai nemmeno di come ti sentivi adesso. Nel frattempo, il compito non &#232; essere felice. &#200; attraversare il momento. </p><p>Qual &#232;, in questi giorni, la tua unica ora buona e cosa stai facendo per proteggerla?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cosa ho imparato sulla felicità in quindici anni]]></title><description><![CDATA[&#200; piccola, &#232; concreta, e quasi sempre c'&#232; qualcun altro.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ho-imparato-sulla-felicita-in-74b</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ho-imparato-sulla-felicita-in-74b</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 05:20:22 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Se potessi tornare nel 2011 e sedermi accanto alla donna che stava fondando questa scuola, le direi una cosa sola: &#232; pi&#249; piccola di come la immagini.</span></p><p><span>Lei rimarrebbe delusa. Cercava qualcosa di grande. Una rivelazione, una formula, una di quelle verit&#224; che cambiano la vita in una frase sola. La cerchiamo tutti, all&#8217;inizio. Crediamo che la felicit&#224; debba avere le dimensioni del nostro desiderio. Enorme, come la mancanza che vogliamo colmare.</span></p><p><span>Invece la felicit&#224;, quella che ho visto davvero accadere alle persone, &#232; fatta di cose minuscole. Un caff&#232; bevuto senza guardare il telefono. Una telefonata a cui non eri obbligato. Il momento esatto in cui un libro dice quello che tu non sapevi di pensare. La luce di certe sei di sera, a ottobre, quando Milano diventa improvvisamente bella e nessuno se ne accorge tranne te.</span></p><p><span>Non sono metafore. Sono proprio quelle cose l&#236;. La felicit&#224; &#232; concreta, oppure non &#232;. Non abita gli ideali, abita i pomeriggi.</span></p><p><span>E poi c&#8217;&#232; la seconda scoperta. Quella che mi &#232; costata di pi&#249; ammettere, perch&#233; ho passato met&#224; della vita a rivendicare la mia indipendenza, a Londra e altrove, da ragazza che non voleva dovere niente a nessuno. Eccola. La felicit&#224;, quasi sempre, ha la forma di qualcun altro.</span></p><p><span>Non lo dico in modo sentimentale. Lo dico come un dato.</span></p><p><span>In quindici anni di colloqui, di percorsi, di storie ascoltate, quando chiedevo alle persone di raccontarmi un momento di felicit&#224; vera - non di soddisfazione, di orgoglio, di successo: di felicit&#224; - quasi nessuno mi parlava di un traguardo raggiunto da solo.</span></p><p><span>Mi parlavano di una persona. Di una cena. Di una mano tenuta. Di qualcuno che, semplicemente, c&#8217;era.</span></p><p><span>Avevo costruito una scuola sul lavoro individuale. E i miei stessi allievi mi stavano dicendo, da anni, che la felicit&#224; &#232; una faccenda di relazioni. Che si d&#224; e si riceve.</span></p><p><span>Che da soli si pu&#242; stare benissimo - io lo so fare - ma fiorire, quello no. Quello si fa in due, in tre, in molti. Da soli si sopravvive con dignit&#224;. Insieme, ogni tanto, si fiorisce.</span></p><p><span>Cosa resta, allora, dopo quindici anni?</span></p><p><span>Resta che la felicit&#224; non &#232; un traguardo. Resta che ha bisogno anche della tristezza per essere intera. E resta che &#232; piccola, concreta, e quasi sempre condivisa.</span></p><p><span>Tre cose semplici. Mi ci sono voluti quindici anni e qualche migliaio di persone per impararle davvero, e non a parole. Le scrivo qui senza punti esclamativi, perch&#233; non sono slogan. Sono ci&#242; che mi resta in mano dopo aver tolto tutto il resto: le teorie, le promesse, le destinazioni.</span></p><p><span>La donna del 2011 voleva insegnare la felicit&#224; al mondo. La donna di oggi sa che non si insegna. Si pratica. Insieme, possibilmente. E si ricomincia ogni mattina, da capo, senza l&#8217;illusione di averla messa al sicuro una volta per tutte.</span></p><p><span>Tu, oggi, con chi la stai praticando?</span></p><p></p><p><span>Francesca Zampone &#232; coach, biblioterapeuta e fondatrice dell&#8217;Accademia della Felicit&#224;. Scrive di felicit&#224;, libri e lavoro.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Come ho smesso di amare Venezia]]></title><description><![CDATA[O dei gusti che invecchiano.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/come-ho-smesso-di-amare-venezia</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/come-ho-smesso-di-amare-venezia</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 07:21:14 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Venezia domenica 12 luglio 2026 sui gradini della Salute al mattino molto presto </p><p>C&#8217;&#232; stato un tempo in cui volevo essere una turista straniera a Venezia.</p><p>Non una qualunque. Una degli anni Cinquanta. Una di quelle che scendevano dal treno con la valigia rigida e il foulard annodato, e attraversavano un ponte come si attraversa una soglia. Le avevo viste nei film. Katharine Hepburn che perde l&#8217;equilibrio e finisce nel canale e ride, perch&#233; a Venezia anche cadere era un lusso. Sognavo di essere lei. Sognavo l&#8217;accento sbagliato, lo stupore vero, il diritto di meravigliarmi senza vergogna.</p><p>Prima dei film c&#8217;erano stati loro, i viaggiatori del Grand Tour. Arrivavano da lontano per capire chi erano. Ruskin contava le pietre. Gli altri portavano a casa acquerelli, febbri, una nuova idea di s&#233;. Venezia era l&#8217;ultima tappa e la pi&#249; rischiosa: quella da cui non si tornava uguali.</p><p>Io volevo quel rischio. Volevo tornare diversa.</p><p>E ci sono tornata. Diversa.</p><p>La prima volta fu negli anni Ottanta.</p><p>Il Canal Grande era ancora un fatto privato tra me e l&#8217;acqua. Il turismo esisteva, certo, ma non era ancora &#8220;over&#8221;. Non aveva ancora quel prefisso che oggi mettiamo davanti a tutto per dire che &#232; troppo. C&#8217;era spazio. Ci si perdeva per davvero, non per finta, non per la posa.</p><p>Ricordo la meraviglia esatta. Ha una geometria tutta sua, la prima volta. Non si ripete. La citt&#224; mi sembrava costruita apposta per essere fraintesa da chi la amava, e io la amavo malissimo, cio&#232; benissimo.</p><p>Poi Venezia &#232; cresciuta con me. O io con lei, non ho mai capito chi seguisse chi.</p><p>&#200; diventata la citt&#224; delle Biennali. Delle possibilit&#224;. Degli anni in cui avevo abbastanza soldi per prendere un caff&#232; dove volevo e abbastanza sfrontatezza per non prenderlo affatto. La amavo di notte, soprattutto. La notte a Venezia era un ristoro e uno spazio del sogno, l&#8217;ora in cui la citt&#224; smetteva di recitare e tornava s&#233; stessa. Brodsky raccontava di venirci d&#8217;inverno per la stessa ragione per cui si raggiunge una persona amata: per vederne il volto senza trucco. Anch&#8217;io. Andavo a Venezia per il volto senza trucco, quello notturno o delle isole pi&#249; periferiche. </p><p>Oggi ci torno e non la riconosco. O peggio: la riconosco benissimo.</p><p>&#200; una citt&#224; che vive di turismo diurno, a misura di turista diurno. Si arriva la mattina, si attraversano i touch point -  il ponte, la piazza, il vetro, il gelato -  si fotografa, si filma, si fa il Reel, e via. Nessuno resta per la notte. Nessuno resta per il volto senza trucco. La meraviglia &#232; diventata un contenuto. Il sogno ha un orario di chiusura.</p><p>E io provo qualcosa che assomiglia al lutto, ma non lo &#232;. &#200; fastidio. &#200; l&#8217;insofferenza di chi ha amato troppo e adesso non sopporta pi&#249; nemmeno l&#8217;oggetto del proprio amore.</p><p></p><p>Ecco allora la domanda vera, quella che tengo per ultima perch&#233; non so rispondere.</p><p>Quando smettiamo di amare una cosa, &#232; la cosa che &#232; cambiata o siamo noi? I gusti che invecchiano sono una forma di lucidit&#224; o una forma di ruggine? Vedo finalmente Venezia com&#8217;&#232;, o ho solo perso la capacit&#224; di vederla come mi piaceva?</p><p>Sono io che sto obsolescendo rapidamente? O il mondo &#232; ormai una tela opaca, anche nelle sue espressioni pi&#249; meravigliose?</p><p></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La fine del lavoro. Prima parte. ]]></title><description><![CDATA[Quando il lavoro non c&#8217;era.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/la-fine-del-lavoro-prima-parte</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/la-fine-del-lavoro-prima-parte</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Thu, 09 Jul 2026 05:41:20 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il lavoro non &#232; sempre esistito. Non come lo intendiamo noi.</p><p>C&#8217;&#232; stato un tempo lunghissimo, la maggior parte del tempo umano, in cui nessuno si sarebbe presentato dicendo &#8220;faccio questo&#8221;. Non c&#8217;era un mestiere a tenere insieme l&#8217;identit&#224;. Non esisteva una parola sola a definirti. </p><p>Le parole, del resto, raccontano molto di una civilt&#224;.</p><p>&#8220;Lavoro&#8221; viene dal latino LABOR  che voleva dire fatica, pena, sforzo. Il francese TRAVAIL nasce da TRIPALIUM uno strumento a tre pali usato per immobilizzare gli animali, e a volte per torturare gli uomini. All&#8217;origine della parola non c&#8217;&#232; la realizzazione. C&#8217;&#232; il dolore.</p><p>I romani avevano una distinzione che abbiamo dimenticato. Chiamavano OTIUM il tempo della contemplazione, dello studio, della cura di s&#233;. E chiamavano NEGOTIUM  tutto il resto: gli affari, le occupazioni, il lavoro. </p><p>NEC OTIUM: il non-ozio. Per loro il lavoro non aveva nemmeno un nome proprio. Era definito per sottrazione, come l&#8217;assenza di ci&#242; che contava davvero.</p><p>Anche i greci la pensavano cos&#236;. </p><p>La loro parola per il tempo libero era SCHOLE. Da l&#236; viene &#8220;scuola&#8221;. Il luogo dell&#8217;apprendimento, per loro, era il luogo del tempo liberato dal lavoro. Imparavamo, alla lettera, nell&#8217;ozio.</p><p>Vale la pena fermarsi un attimo qui. Perch&#233; &#232; ESATTAMENTE l&#8217;opposto di come viviamo noi.</p><p><strong>La societ&#224; opulenta che nessuno si aspettava</strong></p><p>Negli anni Settanta un antropologo, Marshall Sahlins, scrisse qualcosa che all&#8217;epoca sembr&#242; una provocazione. La chiam&#242; &#8220;the original affluent society&#8221;, la societ&#224; opulenta delle origini.</p><p>L&#8217;idea diffusa era che la vita prima dell&#8217;agricoltura fosse una lotta continua per sopravvivere. Fame, freddo, giornate intere passate a inseguire il cibo. Sahlins guard&#242; i dati sui popoli di cacciatori e raccoglitori ancora esistenti e trov&#242; l&#8217;opposto. Lavoravano poco. Tre, quattro, cinque ore al giorno. Il resto era riposo, gioco, conversazione, sonno, cura delle relazioni.</p><p>Non erano opulenti perch&#233; avevano molto. Erano opulenti perch&#233; desideravano poco, e ci&#242; che desideravano lo ottenevano senza affanno. La ricchezza non era accumulo. Era tempo.</p><p>Mi ha sempre colpito questo. Che l&#8217;abbondanza, per gran parte della storia umana, non si misurasse in cose. Si misurasse in ore libere.</p><p><strong>La caduta si chiamava agricoltura</strong></p><p>Poi qualcosa cambi&#242;. Diecimila anni fa, pi&#249; o meno, imparammo a coltivare la terra.</p><p>Lo raccontiamo come un progresso, e in parte lo fu. Ma un altro antropologo, Jared Diamond, l&#8217;ha definito senza mezzi termini &#8220;il peggior errore nella storia della specie umana&#8221;. Con l&#8217;agricoltura arrivarono il surplus e la propriet&#224;. Arrivarono le gerarchie, perch&#233; quando c&#8217;&#232; qualcosa da accumulare c&#8217;&#232; qualcuno che lo accumula pi&#249; degli altri. Arriv&#242; una dieta pi&#249; povera. Arrivarono malattie nuove, nate dalla vicinanza forzata con gli animali e con gli altri.</p><p>E arriv&#242; il lavoro. Quello vero, ripetitivo, legato alla terra e alle stagioni, che non finiva mai. Il campo non ti lascia andare. Chiede ogni giorno.</p><p>Da l&#236; in poi la fatica smise di essere un&#8217;eccezione e divent&#242; la regola. Il LABOR  prese il posto dell&#8217; OTIUM. </p><p><strong>Tre parole per una cosa sola</strong></p><p>Molto pi&#249; tardi, nel Novecento, Hannah Arendt prov&#242; a rimettere ordine in questa confusione. Distinse tre cose che noi mettiamo tutte insieme sotto la parola &#8220;lavoro&#8221;.</p><p>C&#8217;&#232; il LABOR, il lavoro dell&#8217; &#8220;animal laborans&#8221;: quello che serve a vivere, ciclico, mai finito, il pane che si consuma appena fatto. </p><p>C&#8217;&#232; l&#8217; OPERA, il lavoro dell&#8217; &#8220;homo faber&#8221;: quello che costruisce qualcosa che dura, un tavolo, una casa, un mondo di oggetti che ci sopravvive. </p><p>E c&#8217;&#232; l&#8217; AZIONE:  ci&#242; che facciamo tra esseri umani, la parola, la politica, il gesto che lascia una traccia e ci rende unici.</p><p>Noi le abbiamo schiacciate tutte in una. </p><p>&#8220;Che lavoro fai&#8221; ingloba la fatica per il pane, la costruzione del mondo, e persino il senso della nostra presenza tra gli altri. Chiediamo a una sola parola di reggere tutto il peso di chi siamo.</p><p>Forse &#232; per questo che, quando il lavoro manca o cambia, ci sentiamo franare.</p><p><strong>Spunti di riflessione</strong></p><p>Prima di passare oltre, ti lascio qualche domanda da tenere con te. Non serve rispondere subito. A volte basta portarsele dietro qualche giorno.</p><p>- Se togliessi la parola &#8220;lavoro&#8221; da come ti presenti, cosa resterebbe di te? Cosa diresti al posto di &#8220;faccio questo&#8221;?</p><p>- Nella tua vita, la ricchezza la misuri pi&#249; in cose o in tempo? E quando &#232; stata l&#8217;ultima volta che ti sei sentito opulento  di ore libere?</p><p>- Delle tre parole di Arendt - la fatica per vivere, la costruzione che dura, l&#8217;azione tra le persone - quale prevale nelle tue giornate? E quale ti manca?</p><p>La prossima volta guardiamo a come il lavoro, da fatica che si subiva, &#232; diventato la cosa che ci definisce. Come &#232; entrato dentro di noi fino a diventare noi.</p><p>Nel frattempo, una domanda sola: chi eri, prima di sapere cosa volevi fare?</p><p>Ciao sono Francesca mi occupo di libri e di persone. Se ti iscrivi al mio Substack a pagamento puoi fare due Retreat con me l&#8217;anno prossimo se vuoi sapere i dettagli scrivimi o rispondi a questa lettera. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cosa ho imparato sulla felicità in quindici anni.]]></title><description><![CDATA[La felicit&#224; ha bisogno della tristezza. L&#8217;ho scoperto leggendo.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ho-imparato-sulla-felicita-in-e75</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ho-imparato-sulla-felicita-in-e75</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 05:20:10 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per molto tempo ho fatto un errore di cui non mi vergogno, perch&#233; lo facevamo tutti. Pensavo che il mio lavoro fosse togliere la tristezza alle persone. Asciugarla. Farla passare in fretta, come si fa passare un raffreddore.</p><p>Avevo gli strumenti. Esercizi, tecniche, domande potenti. E funzionavano, in un certo senso. La tristezza si ritirava. Ma tornava. E quando tornava era pi&#249; dura, pi&#249; muta, quasi offesa di essere stata cacciata di casa.</p><p>Ci ho messo anni a capire una cosa elementare. La tristezza non &#232; un guasto. &#200; un&#8217;informazione.</p><p>L&#8217;ho imparato leggendo, non studiando. </p><p>La biblioterapia - che pratico da anni e che &#232; diventata il mio modo di stare al mondo prima ancora che un metodo -  parte da un&#8217;intuizione semplice. </p><p>Certi libri non ci consolano nascondendoci il dolore. Ci consolano perch&#233; lo dicono. Lo nominano. Ci fanno sentire meno soli dentro di esso.</p><p>Emily Dickinson, che mi accompagna da una vita, scriveva da una stanza con la porta quasi chiusa. Eppure dentro quella stanza c&#8217;era pi&#249; mondo che in molte vite spalancate. Aveva capito che il dolore ha una sua precisione. Che non va anestetizzato, va ascoltato. Che certe cose le comprendi solo dopo aver attraversato il buio, non dopo averlo evitato.</p><p>Noi invece il buio lo evitiamo con un talento straordinario.</p><p>Ho visto persone fare di tutto per non essere mai tristi. &#200; una fatica enorme. Riempiono le giornate, evitano i silenzi, tengono la luce accesa in ogni stanza interiore per non incontrare nessuna ombra. E sono esauste. Perch&#233; reprimere un&#8217;emozione costa molto pi&#249; che sentirla. La tristezza non sparlata non se ne va. Va sottoterra, e da l&#236; lavora.</p><p>La felicit&#224; che non lascia spazio alla tristezza, del resto, non &#232; nemmeno felicit&#224;. &#200; una performance. &#200; quella cosa lucida e fotografabile che ci hanno venduto: l&#8217;estate perfetta, la vita perfetta, il sorriso a comando. </p><p>Dura il tempo di uno scatto. Poi crolla, e ci lascia pi&#249; poveri di prima, perch&#233; ora alla tristezza si &#232; aggiunta la vergogna di provarla.</p><p>La felicit&#224; vera &#232; pi&#249; larga. Ci sta dentro anche il lutto, la nostalgia, la malinconia di certe domeniche di novembre. Non perch&#233; siano belle, ma perch&#233; sono vere. E solo ci&#242; che &#232; vero regge il peso di una vita intera.</p><p>In quindici anni la lezione pi&#249; controintuitiva &#232; questa. Non si diventa felici eliminando la tristezza. Si diventa felici facendole spazio. </p><p>Dandole una sedia al tavolo, lasciandola parlare, e poi -  quando ha finito -  tornando a vivere con lei accanto, non contro di lei. Coabitazione, non guerra.</p><p>I libri me l&#8217;hanno insegnato prima delle persone. Forse perch&#233; un libro non ha fretta di consolarti. Non ti dice &#8220;su, tira su il morale&#8221;. Ti tiene compagnia nel buio finch&#233; i tuoi occhi non si abituano. E a un certo punto, senza che tu te ne accorga, cominci a vedere. Anche al buio si vede, quando smetti di pretendere la luce.</p><p>Allora ti faccio la domanda che ormai faccio a me stessa pi&#249; spesso di quanto vorrei. Che cosa stai cercando di non sentire, in questo momento?</p><p>Se in questo momento storico di tecnofeudalesimo ed emergenza climatica vuoi cambiare completamente la tua vita mandami una mail, a settembre parte un percorso sia dal vivo a Milano che online che porta alla Rivoluzione!</p><p><br>Francesca Zampone &#232; coach, biblioterapeuta e fondatrice dell&#8217;Accademia della Felicit&#224;. Scrive di felicit&#224;, libri e lavoro.</p><p>Questa &#232; la seconda di tre lettere.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cosa ho imparato sulla felicità in quindici anni]]></title><description><![CDATA[Ho fondato l&#8217;Accademia della Felicit&#224;. Poi ho smesso di inseguirla (la felicit&#224;, non l&#8217;Accademia)]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ho-imparato-sulla-felicita-in</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/cosa-ho-imparato-sulla-felicita-in</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Tue, 30 Jun 2026 11:50:35 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2011 ho dato a una scuola il nome pi&#249; ambizioso che ci sia. Accademia della Felicit&#224;.</p><p>Lo dico oggi con un mezzo sorriso. Allora ci credevo in un modo che adesso mi sembra quasi commovente. Pensavo che la felicit&#224; fosse un posto. Una meta. Qualcosa che si raggiunge, come si raggiunge una vetta, un titolo, una casa di propriet&#224;.</p><p>Pensavo bastasse il metodo giusto. L&#8217;esercizio giusto. La domanda giusta. E che un giorno, finalmente, saremmo arrivati.</p><p>In quindici anni non ci &#232; arrivato nessuno. N&#233; io, n&#233; le migliaia di persone passate da qui.</p><p>Ed &#232; la prima cosa buona che ho imparato.</p><p>Perch&#233; la felicit&#224; ha una caratteristica fastidiosa: pi&#249; la insegui, pi&#249; si sposta. &#200; un orizzonte. Cammini, e l&#8217;orizzonte cammina con te. Le persone che arrivavano da me pi&#249; infelici erano quasi sempre quelle che la rincorrevano meglio. Avevano letto i libri giusti, fatto le scelte giuste, costruito le vite giuste. E mancava sempre qualcosa. Un giorno ho capito che quel &#8220;qualcosa&#8221; era la rincorsa stessa.</p><p>C&#8217;&#232; una parola che ho dovuto disimparare. Traguardo.</p><p>La felicit&#224; non &#232; un traguardo. Non &#232; nemmeno uno stato, uno di quegli stati pieni, definitivi, in cui finalmente ti siedi e dici: ecco, ci sono. &#200; pi&#249; simile a un verbo che a un sostantivo. Si coniuga ogni giorno. Si perde e si ritrova. La mattina c&#8217;&#232;, il pomeriggio no, la sera magari torna mentre lavi i piatti e fuori &#232; gi&#224; buio.</p><p>Per anni l&#8217;ho raccontata come una destinazione, perch&#233; la destinazione si racconta bene. &#200; rassicurante. Ti dice che esiste un dopo in cui starai bene. Ma &#232; anche una piccola crudelt&#224;, perch&#233; ti tiene sempre un passo prima di adesso.</p><p>La verit&#224; pi&#249; scomoda di questi quindici anni &#232; semplice. Non esiste il &#8220;quando&#8221;. Quando avr&#242; finito. Quando sar&#242; pronta. Quando le cose si saranno sistemate. Il &#8220;quando&#8221; &#232; la sala d&#8217;attesa pi&#249; affollata del mondo, e nessuno viene mai chiamato.</p><p>L&#8217;ho visto in continuazione. Persone con curriculum impeccabili e una vita rimandata a un futuro che non arriva. L&#8217;agenda piena, e dentro il vuoto. Non per pigrizia. Per il contrario: per anni di iperattivit&#224; perfetta, fatta tutta nella direzione sbagliata.</p><p>Allora cosa resta, se togliamo la meta?</p><p>Resta una cosa pi&#249; piccola e pi&#249; seria. La capacit&#224; di stare. Di abitare la propria vita mentre accade, invece di rimandarla. </p><p></p><p>Le persone che ho visto fiorire -  e ne ho viste tante - non sono quelle che hanno trovato la felicit&#224;. </p><p>Sono quelle che hanno smesso di cercarla altrove. Hanno spostato lo sguardo dall&#8217;orizzonte ai piedi. E l&#236;, stranamente, c&#8217;era qualcosa.</p><p>Non ho cambiato il nome alla scuola. Ci ho pensato, tante volte. Ma poi ho deciso di tenerlo come si tiene una promessa fatta da ragazzi: con tenerezza, e con un po&#8217; di ironia. </p><p>L&#8217;Accademia della Felicit&#224; non insegna a essere felici. Quello non si insegna. Insegna a smettere di rimandare la propria vita. Che &#232; un&#8217;altra cosa, e forse l&#8217;unica che valga la pena.</p><p>Quindici anni fa, qui, avrei messo un punto esclamativo.</p><p>Oggi metto solo una domanda. In quale &#8220;quando&#8221; stai aspettando di vivere?</p><p>Se in questo momento di tecnofeudalesimo ed emergenza climatica vuoi rivoluzionare la tua vita in modo intimo e anticonformistico mandami una mail.</p><p>A settembre ci saranno tante novit&#224; e magari potrai farne parte.</p><p></p><p>Francesca Zampone &#232; coach, biblioterapeuta e fondatrice dell&#8217;Accademia della Felicit&#224;. Scrive di felicit&#224;, libri e lavoro su [francescazampone.com](https://francescazampone.com). Questa &#232; la prima di tre lettere.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La corona che nessuno ti ha chiesto di portare]]></title><description><![CDATA[Su The Crown, sugli ordini invisibili che tengono in piedi una famiglia, e su un nuovo modo per guardarli da vicino, uno a uno.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/la-corona-che-nessuno-ti-ha-chiesto</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/la-corona-che-nessuno-ti-ha-chiesto</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Wed, 24 Jun 2026 08:53:53 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una cosa che The Crown fa benissimo.</p><p>Non racconta una regina. Racconta un sistema.</p><p>Elisabetta non decide di salire al trono.</p><p>Ci sale perch&#233; qualcuno, prima di lei, ha lasciato il suo posto.</p><p>Edoardo abdica. E tutto si sposta.</p><p>Il padre prende una corona che non voleva. La bambina che correva nei corridoi si ritrova a portare un peso scelto da altri. Molto prima che lei nascesse.</p><p>Ecco. Questo &#232; il punto.</p><p>Ed &#232; anche il punto delle costellazioni familiari.</p><p>Noi crediamo di scegliere.</p><p>E in parte &#232; vero.</p><p>Ma sotto le nostre scelte c&#8217;&#232; un disegno pi&#249; grande. Un ordine. Una storia che non abbiamo scritto noi.</p><p>Hellinger li chiamava &#8220;ordini dell&#8217;amore&#8221;.</p><p>Poche leggi, semplici e implacabili.</p><p>Si appartiene. Chi viene prima conta. E ci&#242; che si d&#224;, in qualche modo, deve tornare.</p><p>Quando questi ordini saltano, qualcuno paga. Quasi sempre senza sapere perch&#233;.</p><p>The Crown &#232; pieno di conti da pagare.</p><p>Margaret che rinuncia all&#8217;amore per non incrinare l&#8217;istituzione.</p><p>Diana che entra in un sistema dove non c&#8217;&#232; un posto vero per lei.</p><p>Edoardo, escluso, che diventa il fantasma di famiglia di cui non si parla.</p><p>Ogni esclusione lascia un buco.</p><p>E i buchi, nei sistemi familiari, qualcuno li riempie.</p><p>Di solito chi arriva dopo. Di solito senza averlo chiesto.</p><p>Guardiamo The Crown e pensiamo: che famiglia complicata.</p><p>Poi spegniamo. E ci giriamo verso la nostra.</p><p>Non abbiamo palazzi.</p><p>Ma abbiamo gli stessi meccanismi.</p><p>Le lealt&#224; che non abbiamo scelto. I sacrifici fatti &#8220;per il bene della famiglia&#8221;. I posti che occupiamo senza ricordare quando ci siamo seduti. Le cose non dette, che pesano pi&#249; di quelle dette.</p><p>The Crown &#232; uno specchio.</p><p>Lucido, regale, lontanissimo.</p><p>E proprio per questo ci lascia guardare senza difese.</p><p>Le costellazioni familiari fanno la stessa cosa.</p><p>Ti mettono davanti al tuo sistema.</p><p>Ti mostrano il tuo posto. Quello che porti. E quello che non &#232; tuo e che potresti, finalmente, restituire.</p><p>Di solito si fa in gruppo.</p><p>Ma non &#232; l&#8217;unico modo.</p><p>In Accademia della Felicit&#224; abbiamo aperto un nuovo servizio: le costellazioni familiari individuali.</p><p>Uno spazio tuo. Riservato. Uno a uno.</p><p>Funziona cos&#236;:</p><p>Un incontro conoscitivo, per capire cosa vuoi guardare.</p><p>E poi una sessione di costellazione via Zoom, di 60 minuti.</p><p>Costo: 90 euro.</p><p>Niente palco. Niente platea.</p><p>Solo tu, il tuo sistema, e qualcuno che ti accompagna a vederlo.</p><p>Se senti che &#232; il momento, mandami una mail per prenotare la tua Discovery call.</p><p>Perch&#233; alla fine la domanda &#232; sempre la stessa.</p><p>Quella corona che porti sei sicuro di averla scelta?</p><p>E se non l&#8217;avessi scelta: cosa succederebbe se la togliessi?</p><p>Le costellazioni familiari in Accademia sono condotte da Stefania Ragazzoni una professionista che se ne occupa dal 2013 e che le insegna da 10 anni.</p><p>Stefania &#232; counselor sistemica e coach delle relazioni. Sta studiando per diventare life coach. Il mondo delle energie &#232; il suo spazio naturale di crescita e supporto.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Italian Summer è un inglesismo]]></title><description><![CDATA[Sui social l&#8217;estate italiana &#232; diventata un&#8217;estetica da esportazione. Ma quella vera ha un altro nome e non si lascia fotografare.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/italian-summer-e-un-inglesismo</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/italian-summer-e-un-inglesismo</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Sat, 20 Jun 2026 06:19:49 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Italian Summer &#232; una espressione inglese. Gi&#224; questo dovrebbe dirci qualcosa.</p><p>&#200; il nome che diamo all&#8217;Italia quando la vendiamo. </p><p>Lino, spritz, golden hour. </p><p>Una donna di spalle che cammina su una scalinata di pietra, sandali di cuoio, un limone in mano. La luce sempre quella. Calda, obliqua, perfetta. &#200; bellissima. Ed &#232; una brochure.</p><p>L&#8217;altra cosa, quella che succede davvero da giugno a settembre, in italiano ha un nome diverso. Si chiama estate. E basta.</p><p>L&#8217;estate vera non &#232; fotografabile. Non perch&#233; sia brutta, ma solo perch&#233; non &#232; uno spettacolo. &#200; un tempo che si attraversa, non una scena in cui si posa.</p><p>Prendi le imposte chiuse. Su Instagram non esistono, il buio non fa engagement. Eppure &#232; il primo gesto dell&#8217;estate vera. </p><p>Si abbassano le tapparelle alle dieci del mattino e si vive in penombra fino a sera. Non &#232; pittoresco. &#200; difensivo. Si chiude fuori il caldo come si chiude fuori un nemico. A 36 gradi, percepiti 42, la casa diventa una grotta fresca. E dentro quella grotta il tempo rallenta.</p><p>Si mangia leggero perch&#233; il corpo non regge altro. Un piatto di pasta fredda. Pomodoro e mozzarella. Una fetta d&#8217;anguria alle cinque, quando la luce comincia a perdere la sua violenza. Non &#232; una scelta wellness. &#200; resa. Il corpo detta, e tu obbedisci.</p><p>Lo shakerato lo conosciamo da secoli. Caff&#232;, ghiaccio, zucchero, scosso forte finch&#233; non fa la schiuma. Oggi te lo servono come un cocktail, con un nome inglese sul menu. Ma nasce povero. Nasce dal bisogno di un caff&#232; che tiri un po&#8217; su e non sia troppo &#8220;violento&#8221;.</p><p>E poi si esce solo la sera. O per andare a lavorare, che &#232; un&#8217;altra forma di condanna. Il giorno &#232; invivibile, quindi la vita slitta. Si sposta verso il buio. Le strade si svuotano alle tre del pomeriggio e si riempiono alle nove di sera, quando l&#8217;asfalto restituisce il calore e si pu&#242; finalmente respirare.</p><p>Il punto &#232; questo. Niente di tutto questo &#232; una vacanza. &#200; un adattamento. La vera estate italiana a meno che tu non sia al Belmond di Taormina o di Paraggi - e ti auguro tantissimo di andarci un giorno - non &#232; il tempo del piacere. &#200; il tempo della resistenza. Un modo di sopravvivere a una stagione che, per met&#224; del paese, &#232; una prova fisica.</p><p>La versione Instagram &#232; stucchevole. Non perch&#233; sia totalmente falsa, ma perch&#233; toglie la fatica. </p><p>Mostra il limone e nasconde il sudore. Trasforma una forma di resistenza in un mood.</p><p>Poi c&#8217;&#232; l&#8217;altra estate. Quella che non sta in casa.</p><p>C&#8217;&#232; il juke box, o quello che ne resta, con la canzone dell&#8217;estate. Ogni anno una. Quella che a luglio detesti e a settembre ti commuove, perch&#233; nel frattempo &#232; diventata il contenitore di tre mesi della tua vita. Le canzoni dell&#8217;estate non sono belle. Sono segnalibri. Servono a ricordarti chi eri quell&#8217;anno l&#236; (da Vamos a La Playa a Il cielo in una stanza)</p><p>C&#8217;&#232; il treno. Quello lento, verso il sud o verso il mare, con i finestrini abbassati prima che li sigillassero per sempre. E c&#8217;&#232; l&#8217;autogrill.</p><p>Qui mi fermo, perch&#233; l&#8217;autogrill merita una frase tutta sua. Marc Aug&#233; l&#8217;avrebbe chiamato un non-luogo. Uno di quegli spazi di transito senza identit&#224;, uguali a se stessi ovunque, dove nessuno &#232; davvero. Aveva ragione, in teoria. Ma prova a dirlo a un italiano. L&#8217;autogrill &#232; il caff&#232; bevuto in piedi alle sei del mattino. Il tramezzino. Il bagno della vergogna. Il momento esatto in cui il viaggio diventa viaggio. &#200; un non-luogo che noi abbiamo riempito di memoria fino a farlo esplodere. Il contrario preciso di quello che doveva essere.</p><p>Ci sono i concerti. E ci sono le feste di paese.</p><p>Le sagre. La porchetta, le luminarie, l&#8217;orchestra che suona il liscio per i pi&#249; grandi e poi i tormentoni per i ragazzi. Le sagre non sono aesthetic. Sono un calendario. Tornano ogni anno nello stesso punto, e in quel ritorno c&#8217;&#232; qualcosa che le foto non prendono: scandiscono gli anni. Misurano il tempo. Tu cambi, la sagra no. Vai alla stessa festa a dieci anni, a venti, a quaranta, e ogni volta sei una persona diversa che torna nello stesso posto. &#200; l&#236; che ti accorgi di essere cresciuto. Non davanti allo specchio. Davanti alla bancarella dei fritti.</p><p>Pier Paolo Pasolini scrisse che le lucciole erano scomparse. Lo scrisse nel &#8216;75, e non parlava di insetti. Parlava di un&#8217;Italia popolare che stava sparendo, mangiata da un benessere che omologava tutto. Le lucciole erano una cultura, un modo di stare al mondo. E si erano spente.</p><p>Mi viene da pensare che l&#8217;Italian Summer sia esattamente questo. La lucciola fotografata nel momento in cui sta per smettere di fare luce. L&#8217;immagine bellissima di una cosa che non c&#8217;&#232; pi&#249;, o che sta finendo, venduta come se fosse viva.</p><p>E qui devo essere onesta, perch&#233; il rischio di un pezzo come questo &#232; ovvio. Diventare a mia volta nostalgica. Difendere un&#8217;autenticit&#224; pura che forse non &#232; mai esistita.</p><p>Allora dico la verit&#224; pi&#249; scomoda. Lo shakerato &#232; gi&#224; un cocktail da sette euro. La sagra &#232; gi&#224; hashtaggata. Il treno lento l&#8217;hanno quasi tutto soppresso. L&#8217;estate vera che sto descrivendo &#232; anche lei, in parte, un ricordo. E nel momento esatto in cui la chiamo &#8220;vera&#8221;, la sto vendendo pure io.</p><p>Non c&#8217;&#232; un fuori. Non esiste un&#8217;estate incontaminata da contrapporre a quella di plastica. </p><p>C&#8217;&#232; solo questo: una stagione reale, faticosa, bellissima, che sta scomparendo, che &#232; gi&#224; diventata estetica, che che, ogni tanto, alle nove di sera con le imposte che si riaprono, succede ancora per davvero.</p><p>Forse l&#8217;unica cosa autentica rimasta &#232; la fatica. Quella non la fotografi.</p><p>Quindi questa estate, prima di scattare, prova a chiederti: la sto vivendo, o la sto traducendo in inglese? Sto attraversando il tempo, o sto posando dentro una scena? E se chiudo le imposte e spengo il telefono resta ancora qualcosa?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L’ autosufficienza emotiva: l’arte di non aspettare nessuno]]></title><description><![CDATA[C&#8217;&#232; una frase che ripeto spesso ai miei clienti.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/l-autosufficienza-emotiva-larte-di</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/l-autosufficienza-emotiva-larte-di</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Wed, 17 Jun 2026 06:03:51 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una frase che ripeto spesso ai miei clienti. Non hai bisogno di nessuno che ti completi. Hai bisogno di qualcuno che ti scelga, mentre tu resti intero. La differenza &#232; enorme. </p><p><strong>Cos&#8217;&#232;</strong></p><p>L&#8217;autosufficienza emotiva non &#232; indifferenza. Non &#232; freddezza. Non &#232; quella corazza che indossiamo dopo una delusione, sperando che nessuno ci tocchi pi&#249;. &#200; qualcosa di pi&#249; sottile. &#200; la capacit&#224; di restare in piedi dentro di s&#233;, senza crollare quando l&#8217;altro manca, quando l&#8217;altro tace, quando l&#8217;altro non risponde come vorremmo.</p><p>Pensaci. Quante volte il tuo umore &#232; dipeso da un messaggio non arrivato? Quante volte hai aspettato un&#8217;approvazione, un complimento, una parola di conferma, prima di sentirti finalmente a posto? Quella attesa, ripetuta nel tempo, &#232; il contrario dell&#8217;autosufficienza emotiva.</p><p><strong>Cosa significa</strong></p><p>Significa avere una casa interiore. Un luogo a cui tornare quando fuori c&#8217;&#232; tempesta. Gli archetipi junghiani parlano spesso di questo: il Re e la Regina dentro di noi, quella parte sovrana che non chiede il permesso di esistere a nessun altro regno.</p><p>Significa anche qualcosa di molto pratico. Sapere riconoscere un&#8217;emozione mentre arriva. Nominarla. Attraversarla. Senza scaricarla sul primo che passa, senza nemmeno reprimerla fino a farla esplodere altrove. L&#8217;autosufficienza emotiva &#232; una competenza.</p><p><strong>Come funziona</strong></p><p>Funziona come un muscolo. All&#8217;inizio fa male. Poi diventa naturale.</p><p>Il meccanismo &#232; semplice da descrivere, complesso da vivere. Quando proviamo dolore, rabbia, paura, il primo istinto &#232; cercare fuori. Una persona che ci calmi. Una distrazione che ci anestetizzi. Una conferma che ci rassicuri. &#200; umano. Siamo nati dipendenti, dopotutto. Nessun neonato si autoregola da solo.</p><p>Ma crescere significa, in parte, imparare a essere il proprio genitore interiore. Significa costruire dentro di s&#233; quella voce che prima cercavamo solo fuori. Una voce che dice: ti vedo, capisco cosa senti, e va bene cos&#236;.</p><p>Questo non elimina il bisogno degli altri. Lo trasforma. Smettiamo di avere bisogno degli altri per sopravvivere emotivamente. Cominciamo a volerli per condividere, non per completarci.</p><p><strong>Come raggiungerla</strong></p><p>Non esiste una formula magica. Esiste un percorso, fatto di piccole pratiche ripetute.</p><p>La prima &#232; imparare a stare con il disagio senza scappare. Anche solo novanta secondi in pi&#249;, ogni volta. &#200; l&#236; che si allena la capacit&#224; di autoregolarsi.</p><p>La seconda &#232; coltivare un dialogo interno onesto. Scrivere, per esempio. Tenere un diario non &#232; un esercizio romantico, &#232; un atto di autosufficienza concreta: dare voce a ci&#242; che sentiamo, prima che qualcun altro debba indovinarlo per noi.</p><p>La terza &#232; costruire fonti di valore che non dipendono dal giudizio altrui. Un lavoro fatto bene. Una passione coltivata per il solo piacere di farla. Una routine che ci appartiene. Sono i mattoni di quella casa interiore di cui parlavo prima.</p><p>La quarta, forse la pi&#249; difficile, &#232; imparare a chiedere senza aggrapparsi. Chiedere supporto, conforto, presenza, restando comunque ancorati a se stessi anche se la risposta non arriva come la immaginavamo.</p><p><strong>Quali sono i rischi</strong></p><p>Qui va fatta attenzione, perch&#233; l&#8217;autosufficienza emotiva, portata all&#8217;estremo, diventa la sua ombra.</p><p>Il primo rischio &#232; l&#8217;isolamento travestito da forza. C&#8217;&#232; chi, dopo aver sofferto troppo nelle relazioni, decide di non avere pi&#249; bisogno di nessuno. Non &#232; una guarigione. &#200; una difesa. E le difese, nel tempo, isolano.</p><p>Il secondo rischio &#232; la negazione del bisogno legittimo. Siamo animali sociali. Abbiamo bisogno di essere visti, abbracciati, ascoltati. Chi confonde l&#8217;autosufficienza emotiva con l&#8217;autosufficienza assoluta finisce per reprimere bisogni reali, fino a quando il corpo o la psiche non li reclamano con forza, spesso in modo sintomatico.</p><p>Il terzo rischio &#232; pi&#249; sottile, e riguarda le relazioni. Una persona troppo autosufficiente pu&#242; diventare inaccessibile per chi le sta vicino. L&#8217;intimit&#224; richiede anche la capacit&#224; di lasciarsi toccare, di mostrare la propria vulnerabilit&#224;, di permettere all&#8217;altro di esserci davvero. Se costruiamo un fortino invece che una casa, nessuno potr&#224; mai entrare.</p><p>L&#8217;obiettivo &#232; essere autosufficienti non per non avere bisogno di nessuno, ma per <strong>poter scegliere chi avere accanto, da un luogo di pienezza e non di urgenza.</strong></p><p>La domanda da farsi non &#232; &#8220;come faccio a non aver pi&#249; bisogno di nessuno&#8221;, ma: cosa cambierebbe nella mia vita, se smettessi di aspettare il permesso degli ipotetici &#8220;ALTRI&#8221; per stare bene?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Coaching entra in azienda. E tu?]]></title><description><![CDATA[C&#8217;&#232; un momento, nella vita professionale, in cui le competenze non bastano pi&#249;.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/il-coaching-entra-in-azienda-e-tu</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/il-coaching-entra-in-azienda-e-tu</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:20:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; un momento, nella vita professionale, in cui le competenze non bastano pi&#249;. </p><p>Sai fare il tuo lavoro. Lo fai bene, magari da anni. Eppure senti che manca qualcosa: un metodo per accompagnare le persone, non solo per dirigerle. </p><p>Un modo di stare nelle organizzazioni che non ti costringa a scegliere tra risultati e umanit&#224;.</p><p>Per questo nasce il Master in Business &amp; Corporate Coaching di Accademia della Felicit&#224;.</p><p>Dieci moduli, cinque mesi, interamente online. Si parte dalle basi del coaching e dal lavoro su di s&#233; e si arriva dove pochi percorsi arrivano: economia comportamentale, psicologia delle organizzazioni, gli scenari del lavoro che verr&#224;. </p><p>In mezzo: career coaching, business coaching, intelligenza emotiva, coaching evolutivo, leadership gentile.</p><p>Non &#232; un percorso motivazionale. &#200; un metodo. Si studia, si pratica, si viene supervisionati. Si esce capaci di lavorare.</p><p>Come funziona</p><p>Due moduli al mese, il venerd&#236; dalle 10 alle 17 e il sabato dalle 10 alle 13. Online, in livestreaming, con pratica tra pari tra un modulo e l&#8217;altro.</p><p>Le date: 16&#8211;17 e 30&#8211;31 ottobre, 13&#8211;14 e 27&#8211;28 novembre, 4&#8211;5 e 18&#8211;19 dicembre, 15&#8211;16 e 29&#8211;30 gennaio 12&#8211;13 e 26&#8211;27 febbraio.</p><p>Quanto costa</p><p>Il Master costa 3.600 euro, che puoi suddividere in 12 rate da 360 euro al mese. Meno di quanto molti spendono in formazione che poi resta in un cassetto.</p><p>Chi si iscrive entro il 30 giugno, in un&#8217;unica soluzione, paga 2600 euro.</p><p>Non &#232; una formula di marketing, &#232; una scelta: premiare chi decide presto e mi permette di costruire un gruppo solido fin dall&#8217;inizio.</p><p>I posti sono limitati a 12.</p><p>Se vuoi rispondi a questa mail: ti racconto il percorso a voce, senza impegno.</p><p>Il lavoro sta cambiando pi&#249; in fretta delle persone che lo abitano. Chi sa accompagnare questo cambiamento, nei prossimi anni, sar&#224; prezioso.</p><p>Vuoi essere tra queste persone?</p><p>Francesca</p><p>Accademia della Felicit&#224; francescazampone.com</p><p>accademia felicit&#224;.it</p><p>IMPORTANTE:</p><p>Data la natura del percorso questo master NON INCLUDE supervisione e tirocinio che saranno erogati a richiesta e quotati in base alle competenze maturate dal singolo individuo. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Murmur]]></title><description><![CDATA[(Il disco dei R.EM)]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/murmur</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/murmur</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Mon, 15 Jun 2026 06:17:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ultimamente ascolto spesso <em>Murmur</em> dei R.E.M.</p><p>Improvvisamente &#232; il 1992 o gi&#249; di l&#236;. Il gelato costa  1200 lire, forse meno. I pomodori venivano dall&#8217;orto di mio padre ed erano giganteschi.  Il tempo aveva una consistenza diversa: denso, quasi solido. Si scrivevano lettere. Si aspettava la risposta.</p><div><hr></div><p>Poi arriva la notifica di Vinted.</p><p><em>Questa settimana hai venduto meno del solito.</em></p><p>Mi fermo. Sto vendendo libri,  libri che non leggo pi&#249;, che voglio smaltire, che appartengono a un&#8217;altra stagione della mia vita. Non &#232; un lavoro. Non &#232; un obiettivo. &#200; un gesto quasi domestico, come svuotare un cassetto.</p><p>Eppure anche l&#236; ci sono le metriche.</p><div><hr></div><p>Ho cominciato a contarle, le metriche. Quelle che vedo e quelle che non vedo.</p><p>Passi al giorno. Calorie. Like. Visualizzazioni. Tasso di apertura della newsletter. Velocit&#224; di risposta alle email. Ore di sonno. Qualit&#224; del sonno. Livello di stress rilevato dal polso.</p><p>La mia vita &#232; modulata da numeri. Anche quando non me ne accorgo. Anche quando sto solo cercando di liberarmi di un vecchio romanzo che non mi dice pi&#249; niente.</p><p>Non &#232; che io sia contraria alla misurazione in s&#233;. Il problema &#232; un altro: i numeri non sono neutri. Portano con s&#233; una domanda implicita, sempre la stessa: <em>sei stata abbastanza?</em></p><p><strong>E quella domanda mi &#232; profondamente estranea. Mi disturba. Mi allontana da qualcosa che conosco bene e che, evidentemente, ho smesso di abitare.</strong></p><div><hr></div><p>Ho riletto di recente il concetto svedese di <em>d&#246;st&#228;dning</em>,  il cosiddetto death cleaning, letteralmente &#8220;pulizie della morte.&#8221;</p><p>L&#8217;idea &#232; semplice quanto radicale: prima o poi moriremo, e qualcuno dovr&#224; occuparsi delle nostre cose. Allora perch&#233; non farlo noi, finch&#233; siamo in tempo? Non per tristezza. Per rispetto:  verso noi stesse e verso chi rester&#224;.</p><p>Margareta Magnusson, che ha scritto <em>L&#8217;arte svedese di fare ordine</em>, dice che non si tratta di buttare via tutto. Si tratta di scegliere con cura cosa tenere e cosa lasciare andare, con la lucidit&#224; di chi sa che il tempo &#232; finito.</p><p>Ho applicato questo criterio ai libri.</p><p>La domanda che mi sono posta non &#232; stata <em>questo libro vale qualcosa?</em> ma <em>quando non ci sar&#242;, a qualcuno importer&#224; davvero di questo libro?</em></p><p>La risposta, nella maggior parte dei casi, &#232; stata no.</p><p>Terr&#242; quaranta romanzi. La saggistica che ancora mi serve davvero. I libri che appartenevano alle persone che ho amato e che non ci sono pi&#249;: quelli li chiamo <em>libri memento</em>, sono un&#8217;altra cosa, non si toccano.</p><p>Il resto sta andando via. </p><p>Su Vinted, alle amiche, alle biblioteche di quartiere. Senza metriche. Senza notifiche. Senza chiedere se sono stata abbastanza veloce.</p><div><hr></div><p><em>Murmur</em> finisce &#232; un disco brevissimo. Schiaccio play di nuovo.</p><p>C&#8217;&#232; qualcosa nel primo disco ufficiale dei REM (un disco dell&#8217;83 anche se io lo ho scoperto nei primi anni 90) che resiste alla misurazione. Non si pu&#242; ottimizzare. Non si pu&#242; spiegare del tutto. </p><p><strong>Ti entra dentro e ti ricorda che sei stata, una volta, qualcuno che sapeva aspettare.</strong></p><p>Voglio tornare a essere quella persona. Almeno ogni tanto.</p><div><hr></div><p>Sono Francesca Zampone mi occupo di coaching formazione libri e cose belle </p><p>franceacazampone.com | accademiafelicita.it</p><p></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Un weekend nelle Langhe, a ottobre]]></title><description><![CDATA[Due giorni su quello che ci lega e quello che ci consuma. A un prezzo che dura fino a domenica.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/un-weekend-nelle-langhe-a-ottobre</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/un-weekend-nelle-langhe-a-ottobre</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:11 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A ottobre le Langhe rallentano. Il vino &#232; nuovo, la nebbia resta bassa sulle colline fino a met&#224; mattina. &#200; il momento giusto per fermarsi.</p><p>Ed &#232; l&#236; che ho scelto di aprire Il Nuovo Codice Relazionale. Con un weekend che si pu&#242; vivere anche da solo, senza iscriversi all&#8217;intero percorso.</p><p>Due giorni -  10 e 11 ottobre  -all&#8217;Arborina Relais di La Morra, con Valeria Squillante. </p><p>Tre temi che attraversano quasi tutte le storie che ascolto da quindici anni: le co-dipendenze, il narcisismo, la sessualit&#224;.</p><p>Non sono argomenti da manuale. Sono i luoghi dove le relazioni si rompono. Dove qualcuno smette di riconoscersi, dove l&#8217;amore diventa fatica, dove il desiderio sparisce e nessuno sa dire quando. Chi lavora con le persone - come coach, come professionista della relazione d&#8217;aiuto, o semplicemente come essere umano che vuole capire -  prima o poi incontra una relazione di questo genere.</p><p>Il gruppo sar&#224; piccolo. </p><p>La formazione &#232; intensiva ma il ritmo &#232; umano: si studia, si mangia bene, si cammina tra le vigne, si parla. La bellezza non &#232; un contorno. Fa parte del metodo.</p><p><strong>Cosa comprende il weekend</strong></p><p>La formazione completa con Valeria Squillante, due notti in camera doppia con colazione, l&#8217;aperitivo di benvenuto, una cena e due pranzi. I trasporti sono a carico dei partecipanti.</p><p><strong>L&#8217;investimento</strong></p><p>Il prezzo pieno del weekend &#232; &#8364; 590. Fino a fine giugno &#232; disponibile a &#8364; 490.</p><p>Per chi legge questa newsletter c&#8217;&#232; una condizione diversa: <strong>&#8364; 420</strong>, valida solo fino a <strong>domenica 14 giugno</strong>. Tre giorni, non di pi&#249;. Non &#232; una tecnica di vendita: &#232; il modo in cui scelgo chi parte con me. Chi decide in fretta, di solito, ha gi&#224; deciso da tempo.</p><p>Se senti che questo weekend ti riguarda, scrivimi. Non serve una candidatura formale. Basta una mail, e parliamo.</p><p>&#128233; francescazampone@icloud.com</p><p><em>I posti sono pochi, per scelta.</em></p><div><hr></div><p><strong>La struttura delle due giornate:</strong></p><p>Venerd&#236; </p><p>19:00 benvenuto e aperitivo </p><p>Sabato</p><p>10:00 ~ 13:00 formazione</p><p>13:00 pranzo </p><p>Pomeriggio libero </p><p>18:00 discussione di gruppo </p><p>20:00 cena </p><p>Domenica </p><p>10:00 ~ 13:00 formazione </p><p>13:00 pranzo </p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La fatica non è un'attenuante]]></title><description><![CDATA[La stanchezza &#232; una buona ragione per fermarsi, non per sparire dalla propria vita.]]></description><link>https://francescazampone.substack.com/p/la-fatica-non-e-unattenuante</link><guid isPermaLink="false">https://francescazampone.substack.com/p/la-fatica-non-e-unattenuante</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Zampone]]></dc:creator><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:26:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZnRw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F17a89754-5a3e-4d69-a2de-4dd67462cf13_358x358.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Sono stanca. Ho troppo da fare. Non ce la faccio.</em></p><p>Frasi che conosco bene perch&#233; le dico anche io naturalmente.</p><p>Le conosco perch&#233; faccio tre lavori, cerco di leggere, di studiare, di stare nel mondo con una certa attenzione.</p><p>E non ho figli, dettaglio che in certi ambienti funziona come cartina di tornasole della legittimazione della stanchezza, come se l&#8217;affaticamento avesse bisogno di un ruolo preciso per essere preso sul serio.</p><p>Ma questo non &#232; un articolo sulla stanchezza. &#200; un articolo su quello che facciamo noi esseri umani del 2026 con la stanchezza.</p><p>C&#8217;&#232; una differenza - sottile, e decisiva - tra riconoscere la fatica e usarla come coperta di Linus.</p><p>Tra dire <em>oggi non ho la forz</em>a e costruire intorno alla fatica una storia personale cos&#236; forte da non far pi&#249; entrare niente di bello o di piacevole nella nostra routine quotidiana.</p><p>Viviamo in un tempo che ha trasformato il <em>burnout</em> in status symbol e l&#8217;essere sopraffatti in una prova di dedizione.</p><p>Questa sopraffazione costante ha prodotto un effetto collaterale: la fatica &#232; diventata la giustificazione universale. Un jolly che si gioca sempre, per qualsiasi rinuncia.</p><p>Si dimentica un appuntamento: <em>ero a pezzi</em>. Si salta un&#8217;occasione: <em>non avevo testa</em>. Non ci si presenta: <em>sai com&#8217;&#232;, una settimana impossibile</em>.</p><p>Vero, probabilmente. Ma davvero sempre cos&#236; impossibile da anticipare? Da comunicare? Da scegliere diversamente?</p><p>Rilke scrive, in una lettera a un giovane poeta, qualcosa che trovo ancora perturbante nella sua semplicit&#224;: <strong>la stanchezza &#232; una buona ragione per fermarsi, non per sparire dalla propria vita.</strong></p><p>La fatica esiste, &#232; reale, va rispettata. Ma rispettarla non significa demandare all&#8217;essere stanchi ogni decisione.</p><p>Significa imparare a distinguere la stanchezza che chiede una sosta da quella che richiede una scusa.</p><p><strong>La prima &#232; sana. La seconda &#232; una forma silenziosa di diserzione.</strong></p><p>Non ho figli. Per molto tempo ho pensato che questo mi rendesse automaticamente pi&#249; libera, meno esausta.</p><p>Poi ho capito che non funziona cos&#236;. Troviamo sempre il modo di riempirci: di impegni, di ruoli, di aspettative che ci costruiamo addosso con le nostre stesse mani.</p><p>Ma ho capito anche che la genitorialit&#224; &#232; una circostanza enorme, che merita rispetto pieno, non &#232; per&#242; l&#8217;unica circostanza che esiste. E non &#232; il solo metro per stabilire chi ha diritto di sentirsi stanco e chi no.</p><p>Quando dici <em>non ce la faccio</em>, stai riconoscendo un confine reale oppure stai delegando a qualcosa fuori di te la decisione che ti spetta?</p><p>C&#8217;&#232; una scena di <em>Le notti della luna piena</em> di Rohmer che mi torna spesso in mente. La protagonista non riesce a scegliere tra due vite possibili, e cos&#236; le perde entrambe. Non perch&#233; sia superficiale.</p><p>Perch&#233; aspetta di essere abbastanza riposata, abbastanza pronta, abbastanza intera per scegliere.</p><p>Ma quella pienezza non arriva. Non arriva per lei, non arriva per nessuno.</p><p>La vita accade in mezzo alla fatica. Le cose che contano arrivano quando non siamo pronti, quando siamo stanchi, quando avremmo mille motivi validi per rimandare.</p><p>E a volte, non sempre, ma a volte scegliere di esserci nonostante la stanchezza &#232; l&#8217;atto pi&#249; integro che possiamo fare.</p><p>Non sto dicendo che bisogna essere sempre disponibili, sempre brillanti, sempre in forma. Sto dicendo quasi il contrario: che la fatica merita abbastanza rispetto da non essere svalutata usandola come scusa per tutto.</p><p>Se tutto &#232; faticoso, niente lo &#232; davvero.</p><p>Il modo pi&#249; onesto di onorare la propria stanchezza &#232; scegliere con cura dove mettere le energie e poi stare in quella scelta. Fino in fondo.</p><p><em>Cosa hai lasciato andare perch&#233; eri stanco? E cosa sarebbe cambiato, se ci fossi stato?</em></p><p><em><strong>Cose che ho fatto ultimamente per sentirmi meno stanca:</strong></em></p><ul><li><p>Ho il telefono spento per un terzo della giornata </p></li><li><p>Ho tolto il 50% delle app dal telefono </p></li><li><p>Mi informo solo una volta al giorno e solo da una fonte </p></li><li><p>Non ascolto pi&#249; tremila podcast per ansie completiste che non mi aiutano per nulla </p></li><li><p>Ho implementato un nuovo metodo pi&#249; semplice per la spesa </p></li><li><p>Mi sono disiscritta da tante newsletter che mi piacciono ma che non ho mai il tempo di leggere </p></li><li><p>Ho smesso di andare in giro con le cuffie a volte &#232; fastidioso per altri motivi ma cos&#236; evito di avere sempre un suono in testa </p><p></p></li></ul>]]></content:encoded></item></channel></rss>