<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Lisander]]></title><description><![CDATA[Lisander è un Substack che nasce dalla collaborazione tra Tempi e l’Istituto Bruno Leoni. Ogni tre mesi un articolo di apertura su un grande tema del dibattito pubblico, cui seguono commenti e note, in uno spazio di discussione tra liberali e cattolici.]]></description><link>https://lisandermag.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-hh!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2d5af439-9451-4f68-adc9-23d48cca9586_600x600.png</url><title>Lisander</title><link>https://lisandermag.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Tue, 01 Sep 2026 15:01:20 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/lisandermag.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Lisander]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[lisandermag@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[lisandermag@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Lisander]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Lisander]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[lisandermag@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[lisandermag@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Lisander]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Don’t Immanentize the Antichrist]]></title><description><![CDATA[di Damiano Bondi (Universit&#224; &#8220;Carlo Bo&#8221;, Urbino)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/dont-immanentize-the-antichrist</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/dont-immanentize-the-antichrist</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Mon, 31 Aug 2026 06:27:22 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/11c92c79-5f8a-4f3f-b9ea-ddaaa4d30ebf_732x462.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel trambusto intellettuale scatenatosi intorno a Peter Thiel e alle sue teorie sull&#8217;Anticristo, ci si dimentica spesso un punto centrale: <strong>colui che &#232; citato come il &#8220;maestro&#8221; intellettuale di Thiel, l&#8217;antropologo francese Ren&#233; Girard, dell&#8217;Anticristo non parla quasi mai</strong>. Non &#232; proprio un suo tema.</p><p style="text-align: justify;">Le intelligenze artificiali collegano erroneamente Girard all&#8217;Anticristo inventando fonti false (provate e vedrete), perch&#233; saturate da troppi collegamenti nel web. Io, in quanto intelligenza naturale limitata, mi sono confrontato con Silvio Morigi, uno dei primi e massimi studiosi di Girard. Mettendo insieme le sue informazioni, le mie, e utilizzando un antiquato metodo digitale &#8211; il tasto &#8220;cerca&#8221; per i pdf &#8211;, &#232; emerso <strong>che Ren&#233; Girard cita solo tre o quattro volte, </strong><em><strong>en passant</strong></em><strong>, l&#8217;Anticristo</strong>. Magari ci &#232; sfuggita un&#8217;altra citazione, ma la sostanza non cambia: l&#8217;Anticristo non &#232; un tema centrale della riflessione girardiana, anzi potrebbe darsi che egli <em>volutamente</em> non ne parli molto. Cerchiamo di capire perch&#233;, commentando i pochi passi in cui l&#8217;Anticristo compare nella sua corposa bibliografia. Andiamo con ordine.</p><p style="text-align: justify;"><em><strong>L&#8217;apocatastasi del mimetismo</strong></em></p><p style="text-align: justify;">A pagina 100 dell&#8217;edizione italiana di <em>Quando queste cose cominceranno</em>, un testo del 1994, si legge:</p><p style="text-align: justify;">&#171;l&#8217;omologazione culturale come fine delle differenze &#232; qualcosa di estremamente ambiguo, &#232; al tempo stesso il peggio e il meglio [&#8230;] sono le moine (<em>simagr&#233;e</em>) dell&#8217;Anticristo, &#232; l&#8217;ipocrisia diffusa ovunque, ma anche un graduale avvicinamento alla verit&#224;&#187;</p><p style="text-align: justify;">Per comprendere questa affermazione bisognerebbe conoscere la teoria generale di Girard; qui la riassumeremo in pochissime righe, sperando non si rivolti nella tomba. Noi esseri umani pensiamo di avere dei desideri autentici, ma in realt&#224; copiamo i desideri di coloro che invidiamo, i nostri modelli pi&#249; o meno consapevoli. L&#8217;imitazione ipertrofica genera competizione e infine violenza; i gruppi sociali collasserebbero se non trovassero una via di fuga. Queso &#232; il meccanismo del capro espiatorio: scaricare la violenza collettiva su un individuo che per qualche motivo viene individuato come diverso da tutti gli altri, e farlo fuori. La sua eliminazione fonda l&#8217;ordine culturale e religioso: ogni volta che la crisi torner&#224;, si penser&#224; sia l&#8217;ira di Colui che <em>realmente</em> incarnava la violenza e che vuole vendicarsi. Tale ira divina sar&#224; dunque placata nello stesso modo pi&#249; o meno simbolizzato, ovvero ritualizzato: il sacrificio di una vittima vicaria. Il Cristianesimo svela questo meccanismo presentando la stessa dinamica degli altri miti, ma ribaltandone la prospettiva: la vittima qui &#232; completamente innocente. Questa rivelazione priva gli esseri umani dell&#8217;illusione nell&#8217;efficacia del meccanismo che li aveva salvati dall&#8217;autodistruzione: il Cristianesimo distrugge il sacro arcaico e, cos&#236; facendo, potenzialmente distrugge le societ&#224; umane. Dopo il Cristianesimo, non sar&#224; pi&#249; possibile sacralizzare nessun ordine sociale, giacch&#233; ogni ordine sociale si fonda su meccanismi vittimari.</p><p style="text-align: justify;">Adesso la citazione di Girard sull&#8217;Anticristo risulta pi&#249; comprensibile: <strong>l&#8217;omologazione culturale &#232; una forma di mimesi indifferenziante, che riproduce quella di ogni violenza collettiva; si presenta come salvifica, ma in realt&#224; minaccia di condurre l&#8217;umanit&#224; verso un conflitto mondiale totale, senza pi&#249; neanche la valvola di sfogo del capro espiatorio</strong>. Tutto ci&#242; &#232; &#8220;anticristico&#8221; perch&#233; mima e scimmiotta l&#8217;unica salvezza che Girard considera possibile con e dopo la Rivelazione cristiana: &#8220;Dio tutto in tutti&#8221;, il mimetismo positivo dell&#8217;amore auto-oblativo.</p><p style="text-align: justify;">Il problema non &#232;, come in Thiel, quello di un presunto governo politico o ordine mondiale: <em>ogni </em>ordine omologante, anche tecnologico, mantiene questa ambiguit&#224; strutturale.</p><p style="text-align: justify;"><em><strong>Antichristus, Alter Christus</strong></em></p><p style="text-align: justify;">A pagina 235 dell&#8217;edizione italiana di <em>Vedo Satana cadere come la folgore, </em>un libro del 1999, compare la seconda citazione dell&#8217;Anticristo:</p><p style="text-align: justify;">&#171;Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. [&#8230;] &#200; il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell&#8217;<em>Anticristo</em>. Per comprendere questa espressione &#232; necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacch&#233; corrisponde a una realt&#224; assai quotidiana e prosaica&#187;.</p><p style="text-align: justify;">Qui <strong>Girard critica non solo tutti coloro che, nella storia del Cristianesimo, hanno ipostatizzato l&#8217;Anticristo, ma anche </strong><em><strong>ante litteram</strong></em><strong> l&#8217;operazione di Thiel, che lo drammatizza all&#8217;estremo. Il punto &#232; che ipostatizzare l&#8217;Anticristo significa farne un </strong><em><strong>alter Christus </strong></em><strong>pagano, cio&#232; riprendere la strada del mimetismo violento da cui il Cristianesimo avrebbe dovuto liberarci</strong>. In passato questo &#232; gi&#224; successo: in Ippolito, l&#8217;Anticristo ha origini ebree, raduna le genti, manda gli apostoli, viene in forma d&#8217;uomo; in Girolamo nasce da vergine e si insedia sul Monte degli Ulivi&#8230; tutti segni che dovrebbero aiutarci a scovare l&#8217;Anticristo e vittimizzarlo. Proprio questo, secondo Girard, significa fare il suo gioco, ritornando all&#8217;ordine del sacro arcaico. Nel contesto contemporaneo, influenzato pi&#249; di quanto si voglia ammettere dalla rivelazione cristiana, questo gioco di specchi arriva al parossismo: essere vittime diventa una condizione privilegiata, e perci&#242; ricercata da chi in realt&#224; vuole solo condannare i propri presunti vittimizzatori. Non se ne esce, se non assumendo un punto di vista <em>interno</em> al mimetismo, e ponendosi la questione di Agostino nel suo <em>Commento alla I Lettera di Giovanni</em>: &#171;ciascuno deve chiedersi in coscienza se non sia uno degli Anticristi&#187;. Questa &#232; la via percorsa dall&#8217;ultimo Girard.</p><p style="text-align: justify;"><em><strong>In interiore homine</strong></em></p><p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ultima opera di Girard, che poi &#232; la pi&#249; escatologica, l&#8217;Anticristo, anzi <em>gli </em>Anticristi al plurale, sono citati due volte, nello stesso senso. Siamo alle pagine 93 e 203 dell&#8217;edizione italiana di <em>Portando Clausewitz all&#8217;estremo</em>, pubblicato in francese nel 2007:</p><p style="text-align: justify;">&#171;Cristo a sua volta ci mette in guardia dal pericolo degli Anticristi, di coloro che vogliono essere imitati. <em>Di Cristo occorre imitare il ritiro</em> [&#8230;] Nella Bibbia si tratta precisamente di cedere sulla propria pretesa differenza&#187;</p><p style="text-align: justify;">&#171;&#8220;Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo&#8221;, scrive san Paolo. &#200; la catena dell&#8217;indifferenziazione positiva, la catena dell&#8217;identit&#224;. [&#8230;] Imitare Cristo &#232; identificarsi con l&#8217;altro, cancellarsi davanti a lui. [&#8230;] Da qui il richiamo costante, in questi testi, al rischio rappresentato dagli Anticristi, perch&#233; solamente Cristo ci permette di sfuggire all&#8217;imitazione degli uomini. [&#8230;] Imitare Cristo significa uscire dalla spirale mimetica: <em>non imitare pi&#249; per non essere pi&#249; imitato</em>&#187;.</p><p style="text-align: justify;">Qui viene ripreso il tema dell&#8217;indifferenziazione positiva, che abbiamo gi&#224; visto con la prima citazione. Per Girard l&#8217;amore ci rende tutti uguali, come la violenza. &#200; una posizione criticabile, certo, ma almeno va conosciuta per quella che &#232;. Ora, la condizione necessaria, ma non certamente sufficiente, per l&#8217;inverarsi di questo amore totale e totalizzante, &#232; <em>la rinuncia a imitare gli altri esseri umani, </em>e quindi anche <em>la rinuncia a desiderare</em> e la <em>rinuncia ad additare</em>. Essendo tuttavia mimetici per natura, questa condizione potr&#224; realizzarsi non pretendendo di <em>uscire</em> eroicamente dal circolo mimetico, bens&#236; <em>all&#8217;interno</em> del mimetismo stesso, imitando Colui che non possiamo pi&#249; mettere a morte, perch&#233; si &#232; gi&#224; donato completamente all&#8217;umanit&#224;: anzi, &#232; proprio questo atto di dono che dobbiamo continuamente imitare. Questa &#232; la sostanza dell&#8217;<em>imitatio Christi</em>.</p><p style="text-align: justify;">Dall&#8217;altra parte, come abbiamo visto, <strong>il tema dell&#8217;Anticristo &#232; scivoloso, e Girard lo evita quasi sempre, perch&#233; il rischio &#232; quello di inverarne il potere</strong>. Accade ogni volta che cediamo alla tentazione di cercare l&#8217;Anticristo <em>all&#8217;esterno</em>, in qualche sua presunta incarnazione &#8211; un dittatore, un governo mondiale, gli immigrati, l&#8217;Islam, il Papa&#8230; &#8211; di cui <em>noi</em> saremmo le vittime; invece di fare i conti con il male che si annida <em>nel nostro cuore</em>, cercare di convertirsi all&#8217;amore del prossimo e infine aprirsi alla Grazia di un Amore totale.</p><p style="text-align: justify;">Concludo con un richiamo pi&#249; <em>pop </em>e letterario, in linea con lo stile di Girard e Thiel. In fondo, il vecchio monaco invasato del <em>Nome della Rosa</em>, Jorge da Burgos, era meno millenarista e pi&#249; realista di Thiel quando ammoniva: &#171;Non sono cos&#236; ingenuo da indicarvi un uomo, l&#8217;Anticristo quando viene viene in tutti e per tutti, e ciascuno ne &#232; parte&#187;.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Mr. Thiel e l’Anticristo]]></title><description><![CDATA[di Massimo Cacciari (Filosofo, accademico dei Lincei)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/mr-thiel-e-lanticristo</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/mr-thiel-e-lanticristo</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 27 Aug 2026 06:55:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/deaa2b5f-f9b1-4a5e-8b4e-b7b5e8f7b74a_1030x680.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span>Circola per il mondo l&#8217;</span><em><span>ideologue</span></em><span> per eccellenza del mondo trumpiano tenendo conferenze riservate alle &#233;lites pi&#249; esclusive sulla figura dell&#8217;Anticristo. Non si comprende bene se per annunciarne la venuta o per denunciarne l&#8217;operosa presenza. Ancora meno che cosa precisamente Mr. Thiel intenda con essa. Una serie di tremende battaglie precede il Giorno del Giudizio, in cui la Citt&#224; santa, la nuova Gerusalemme scender&#224; dal cielo, dove se ne stava presso il Signore, acconciata come una sposa. Battaglie dall&#8217;alterna fortuna; ora le potenze dell&#8217;Anticristo sono sconfitte, sembrano annientati i loro eserciti, ed ecco invece che si raccolgono e ritornano di nuovo. Alla fine sono esse che circondano il &#8220;campo dei santi&#8221; e soltanto il Fuoco che cade dal cielo le getta nell&#8217;abisso per tutta l&#8217;eternit&#224;. I &#8220;santi&#8221; debbono attendere questo Giorno armati di tutta la loro pazienza. La vittoria non sar&#224; opera loro.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Che senso immagina abbia Mr. Thiel la propria venuta?</span></strong><span> I poteri che rappresenta incarnano la misteriosa figura, evocata da San Paolo, di colui che trattiene o frena la piena affermazione dell&#8217;Anticristo? Oppure considera tale figura un ostacolo che ritarda la definitiva vittoria del Signore, e vorrebbe perci&#242; toglierla di mezzo al pi&#249; presto? Oppure, ancora, ritiene che gli eserciti a sua disposizione siano in grado di realizzare con le proprie forze il nuovo cielo e la nuova terra? Che il Signore abbia conferito a loro direttamente questa salvifica funzione? Parrebbe quest&#8217;ultima l&#8217;interpretazione pi&#249; adeguata. Se pensiamo di poter annientare una civilt&#224; millenaria, poich&#233; ritenuta immagine della Babilonia, ricettacolo di d&#232;moni, dimora di tutti gli spiriti impuri e ributtanti, &#232; chiaro che consideriamo noi stessi depositari e artefici in terra della volont&#224; divina.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ora, </span><strong><span>proprio la sua capacit&#224; di assumere i tratti, il volto, le stesse parole del Cristo caratterizza l&#8217;Anticristo</span></strong><span>. Perci&#242; nei secoli &#232; tremendamente arduo distinguerli. Questo rende cos&#236; forte la seduzione che l&#8217;Anticristo esercita sui popoli. Anche egli compie opere straordinarie, avvalendosi di idoli e falsi profeti. E sempre distrugge e fa guerra promettendo pace e sicurezza. Ne ha spiegato la vera natura il pi&#249; grande filosofo russo contemporaneo, ispiratore di Dostoevskij, Soloviev: l&#8217;Anticristo mira alla instaurazione dello Stato mondiale, annullando ogni differenza nazionale, culturale, religiosa. Rivendica a s&#233; il potere di fare che ci&#242; che &#232; stato non sia, cessi per sempre di essere. Il suo potere non ha memoria. Soltanto il presente del suo regno conta per lui. L&#8217;altro non &#232; riconoscibile se non come un momento da superare. Egli predicher&#224; col volto di Cristo: forse che esistono differenze o contrasti sotto la tenda del Signore? Forse che il Suo popolo sar&#224; ancora diviso? Ecco, &#8220;faccio nuova ogni cosa&#8221; dice Colui che siede sul trono. L&#8217;Anticristo &#232; un grande attore, sa fingere di esserlo.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>&#200; bene che questi grandi simboli ritornino sulla bocca degli attuali potenti della terra. Essi aiutano a comprendere che i tempi che viviamo sono davvero apocalittici. Tali cio&#232; da richiedere decisioni ultime</span></strong><span>. Pu&#242; essere che la spinta verso forme sempre pi&#249; complesse di aggregazione in ogni campo dell&#8217;attivit&#224; umana debba sfociare in un Ordine politico globale; pu&#242; essere che questa sia una tendenza inesorabile. Ma essa pu&#242; concepirsi secondo forme anche opposte. Attraverso una &#8220;modesta&#8221; rete di accordi economico-commerciali, in base a una </span><em><span>ratio</span></em><span> essenzialmente economica, dall&#8217;utilit&#224; per tutti i contraenti riconoscibile e calcolabile. Una estrapolazione, in fondo, di quella </span><em><span>ratio</span></em><span> per cui &#8220;un tempo&#8221; abbiamo cessato di massacrarci come lupi. Potremmo per&#242; compiere un passo pi&#249; virtuoso verso la &#8220;pace&#8221;: dal contratto al trattato politico, dalla semplice rete di reciproci interessi a veri patti o </span><em><span>foedera</span></em><span> tra i grandi spazi imperiali che hanno in mano i destini del pianeta. Nell&#8217;ambito di questi </span><em><span>foedera</span></em><span> troverebbe posto la fondazione di organi sovra-statuali, dotati di potere giudicante sulle liti tra le trib&#249; della terra, tribunali appunto.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Compiti &#8220;modesti&#8221; come si vede, rispetto all&#8217;instaurazione di un autentico Stato mondiale. Compiti cui sembravano pure dedicarsi, con pi&#249; o meno buona volont&#224;, e tra mille contraddizioni, i due Titani usciti vittoriosi dalla seconda Grande Guerra. Ora il segno dell&#8217;apocalisse sembra irresistibilmente tendere alla terza possibile soluzione: lo Stato mondiale non pu&#242; che essere lo Stato di uno solo. Pi&#249; la terra si fa piccola, pi&#249; lo Spazio globale esonda da ogni limite territoriale per farsi aereo-cosmico, pi&#249; sembra non esservi luogo per una pluralit&#224; di potenze. Dal mercato all&#8217;oligopolio e, infine, al monopolio. Realizzato da noi, dal pi&#249; forte tra noi, da chi &#232; in grado di trattare il suo nemico come un semplice criminale, imponendogli la pena. Ma ci&#242;, inutile illudersi, non sar&#224; realizzabile se non attraverso la Grande Guerra.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Guerra che mostrer&#224; marchiati a sangue sul proprio volto i segni dell&#8217;Anticristo. I segni del potere umano quando si pretende assoluto; il marchio di chi ritiene di poter annullare anche il pi&#249; infimo tra i viventi; di chi si maschera come il Bene destinato a trionfare contro le tenebre, la selva oscura altrui. D&#8217;altronde gi&#224; conosciamo tutto l&#8217;armamentario dell&#8217;Anticristo almeno dalla prima Grande Guerra. &#171;La Croce &#232; ormai in rotta?&#187;, si chiedeva allora Karl Kraus. Non pi&#249; in punta di piedi viene il Maligno a chiedere prole alla morte. &#171;L&#8217;odio deve levarsi; non &#232; fatto l&#8217;amore per essere infinito&#187;. Reale e invincibile solo il primo? Idillica illusione l&#8217;esistenza del secondo? Vale solo il potere? </span><strong><span>Mr. Thiel viene a insegnarci come contrastare e combattere le iene dell&#8217;Anticristo o come salire sul loro carro, quello del destino?</span></strong></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La repubblica tecnologica e la tentazione dell’antipolitica ]]></title><description><![CDATA[di Lorenzo Zambernardi (Universit&#224; di Bologna)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/la-repubblica-tecnologica-e-la-tentazione</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/la-repubblica-tecnologica-e-la-tentazione</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Mon, 24 Aug 2026 06:38:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/48d96b1d-20e5-4bf6-a393-785e0949ba98_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Ho letto con grande interesse il saggio di </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza"><span>Sergio Belardinelli</span></a><span> su Peter Thiel. Colpisce il modo in cui viene ricostruita la sua teologia politica: l&#8217;intreccio tra Schmitt, Strauss, Girard, l&#8217;11 settembre, l&#8217;Anticristo, il </span><em><span>katechon</span></em><span> e la potenza ambigua della tecnologia contemporanea. &#200; una lettura suggestiva e convincente. </span><strong><span>Thiel appare come una figura che interpreta la crisi dell&#8217;Occidente non soltanto in termini geopolitici o tecnologici, ma addirittura escatologici</span></strong><span>: la modernit&#224; liberale avrebbe rimosso in modo fallimentare la violenza, la natura umana e il problema del male; e l&#8217;apocalisse tornerebbe sotto forma di intelligenza artificiale, guerra e disordine globale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Vorrei per&#242; spostare leggermente l&#8217;attenzione per guardare a un altro testo, a mio avviso complementare alla riflessione di Thiel e alla lettura di Belardinelli: </span><em><span>The Technological Republic</span></em><span> di Alex Karp, scritto con Nicholas Zamiska. La connessione non &#232; casuale. </span><strong><span>Karp non &#232; Thiel, naturalmente. Il suo linguaggio &#232; meno esoterico, meno teologico, certamente meno ambiguo. E tuttavia appartiene allo stesso universo politico-economico-industriale-intellettuale</span></strong><span>: Palantir, sicurezza nazionale, difesa dell&#8217;Occidente, sfiducia verso la cultura progressista dominante nell&#8217;industria tecnologica della Silicon Valley, volont&#224; di restituire alla tecnologia una precisa missione storico-politica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Proprio per questo il libro di Karp mi sembra forse ancora pi&#249; interessante. </span><strong><span>Laddove Thiel pensa la tecnologia sullo sfondo dell&#8217;apocalisse, Karp la pensa dentro un progetto preciso di ricostruzione repubblicana. L&#224; dove Thiel evoca l&#8217;Anticristo e il </span></strong><em><strong><span>katechon</span></strong></em><strong><span>, Karp parla di Stato, industria, software, difesa, alleanza tra governo e imprese tecnologiche</span></strong><span>. L&#224; dove Thiel si muove in una zona teologico-politica, Karp formula un programma operativo. &#200; proprio questo passaggio dall&#8217;escatologia alla pratica che merita attenzione.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il punto centrale di </span><em><span>The Technological Republic</span></em><span> &#232; noto: la Silicon Valley avrebbe tradito la sua vocazione originaria. Invece di dedicare le proprie energie migliori ai grandi problemi collettivi (sicurezza, infrastrutture, difesa della democrazia) si sarebbe rifugiata nella produzione di applicazioni commerciali, piattaforme pubblicitarie, dispositivi di intrattenimento e tecnologie del consumo. </span><strong><span>Karp invita invece a costruire una nuova alleanza tra Stato e industria tecnologica avanzata</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Non c&#8217;&#232; dubbio che questa diagnosi contenga una parte di verit&#224;. Sarebbe ingenuo e, persino, ipocrita pensare che le democrazie liberali possano sopravvivere nell&#8217;attuale competizione globale senza una capacit&#224; tecnologica, industriale e militare seria. Sarebbe altrettanto ingenuo credere che l&#8217;intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e l&#8217;analisi dei dati siano strumenti politicamente neutri. Karp ha ragione nel criticare una cultura tecnologica che pretende di vivere al di sopra della politica, mentre dipende interamente dalle condizioni politiche e militari garantite dallo Stato.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Proprio qui comincia, tuttavia, il problema. </span><strong><span>Nel discorso di Karp la tecnologia non appare infatti soltanto come uno strumento che la politica deve governare ma sempre pi&#249; come la forma stessa attraverso cui la politica dovrebbe ritrovare una propria missione e capacit&#224; decisionale</span></strong><span>. La repubblica, per salvarsi, dovrebbe diventare, come dice in modo esplicito il titolo del libro, tecnologica. La politica, per non essere impotente, dovrebbe affidarsi alla rapidit&#224; operativa, alla capacit&#224; di calcolo, alla potenza delle imprese che sanno costruire sistemi complessi.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; su questo punto che mi sembra utile tornare a una distinzione che avevo proposto, insieme a Matteo Truffelli, in un saggio pubblicato qualche anno fa dal titolo </span><em><span>Taking Modernity to Extremes</span></em><span>. In quell&#8217;articolo cercavamo di mostrare che </span><strong><span>l&#8217;anti-politica</span></strong><span> non nasce semplicemente dalla corruzione dei politici, dalla crisi dei partiti o dall&#8217;inefficienza delle istituzioni democratiche. </span><strong><span>Nasce pi&#249; in profondit&#224;, nel cuore della modernit&#224; politica, quando la politica smette di essere concepita come una dimensione naturale della vita comune e comincia a essere pensata come un artificio: una macchina che pu&#242; essere costruita, smontata, riparata o sostituita</span></strong><span>. Da quel momento diventa possibile immaginare che la politica sia non soltanto imperfetta, ma superflua; non soltanto corrotta, ma intrinsecamente inadeguata.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Nel nostro saggio sostenevamo anche che i tre fondamenti weberiani della legittimit&#224; &#8211; tradizione, carisma e competenza &#8211; possono essere rovesciati in altrettante forme di anti-politica. La tradizione pu&#242; diventare mito di un ordine sociale capace di autoregolarsi senza politica; il carisma pu&#242; diventare culto del leader capace di scavalcare mediazioni e istituzioni; la competenza pu&#242; diventare tecnocrazia, cio&#232; l&#8217;idea che i problemi politici siano in fondo problemi tecnici, da affidare a chi sa davvero &#8220;come funzionano le cose&#8221;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Karp si colloca precisamente in questa terza linea. Non nel senso banale di chi vorrebbe sostituire i politici con dei tecnici neutrali. </span><strong><span>La sua &#232; una tecnocrazia ben pi&#249; ambiziosa. Non propone l&#8217;amministrazione grigia delle cose, ma una mobilitazione tecnologica dell&#8217;Occidente</span></strong><span>. Non vuole meno Stato, ma uno stato pi&#249; forte, pi&#249; armato, pi&#249; integrato con le imprese capaci di produrre controllo e influenza. Non sogna una societ&#224; post-politica pacificata, ma una repubblica combattente capace di difendersi dai suoi nemici.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>E tuttavia il rischio anti-politico resta. Anzi, proprio perch&#233; Karp non &#232; un tecnocrate banale, quel rischio diventa ancora pi&#249; pericoloso. La tecnocrazia non consiste solo nel dire che gli esperti devono governare al posto dei politici, ma anche nel trasformare progressivamente le domande politiche in meri problemi di implementazione. Chi decide che cosa debba essere difeso? Chi stabilisce quali rischi siano accettabili? Chi definisce il confine tra sicurezza e libert&#224; e tra difesa della democrazia e militarizzazione permanente della societ&#224;? Queste non sono domande tecniche; sono domande politiche.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Naturalmente, senza competenza tecnica oggi non si pu&#242; rispondere seriamente a nessuna di queste domande. Ma </span><strong><span>la competenza non pu&#242; essere il criterio ultimo della decisione. Pu&#242; dire quali mezzi siano disponibili, quali sistemi funzionino meglio, quali scenari siano pi&#249; probabili, quali vulnerabilit&#224; vadano corrette. Non pu&#242; per&#242; decidere da sola quali fini una comunit&#224; politica debba perseguire</span></strong><span>. Quando questo accade, la politica non scompare; viene semplicemente trasferita altrove, in luoghi meno visibili e privi di responsabilit&#224;: nei laboratori, nei consigli di amministrazione, negli apparati di sicurezza oppure, come sembra oggi, negli algoritmi.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; qui che l&#8217;espressione &#8220;repubblica tecnologica&#8221; diventa pericolosamente ambigua. Se si intende che una repubblica debba dotarsi degli strumenti tecnologici necessari alla propria difesa, allora non si pu&#242; dissentire. Se per&#242; significa che la forma repubblicana debba essere riconfigurata secondo le esigenze della tecnologia, allora la questione muta radicalmente. </span><strong><span>La repubblica non &#232; infatti un sistema operativo e neppure una piattaforma. &#200; un ordine politico fondato sulla separazione dei poteri, sulla rappresentanza, sul conflitto regolato, sulla responsabilit&#224;, sui limiti e, non dimentichiamocelo, sul dissenso. Tutto ci&#242; pu&#242; apparire lento e inefficiente ma questa lentezza &#232; il modo in cui una repubblica impedisce alla necessit&#224; di trasformarsi in destino: impedisce, in altre parole, a una societ&#224; di diventare chiusa invece che rimanere aperta</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Da questo punto di vista, Karp appare come la versione secolarizzata e operativa di una tentazione che in Thiel assume forma apocalittica. Thiel si chiede se la tecnologia evocher&#224; o tratterr&#224; l&#8217;Anticristo. Karp risponde che intanto &#232; bene costruire le infrastrutture tecnologiche necessarie. Thiel pensa il problema nell&#8217;orizzonte della fine; Karp nell&#8217;orizzonte della mobilitazione: entrambi condividono l&#8217;idea che la politica liberale sia ormai troppo lenta, troppo ingenua, troppo debole per affrontare la posta in gioco.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Il vero compito, allora, non &#232; costruire una repubblica tecnologica nel senso di Karp, ma impedire che la repubblica venga assorbita dalla propria infrastruttura tecnologica. Ci&#242; significa riportare la tecnica dentro un orizzonte politico. Significa accettare che gli algoritmi siano utili, ma non sovrani</span></strong><span>. Significa, soprattutto, ricordare che difendere l&#8217;Occidente non vuol dire soltanto renderlo pi&#249; potente, ma preservare quelle forme di vita politica e sociale che ne rendono l&#8217;esistenza degna di essere difesa.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; proprio qui che il saggio di Belardinelli su Thiel mi sembra aprire la strada per leggere Karp. La questione non &#232; soltanto l&#8217;apocalisse, n&#233; soltanto la tentazione gnostica di trasformare la storia in un sapere per pochi iniziati. La questione &#232; pi&#249; prosaica e per questo pi&#249; concreta: la possibilit&#224; che, nel tentativo di difendere la politica occidentale dai suoi nemici, si finisca per svuotarla dall&#8217;interno, consegnandola alla competenza, all&#8217;efficienza e alla potenza della tecnica. Quando infatti la politica viene ridotta a ratifica, finanziamento o interfaccia simbolica di decisioni prese altrove, allora la &#8220;repubblica tecnologica&#8221; diventa la forma suprema e finale di anti-politica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Contro questa tentazione, </span><strong><span>continuo a pensare che la politica vada difesa non perch&#233; sia pura, razionale o moralmente superiore, ma precisamente perch&#233; &#232; fragile, limitata e imperfetta. La politica non salva il mondo e non redime la storia. E non elimina neppure la violenza. Ma pu&#242; contenerla e impedirle di presentarsi come il destino inevitabile dell&#8217;umanit&#224;</span></strong><span>. In questo senso, se vogliamo usare la parola </span><em><span>katechon</span></em><span>, la dovremmo utilizzare per indicare non la tecnologia, non il sovrano, non gli algoritmi, ma la politica stessa: quella faticosa arte (umana) che impedisce alla potenza di diventare necessit&#224;.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Una dottrina redentrice? Peter Thiel e la consunzione del mondo moderno ]]></title><description><![CDATA[di Lorenzo Ornaghi (Universit&#224; Cattolica del Sacro Cuore, Milano)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/una-dottrina-redentrice-peter-thiel</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/una-dottrina-redentrice-peter-thiel</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 20 Aug 2026 07:59:02 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e3e9c3ab-3430-4095-a4de-4b69ae45f1b9_806x621.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>&#171;L&#8217;Appello&#187;, con cui Alfredo Oriani nel 1908 concludeva <em>La rivolta ideale</em>, mi offre una citazione, che utilizzo come una sorta di esergo di queste mie considerazioni. Oriani, giunto al termine della propria fatica, immagina che i lettori &#8211; spontaneamente, e magari un po&#8217; sgomenti &#8211; si domandino &#171;guardando le cime pi&#249; alte del pensiero su quale di esse sia per spuntare la nuova stella mattutina, da quale scuola, da quale tempio, uscir&#224; la parola redentrice&#187;. E all&#8217;interrogativo, prima di ricordare che egli ha sempre pensato &#171;nell&#8217;ombra&#187; del suo tempo, semplicemente e sinceramente risponde: &#171;Non lo so&#187;.</p><p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ampio e persuasivo commento, che su<em> Lisander</em> ha gi&#224; innescato una serie di ulteriori e assai utili interventi, <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza">Sergio Belardinelli</a> concatena saldamente fra loro critiche serrate e attestazioni di condivisione di alcune tra le fondamentali premesse di Thiel. Le critiche vertono soprattutto sull&#8217;interpretazione (sarebbe forse pi&#249; appropriato dire: sull&#8217;&#8220;uso&#8221;) dei grandi autori &#8211; Ren&#233; Girard, Carl Schmitt, il Cardinale John H. Newman, Vladimir Solov&#8217;&#235;v &#8211; da cui Thiel &#232; maggiormente attratto e dalle cui opere estrae i materiali da lui ritenuti pi&#249; confacenti all&#8217;architettura della propria costruzione teorica o, forse e pi&#249; esattamente, &#8220;dottrinale&#8221;. Essendo solida la concatenazione e fondate le critiche, ogni mia osservazione sarebbe del tutto accessoria: la corrispondenza con ci&#242; che &#232; stato argomentato da Sergio Belardinelli &#232; infatti pressoch&#233; totale. Salvo il persistere di un dubbio, di cui la domanda di Oriani, una volta spogliata dei suoi paludamenti retorici tardo-ottocenteschi, vorrebbe essere una chiara avvisaglia. E <strong>il dubbio &#232; se il lavoro di Thiel non sia in primo luogo da esaminare e valutare nel suo proposito di rappresentare, oggi, una parola &#171;redentrice&#187; proprio perch&#233; capace di generare anche, o soprattutto, l&#8217;azione collettiva in grado di dare un &#8220;ordine&#8221; a un mondo nuovo</strong>, che non sta soltanto &#8211; com&#8217;&#232; quasi sempre accaduto nell&#8217;avvicendarsi di civilt&#224; e ordinamenti del potere &#8211; disordinando quello vecchio per ricomporlo in modo differente. &#200; da qui che trae la sua massima forza l&#8217;impulso a &#171;pensare pensieri nuovi e strani&#187;, a risvegliarsi dallo stato di &#171;torpore&#187; in cui l&#8217;Illuminismo ha via via avvolto e alla fine estenuato il pensiero, e quindi la vita, dell&#8217;Occidente.</p><p style="text-align: justify;">Con le sue ambizioni palesi o riposte, giustificabili talora o quasi assurdamente (e volutamente) smodate talaltra, il lavoro di Thiel &#232; da inquadrare dentro la temperie storica in cui stiamo vivendo. E in particolare dentro quel campo, sempre scivoloso, in cui ideologia e cultura politica avvertono irresistibile il vicendevole richiamo, cercando di non dare subito a intendere quale delle due diverr&#224; dominante sull&#8217;altra.</p><p style="text-align: justify;">Massimo Cacciari, prendendo avvio su &#171;La Stampa&#187; del 16 giugno scorso dall&#8217;esame del volume di Paolo Perulli <em>Peter Thiel. L&#8217;America oggi</em>, ha cos&#236; concluso il suo articolo: &#171;&#200; una cultura politica nuova, che nasce sul solido terreno di un capitalismo produttore di un salto tecnologico dai caratteri antropologicamente nuovi&#187;. Il capitalismo che allenta o scioglie i suoi rapporti con la democrazia &#232; certamente una causa inattesa di mutazione di quest&#8217;ultima. E, per le aspettative di vita di ogni regime democratico, pu&#242; costituire un pericolo non meno esiziale di quanto gi&#224; lo siano l&#8217;incompatibilit&#224; attuale &#8211; a giudizio di Thiel &#8211; tra democrazia e libert&#224;, o la marea degli umori collettivi che, elezione dopo elezione, rischiano di sballottare paurosamente la prima, se non di farla repentinamente naufragare. <strong>L&#8217;&#171;incerta alleanza&#187; tra democrazia e rappresentanza &#8211; cos&#236; la definiva Hanna F. Pitkin pi&#249; di vent&#8217;anni fa &#8211; &#232; diventata non solo sempre pi&#249; precaria, ma anche sempre pi&#249; ineguale</strong>. Al punto che fra i due alleati alligna ormai una reciproca diffidenza. Sottaciuta o camuffata dalla massima parte del ceto politico, per ragioni di obbligata convenienza e con parecchia dose di ipocrisia. Evidente, e manifestata in forme varie, tra i rappresentati. Per chi vorrebbe sentirsi adeguatamente rappresentato, e ritiene giusto, vantaggioso o anche soltanto non disutile esserlo secondo i principi e le norme del sistema rappresentativo-elettivo nato, cresciuto, dilatatosi e trasformatosi in stretta connessione funzionale con lo svolgimento della &#8220;democrazia dei moderni&#8221;, <strong>l&#8217;interesse per le sorti della democrazia assai di rado &#232; indipendente dal convincimento, o almeno dalla presupposizione, che quella democratica resti comunque l&#8217;organizzazione di una comunit&#224; politica da preferire a qualsiasi altra</strong>. Quando il grado di un simile convincimento cada vistosamente e diffusamente, non resta che sperare o illudersi, pi&#249; che nell&#8217;inerzia delle istituzioni o nelle propensioni abitudinarie degli esseri umani, in qualche casualit&#224; inaspettata e fortunata, capace di risparmiare alla democrazia, almeno, per un po&#8217; di tempo ancora, le impietose regole da cui viene scandita la fase finale del ciclo di vita di ogni regime politico e del suo assetto istituzionale.</p><p style="text-align: justify;">La democrazia, quale si presenta e opera ai giorni nostri, &#232; figlia del &#171;mondo moderno&#187;. Nelle sue premesse e in molte delle promesse pi&#249; o meno soddisfacentemente adempiute oppure inosservate, mostra indelebile il suggello dell&#8217;Illuminismo. Inevitabilmente, per Thiel, la democrazia porta dunque in s&#233; i mali genetici della modernit&#224;. L<em>&#8217;etsi Deus non daretur</em>, perso quasi subito il carattere di proposizione puramente ipotetica, ha spianato la strada all&#8217;avvento di un&#8217;idea assoluta di <em>ratio</em>, sempre pi&#249; slegata o sempre meno sfidata dalla &#171;questione della natura umana&#187;. Talch&#233; persino la democrazia pu&#242; essere indifferentemente pensata e valorizzata o come il regime politico che meglio di ogni altro tempera i molti vizi e premia le non numerose virt&#249; di singoli e gruppi sociali, o viceversa &#8211; cos&#236; constatava Gustav Le Bon, una volta concluso il suo studio delle &#8220;suggestioni&#8221; collettive e del fascino esercitato dall&#8217; &#8220;inverosimile&#8221; sulle folle &#8211; come il pi&#249; attrezzato campo di gioco in cui far smaltire, senza irreparabili danni, l&#8217;umana irrazionalit&#224;.</p><p style="text-align: justify;">In effetti, <strong>separato il pensiero filosofico, politico, giuridico, economico e infine sociale dal pensiero teologico, e concesso a quest&#8217;ultimo uno spazio via via meno largo di &#8220;autonoma&#8221; elaborazione, il &#171;mondo moderno&#187; ha preteso di costruire &#8211; per incoscienza o per superbia &#8211; una propria teologia politica</strong>. E ha dogmatizzato lo Stato e il suo <em>summum imperium</em>, la democrazia e i suoi poteri costituzionalmente distinti e separabili, il rapporto diretto fra l&#8217;individuo e lo Stato, l&#8217;equivalenza tra la legittimazione a governare e quella a rappresentare. Alla fine ha assolutizzato l&#8217;idea stessa di politica, attribuendo a quest&#8217;ultima una perentoria funzione salvifica, al cui esercizio si dedicher&#224; gran parte delle ideologie &#8220;moderne&#8221;, sino ai loro scampoli odierni.<span> </span>Trova qui i propri presupposti la &#8216;nuova&#8217; teologia di Peter Thiel. La quale teologia (&#171;audace&#187;, come la qualifica temporeggiando Sandro Magister, nella sua <em>Newsletter </em>del 30 giugno scorso) attira le critiche senza riserve &#8211; in modo particolare nei confronti della figura dell&#8217;Anticristo e del kath&#233;con &#8211; di Sergio Belardinelli.</p><p style="text-align: justify;">Ho per&#242; un dubbio, che, dapprima riguardando (banalmente, e me ne scuso, perch&#233; &#232; un dubbio estensibile con facilit&#224; a parecchi studiosi contemporanei) il grado di attenzione o viceversa di esibita noncuranza con cui simili critiche verrebbero registrate da Thiel, prende poi forma in un meno generico interrogativo. Thiel non vuole pensare &#8220;nell&#8217;ombra&#8221; del nostro tempo. Per vedere e far vedere la luce di un mondo mai pi&#249; imprigionabile in un &#8220;futuro passato&#8221;, occorre allontanarsi il pi&#249; possibile da una tale ombra. E l&#8217;interrogativo, che accompagna o in cui prende forma il mio iniziale dubbio, diventa allora: <strong>quali e quanti &#8220;lettori&#8221; possono essere maggiormente attratti, oggi, dal tentativo di riattribuire al sapere un &#8220;potere&#8221; che non ha pi&#249; o a cui ha rinunciato, ossia il potere di spostare e volutamente superare il pur sempre labile confine tra idee e ideologia, tra parola e azione?</strong> Correndo il rischio di apparire rozzamente approssimativo, temo che la prevalente condizione attuale degli studi sulla nostra realt&#224; presente, e su quel futuro che del presente &#232; gi&#224; una parte cospicua, possa offrire un terreno di coltura &#8211; fra le generazioni pi&#249; giovani di studiosi, in specie &#8211; sorprendentemente favorevole a una simile attrazione o fascinazione. Proseguiamo per&#242;, brevemente, nel semplice resoconto degli aspetti che sembrano maggiormente critici dell&#8217;opera di Thiel, il cui &#171;percorso nella storia delle idee &#232; pieno di balze e curve improvvise&#187;, come ha notato giustamente Mattia Ferraresi tracciando &#8211; nel suo recente volume <em>Dentro la testa di Trump </em>&#8211; il complesso profilo di questo protagonista della rivoluzione digitale, evangelico, libertario fieramente avverso allo statalismo, transumanista.</p><p style="text-align: justify;">Sulla lettura e interpretazione di Leo Strauss proposte da Thiel, le notazioni di Belardinelli sono argomentate brillantemente. <strong>Interessante sarebbe anche considerare, giacch&#233; i richiami espliciti e i rimandi impliciti a Eric Voegelin non sono infrequenti, se e come alcune riflessioni di quest&#8217;ultimo</strong> &#8211; rispetto, per esempio, al &#171;campo del disordine&#187;, al &#171;regno che verr&#224;&#187;, all&#8217;&#171;et&#224; ecumenica in Occidente&#187; &#8211; <strong>trovino eco in Thiel e in quale modo siano mescolate, o si compongano e confondano, con quelle di Strauss</strong>. Riguardo al magistero di Ren&#233; Girard e alla sua determinante influenza su Thiel, in un appassionato e documentato articolo che, pubblicato originariamente su &#171;&#201;tudes&#187;, &#232; stato offerto in versione italiana da &#171;Vita e Pensiero&#187; nel n. 6 dello scorso anno, Bernard Perret demolisce l&#8217;operazione di &#171;arruolamento&#187; del pensiero di Ren&#233; Girard all&#8217;interno di una filosofia dell&#8217;&#171;improbabile alleanza tra libertarismo e ultraconservatorismo cristiano&#187;, senza omettere di ricordare che &#171;Thiel ha seguito il corso che Girard teneva a Stanford, stringendo con lui anche una lunga relazione personale, e da anni finanzia le reti girardiane di ricerca&#187;.</p><p style="text-align: justify;">Per altro verso, critiche non meno pertinenti e taglienti potrebbero certamente essere formulate da coloro che da tempo (meritoria &#232; l&#8217;attivit&#224; svolta al riguardo dal Centro Internazionale degli Amici di Newman, istituito nel 1975 e diretto da appartenenti alla Famiglia spirituale &#8220;L&#8217;Opera&#8221;) tengono vive, analizzano e commentano le opere di John H. Newman, il cui pensiero &#8211; non va dimenticato &#8211; aliment&#242; per il tramite del Cardinal Edward H. Manning, suo allievo, il cattolicesimo sociale inglese, influenzandone esponenti quali Hilaire Belloc, i fratelli Chesterton e poi i maggiori sostenitori delle &#8220;teorie distributiste&#8221;. Infine, per accostarsi a comprendere non superficialmente le forme, l&#8217;intensit&#224; e la rapidit&#224; tuttora stupefacenti con cui l&#8217;innovazione tecnologica sta modificando sia l&#8217;esercizio (e la percezione) del potere, sia e in particolare la vicendevole dipendenza, o la consanguineit&#224;, di potere e politica, non &#232; forse opportuno tenere conto di alcune &#8220;preveggenze&#8221; di Ernst J&#252;nger, abbacinanti e non meno pertinenti, oggi, delle diagnosi formulate con fredda precisione e massima concisione da Carl Schmitt? Il destino della tecnica e della sua continua innovazione sembra essere il medesimo della scienza, la quale &#8211; scriveva J&#252;nger in <em>Eumeswil </em>&#8211; si &#232; evoluta e diffusa &#171;in modo imperturbabile e planetario: ha finito col consumare anche lo Stato&#187;. E, come la scienza (di cui &#232; incerto, per Thiel, se evocher&#224; o invece sopprimer&#224; l&#8217;Anticristo), anche la tecnica &#232; &#171;costretta a giungere ad una frontiera ove la morte e la vita offrono una risposta nuova&#187;.</p><p style="text-align: justify;">Ma, temo, queste e molte altre delle possibili critiche o delle segnalazioni di opportuni approfondimenti risultano, per Thiel, esercizi prevedibili di una &#8220;logica&#8221; di conoscenza ancora egemone in tutte quelle &#8220;comunit&#224; epistemiche&#8221;, che sono nate dal mondo moderno e si sono consolidate in funzione della sua esistenza, sino alla pi&#249; recente fase di specializzazione disciplinare e progressiva segmentazione del sapere. La condizione attardata in cui stanno scivolando scuole e circoli accademici (delle cosiddette scienze umane in particolare), o il loro infiacchimento, &#232; forse meno evidente dell&#8217;usura patita dalle idee-cardine, dai <em>Grundbegriffe</em> di quel &#8220;sistema&#8221; scientifico-culturale della modernit&#224;, di cui &#8211; decostruendolo e parzialmente e variamente ricomponendolo &#8211; non sono in grado di fare a meno.</p><p style="text-align: justify;">Se per&#242; continui a essere salda la consapevolezza di appartenere a una comunit&#224; epistemica il cui &#8220;campo del sapere&#8221; gode ancora di una forte strutturazione sistematica, e se altrettanto saldo &#232; il convincimento che i<span> </span>risultati del lavoro in un tale campo sono non solo propagandabili perch&#233; conformi al metodo e agli stili di identificazione della comunit&#224;, ma anche in grado di durare almeno per un breve tempo, oltrepassando le circostanze e le contingenti necessit&#224; del momento presente, &#232; questione ormai aperta, sempre pi&#249; incombente, malvolentieri affrontata. Ed &#232; anche la questione che rende non peregrina la domanda (o non del tutto infondato il sospetto) riguardante <strong>le possibilit&#224; che, grazie alla faglia prodotta nei confronti dei &#8220;vecchi&#8221; campi del sapere, si intenda &#8220;formare&#8221; nuove comunit&#224; epistemiche, nuovi strati direttivi dell&#8217;economia, della politica, della societ&#224;</strong>. Del resto, quei processi di &#8220;formazione&#8221;, che da sempre sono impegnativi, costosi e di necessit&#224; dispiegati su un lungo arco temporale, appaiono oggi &#8211; &#232; persino risibile aggiungerlo &#8211; un compito assai poco oneroso ed enormemente vantaggioso per chi possiede o controlla le fonti e gli strumenti dell&#8217;innovazione tecnologica. Davvero saremmo, in tal caso, gi&#224; pienamente dentro quegli aspetti antropologicamente nuovi, che conseguono e si accompagnano di necessit&#224; al salto tecnologico-capitalistico indicato da Cacciari.</p><p style="text-align: justify;">Una breve postilla. Sergio Belardinelli ammette con franchezza che di Thiel non gli piace per nulla la &#171;simpatia per &#8220;l&#8217;appello all&#8217;azione&#8221; che egli riprende dalle battute finali dell&#8217;opera di Oswald Spengler <em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em>&#187;. L&#8217;opera di Spengler, nella sua versione definitiva, &#232; del 1922. Alfredo Oriani, quasi quindici anni prima, nulla era stato in grado di rispondere alla domanda sulla nascita della pur necessaria &#171;parola redentrice&#187;, a cui affidare il compito di annunciare e disegnare un futuro pi&#249; appagante o meno sconfortante del presente. <strong>Per Spengler, e anche per Thiel (o cos&#236; sembra), nessuna immaginazione del futuro, temuta o auspicata, non pu&#242; distogliere colpevolmente dall&#8217;agire nel proprio tempo</strong>. Scrutare con fatica il domani senza essere capaci di fuoriuscire dall&#8217;ombra del pensiero attuale, ovvero dichiarare la fine del futuro cos&#236; da non restare inermi e rassegnati nella stringente morsa dell&#8217;oggi, pi&#249; che a un assillante dilemma intellettuale &#232; ormai assai simile al nodo di Gordio. Il cui scioglimento per&#242; &#8211; come ammoniva Ernst J&#252;nger nel suo omonimo scritto del 1953 &#8211; sempre comporta &#171;un principio spirituale che &#232; in grado di disporre in modo nuovo e pi&#249; conciso del tempo e dello spazio&#187;.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Dio e la tecnica: tre configurazioni ]]></title><description><![CDATA[di Carlo Galli (Universit&#224; di Bologna)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/dio-e-la-tecnica-tre-configurazioni</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/dio-e-la-tecnica-tre-configurazioni</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 13 Aug 2026 06:22:29 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/285ad368-2afd-4935-ae45-e387a604a354_1190x476.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote><p style="text-align: justify;">L&#8217;associazione della tecnica e della sua forma per ora pi&#249; evoluta, cio&#232; l&#8217;intelligenza artificiale, alla dimensione religiosa, ha portato alla costruzione, in diverse modalit&#224;, di una sorta di teo-tecnologia, oppure ha fatto della IA un vettore del trascendimento della dimensione umana. La tecnica-Dio e l&#8217;uomo-dio sono esiti che possono apparire sorprendenti e impropri fino all&#8217;assurdo, ma che pur in forme nuove si collocano in continuit&#224; con alcune rilevanti inflessioni della valutazione della tecnica nella storia della cultura occidentale.</p></blockquote><p style="text-align: justify;">Carlo Galli, <em>Tecnica</em></p><p style="text-align: center;"><span>***</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il mito greco narrato da Esiodo nella </span><em><span>Teogonia</span></em><span> (520 sgg e 565 sgg) e nelle </span><em><span>Opere e i giorni</span></em><span> (47 sgg) lega la tecnica a un rapporto difficile e non lineare con la divinit&#224;. Per la dimenticanza del malaccorto (</span><em><span>amartinoon</span></em><span>) Epimeteo gli uomini restano senza doni e senza potere, e quindi Prometeo, versatile e astuto (</span><em><span>poikilon aiolometin</span></em><span>), che in precedenza ha tentato di ingannare Zeus sulle vittime dei sacrifici, ruba agli dei il fuoco, inizio di ogni tecnica, e lo regala agli uomini. L&#8217;ira di Zeus colpisce notoriamente il titano ma anche l&#8217;umanit&#224; intera, perch&#233; il dio per vendicarsi fa fabbricare da Efesto Pandora e la fa portare agli uomini da Epimeteo. E in Pandora sono simboleggiati tutti i mali che dilagano nel mondo. </span><strong><span>La tecnica dunque in parte &#232; un risarcimento di una incolpevole mancanza e in parte, per una sorta di responsabilit&#224; oggettiva degli uomini nel furto, &#232; una colpa meritevole di pena</span></strong><span>, perch&#233; va potenzialmente incontro alla </span><em><span>hybris</span></em><span>, alla pretesa umana di autosufficienza. Al contrario, grazie alla tecnica</span><em><span> </span></em><span>l&#8217;umanit&#224; avr&#224; s&#236; straordinarie capacit&#224; di &#8220;signoreggiare oltre ogni speranza l&#8217;intelligenza che escogita risorse (</span><em><span>technai</span></em><span>)&#8221; (</span><em><span>Antigone</span></em><span> 364-366), ma non sar&#224; onnipotente e anzi sar&#224; sempre impegnata a mettere riparo, tecnicamente, ai mali che Zeus per punizione le ha mandato.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Detto altrimenti, </span><strong><span>la tecnica ha una radice divina in negativo, e per volont&#224; del dio non &#232; in grado di saturare il vivere sociale</span></strong><span>: non solo non ha mai riposo, perch&#233; sempre fronteggia i mali del mondo, ma per di pi&#249; non &#232; in grado di dirigersi da sola, poich&#233; &#171;inclina ora al bene e ora al male&#187; (ancora </span><em><span>Antigone</span></em><span>). E non a caso Platone (</span><em><span>Protagora</span></em><span> 321c sgg) da una parte riprende il mito del furto del fuoco perpetrato da Prometeo per la dimenticanza di Epimeteo, ma dall&#8217;altra sottolinea che il titano non ruba la politica, che sta presso Zeus custodita da </span><em><span>kratos</span></em><span> e </span><em><span>bia. </span></em><span>E aggiunge che il dio manda poi Ermes a portare a tutti gli uomini il rispetto (</span><em><span>aidos) </span></em><span>e la giustizia (</span><em><span>dikaion) </span></em><span>perch&#233; si formi l&#8217;amicizia nella citt&#224;, e siano possibili la convivenza e, appunto, la politica. La tecnica &#232; importante, appartiene di diritto alla natura umana, &#232; presente (</span><em><span>Repubblica</span></em><span>, 6, 509d-511e) anche nel ragionamento dianoetico (come tecnica di passaggio da un&#8217;ipotesi all&#8217;altra), ma &#232; affiancata e superata da altre dimensioni del pensiero, dalla </span><em><span>noesis </span></em><span>e non satura l&#8217;orizzonte della vita associata.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ovvero, come sistematizzer&#224; Aristotele (</span><em><span>Etica</span></em><span> </span><em><span>Nicomachea</span></em><span>, 6, 1139b-1140b), &#171;la tecnica &#232; un certo stato abituale, unito a ragione in modo veritiero e produttivo intorno alle cose che possono essere diversamente&#187;. Il che significa che </span><strong><span>la tecnica appartiene alla </span></strong><em><strong><span>poiesis</span></strong></em><strong><span>, al fabbricare/produrre, e non all&#8217;agire morale e politico, la </span></strong><em><strong><span>praxis</span></strong></em><strong><span>, e neppure alla </span></strong><em><strong><span>episteme</span></strong></em><strong><span>, la scienza delle cose necessarie</span></strong><span>. La tecnica &#232; un agire razionale utile e stabilizzato, un&#8217;azione che culmina in un oggetto fuori dal soggetto, come il vaso in relazione al vasaio, mentre la </span><em><span>praxis</span></em><span> &#232; un&#8217;azione del soggetto che ritorna sul soggetto stesso, come ad esempio l&#8217;agire morale, sorretto dalla virt&#249; della prudenza, del discernimento (</span><em><span>fronesis</span></em><span>). Ma questa distanza fra le due forme di azione non toglie che la tecnica sia del tutto esente da disprezzo o da timore: &#232; naturalmente umana, ma non esaurisce l&#8217;umanit&#224; e neppure la politica.</span></p><p style="text-align: center;"><span>***</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Nell&#8217;archetipo della moderna tecnicizzazione della vita associata, il </span></strong><em><strong><span>Leviatano</span></strong></em><strong><span> di Hobbes, la tecnica conserva un forte rapporto col divino, ma in quanto questo &#232; assente, e non &#232; pi&#249; il fondamento della politica</span></strong><span>; quindi quel rapporto non si d&#224; nel modo della colpa quanto piuttosto come obbedienza al comando di pace e di ordine lasciato da Dio all&#8217;umanit&#224;. E tanto cogente &#232; questo comando, e tanto definitiva &#232; questa assenza, che la tecnica deve necessariamente saturare l&#8217;intera vita associata, deve cio&#232; porsi come la forma propria della politica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Hobbes (cap. 12) distingue fra la religione pagana, che &#232; una parte della politica, un dispositivo di controllo del popolo attraverso la superstizione, e il cristianesimo, in cui la politica &#232; una parte della religione &#8211; e ci&#242; quindi fa cadere la pericolosa contrapposizione fra dominio temporale e religioso. Tutta la politica &#232; immersa nella dimensione religiosa, quindi: ma (cap. 40) fino dai tempi di re Saul e con ancora maggiore evidenza con la venuta di Cristo, Dio non &#232; pi&#249; il fondamento sostanziale e diretto della politica &#8211; anzi, &#232; in suo nome che oggi si combattono le sanguinose guerre di religione che sono il sommo male da fuggire. Dio ha tuttavia lasciato agli uomini il comando della pace, nella forma delle leggi di natura (cap. 31) dalle quali con la ragione si evince la necessit&#224; della costruzione pattizia, tecnica e artificiale, del potere sovrano-rappresentativo &#8211; unica modalit&#224; scientifica di produzione di una forma politica stabile che garantisca la pace interna attraverso la posizione di leggi universali e razionali valide </span><em><span>erga omnes</span></em><span>, cos&#236; da consentire la cessazione della guerra civile e da assicurare di conseguenza lo stabile godimento dei frutti del lavoro (oltre questa finalit&#224; di utilit&#224; la politica non va)</span><em><span>.</span></em></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Questa</span></strong><em><strong><span> </span></strong></em><strong><span>riduzione della politica a tecnica meccanica &#232; anche, al tempo stesso, obbedienza a Dio, poich&#233; per questa via &#232; possibile adempiere al dovere naturale, di origine divina, di vivere in pace</span></strong><span>. Il sovrano che obbliga gli uomini alla pace &#232; pertanto &#171;luogotenente di Dio in terra&#187; (cap. 37) e unico interprete della Sua volont&#224; (cap. 36), cos&#236; che l&#8217;obbedienza alle leggi civili (insieme alla fede in quel nucleo minimo di cristianesimo che si compendia nell&#8217;affermazione &#8220;Ges&#249; &#232; il Cristo&#8221;) non solo salva la vita ma anche l&#8217;anima (cap. 43) &#8211; la Chiesa coincide cos&#236; con lo Stato, e quindi i sacerdoti sono pubblici ufficiali che hanno solo una funzione pastorale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il Leviatano &#232; il frutto tecnico di una secolarizzazione e di un disincanto religiosamente giustificati. </span><strong><span>La tecnica politica di costruzione e di gestione razionale dell&#8217;ordine &#232; teologica perch&#233; tutta interna alla dimensione religiosa dell&#8217;assenza di Dio come fondamento</span></strong><span>, e della Sua permanente presenza come trascendentale, come comando dell&#8217;ordine e della pace. E quindi in questa tecnica c&#8217;&#232; il destino di durare e di saturare ogni spazio pubblico: se si infrange il suo monopolio, se si rompe il dispositivo sovrano, c&#8217;&#232; morte e dannazione, il &#171;caos primordiale della violenza e della guerra civile&#187; (cap. 36).</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Analogo all&#8217;arca di No&#232; (</span><em><span>Genesi</span></em><span> 6) in quanto istituzione che ha anche figura e consistenza di persona sovrana &#8211; secondo l&#8217;esegesi agostiniana (</span><em><span>Citt&#224; di Dio</span></em><strong><span> </span></strong><span>15, 26) l&#8217;arca &#232; infatti tanto la Chiesa quanto &#232; lo stesso corpo di Cristo &#8211;, il Leviatano &#232; una macchina di salvezza che serve a transitare sui flutti della storia umana, intesa come &#8220;tempo dell&#8217;attesa&#8221;, come </span><em><span>interim</span></em><span> fra il tramontato regno profetico di Dio su Israele e il futuro regno diretto di Cristo sull&#8217;umanit&#224; alla fine dei secoli.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>La differenza fra le due macchine &#232; che l&#8217;arca &#232; fabbricata da No&#232; sotto specifica dettatura da parte di Dio dei materiali, delle tecniche e delle misure, mentre il Leviatano &#232; invenzione umana, &#232; costruito razionalmente dall&#8217;uomo per obbedire al comandamento divino della pace</span></strong><span>. E per questo motivo la moderna politica tecnicizzata satura la vita e la storia, ma non &#232; </span><em><span>hybris</span></em><span> (non nasce da una volont&#224; di potenza che sfida Dio) n&#233; ha in s&#233; l&#8217;elemento della colpa perch&#233; si inserisce ossequiente nella dimensione religiosa, e quindi non &#232; in conflitto con Dio &#8211; una valutazione della tecnica complessivamente rovesciata rispetto a quella dell&#8217;antichit&#224;, quindi. La tecnica &#232; qui un destino umano, controllato dall&#8217;uomo, per acquisire l&#8217;obiettivo di obbedire a un imperativo divino. &#200; quindi molto di pi&#249; che un </span><em><span>katechon</span></em><span>, un freno ritardante, perch&#233; mentre garantisce la pace traghetta alla salvezza delle anime; ma non &#232; in s&#233; stessa la salvezza. Non &#232; Dio. &#200; il suo luogotenente terreno, un Dio mortale.</span></p><p style="text-align: center;"><span>***</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Ancora diversa &#232; la valutazione della tecnica, nella sua forma per ora ultima della IA</span></strong><span>, a opera dei suoi padroni in vena di filosofia, di autolegittimazione totalizzante dei loro profittevolissimi ritrovati.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il tema fondamentale presente nel pur variegato panorama di questi autori &#232; che la IA e in generale la tecnosfera &#232; una presenza assoluta, sostanziale, intrascendibile, onnisaturante, in evoluzione automatica espansiva e illimitata. Un super-soggetto di oggettiva consistenza e immanenza che realizza una osmosi tra il virtuale e il reale, anzi una piena transustanziazione del reale nel virtuale, e in parallelo una simbiosi fra uomo e macchina, e che trasforma radicalmente l&#8217;uomo qual &#232; esistito finora. E soprattutto che esprime un potere mai in precedenza sperimentato.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>La narrazione legittimante intorno alla IA si sviluppa in varie tappe di consapevolezza</span></strong><span>. In un primo livello, nel quale si colloca la tesi di Chris Anderson (</span><em><span>The End of Theory</span></em><span>, in &#8220;Wired&#8221;, 2008), la &#8220;svolta algoritmica&#8221;, cio&#232; l&#8217;universale introduzione della IA nei processi economici, sociali e politici, &#232; interpretata come una soglia che rende ormai inutile il tradizionale approccio conoscitivo razionalistico alla realt&#224;. Attraverso la correlazione dei dati innumerevoli che possono essere raccolti il reale parla da s&#233;, mostra immediatamente la propria intrinseca verit&#224; senza che sia necessario sovrapporgli una forma teorica interpretativa calata dall&#8217;alto.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Un secondo livello argomentativo &#232; quello di Raymond Kurzweil (</span><em><span>La singolarit&#224; &#232; vicina</span></em><span>, ed. Apogeo), che proietta questa immane tautologia in una dimensione evolutiva: la ibridazione uomo-macchina causata dalla universale digitalizzazione del reale non &#232; che un punto terminale, catastrofico, una &#8220;singolarit&#224;&#8221;, in cui un sistema tecnologico fa collassare un vecchio ordine e ne fa sorgere uno nuovo, secondo una legge di sviluppo che oggi come in passato coinvolge sia continuit&#224; sia discontinuit&#224;. La tecnica, la IA, non &#232; pi&#249; un &#8220;mondo&#8221; umano ma &#232; un &#8220;ambiente&#8221; autonomo in vorticosa auto-evoluzione che ha esiti del tutto inaspettati ma in ogni caso radicalmente innovativi. Il presentismo &#232; gravido di futurismo, mentre lascia alle spalle il passato storico.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Una terza tappa &#232; segnata da Marc Andreessen che nel suo </span><em><span>Manifesto tecno-ottimista </span></em><span>(in rete)</span><em><span> </span></em><span>considera lo sviluppo tecnologico basato sulla IA come trainante e primario persino rispetto allo stesso capitalismo neoliberista, al quale &#232; in ogni caso strettamente associato. Con insistite assonanze con un Nietzsche molto popolarizzato, la potenza di questo sviluppo &#232; vista come vanamente contrastata da vecchie posizioni critiche, umanistiche, regolatorie, fra cui il marxismo e anche lo Stato, nelle quali si esprime la riluttanza e la paura dell&#8217;&#8220;ultimo uomo&#8221; davanti a un destino di trasformazione dinamica che rende al contrario necessaria la &#8220;conversione tecnologica&#8221; nel &#8220;superuomo&#8221;. Il futurismo si fa transumanesimo, estrema forma di </span><em><span>hybris</span></em><span> tecnologica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Nel quarto e per ora ultimo livello argomentativo &#8211; quello dei signori di Palantir, Peter Thiel e Alexander Karp &#8211; la presenza, invero dilettantesca, della filosofia continentale europea si fa ancora pi&#249; evidente, insieme a una netta virata teologica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Gi&#224; nel </span><em><span>Momento straussiano</span></em><span> (Liberilibri), lavoro del 2002, scritto a ridosso dell&#8217;11 settembre, </span><strong><span>Thiel mostra di interpretare la modernit&#224; come un percorso di perdita di identit&#224; da parte dell&#8217;Occidente e di imputare questa aporia a una contraddizione originaria vista da pochi autori, che non ne hanno fornito una chiave di superamento </span></strong><span>&#8211; Strauss coglie infatti la incompatibilit&#224; fra Atene e Gerusalemme ma stabilisce che sarebbe distruttivo portarla alla pubblica consapevolezza; Schmitt pare compiaciuto che la Citt&#224; sia fondata sulla violenza; Girard rivela che il dispositivo pacificante del capro espiatorio non &#232; pi&#249; in grado, col trionfo del cristianesimo, di funzionare e quindi di frenare il dilagare della violenza mimetica. L&#8217;identit&#224; dell&#8217;Occidente consiste quindi solo nella cancellazione dei problemi e delle soluzioni tradizionali che li avevano tenuti sotto controllo; consiste insomma in una ricerca della pace e del benessere che ha in s&#233; il nichilismo. L&#8217;emblema dell&#8217;Occidente moderno &#232; quindi l&#8217;Anticristo, la forza distruttrice di Satana che si presenta con volto e atteggiamento benevolo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il punto centrale del ragionamento di Thiel &#232; che questa faglia catastrofica &#8211; che si sta aprendo sotto la Citt&#224; nel crepuscolo dell&#8217;et&#224; moderna (sospesa fra lo scoppio della violenza illimitata e l&#8217;instaurarsi della pace del regno di Dio) &#8211; produce la moltiplicazione dei casi-limite, sinistri scricchiolii dell&#8217;ordine disordinato del mondo, che accadono dentro una nebbia cognitiva che impedisce di capire dove stanno, nella contingenza, il bene e il male; e questi casi d&#8217;eccezione possono essere soltanto oggetto di decisione arbitraria a opera della tecnologia. </span><strong><span>La tecnica &#232; quindi da una parte lo strumento del ritardamento della crisi, &#232; </span></strong><em><strong><span>katechon</span></strong></em><strong><span>, ma dall&#8217;altra &#232; angosciosamente impegnata a contrastare un male con il quale &#232; forzatamente a contatto, col rischio che essa stessa sviluppi la propria natura in direzione dell&#8217;Anticristo</span></strong><span>. Un paradosso inevitabile, che viene alla luce nel nostro tempo &#8211; che &#232; dunque tempo di Apocalissi, di disvelamento &#8211; ma che pur non essendo risolvibile &#232; nondimeno decidibile. La decisione &#232; una crisi (separazione, giudizio) senza critica, in cui la ragione &#232; sostituita dalla contingenza assunta come destino.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In questo &#8220;illuminismo oscuro&#8221;, in questo mondo confuso e ambiguo rischiarato a intermittenza dai lampi della decisione, da una parte si perfeziona l&#8217;interpretazione della modernit&#224; come un susseguirsi di soglie anticristiche esemplificate nelle principali utopie filosofiche e letterarie (Peter Thiel e Sam Wolfe, </span><em><span>Voyages to the End of the World, </span></em><span>in &#8220;First Things&#8221;, 1 ottobre 2025), mentre dall&#8217;altra la tecnica &#8211; in felice connubio con il capitalismo &#8211; assume il ruolo di soggetto onnipotente e onnisaturante, portatore di potenza conflittuale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; questa la posizione anche di Alexander Karp e di Nicholas Zamiska, espressa in </span><em><span>La repubblica tecnologica</span></em><span> (Silvio Berlusconi Editore), in cui si fa chiaro il significato delle riflessioni di Thiel su Anticristo e </span><em><span>katechon</span></em><span>. Una posizione elaborata ai vertici di Palantir &#8211; una piattaforma di IA che nasce nel 2003 per combattere il terrorismo attraverso tecniche di sorveglianza e riconoscimento, e che ora lavora in simbiosi col governo degli USA &#8211; e riassunta nei </span><em><span>Ventidue punti </span></em><span>pubblicati su X, nei quali la tecnica assume il ruolo centrale in una politica costruita su logiche identitarie, di intolleranza, di pervasivo controllo sociale, di guerra incessante, di aperto dominio.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La modernit&#224; &#232; un mondo onirico, confuso &#8211; un mondo elettronico che assomiglia ai giochi di guerra in ambiente fantasy (Dario Bassani, </span><em><span>Giocare alla guerra</span></em><span>, ed. nottetempo): l&#8217;osmosi fra gioco e realt&#224; attraverso l&#8217;elettronica &#232; teorizzata e praticata da un imprenditore di </span><em><span>videogames</span></em><span> come Palmer Luckey, vicino all&#8217;estrema destra americana, propugnatore della costruzione, in chiave di deterrenza, di un arsenale fondato sulla IA. Ma questa scoperta, che potrebbe essere una critica, non porta in realt&#224; alla ricerca di un chiarimento razionale: anzi, la strada scelta da Palantir (cio&#232; dal suo doppio vertice, da Thiel e da Karp) &#232; di accettare e riconoscere tanto la tecnologia come destino intrascendibile (che ha la stessa evidenza e consistenza di Dio, spirituale e materiale, virtuale e concreto) quanto la cecit&#224; morale e politica come inevitabile: </span><strong><span>una teo-tecnologia in auto-movimento, che travalica ogni umanesimo e anche lo stesso liberismo</span></strong><span> (la concorrenza &#232; un principio obsoleto, perch&#233; pregiudica la potenza), in cui si esprime un perenne e inesorabile conflitto contro un Altro.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A costituire il filo della realt&#224; c&#8217;&#232; insomma solo l&#8217;esperienza empirica che esiste un Altro; e ci&#242; &#232; sufficiente per combatterlo. Il conflitto &#232; una coazione interna al mondo contemporaneo: la costruzione anticipata di robot assassini, di killer automatici guidati dalla IA, &#232; resa obbligata dalla certezza che li costruir&#224; anche l&#8217;Altro, in un </span><em><span>loop</span></em><span> paranoico da Guerra fredda, resa pi&#249; realistica dal fatto che le armi atomiche non sembrano coinvolte, almeno per ora, nel nuovo modello bellico-tecnologico. La decisione per il conflitto non &#232; morale ma esistenziale: l&#8217;Altro &#232; del tutto simile a Noi (stessi microchip, stesse bombe atomiche, stessa volont&#224; di potenza), e proprio per questo &#232; una minaccia assoluta per il complesso teo-tecnologico in guerra contro il simile-dissimile. L&#8217;unico obbligo morale &#232; quello che hanno il cittadino e l&#8217;imprenditore, di essere fedeli al proprio complesso teo-tecnologico in guerra perenne.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Insomma, </span><strong><span>la tecnica pur onnisciente non conosce il bene e il male, ma anzich&#233; lasciare posto alla morale e alla politica come nel modello classico e anzich&#233; proporsi come esecuzione umana di un comando divino di pace, come in Hobbes, agisce occupando l&#8217;intera scena esperienziale</span></strong><span> (trasformata in una osmosi di virtualit&#224; e concretezza) e sostituisce di fatto la morale con la decisione e la pace con la guerra identitaria &#8211; l&#8217;identit&#224; occidentale che dovrebbe essere difesa risulta invece del tutto sfigurata, tutta virata sulla violenza e sulla paura (che della storia dell&#8217;Occidente sono indubbiamente parte, ma che ormai sono divenute il tutto).</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Il complesso teo-tecnologico si pone, in sintesi, come immanenza priva di alternative e di legittimazione che non sia la propria onniscienza, la propria onnipotenza, la propria onni-belligeranza</span></strong><span>. Non deriva da Dio n&#233; in quanto disobbedienza n&#233; in quanto obbedienza: &#232; propriamente un dio, ma non &#232; il Dio della pace e dell&#8217;ordine. &#200; un dio in cui alberga e si manifesta la </span><em><span>complexio</span></em><span> </span><em><span>oppositorum</span></em><span> del nostro tempo: il bene e il male, il </span><em><span>katechon</span></em><span> e l&#8217;Anticristo, l&#8217;identit&#224; e il nemico sfumano l&#8217;uno nell&#8217;altro senza mai trovare pace, senza mai darsi tregua. La frenesia superomistica &#232; superata in una cupa onirica coazione collettiva, in un incubo elettronico. Palantir &#232; teologia politica della tecnica tanto come presenza necessaria quanto come contingenza: non c&#8217;&#232; posto per l&#8217;uomo e nemmeno per il superuomo. &#200; come se l&#8217;ultima figura della </span><em><span>hybris </span></em><span>umana</span><em><span>, </span></em><span>la teo-tecnologia</span><em><span>, </span></em><span>punisse s&#233; stessa cancellando il proprio autore.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Naturalmente, stiamo parlando di quella che &#232; soltanto una potente ideologia, un&#8217;auto-narrazione legittimante della seconda fase della postdemocrazia &#8211; che dopo essersi presentata come euforia economica si atteggia ora, nella crisi della globalizzazione, come disforia armata. </span><strong><span>Questo Anticristo che sta progressivamente perdendo il volto benevolo, questo dio della tecnica e della guerra, &#232; l&#8217;autodivinizzazione di un processo molto concreto, ossia della nuova alleanza fra scienza, tecnologia, economia e politica</span></strong><span>, del nuovo blocco di potere aggressivo che si &#232; saldato tra tycoon dell&#8217;elettronica e istituzioni politiche virate verso il populismo. Un blocco di potere che in realt&#224; non &#232; escatologico perch&#233; non indica alcuna finalit&#224; oltre s&#233; stesso, e che &#232; apocalittico solo in quanto svela apertamente il significato materiale della surrogazione teo-tecnologica della soggettivit&#224; e della democrazia nella guerra. Cessata da tempo la partecipazione politica, tramontato il sogno della partecipazione delle masse agli utili economici del neoliberismo, quello che resta &#232; la partecipazione collettiva alla mobilitazione totale permanente, nel nome della paura permanente. Nel corpo virtuale del dio guerriero onnisciente e onnipotente che chiede obbedienza non per la pace ma per la guerra si chiude ai nostri giorni il cerchio aperto dalla tecnica antica, punita da dio perch&#233; portatrice di </span><em><span>hybris, </span></em><span>e proseguito nella tecnica moderna, portatrice di pace in obbedienza a Dio.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Davanti a questa Babele in cui di chiaro c&#8217;&#232; solo la cupa volont&#224; di potenza di &#8220;pochi tiranni&#8221;, non c&#8217;&#232; da meravigliarsi che il regnante pontefice, Leone XIV, nella sua prima enciclica abbia voluto dare all&#8217;uomo ci&#242; che &#232; dell&#8217;uomo, a Dio ci&#242; che &#232; di Dio, e alla tecnica il suo ruolo, centrale ma non autonomo n&#233; esclusivo. Una lezione di umanesimo razionale da parte del capo di una religione, che cerca di raddrizzare il carro rovesciato del razionalismo moderno.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I nuovi sofisti dell’AI]]></title><description><![CDATA[di Danilo Breschi (Universit&#224; degli Studi Internazionali di Roma &#8211; UNINT)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/i-nuovi-sofisti-dellai</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/i-nuovi-sofisti-dellai</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 06 Aug 2026 07:09:13 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/80861783-8802-45f1-b28c-af1687baa8d0_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>La rigorosa e appassionata analisi che propone </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza"><span>Sergio Belardinelli</span></a><span> nel suo intervento di apertura a questo nuovo focus di &#8220;Lisander&#8221; ha il merito di svelare la vera natura del pensiero di Peter Thiel, grande imprenditore della Silicon Valley, un investitore visionario nel campo dell&#8217;intelligenza artificiale appassionato anche di filosofia e teologia. Il co-fondatore di PayPal e Palantir (un software privato che raccoglie miliardi di dati per prevedere i crimini e guidare le azioni militari) utilizza Carl Schmitt, Leo Strauss e Ren&#233; Girard per giustificare un decisionismo tecnologico contrario al realismo cristiano, anche se da quest&#8217;ultimo mutua certe parole e figure teologiche di grande richiamo anche per i non credenti. Alla ricostruzione filosofica operata da Belardinelli potrebbe risultare utile aggiungere un esame politologico e sociologico dei meccanismi discorsivi adoperati da Thiel. Prover&#242; a farlo nel breve spazio a disposizione.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per comprendere l&#8217;ipocrisia di fondo delle tesi del magnate americano occorre smontarne la meccanica argomentativa. A tal fine, ritengo possa aiutarci la metodologia elaborata a suo tempo da Albert O. Hirschman nel saggio del 1991 intitolato </span><em><span>Retoriche dell&#8217;intransigenza. Perversit&#224;, futilit&#224;, messa a repentaglio</span></em><span>. </span><strong><span>Lo scienziato sociale americano proponeva un&#8217;analisi degli stili argomentativi tipici del discorso reazionario, estendendola poi, per simmetria, a quello progressista</span></strong><span>. Hirschman individuava tre costanti retoriche, tre schemi logici e linguistici che vengono sistematicamente adottati, da due secoli a questa parte, per disinnescare ogni tentativo di riforma sociale, politica o economica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il primo schema si fonda sulla tesi della perversit&#224;. Secondo tale assunto, si ritiene che qualsiasi azione intrapresa per raggiungere un determinato obiettivo sociale produrr&#224;, per una sorta di eterogenesi dei fini, l&#8217;esatto contrario del risultato sperato. L&#8217;intervento redistributivo dello Stato, ad esempio, non ridurrebbe la povert&#224;, ma la incentiverebbe premiando l&#8217;ozio. Il secondo schema &#232; la tesi della futilit&#224;. In questo caso, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione riformatrice viene negata alla radice: i mutamenti proposti sono considerati puramente di facciata, incapaci di scalfire le leggi profonde e immutabili che regolano la societ&#224; umana. Pertanto, ogni tentativo di progresso &#232; uno sforzo inutile, destinato a infrangersi contro l&#8217;immodificabile natura delle cose, di per s&#233; statica. Il terzo schema retorico &#232; la tesi della messa a repentaglio. Non si nega la bont&#224; o la fattibilit&#224; della riforma, ma si sostiene che il suo costo sociale sia sproporzionato. Ad esempio, l&#8217;introduzione di un nuovo diritto metterebbe fatalmente in pericolo conquiste civili e istituzionali precedenti, pi&#249; preziose e consolidate.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Secondo Hirschman a ciascuno dei tre schemi argomentativi addotti dal conservatore corrisponde uno specifico tipo di retorica progressista, perfettamente speculare. Contro la tesi dell&#8217;effetto perverso si argomenta che i rischi dell&#8217;inazione sono infinitamente superiori a quelli del cambiamento. Alla tesi della futilit&#224; si replica con il dogma del progresso inteso come necessit&#224; storica, un processo inarrestabile di miglioramento. Opporsi alle riforme, quali che siano, risulterebbe pertanto una masochistica forma di luddismo, la difesa pregiudiziale e miope di privilegi e rendite di posizione. In risposta, invece, allo schema della messa a repentaglio i progressisti sostengono l&#8217;argomento della sinergia, o del mutuo sostegno, per cui le riforme si rafforzano a vicenda, non distruggono il passato ma lo completano, creando un sistema migliore e integrato. Messi a confronto gli argomenti degli uni e degli altri, </span><strong><span>ne esce fuori un dialogo tra sordi, perch&#233; l&#8217;ideologia prevale sulla valutazione pragmatica dei costi e dei benefici</span></strong><span>. A rimetterci &#232; la societ&#224; intera.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; esattamente entro questa chiave di lettura che conviene collocare le tesi recentemente espresse da Thiel nel corso di un ciclo di conferenze riservate, tenutesi tra San Francisco e Roma. Mescolando appunto Schmitt, Girard e i sermoni ottocenteschi di John Henry Newman, </span><strong><span>l&#8217;imprenditore ha formulato una sua personale escatologia, pi&#249; precisamente una filosofia della storia finalizzata a interpretare lo stallo dello sviluppo tecnologico e istituzionale contemporaneo</span></strong><span>. Di qui l&#8217;uso politico di concetti religiosi.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per Thiel saremmo stretti tra Scilla e Cariddi. Da un lato, l&#8217;Apocalisse, che si presenta come orizzonte storico molto concreto, addirittura imminente. La civilt&#224; sarebbe minacciata dal sempre pi&#249; probabile connubio tra l&#8217;immutata natura violenta dell&#8217;uomo e l&#8217;accresciuta distruttivit&#224; della tecnologia contemporanea. Dall&#8217;altro lato, questo pericolo effettivo verrebbe sfruttato dal nuovo Anticristo, rappresentato dall&#8217;ordine politico sovranazionale, con istituzioni tipo l&#8217;Unione europea e l&#8217;Onu. Agitando le paure collettive facilmente suscitate dall&#8217;intelligenza artificiale incontrollata o dal cambiamento climatico, troverebbe giustificazione un governo mondiale centralizzato. Come risposta, </span><strong><span>Thiel propone di accelerare l&#8217;innovazione tecnologica senza porre alcun freno etico, perch&#233;, a suo avviso, &#232; meglio accettare il rischio delle divisioni geopolitiche e dello scontro aperto pur di scongiurare l&#8217;Anticristo di un superstato globale</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Viste tramite la griglia interpretativa di Hirschman, le tesi di Thiel non presentano alcuna originalit&#224; profetica. Piuttosto rivelano un&#8217;argomentazione interamente ripiegata sulle logiche dell&#8217;intransigenza. </span><strong><span>Thiel maschera la retorica reazionaria con richiami costanti alla difesa della libert&#224; e al progresso</span></strong><span>. La sua equazione che assimila la regolamentazione dell&#8217;intelligenza artificiale o le politiche di mitigazione climatica all&#8217;avvento di un totalitarismo anticristico &#232; una declinazione iperbolica della tesi della perversit&#224;. Un esempio del tipo di argomentazione addotta da Thiel: da parte europea si vorrebbe perseguire il bene con documenti tipo l&#8217;AI Act, entrato in vigore nell&#8217;agosto 2024, ma nei fatti si finisce per alimentare il male assoluto. Il dibattito pubblico sui limiti etici della tecnica viene per&#242;, in tal modo, sottratto all&#8217;analisi dei dati e trasfigurato in una sorta di scontro cosmico, manicheo. Invece di dire che regolare l&#8217;IA potrebbe rallentare l&#8217;economia, Thiel dice che ci porter&#224; all&#8217;</span><strong><span>Anticristo e alla schiavit&#249; globale</span></strong><span>. Questa non &#232; un&#8217;analisi misurata, ma un&#8217;evidente esagerazione retorica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A questo tipo di argomento si affianca poi la tesi della futilit&#224;, diretta contro l&#8217;impianto giuridico degli Stati nazionali. Thiel bolla le leggi e i regolamenti antitrust come strumenti velleitari e strutturalmente inefficienti di fronte alla velocit&#224; della rivoluzione digitale, cosicch&#233; la politica democratica tradizionale non avrebbe le competenze n&#233; la forza strutturale per governare la modernit&#224;. L&#8217;intervento regolatorio pubblico &#232; dunque liquidato come del tutto inutile. Ed &#232; proprio qui che scatta l&#8217;argomento retorico della messa a repentaglio. Se l&#8217;intervento dello Stato &#232; futile per governare il futuro, diventa invece letale per il presente: l&#8217;eccesso di cautela giuridica e la ricerca del consenso multilaterale metterebbero a repentaglio l&#8217;unica vera risorsa salvifica dell&#8217;Occidente, ossia l&#8217;innovazione tecnologica illimitata. Per non correre questo rischio e bloccare le spinte centrifughe della societ&#224; globale, </span><strong><span>Thiel teorizza che solo la concentrazione monopolistica dei colossi tecnologici privati possa esercitare quella funzione frenante, il </span></strong><em><strong><span>Katechon</span></strong></em><span>, che &#232; la figura escatologica giustamente ricordata da Belardinelli.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>L&#8217;analisi di Hirschman, insomma, demistifica il mito californiano</span><strong><span>. Thiel non &#232; un profeta del futuro, ma un sofista reazionario vecchio stampo che applica schemi mentali del passato alle tecnologie del domani</span></strong><span>. Ci&#242; che tuttavia rende il suo discorso un esempio supremo di retorica intransigente &#232; la sua capacit&#224; di incorporare astutamente anche lo schema progressista simmetrico: la tesi del disastro imminente. Inoltre, il magnate del digitale adotta anche una strategia che attinge a piene mani al repertorio della sofistica dell&#8217;antica Grecia, che riduceva la giustizia alla legge del pi&#249; forte. Mescola le carte per confondere gli osservatori, ma la retorica impiegata da Thiel non &#232; altro che una collaudata tecnica di persuasione che sfrutta la paura collettiva per far sembrare inevitabile e necessaria la sottomissione al potere della tecnologia.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il ragionamento thieliano svela definitivamente la sua reale natura se posto a confronto con una classica parabola letteraria del nichilismo e della rinuncia alla libert&#224;, ossia la dostoevskiana </span><em><span>Leggenda del Grande Inquisitore</span></em><span>. Quest&#8217;ultimo, a suo dire, troverebbe la sua incarnazione attuale nello &#8220;Stato terapeutico&#8221; o nelle agenzie sovranazionali. Appellandole in tal modo, Thiel ha buon gioco nell&#8217;accusare welfare, Ue, Onu e istituzioni similari di comprimere drasticamente le libert&#224; dei popoli in cambio di una falsa promessa di pace e di sicurezza. Ma questo &#232; solo un artificio retorico per nascondere il vero Inquisitore, che stavolta veste panni tecnocratici e scientisti come s&#8217;addice a un&#8217;epoca che ha certificato la morte di Dio come paradigma collettivo. </span><strong><span>Attraverso l&#8217;infrastruttura di Palantir e i suoi sistemi di sorveglianza predittiva, la Repubblica dei cittadini viene sostituita da una struttura algoritmica a cui l&#8217;individuo &#232; invitato a cedere i propri diritti in cambio di una prevedibilit&#224; perfetta</span></strong><span>. &#200; il paradosso di un nuovo dispotismo tecnologico che si afferma proprio agitando lo spauracchio di quel &#8220;dispotismo mite&#8221; dello Stato che Tocqueville paventava negli anni Trenta dell&#8217;Ottocento. Thiel mette in atto un abile stratagemma logico e linguistico per farci finire dalla padella alla brace.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Peter Thiel vorrebbe agire come una sorta di burattinaio nichilista. Il suo cinismo elevato a metodo scientifico ricorda la figura di un altro spietato personaggio dostoevskiano, il P&#235;tr Verchovenskij del romanzo </span><em><span>I dem&#242;ni</span></em><span>. Anche il magnate americano cerca di accelerare il collasso dei governi e dei legami sociali attraverso l&#8217;uso massiccio della propaganda. Il suo obiettivo &#232; creare quel tanto di caos che giustifichi il richiamo all&#8217;autorit&#224; assoluta di nuovi &#8220;fondatori eroici&#8221;, ovvero i leader tecnologici della Silicon Valley, pronti a mettere a disposizione le loro piattaforme digitali per realizzare lo scambio tra libert&#224; e sicurezza.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A guardare bene, </span><strong><span>siamo di fronte alla vecchia retorica della decadenza che giustifica un potere capace di invertire la rotta e rimettere il segno pi&#249; al corso della storia umana</span></strong><span>. &#200; il sofisma di presentare le regole come le sbarre della prigione, mentre lo sviluppo di macchine presentate come autopropulsive costituirebbe la liberazione di donne e uomini dalle pastoie della burocrazia. Di nuovo un ribaltamento sofistico. Apparir&#224; a tutti evidente come gli argomenti di Thiel possano esercitare un certo fascino e attrarre le nutrite schiere di nostalgici di et&#224; dell&#8217;oro mai viste, eppure sempre anelate da intellettuali insoddisfatti, cresciuti dal secondo dopoguerra a oggi, generazione dopo generazione, nel culto della critica per la critica e nel pregiudizio antimoderno e antioccidentale di destra o di sinistra. Thiel unisce gli estremismi in una facile </span><em><span>concordia discors</span></em><span>, gi&#224; vista in altre epoche.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Di fronte a questo Inquisitore algoritmico che si nutre dell&#8217;eterno presente tecnologico, </span><strong><span>il pensiero liberale e la sociologia dei processi culturali indicano nel recupero della </span></strong><em><strong><span>forma mentis</span></strong></em><strong><span> storica il primo, insostituibile antidoto</span></strong><span>. La storicizzazione dei processi denaturalizza l&#8217;inevitabilit&#224; millantata da Thiel, rammentando alle nuove generazioni che le infrastrutture della Silicon Valley sono il prodotto di contingenze economiche e scelte umane, non di una necessit&#224; del destino. A supporto di quest&#8217;azione di recupero, l&#8217;intero sistema educativo, dalla scuola all&#8217;universit&#224;, dovrebbe reindirizzarsi verso il dialogo critico e il confronto diretto tra ipotesi alternative, sul modello della lezione socratica. L&#8217;esercizio al dubbio, la lettura attiva in aula dei classici del pensiero e della narrativa possono sottrarre l&#8217;intelligenza critica all&#8217;anestesia provocata dal ricorso ossessivo e compulsivo delle applicazioni digitali. Ovviamente, il momento educativo &#232; condizione necessaria ma non sufficiente.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Creando una falsa alternativa, Thiel opera una sistematica svalutazione del compromesso liberale e della deliberazione razionale. Il suo obiettivo &#232; rendere il potere dei colossi tecnologici del tutto impermeabile a qualsiasi scrutinio pubblico. E cos&#236; il nuovo sofista dell&#8217;AI finisce per essere smascherato dalla saggezza evangelica: Thiel induce a guardare la pagliuzza nell&#8217;occhio altrui per non farci vedere la trave che porta nel proprio e alla quale rischia di inchiodarci se indugiamo nella retorica dell&#8217;apocalisse imminente. </span><strong><span>Le vie della Storia sono infinite, finch&#233; gli umani saranno liberi di pensare e criticare attingendo a fonti le pi&#249; diverse e alternative tra loro. Occorre attrezzarsi politicamente per resistere all&#8217;ennesima tentazione oligarchica, quasi sempre premessa o aspirazione per una soluzione monopolistica</span></strong><span>. Ci si salva solo diventando e restando padroni di se stessi. La democrazia pluralistica presuppone una societ&#224; di individui che reclamano con forza una tutela legale collettiva alla loro sovranit&#224;. La ricerca della felicit&#224; resta prerogativa del singolo, ma senza una protezione pubblica, dunque sottoposta al controllo dei governati, la libert&#224; senza regole &#232; facile preda del tutore ortopedico di turno. Per evitare di farsi guidare, bisogna imparare a scegliere.</span></p><p><span>Nella tecno-utopia vagheggiata da Thiel, costituita da una ragnatela globale di microstati privati e sovrani, ciascuno monopolista di un&#8217;infrastruttura strategica, le decisioni non possono che essere immediate perch&#233; sotto il ricatto dell&#8217;imminente Apocalisse. Cosa c&#8217;&#232; di meglio di risposte preconfezionate da piattaforme digitali? Questo &#232; ancor pi&#249; vero se, come il magnate della Silicon Valley, si ritiene che democrazia e libert&#224; non siano pi&#249; compatibili. Per chi invece ancora le ritiene combinabili in assetti politici davvero pluralistici e repubblicani la principale contromossa resta l&#8217;adozione del metodo istituzionale proposto da Luigi Einaudi e riassunto nella sua celebre formula &#8220;prima conoscere, poi discutere, poi deliberare&#8221;. </span><strong><span>Rispetto al tecno-feudalesimo di Thiel, la democrazia einaudiana esige la pazienza dello studio dei dati, la fatica del dibattito pubblico e la ponderazione pragmatica degli effetti delle riforme</span></strong><span>. Pazienza, fatica, ponderazione, informazione, consapevolezza, responsabilit&#224;, coraggio: sono le prime virt&#249; richieste a ciascuno di noi per abitare e far prosperare la citt&#224; del buongoverno.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'occidentalismo apocalittico di Peter Thiel]]></title><description><![CDATA[di Massimo De Angelis]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/loccidentalismo-apocalittico-di-peter</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/loccidentalismo-apocalittico-di-peter</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 30 Jul 2026 05:44:35 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1af6b4e6-bb72-4e94-ac93-4416b954bdee_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Quello di Peter Thiel &#232; un pensiero difficile. Difficile perch&#233; Thiel non &#232; filosofo di professione. Afferra i pensieri che attraversa per dominare il mondo di oggi. Difficile anche, soprattutto per noi europei, perch&#233; il suo pensiero politico &#232; anche teologia politica. E noi europei abbiamo trascurato e anzi anatemizzato la teologia (e la filosofia) politica chiudendoci nelle anguste stanze della politologia, della filosofia del diritto, della geopolitica.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Come si potrebbe definire Thiel? Pensatore occidentale e cristiano, a suo modo, e conoscitore di prima mano della tecnologia come destino</span></strong><span>. Cristiano in primo luogo perch&#233; parte e pone al centro il Male nella storia. Male non come assenza di bene talch&#233; basta resistere a esso, ma come realt&#224; che richiede lotta. &#200; questa una scelta concettuale decisiva. Qualcosa che il progressismo cattolico, oggi dominante almeno in Europa, fa fatica a seguire.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>C&#8217;&#232; un punto da cui occorre prendere le mosse per comprendere il pensiero di Thiel, perch&#233; &#232; il suo inizio</span></strong><span>. L&#8217;inizio &#232; l&#8217;11 settembre 2001: uno spartiacque. L&#8217;approdo potrebbe essere il 7 ottobre 2023. Anche qui. Il peso e il senso di quegli eventi sono drammaticamente diversi, in Usa e in Israele, rispetto all&#8217;Europa.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Per l&#8217;Europa si &#232; trattato di attacchi brutali ma infine di una parentesi</span></strong><span>. Per alcuni persino in parte giustificata. </span><strong><span>Per Usa e Israele si tratta del manifestarsi di una volont&#224; di annientamento della violenza islamista</span></strong><span>. Cambio d&#8217;epoca. Punto e a capo. Se non si parte di qui non si capisce Thiel e non si comprendono tante altre cose che avvengono in America e in Israele.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Qui compare in Thiel un primo riferimento di pensiero: John Locke. Questi ha spinto l&#8217;Occidente, in nome di pace, sicurezza e prosperit&#224;, e sotto la parola d&#8217;ordine della laicit&#224;, a mettere tra parentesi in politica le cose che pi&#249; contano per l&#8217;uomo: il senso dell&#8217;esistenza, la virt&#249;, la natura stessa dell&#8217;essere umano. Perci&#242; egli pu&#242; essere considerato, secondo Thiel, padre spirituale degli Stati Uniti (e dell&#8217;Occidente). Ebbene, </span><strong><span>il 2001 demolisce i presupposti di Locke e di tutto l&#8217;illuminismo europeo</span></strong><span>. O meglio, come vedremo, non di tutto ma di quello umanistico-progressivo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Seguendo John Locke, l&#8217;Occidente ha messo al centro l&#8217;</span><em><span>homo oeconomicus</span></em><span> (e </span><em><span>technologicus)</span></em><span> favorendo traffici e benessere economico ma producendo anche germi sempre pi&#249; evidenti di decadenza: quella parabola di disinteresse e distruzione della morale mirabilmente descritta da Alasdair MacIntyre nel suo </span><em><span>Dopo la virt&#249;</span></em><span>. Con lui si afferma una laicit&#224; radicale che pone come fine assoluto dell&#8217;uomo </span><em><span>la libert&#224;</span></em><span> e non </span><em><span>la virt&#249;</span></em><span>. Altra scelta fatale. </span><strong><span>Una parabola per cui siamo liberi senza pi&#249; sapere perch&#233; siamo liberi</span></strong><span>, rischiando la ri-animalizzazione di cui parla Thiel, ricavandola da Alexandre Kojeve, ma che rimanda innanzitutto a Friedrich Nietzsche e al suo </span><em><span>L&#8217;ultimo uomo</span></em><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Sullo sfondo di tutte queste tendenze decadenti vi &#232; il miraggio della fine della storia. Ma &#232; proprio qui, sul modo di intendere la laicit&#224; e sull&#8217;illusione della fine della storia, che le due sponde dell&#8217;Atlantico si stanno allontanando sempre di pi&#249;. E </span><strong><span>la diversa interpretazione dell&#8217;11 settembre e poi del 7 ottobre apre una voragine dentro l&#8217;Occidente</span></strong><span>. Perci&#242; sono eventi epocali.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La jihad islamica, fenomeno storico imponente secondo Thiel &#8211; altro che rivolta degli ultimi &#8211; colpisce un Occidente moralmente e intellettualmente debole e panciuto. Nel mezzo vi &#232; il grande fenomeno dell&#8217;immigrazione che l&#8217;Europa e la Chiesa cattolica, col loro umanitarismo terminale, non comprendono nella sua portata storica per la minaccia che rappresenta. Eppure dovrebbe esser chiaro che quando Londra e Parigi hanno una popolazione per met&#224; autoctona e per met&#224; immigrata da una o due generazioni perlopi&#249; islamica non si tratta pi&#249; di ospitalit&#224; ma di tutt&#8217;altra cosa. Rispetto alla sfida islamica Thiel sembra affidarsi a Carl Schmitt e al suo &#8220;amico-nemico&#8221;.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Questa contrapposizione -  e la lotta che ne discende - &#232; una regolarit&#224; dell&#8217;uomo storico che ha al suo fondo la presenza, nella storia, del conflitto tra Bene e Male. Pu&#242; essere contenuta, non eliminata</span></strong><span>. Perci&#242; &#232; &#171;l&#8217;alternativa estrema a Locke e a tutto l&#8217;illuminismo&#187;. Seguendo Schmitt e riaffermando perci&#242; il primato del &#8220;politico&#8221; si pu&#242; contrastare &#8220;una sconfitta imminente&#8221;. Qui sembrerebbe che Thiel veda nella guerra l&#8217;unica e definitiva soluzione. Ma non &#232; cos&#236;. Il suo pensiero &#232; pi&#249; complesso e oscillante. E infatti: &#171;se si condividono le ipotesi di partenza di Schmitt &#8211; dice Thiel &#8211; allora l&#8217;Occidente deve perdere la guerra o la propria identit&#224;&#187;. Un dilemma tragico. Che fare dunque? Per comprendere come Thiel veda la cosa, due sono i tornanti da percorrere. Il primo &#232; </span><strong><span>il punto di partenza: la presenza decisiva del Male nella storia</span></strong><span>. Qui incontriamo Ren&#233; Girard, il maestro di pensiero di Thiel.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>All&#8217;origine dell&#8217;uomo vi &#232; la violenza</span></strong><span>. Non Rousseau e la natura buona. Semmai la natura decaduta sotto il segno del peccato originale come vuole Sant&#8217;Agostino, non quella sostanzialmente buona del gesuitismo e del cattolicesimo progressista contemporaneo. Qui c&#8217;&#232; uno scontro nel cattolicesimo sulla lettura della storia che non ha nulla a che vedere con la disputa tra tradizionalisti e innovatori e che deve venire a galla attraverso una seria disputa di teologia politica che da troppo tempo manca. Tutto ha dentro violenza. A cominciare, certo, dalla tecnica e dal potere politico. Non si tratta di realismo come ideologia ma come intelligenza delle cose reali.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A questo punto il pensiero di Thiel si misura con quanto viene dopo la svolta dell&#8217;11 settembre. E col futuro. Si potrebbe vedere qualcosa di quasi provvidenziale in quell&#8217;evento perch&#233; ha reso possibile all&#8217;Occidente, a una sua parte, di aprire gli occhi. Qui diviene cruciale la visuale concessa a Thiel dal suo essere maestro di tecnologia. I prossimi decenni saranno davvero cruciali. La tecnologia dell&#8217;intelligenza artificiale andr&#224; a mille. Cos&#236; come le biotecnologie.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Come scrive l&#8217;amico e collega di Thiel, Alex Karp, nel </span><em><span>Manifesto di</span></em><span> </span><em><span>Palantir,</span></em><span> per decenni la deterrenza &#232; stata legata al nucleare. Presto saremo definitivamente in un&#8217;altra fase storica. Quella delle armi legate all&#8217;intelligenza artificiale. Tutti i problemi legati alla guerra ma anche al terrorismo e alla sicurezza andranno visti in questa prospettiva. Palantir si pu&#242; dire nasce per questo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La tecnologia dell&#8217;IA &#232; ambivalente. Pu&#242; produrre potenza o invece decadenza. Pensiamo a un certo uso degli iPhone o dei videogiochi. Ecco allora il punto. </span><strong><span>L&#8217;Occidente se non vuole perire deve correre pi&#249; veloce degli altri. Non per distruggerli ma per contenerli, posto che la deterrenza, nel mondo della violenza originaria, &#232; l&#8217;unica possibile via della pace</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Qui &#232; ancora da chiarire una cosa. L&#8217;accelerazione tecnologica che Thiel ritiene necessaria &#232; prossima ma non coincide con la filosofia dell&#8217;</span><em><span>accelerazionismo.</span></em><span> Quest&#8217;ultima nasce dentro il pensiero progressista (Deleuze, Guattari) e pensa al postumano e al transumano, ma anche all&#8217;ibridazione oltre che con le macchine con gli animali (le chimere). &#200; un pensiero ostile all&#8217;identit&#224; e volto al trans e al mescolamento. Sul piano degli individui e come vedremo sul piano generale dell&#8217;umanit&#224;. Tutto ci&#242; &#232; molto lontano dal pensiero di Thiel o di Karp.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>E proprio qui si giunge al punto pi&#249; delicato che apre alle ultime riflessioni di Thiel sull&#8217;Apocalisse. </span><strong><span>Noi abbiamo visto come l&#8217;Occidente ha nemici esterni ma anche un nemico interno che nasce da una decadenza che &#232; frutto del modo in cui esso stesso si &#232; autoconcepito a partire dall&#8217;illuminismo. Una decadenza innanzitutto antropologica</span></strong><span>. Nata dal rifiuto di tutte le domande fondamentali. E d&#8217;altra parte abbiamo visto come l&#8217;Occidente non possa pensare di combattere sino alla fine il nemico senza sfigurarsi definitivamente e assomigliare al nemico stesso. Passando cio&#232; dalla decadenza a una sorta di autocancellazione.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Quale &#232; il bivio? Si pu&#242; vedere che la violenza &#232; un dato permanente nella storia dell&#8217;uomo, che l&#8217;11 settembre &#232; manifestazione di questo, esplosione della violenza islamista, si pu&#242; quindi comprendere e accettare l&#8217;indicazione di Papa Ratzinger che la violenza &#232; intrinseca all&#8217;islamismo col quale si deve anche interloquire ma che va contenuto. Oppure si pu&#242; pensare e aspirare all&#8217;uomo post-storico. Che col </span><em><span>politically correct</span></em><span> e il diritto internazionale cancella il Male dalla faccia della terra.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Sul piano antropologico vi &#232; l&#8217;uomo che &#232; un particolare che si apre bens&#236; all&#8217;universale</span></strong><span>, ma che ha identit&#224;, storia, cultura, linguaggio e che attraverso essi si apre all&#8217;altro. &#171;Una antropologia situata&#187; come pure dice Papa Leone. </span><strong><span>Oppure vi &#232; l&#8217;uomo cosmopolita universalista</span></strong><span>, pacifista che risolve l&#8217;enigma della storia: una idea di uomo che &#232; pure ben presente nella Chiesa cattolica e nel suo universalismo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Sul piano generale dell&#8217;ordine mondiale possiamo allora pensare, secondo Carl Schmitt e Huntington, a nazioni e aree di civilt&#224; che si confrontano e si aprono le une alle altre in una realistica mescolanza di scontro e incontro, comunque sulla base della riaffermazione di una specifica identit&#224; di ciascuno. Oppure a un governo mondiale. Quell&#8217;Impero di cui anni fa parlavano Toni Negri e Michael Hardt che governa su una moltitudine di uomini &#8220;enti generici&#8221;. Secondo un&#8217;utopia globalista che &#232; - come abbiamo visto - il regno dell&#8217;uomo ri-animalizzato come dice Kojeve o dell&#8217;ultimo uomo come sostiene Nietzsche.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Qui si colloca il tema dell&#8217;Apocalisse</span></strong><span>. Il riferimento di questa riflessione in Thiel &#232; il pensiero di Solovev. Pensatore cristiano russo che dopo aver a lungo perseguito ideali progressisti, illuministi, universalisti, pacifisti giunge alla conclusione che essi conducono alla menzogna. Perch&#233; non dicono la verit&#224; sull&#8217;uomo. Nascondono che esso &#232; segnato sin dall&#8217;inizio dalla violenza e che pu&#242; essere salvato solo da Cristo, dalla resurrezione e dalla conversione al Dio della vita.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ebbene nel suo racconto dell&#8217;Anticristo, Solovev, ripercorrendo i temi dello scritto neotestamentario, narra come l&#8217;Anticristo sia appunto il Superuomo che per amore di s&#233; ha tradito Dio per Satana e che riesce a creare un&#8217;unione europea come impero mondiale fondato su pace, benessere, pluralismo, uguaglianza. Su un&#8217;ideologia conciliatrice che non esclude nessuno ma include. Su un diritto delle genti alla giustizia e alla pace. Ma non sulla Verit&#224;. Perci&#242; mentre la maggior parte dell&#8217;umanit&#224; e dei cristiani sono disposti a pagare il prezzo della rinuncia alla verit&#224; in nome del benessere, un pugno di cristiani si oppone. Soprattutto si oppongono gli ebrei che si avvedono che il Superuomo, l&#8217;Anticristo, non &#232; il Messia ma la sua copia falsa e alla fine di una dura lotta riescono a sconfiggerlo. Si pensi ai richiami all&#8217;Unione europea oggi e a Israele oggi. Dopo il 7 ottobre. Riferimenti che vanno meditati.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Ebbene il richiamo al tema dell&#8217;Apocalisse oggi da parte di Thiel significa essenzialmente questo. Che viviamo, come direbbe Heidegger, tempi finali ai quali non possiamo sottrarci, come non possiamo sottrarci alla tecnica e al suo nocciolo di violenza umano, troppo umano</span></strong><span>. Perch&#233;, come dice Rilke, l&#8217;uomo &#232; l&#8217;ente arrischiato.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ma non solo questo. E non soprattutto questo. Nell&#8217;Apocalisse vi &#232;, come &#232; noto, la figura del </span><em><span>katechon</span></em><span> che ci viene da Paolo che ne parla nella </span><em><span>Lettera ai Tessalonicesi</span></em><span>. Il </span><em><span>katechon</span></em><span> &#232; colui che trattiene il Male, e quindi l&#8217;Anticristo, rischiando di accogliere in s&#233; il Male. Vi &#232; in proposito una importante catechesi di Joseph Ratzinger dell&#8217;aprile del 2009 in cui egli richiama la tesi di una Chiesa bifronte che include in s&#233; il Bene ma anche il Male. Proprio perch&#233; &#232; </span><em><span>katechon.</span></em><span> &#200; un tema, come si capisce, delicatissimo. Nell&#8217;economia del nostro discorso noi possiamo vedere che vi &#232; chi (i falsi profeti di cui ci parla Ges&#249; nei Vangeli) ci parla di un mondo giusto, di pace e benessere universali che &#232; in realt&#224; una menzogna. Perch&#233; una menzogna? Perch&#233; nasconde anzich&#233; eliminare il nucleo pi&#249; oscuro della storia umana: la violenza. Perch&#233; nasconde la necessit&#224; della lotta al Male e della conversione al bene. Perch&#233; in nome di una laicit&#224; ipocrita nasconde la vera essenza dell&#8217;uomo che &#232; la libert&#224; nella verit&#224;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>E allora. Il presagio di tempi finali (tecnologici ambientali, bellici), la paura che ne deriva, pu&#242; farci cercare pace e sicurezza nella </span><em><span>Cattedrale progressista</span></em><span> di cui parla Curtis Yarvin. Quella rete informale di universit&#224;, media, agenzie governative, organizzazioni internazionali e simposi alla Bilderberg che funzionano oggi come Chiesa secolare e che ci chiedono di sottometterci a loro se vogliamo pace e sicurezza. Di sottometterci a un governo mondiale woke, laico naturalmente, che mette tra parentesi l&#8217;identit&#224; dell&#8217;uomo perch&#233; ci chiede di diventare nietzscheanamente ultimi uomini. Una prospettiva fallimentare perch&#233; la violenza degli altri non sar&#224; eliminata ma solo nascosta e prima o poi esploder&#224;.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Venendo al nostro mondo, qui si parla del </span></strong><em><strong><span>katechon</span></strong></em><strong><span> cattivo nel senso che ha gi&#224; introiettato in s&#233; l&#8217;Anticristo. Vi &#232; poi il </span></strong><em><strong><span>katechon </span></strong></em><strong><span>buono</span></strong><span>, il quale riconosce e denuncia la violenza e la contiene anche attraverso la forza, che &#232; prossima alla pura violenza ma non si identifica con essa e che dunque va adoperata con misura per non costringersi a diventare come i nostri nemici.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>L&#8217; America di questi ultimi tempi &#8211; e questo Thiel non se lo nasconde &#8211; potrebbe essere protagonista sia del regno dell&#8217;Anticristo, e grazie alla sua preponderante potenza tecnologica dar vita all&#8217;impero mondiale, oppure potrebbe dar vita, in nome della vera libert&#224;, alla lotta contro di esso. Si potrebbe pensare allo scontro tra l&#8217;America di Biden, fautrice dell&#8217;unipolarismo americano, del progressismo e della fine della storia, e quella identitaria di Trump. E non si sbaglierebbe. Ma il dilemma americano &#232; pi&#249; nel profondo. E non riguarda in realt&#224; solo l&#8217;America. </span><strong><span>L&#8217;Europa del diritto internazionale e della pace che cosa &#232; se non un cattivo </span></strong><em><strong><span>katechon</span></strong></em><span>, </span><strong><span>proprio perch&#233; si nasconde e</span></strong><span> </span><strong><span>nasconde la realt&#224; dell&#8217;uomo e della sua storia? La pace nasce dalla relazione uomo-Dio-uomo oppure &#232; finta pace</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ges&#249; nei Vangeli dice che ha portato nel mondo la spada perch&#233; sa che il Male &#232; principe di questo mondo. Perci&#242; non si chiede: quando ritorner&#242; nel mondo trover&#242; la pace? Ma: quando torner&#242; trover&#242; la fede? Trover&#242; l&#8217;uomo, il vero uomo, potremmo dire. Forse la domanda &#232; una sola.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il canone di Peter Thiel]]></title><description><![CDATA[di Marco Dotti (Universit&#224; di Pavia)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/il-canone-di-peter-thiel</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/il-canone-di-peter-thiel</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 23 Jul 2026 05:43:21 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f419cb24-fd88-4911-a927-81578175fcf4_1731x909.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nelle sue conferenze sull&#8217;Anticristo, Peter Thiel ha disposto in fila quattro secoli di letteratura, da Bacone e Swift fino a <em>Watchmen</em> e <em>One</em> <em>Piece</em>, leggendo un fumetto e un manga con la seriet&#224; che un teologo medievale riservava ai profeti. Dietro l&#8217;apparente stravaganza c&#8217;&#232; <strong>un&#8217;operazione precisa: spostare la disputa escatologica dove oggi si forma il senso comune, e procurarsi un canone su misura</strong>. Storia di una lettura figurale, dei suoi colpi di genio e dei suoi punti ciechi.</p><p style="text-align: justify;">Una punta nera con due occhi, una bocca e una corona governa il mondo da ottocento anni. Si chiama Imu, figura enigmatica. Vive in una terra collocata nel punto pi&#249; alto del pianeta, regna dalla fine di un secolo cancellato dalla storia, il Secolo Vuoto, il cui studio &#232; proibito ai profani, e si serve di cinque vegliardi che si fanno chiamare &#171;santi&#187;. Da quasi trent&#8217;anni milioni di lettori inseguono le rivelazioni con cui Eiichir&#333; Oda, capitolo dopo capitolo, scioglie i misteri di <em>One Piece </em>che, con oltre cinquecento milioni di copie, &#232; il manga pi&#249; venduto di sempre. Tra i suoi esegeti pi&#249; zelanti figura oggi il fondatore di Palantir Technologies, Peter Thiel.</p><p style="text-align: justify;">Al manga Thiel ha dedicato un saggio pubblicato nell&#8217;autunno del 2025 con Sam Wolfe su &#171;First Things&#187;, il mensile del conservatorismo religioso americano fondato nel 1990 dal pastore luterano Richard John Neuhaus, poi sacerdote cattolico, e un passaggio centrale della seconda conferenza romana sull&#8217;Anticristo, il 16 marzo scorso. <strong>Thiel dispone in fila quattro opere, lette come stazioni di un canone carsico, raccolto attorno a una sola domanda: la scienza fianchegger&#224; o rallenter&#224; la venuta dell&#8217;Anticristo?</strong> Ogni opera occupa, parole sue, un quadrante.</p><p style="text-align: justify;">La <em>Nuova Atlantide</em> di Bacone (1626) si colloca nel quadrante pro-scienza e anti-cristiano, i <em>Viaggi di Gulliver</em> di Swift (1726) in quello cristiano ma anti-scientifico, il fumetto <em>Watchmen</em> di Alan Moore (1986-87) in quello anti-scientifico e anti-cristiano. <strong>A </strong><em><strong>One Piece</strong></em><strong> &#232; riservato quello pro-scientifico e pro-cristiano, l&#8217;unico che Thiel sembra rivendicare anche per s&#233;</strong>. La mossa pi&#249; audace dei suoi &#171;sermoni&#187; romani riguarda un canone apparentemente consolidato (Bacon-Swift), che Thiel ribalta servendosi di due &#171;fumetti&#187;: <em>Watchmen</em> e <em>One Piece</em>. I lettori accademici si fermano ai primi due titoli perch&#233; canonizzati come grandi classici, ma commettono due errori simmetrici. Primo errore: li trattano come libri senza tempo, anzich&#233; come strumenti situati. Secondo errore: ignorando le opere meno rispettate dall&#8217;accademia, restano &#171;intrappolati nel XVIII secolo&#187;. Bacone, in altre parole, aiuta a leggere il Seicento assai pi&#249; del presente.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Per tre secoli la disputa resta confinata in questi termini, opponendo la fede a una scienza utopica o viceversa. La torsione, nella lettura di Thiel, arriva nel 1945</strong>. Con Los Alamos l&#8217;immaginario scientifico si rovescia da utopico in apocalittico, e i nuovi profeti dell&#8217;unificazione planetaria invocano un potere globale per fermare la scienza, anzich&#233; per compierla. Thiel li chiama &#171;legionari dell&#8217;Anticristo&#187;. <em><strong>Watchmen</strong></em> nasce in questo clima. Il miliardario Adrian Veidt, alias Ozymandias, inscena una finta invasione aliena, sacrificando milioni di vite e ottenendo in cambio un governo mondiale nel nome di &#171;pace e sicurezza&#187;. &#200; <strong>il prototipo del pacificatore tardomoderno che conquista il potere agitando la paura della fine</strong>. Moore si ritrova qui, senza volerlo, d&#8217;accordo con Carl Schmitt, secondo cui l&#8217;umanit&#224; &#232; incapace di unificarsi politicamente perch&#233; priva di nemici su questo pianeta, e dunque costretta a inventarli.</p><p style="text-align: justify;">In <em><strong>One Piece</strong></em> il sovrano occulto porta il nome di Nerona Imu, eco di Nerone, il cui nome ebraico in ghematria, il computo ebraico delle lettere, vale 666. Letto al contrario, Imu d&#224; &#171;umi&#187;, il mare in giapponese, e ricorda la bestia che sale dalle acque oscure che ristagnano negli abissi. <strong>Thiel ne ricava una storia del regno dell&#8217;Anticristo, a suo giudizio superiore in tutto a quella di Moore, perch&#233; unisce la speranza nella scienza alla speranza cristiana in una liberazione che irrompe dall&#8217;interno della storia</strong>.</p><p style="text-align: justify;">C&#8217;&#232; un punto che anche la migliore letteratura sull&#8217;Anticristo, ha spiegato Thiel nella prima conferenza romana, non &#232; riuscita a cogliere. I due romanzi che la tradizione gli ha dedicato, il racconto di Vladimir Solov&#8217;&#235;v (1900) e <em>Il padrone del mondo</em> di Robert Hugh Benson (1907), ne sono l&#8217;esempio. <strong>In Benson l&#8217;Anticristo seduce il mondo con discorsi ipnotici, in Solov&#8217;&#235;v con un libro &#171;ipnoticamente eloquente&#187;</strong>. In entrambi i casi un deus ex machina demoniaco. Ma nessuno dei due &#8211; ecco il punto &#8211; aveva potuto prefigurare l&#8217;atomica. Quel vuoto lo ha colmato la storia, a Los Alamos. Dopo Hiroshima e Nagasaki, la citt&#224; dei cristiani giapponesi, all&#8217;Anticristo non servono pi&#249; eserciti o armi, basta la paura. Sale al potere parlando di catastrofi imminenti e spaventa l&#8217;umanit&#224; per ottenere il controllo della scienza. Lo stesso Oppenheimer concluse che senza un governo mondiale la pace permanente sarebbe stata impossibile.</p><p style="text-align: justify;">La figura di Solov&#8217;&#235;v merita attenzione, perch&#233; il suo Anticristo &#232; benevolo. Filantropo, pacifista, vegetariano e amico degli animali, &#232; autore di un libro intitolato <em>La via aperta verso la pace e la prosperit&#224; universale</em>. <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza">Sergio Belardinelli</a>, commentando le conferenze di Thiel, ha osservato che a questo seduttore mancava una sola spinta per vincere, e che il nostro tempo gliel&#8217;ha fornita: la paura del futuro &#232; diventata il &#171;propellente ideale&#187; dell&#8217;Anticristo. I suoi eredi tardomoderni gli somigliano per antifrasi. Ozymandias, in <em>Watchmen</em>, &#232; l&#8217;uomo pi&#249; intelligente del mondo, ma &#232; soprattutto il benefattore che salva il pianeta sterminando una citt&#224;. Moore costruisce il personaggio in modo che il lettore fatichi a dargli torto. Come non convenire con chi &#171;dice umanit&#224;&#187;? In <em>One Piece</em> la benevolenza si &#232; fatta istituzione, un Governo Mondiale che siede in una Terra Santa, si affida a vegliardi chiamati santi e custodisce la pace cancellando la storia. Con un&#8217;asimmetria, per&#242;. L&#8217;Anticristo di Solov&#8217;&#235;v seduce in pubblico, Imu regna nascosto. In Moore la maschera benevola appartiene alla persona, in Oda al sistema. Il male, in entrambi i casi, porta i nomi del bene.</p><p style="text-align: justify;">Si dir&#224; che sono forzature, e in parte lo sono. Oda persegue altri fini e il metodo del &#171;teologo-detective&#187; rivendicato da Thiel soffre del vizio tipico delle ermeneutiche del sospetto, dove ogni dettaglio conferma la tesi di partenza. Ma liquidare l&#8217;intera operazione come stravaganza significherebbe rinunciare a capirla. <strong>Pi&#249; che una genealogia in senso moderno, fatta di discontinuit&#224; e contingenze, quella di Thiel &#232; una lettura figurale. Nerone prefigura, Imu compie. Bensalem prefigura, il governo mondiale compie. &#200; l&#8217;ermeneutica tipologica dei Padri, risuscitata e applicata alla cultura di massa</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Il maestro resta Ren&#233; Girard, di cui Thiel fu allievo a Stanford. Girard costru&#236; la teoria mimetica sui romanzieri, trattando Cervantes e Dostoevskij come antropologi pi&#249; affidabili degli antropologi di professione. Thiel estende lo stesso criterio epistemico a un manga il cui forum di discussione conta pi&#249; iscritti di quelli dedicati a Star Wars. La scelta ha una logica ferrea. <strong>Nel 1953 il filosofo Josef Pieper osservava che il nome dell&#8217;Anticristo &#171;suona strano all&#8217;orecchio moderno&#187;. La teologia accademica ha smesso di porre la domanda escatologica, e la domanda &#232; emigrata dove poteva sopravvivere: in ci&#242; che la critica liquida come letteratura &#171;pop&#187;</strong>. I lettori di Oda, che da trent&#8217;anni si affannano su forum e fanzine a decifrare allusioni e profezie disseminate in millecento capitoli, praticano senza saperlo una forma di <em>midrash</em>. Thiel annette quel lavorio collettivo e lo arruola al servizio della propria teologia politica.</p><p style="text-align: justify;">Ultima nota. Alan Moore ha rinnegato ogni appropriazione indebita di <em>Watchmen</em>. La sua requisitoria pi&#249; profonda, per&#242;, riguarda i lettori prima che gli editori. Nel 2022 ha dichiarato al &#171;Guardian&#187; di trovare allarmante che milioni di adulti facciano la fila per personaggi inventati mezzo secolo fa per ragazzini di dodici anni: quell&#8217;infantilizzazione, quella nostalgia di tempi e realt&#224; pi&#249; semplici, era ai suoi occhi &#171;un precursore del fascismo&#187;. I fumetti, ha aggiunto, sono rimasti quel che erano; &#232; stato il pubblico adulto a scendere alla loro et&#224; emotiva, e <em>Watchmen</em> porta una parte di colpa nell&#8217;equivoco. L&#8217;osservazione si lascia rivolgere contro l&#8217;intera operazione di Thiel. Se Moore ha ragione, l&#8217;Armageddon stesso &#232; stato infantilizzato. <strong>La fine del mondo, per secoli materia di predicatori e concili, oggi si consuma come spettacolo seriale, paura addomesticata in capitoli settimanali e finte invasioni aliene. E un pubblico tenuto nell&#8217;infanzia &#232; quello su cui il miracolo politico attecchisce meglio, perch&#233; un bambino spaventato accetta qualunque protettore</strong>. Thiel, che cerca nei fumetti i segni dell&#8217;Anticristo, rischia di trascurare il dato pi&#249; anticristico di tutti&#8230;</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;operazione, dunque, rivela un tratto eversivo e insieme il suo rischio. Il canone carsico serve a procurare un pedigree alla visione di Thiel, a presentare le sue ossessioni come l&#8217;ultimo capitolo di una disputa aperta da Bacone. <strong>Chi controlla il canone controlla la lettura del presente. Resta il fatto che Thiel ha capito prima di molti chierici dove si forma oggi il senso comune. La battaglia per l&#8217;immaginario apocalittico si combatte in quelle storie ignorate dalla critica</strong>. E in quelle storie la posta in gioco &#232; gi&#224; data: quando il Figlio dell&#8217;uomo verr&#224;, trover&#224; la fede sulla terra? Davanti all&#8217;utopia di Ozymandias, alla pace fondata sul massacro, l&#8217;unico che rifiuta &#232; Rorschach, il giustiziere senza grazia che Moore manda a morire nella neve. &#171;Mai compromessi&#187;, dice, &#171;nemmeno di fronte all&#8217;Armageddon&#187;. Thiel, che a Roma ha chiesto di non accontentarsi delle promesse di pace e sicurezza, se in gioco c&#8217;&#232; la libert&#224;, sembra aver trovato in questa figura la sua controparte. Il mondo o niente. Senza compromessi nemmeno di fronte all&#8217;Apocalisse. Piaccia o meno, questa &#232; una sfida &#8211; come non se ne vedevano da tempo.</p><p><em><strong><span>Riferimenti bibliografici</span></strong></em></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, S. Wolfe, </span><em><span>Voyages to the End of the World</span></em><span>, &#171;First Things&#187;, novembre 2025. Online: firstthings.com/voyages-to-the-end-of-the-world (pubblicato il 1&#176; ottobre 2025).</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A. Moore (testi), D. Gibbons (disegni), </span><em><span>Watchmen</span></em><span>, DC Comics, New York 1986&#8211;1987; ed. it. </span><em>Watchmen</em>, trad. di Leonardo Rizzi, Panini Comics, Modena 2022.</p><p style="text-align: justify;">E. Oda, <em>One Piece</em>, Sh&#363;eisha, Tokyo, dal 1997 (in corso); ed. it. <em>One Piece</em>, Star Comics, Perugia, dal 2001, trad. Yupa; in corso di pubblicazione, vol. 113, giugno 2026.</p><p style="text-align: justify;">A. Moore, intervista di Sam Leith, &#171;The Guardian&#187;, 7 ottobre 2022.</p><p style="text-align: justify;">V. Solov&#8217;&#235;v, <em>I tre dialoghi e il racconto dell&#8217;Anticristo</em> (1900); ed. it. a cura di Giovanni Faccioli, Marietti 1820, Genova&#8211;Milano 2007.</p><p style="text-align: justify;"><span>R.H. Benson, </span><em><span>Lord of the World</span></em><span>, Dodd, Mead &amp; Company, New York 1907; ed. it. </span><em>Il padrone del mondo</em>, trad. di Paola Eletta Leoni, Jaca Book, Milano 2008.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Contro il fatalismo apocalittico: la Tranquillitas ordinis come nuovo Katechon]]></title><description><![CDATA[di Flavio Felice (Universit&#224; del Molise)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/contro-il-fatalismo-apocalittico</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/contro-il-fatalismo-apocalittico</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:36:00 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8e31e011-7c6d-4dd2-bdea-862d26f7e12d_822x531.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span>Nel suo saggio, </span><em><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza"><span>Peter Thiel e l&#8217;imminenza/immanenza dell&#8217;apocalisse</span></a></em><span>, Sergio Belardinelli analizza il pensiero del controverso imprenditore e teorico statunitense Peter Thiel, recentemente intervenuto anche a Roma con una serie di seminari dedicati al tema dell&#8217;Anticristo. Le riflessioni di Belardinelli non si limitano per&#242; a ricostruire la visione di Thiel, ma offrono l&#8217;occasione per interrogarsi criticamente sulle sue implicazioni e per individuare una possibile alternativa teorica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Secondo Belardinelli, Thiel &#232; consapevole che l&#8217;Occidente non possa intraprendere nuove crociate senza tradire i principi sui quali si fonda. In termini schmittiani, esso si trova dunque di fronte a un dilemma: se rinuncia a combattere il nemico rischia la sconfitta; se invece mobilita tutta la propria forza per vincerlo, finisce per assomigliargli, smarrendo la propria identit&#224;. Da qui deriva l&#8217;interesse di Thiel per una possibilit&#224; gi&#224; evocata da Carl Schmitt: la fine del &#8220;politico&#8221; inteso come distinzione/tensione amico-nemico.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; proprio su questo terreno che, secondo Belardinelli, il discorso di Thiel assume tratti quasi esoterici. La tecnica contemporanea, e in particolare l&#8217;intelligenza artificiale, appare come il possibile strumento di una centralizzazione globale del potere. </span><strong><span>Ci&#242; che per Schmitt rappresentava l&#8217;orizzonte dell&#8217;Anticristo, capace di promettere pace e sicurezza universali, diviene per Thiel un&#8217;ipotesi da esplorare, all&#8217;interno di quella zona grigia in cui si intrecciano il problema del </span></strong><em><strong><span>Katechon</span></strong></em><strong><span>, la violenza e le forze che attraversano la storia</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Belardinelli prende tuttavia le distanze da questa impostazione. L&#8217;Apocalisse cristiana non annuncia la fine del mondo, bens&#236; la fedelt&#224; della promessa divina e la certezza della Gerusalemme celeste. Per il cristiano, leggere i &#8220;segni dei tempi&#8221; non significa accedere a una conoscenza riservata a pochi iniziati, ma guardare la storia attraverso la persona di Ges&#249; Cristo. Ed &#232;</span><strong><span> proprio questa centralit&#224; di Cristo, sostanzialmente assente nel discorso di Thiel, a distinguere il realismo cristiano, con la sua teodicea, da ogni possibile deriva gnostica</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La storia rimane certamente segnata dal male, dall&#8217;ingiustizia e dalla morte. Eppure il cristianesimo afferma che la morte non avr&#224; l&#8217;ultima parola e invita gli uomini a operare il bene senza presumere che il destino del mondo dipenda esclusivamente da loro. Nulla nella storia &#232; inevitabile. Per questo, sostiene Belardinelli, occorre continuare a contrastare il male anche quando tale impegno appare vano. </span><strong><span>&#200; questa la sola forma di </span></strong><em><strong><span>Katechon</span></strong></em><strong><span> davvero convincente: non il tentativo di arrestare la storia attraverso il potere, ma l&#8217;opera quotidiana di chi anticipa, nelle circostanze concrete dell&#8217;esistenza, la promessa della Gerusalemme celeste</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>L&#8217;interpretazione di Belardinelli si iscrive nella tradizione di un cristianesimo e di una elaborazione della tradizione cristiana, operata dalla moderna Dottrina sociale della Chiesa, che respingono ogni concezione deterministica della storia e pone invece al centro la libert&#224; della persona. Se, come recita la celebre massima attribuita a Thomas Jefferson, &#171;Dio che ci ha dato la vita, ci ha dato anche la libert&#224;&#187;, allora non &#232; possibile comprendere i fenomeni sociali e le istituzioni prescindendo dall&#8217;agire concreto degli uomini che li generano e li trasformano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Muovendo da questa consapevolezza, intendiamo proporre una lettura dell&#8217;azione umana e del divenire storico che, pur partendo dalle intuizioni di Belardinelli, sviluppi ulteriormente la critica a ogni forma di determinismo. </span><strong><span>Contro l&#8217;idea che il progresso segua una traiettoria necessaria e predeterminata, riteniamo che la storia resti sempre aperta alla libert&#224;, all&#8217;errore, al male e all&#8217;imprevisto</span></strong><span>. Nessun sistema politico, culturale o religioso pu&#242; sottrarsi ai limiti della condizione umana; per questo il realismo cristiano diffida di ogni progetto che pretenda di individuare strutture perfette o destinate inevitabilmente al successo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In questa prospettiva si inserisce anche la riflessione del teologo e politologo statunitense Michael Novak. Egli osserva che ogni azione politica presuppone una determinata immagine della storia e che, per comprendere le societ&#224; liberaldemocratiche contemporanee, sia utile richiamarsi alla nozione di &#8220;probabilit&#224; emergente&#8221; elaborata dal gesuita Bernard Lonergan. Gli eventi, secondo questa impostazione, non sono n&#233; rigidamente necessari n&#233; puramente casuali: essi si manifestano attraverso schemi di ricorrenza che rendono la realt&#224; intelligibile, ma mai completamente prevedibile.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Lo sviluppo storico nasce infatti dall&#8217;interazione tra libert&#224; individuali, assetti istituzionali e circostanze contingenti</span></strong><span>. Alcuni fenomeni emergono solo quando il contesto li rende possibili, mentre altri restano improbabili o impossibili. Anche gli ordini sociali pi&#249; stabili sono spesso il risultato di processi spontanei e non di una pianificazione centralizzata. Qui non si pu&#242; non richiamare l&#8217;idea hayekiana di ordine spontaneo: cos&#236; come i sentieri si formano gradualmente dall&#8217;insieme dei movimenti individuali senza essere stati progettati da alcuno, allo stesso modo molte istituzioni sociali derivano da azioni intenzionali che producono conseguenze non intenzionali.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Da questa concezione deriva la preferenza per un sistema di libert&#224; capace di valorizzare creativit&#224; e responsabilit&#224; personale. Ci&#242; che Novak definiva &#8220;capitalismo democratico&#8221;, e che oggi possiamo pi&#249; generalmente ricondurre alle democrazie liberali, non pretende di imporre dall&#8217;alto un modello perfetto di societ&#224;, ma cerca piuttosto di creare le condizioni affinch&#233; gli individui possano sviluppare le proprie capacit&#224;. La libert&#224;, tuttavia, non pu&#242; sopravvivere senza una solida infrastruttura etica che impedisca di ridurla a semplice individualismo o alla ricerca illimitata del soddisfacimento personale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In questo quadro </span><strong><span>assume particolare rilevanza la nozione di peccato. Al di l&#224; del suo significato teologico, essa esprime una realt&#224; antropologica fondamentale: ogni essere umano &#232; esposto all&#8217;errore, all&#8217;egoismo e all&#8217;abuso</span></strong><span>. Da tale consapevolezza discendono importanti conseguenze politiche. Il male non pu&#242; essere eliminato attraverso l&#8217;ingegneria sociale n&#233; mediante la trasformazione delle sole strutture economiche. Persino l&#8217;intelligenza artificiale, per quanto ambisca a sostituire alcune funzioni dell&#8217;intelligenza umana, rimane un prodotto della contingenza umana e ne eredita inevitabilmente i limiti. L&#8217;imprevedibilit&#224; non pu&#242; essere espunta dalla storia, perch&#233; &#232; inscritta nella libert&#224; stessa dell&#8217;agire umano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per questa ragione, la dimensione della decisione politica rimane ineliminabile e la scomparsa del politico assume i caratteri di una vana elucubrazione mentale. Le conseguenze dell&#8217;azione umana sono sempre solo parzialmente prevedibili e richiedono continuamente giudizio, prudenza e responsabilit&#224;: alcune delle virt&#249; che qualificano la decisione politica. Anche le disuguaglianze non possono essere completamente eliminate senza produrre effetti peggiori, poich&#233; libert&#224; e creativit&#224; generano inevitabilmente differenze di capacit&#224;, risultati e percorsi di vita; anche in questo caso, la decisione di agire o di non agire e, eventualmente, di come agire, &#232; un atto propriamente politico.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>A differenza delle ideologie che promettono la redenzione dell&#8217;uomo attraverso il potere o la pianificazione totale della societ&#224;, le democrazie liberali cercano di incanalare le energie individuali verso esiti civilmente desiderabili proprio attraverso il gioco delle conseguenze non intenzionali</span></strong><span>. Da qui deriva non solo il rifiuto del socialismo e delle diverse forme di dirigismo politico, economico e culturale, fondate sull&#8217;illusione di poter progettare integralmente l&#8217;ordine sociale, ma anche una critica alle forme di conservatorismo che, opponendosi al dinamismo della societ&#224; libera, finiscono per misconoscere il carattere aperto, creativo e imprevedibile dell&#8217;esperienza umana e della storia.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Con Belardinelli </span><strong><span>condivido il medesimo rifiuto di ogni concezione deterministica della storia</span></strong><span>. Belardinelli critica la tesi attribuita a Peter Thiel secondo cui l&#8217;umanit&#224; sarebbe ormai costretta a decidere sotto la pressione di una necessit&#224; storica determinata dalla minaccia apocalittica. Pur riconoscendo la gravit&#224; del tempo presente, segnato dalla guerra, dall&#8217;intelligenza artificiale e dal rischio nucleare, Belardinelli insiste sul fatto che la storia rimane il luogo della contingenza, dell&#8217;imprevedibilit&#224; e della libert&#224;. Nulla &#232; inevitabile e proprio per questo l&#8217;uomo conserva la responsabilit&#224; morale di combattere il male anche quando il successo appare improbabile.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Sulla base di tale condivisione, possiamo trarne alcune conseguenze che impattano nell&#8217;ambito del civile. Se la storia &#232; aperta e nessun esito &#232; garantito, allora non possono esistere n&#233; societ&#224; perfette n&#233; istituzioni definitive. </span><strong><span>La </span></strong><em><strong><span>civitas hominum</span></strong></em><strong><span> &#232; inevitabilmente segnata dalla fragilit&#224; e dall&#8217;errore</span></strong><span>; per questo la democrazia liberale, l&#8217;economia di mercato e il pluralismo culturale vengono descritti non come punti d&#8217;arrivo della storia, ma come strumenti imperfetti attraverso cui gli uomini cercano di costruire forme sempre provvisorie di convivenza.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>L&#8217;elemento che collega pi&#249; profondamente le nostre rispettive prospettive &#232; il realismo agostiniano</span></strong><span>. Nel contributo di Belardinelli esso si manifesta nella convinzione che il male faccia strutturalmente parte dell&#8217;esperienza storica e che nessuna soluzione politica possa eliminarlo definitivamente. Per quanto mi riguarda, la stessa consapevolezza diventa </span><strong><span>critica dell&#8217;utopia e del perfezionismo politico</span></strong><span>. In entrambi i casi si rifugge l&#8217;idea che sia possibile instaurare il paradiso sulla terra: il compito umano consiste piuttosto nel limitare il male, preservare spazi di libert&#224; e promuovere condizioni di convivenza pi&#249; giuste.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per Belardinelli, il vero </span><em><span>Katechon</span></em><span> non coincide con una forza capace di arrestare meccanicamente la storia, ma con l&#8217;impegno concreto di uomini e donne che operano il bene all&#8217;interno delle circostanze date. Il che si traduce in termini civili nella consapevolezza che le virt&#249; dell&#8217;umilt&#224; epistemologica, della tensione alla verit&#224;, del riconoscimento della dignit&#224; umana e, soprattutto, dell&#8217;apertura alla fraternit&#224; diventano i mezzi attraverso cui la societ&#224; aperta riesce a contenere la disgregazione e a mantenere viva la possibilit&#224; di una convivenza ordinata; </span><strong><span>&#232; il concetto agostiniano di </span></strong><em><strong><span>Tranquillitas ordinis</span></strong></em><strong><span>, un ordine dinamico, aperto alla libert&#224; umana che rende oggi ancora pensabile l&#8217;impensabile: la pace</span></strong><span>.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Peter Thiel, tra kathécon e Jihad Butleriano]]></title><description><![CDATA[di Andrea Venanzoni]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-tra-kathecon-e-jihad</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-tra-kathecon-e-jihad</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 09 Jul 2026 05:46:00 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/3b7c452a-af97-4efe-b402-b4733d5f721f_990x440.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span>Don&#8217;t immanentize the eschaton</span></strong></p><p style="text-align: justify;"><span>A Oxford, durante la tappa inglese del tour di letture sull&#8217;Anticristo tenute da Peter Thiel, gli organizzatori hanno distribuito ai partecipanti una maglietta con sopra scritto &#171;</span><em><span>don&#8217;t immanentize the kath&#233;con</span></em><span>&#187;. Non immanentizzare il </span><em><span>kath&#233;con</span></em><span>. Un adattamento dell&#8217;insegnamento formulato decenni prima da Eric Voegelin: &#171;</span><em><span>il problema teoretico che emerge quando la visione trascendentale viene immanentizzata</span></em><span>&#187;</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Nel 1952, il filosofo di origini tedesche aveva ammonito sul pericolo di trasformare in ideologia politica la figura metafisica del paradiso terrestre, l&#8217;</span></strong><em><strong><span>eschaton,</span></strong></em><strong><span> e di portare alle estreme conseguenze il pensiero utopistico, nulla di pi&#249; di uno gnosticismo secolarizzato la cui risultante finale sarebbe stata il superamento dell&#8217;umano, sussunto in un ordine trascendente e cosmico</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ironia della sorte, il concetto voegeliniano sarebbe divenuto uno slogan politico.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Nelle mani del leader conservatore americano William Buckley venne usato infatti quale fortunato slogan, adottato dall&#8217;organizzazione giovanile Young Americans for Freedom: &#171;</span><em><span>don&#8217;t immanentize the eschaton</span></em><span>&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>L&#8217;utopismo militante, il lessico dei diritti e di una eguaglianza livellatrice sono stati pietra angolare di alcune tra le peggiori catastrofi politico-istituzionali degli ultimi secoli</span></strong><span>, culminate nella ghigliottina rivoluzionaria e nei fetidi scantinati dentro cui la CEKA sovietica avrebbe fatto macelleria, poeticamente e crudamente narrata da Vladimir Zazubrin ne </span><em><span>La scheggia.</span></em></p><p style="text-align: justify;"><span>D&#8217;altronde persino la macchina di morte industriale messa in piedi con burocratico grigiore e prussiano trasporto dal Terzo Reich, l&#8217;</span><em><span>Anus Mundi </span></em><span>nazista, si era voluta ammantare di un idealismo tragico, furente, rivelando la necessit&#224; essenziale di abbeverarsi al demone della nostalgia e tratteggiando i lineamenti dorici di una Grecia metafisica e nordica, paradiso terrestre ariano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In ogni occasione, ogni volta che l&#8217;</span><em><span>eschaton</span></em><span> &#232; stato coltivato quale programma strutturato per modificare in meglio il mondo, la societ&#224; e la condizione stessa dell&#8217;essere umano, le cose sono presto degenerate fino al punto pi&#249; oscuro e senza ritorno.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Come indovini danteschi, col capo voltato, in marcia verso un futuro radioso di gulag e teste spaccate e lavaggio del cervello e pallottole, gli stessi intellettuali occidentali, da Sartre a Foucault, hanno scorto, di volta in volta, i profili carnicini e lussureggianti dell&#8217;</span><em><span>eschaton</span></em><span> tra le maglie plumbee dell&#8217;Unione Sovietica, della Cina maoista, dell&#8217;Iran degli ayatollah.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Gli organizzatori dell&#8217;evento di Oxford, dove Thiel parler&#224; di Anticristo e apocalisse, invitano quindi a una olimpica calma, di segno opposto. </span><strong><span>Nella stessa misura in cui &#232; necessario non arrivare alla immanentizzazione del paradiso terrestre, ecco, del pari non si deve ideologizzare la figura limite del </span></strong><em><strong><span>kath&#233;con</span></strong></em><span>. Un </span><em><span>inside joke </span></em><span>molto serio.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><strong><span>La Citt&#224; dell&#8217;Anticristo</span></strong></em></p><p style="text-align: justify;"><span>L&#8217;interesse di Peter Thiel per la figura del </span><em><span>kath&#233;con</span></em><span> nasce dall&#8217;incontro con l&#8217;opera di Carl Schmitt. Il </span><em><span>kath&#233;con</span></em><span>, scrive Schmitt, &#232; la questione di fondo di tutta la teologia politica, ovvero di quel processo di costruzione del mondo istituzionale attraverso la decantazione e la secolarizzazione del sacro. E dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, aggiungendo &#171;</span><em><span>senza l&#8217;idea di un kath&#233;con, l&#8217;Europa &#232; perduta</span></em><span>&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>C&#8217;&#232; qualcosa di profondamente interessante nello scorgere come sia avvenuto l&#8217;incontro tra Thiel e l&#8217;opera di Schmitt, e in particolare da chi sia stato propiziato</span></strong><span>. Thiel, negli anni novanta, durante i simposi girardiani tenuti in margine dell&#8217;universit&#224; di Stanford dentro una roulotte, conosce il teologo austriaco Wolfgang Palaver. </span><strong><span>Entrambi sono girardiani di ferro, ma Palaver &#232; anche un lettore e un forte critico della teologia politica di Schmitt</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Nel 1995 pubblica il saggio </span><em><span>Schmitt&#8217;s Critique of Liberalism </span></em><span>e poi nel 1996 </span><em><span>Carl Schmitt on Nomos and Space, </span></em><span>ricostruendo la figura del giurista di Plettenberg e la sua limitata, ma influente, ricezione negli Stati Uniti. Se infatti, da un lato, la pur problematica adesione al Reich hitleriano aveva fatto di Schmitt un </span><em><span>paria</span></em><span> del dibattito pubblico negli USA, dall&#8217;altro con le sue opere si erano confrontati alcuni tra i maggiori esponenti delle relazioni internazionali, tra cui Hans Morgenthau e Henry Kissinger.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La prima lettura che Thiel fa degli scritti di Schmitt &#232; quindi mediata dalla critica di Palaver. Ma gi&#224; nel 2004, durante il convegno girardiano sul rapporto tra apocalisse e politica e che culminer&#224; nell&#8217;intervento di Thiel </span><em><span>Il momento straussiano</span></em><span>, Palaver scopre che il fondatore di PayPal ha virato decisamente verso le posizioni schmittiane, pur non sposandole del tutto.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Dopo l&#8217;11 settembre 2001</span></strong><span>, la bolla </span><em><span>dot-com</span></em><span> e la crisi dei mutui </span><em><span>subprime</span></em><span> del 2007/2008, </span><strong><span>la visione di Thiel si &#232; incupita ancora di pi&#249;. L&#8217;apocalisse &#232; divenuta uno scenario quotidiano, incarnata dal lessico conflittuale e inerziale di una politica predatoria, incapace di decidere</span></strong><span>. Nel 2011, sulle pagine della &#8220;National Review&#8221;, Thiel metter&#224; questa idea nero su bianco in </span><em><span>The End of the Future</span></em><span>. Si tratta della prima, non metaforica, analisi apocalittica del mondo finanziario, introdotta da una scarsamente rassicurante citazione tratta dal </span><em><span>Libro dell&#8217;Apocalisse</span></em><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Mentre alle invisibili barriere dell&#8217;impero americano un mondo giovane e brutale, completamente alieno alle coordinate concettuali del liberalismo, preme, l&#8217;occidente &#232; avvinto in un ombelicale </span><em><span>cupio dissolvi. </span></em><span>Al pari dei due aerei che si sono schiantati contro le altissime torri di New York, l&#8217;occidente &#232; agli occhi di Thiel pronto al sacrificio, offrendo inerte la gola al taglio.</span><em><span> </span></em><span>In questa prospettiva, la scoperta del </span><em><span>kath&#233;con</span></em><span> &#232; epifanica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Si legge nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, &#171;</span><em><span>nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verr&#224; l&#8217;apostasia e si riveler&#224; l&#8217;uomo dell&#8217;iniquit&#224;, il figlio della perdizione, l&#8217;avversario, colui che s&#8217;innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? E ora voi sapete che cosa lo trattiene perch&#233; non si manifesti se non nel suo tempo. Il mistero dell&#8217;iniquit&#224; &#232; gi&#224; in atto, ma &#232; necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene</span></em><span>&#187;. Il potere che frena, per utilizzare la definizione offerta da Massimo Cacciari, ha una natura ambigua e oscuramente empirica. &#200; una forza che si manifesta compartecipando della natura stessa del mistero dell&#8217;iniquit&#224;, precedendo e accompagnando, e frenando appunto, l&#8217;avvento dell&#8217;Avversario.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>La posa </span></strong><em><strong><span>kath&#233;contica</span></strong></em><strong><span> viene adottata da Thiel in chiave militante. &#200; innervata nel cuore della dinamica illustrata da John Henry Newman nelle sue letture sull&#8217;Anticristo, cui Thiel si &#232; ispirato per strutturare le sue</span></strong><span>. Si tratta, nello specifico e davanti all&#8217;andamento di un tempo storico che ha illustrato pi&#249; volte una caotica, apocalittica tendenza al male assoluto, di chiedersi: </span><strong><span>potrebbe il genere umano aver gi&#224; incontrato sulla sua strada l&#8217;Anticristo?</span></strong></p><p style="text-align: justify;"><span>Un mondo che abbia conosciuto le fauci d&#8217;abisso dell&#8217;Olocausto e la grande fame cinese e l&#8217;arcipelago gulag sovietico potrebbe, comprensibilmente, esser tentato di rispondere di s&#236;. Sarebbe stato quindi in effetti gi&#224; incontrato l&#8217;Anticristo, e del pari superato. Qui per&#242; </span><strong><span>subentra l&#8217;importanza del pensiero di Newman nella ricostruzione offerta da Thiel: una circolarit&#224; nel tempo che porta a incontrare sul nostro cammino un </span></strong><em><strong><span>anticipatore </span></strong></em><strong><span>dell&#8217;Anticristo</span></strong><span>. Non quindi la forma finale dell&#8217;avvento dell&#8217;Avversario, ma sue icone, sue anticipazioni, suoi frammenti pulviscolarmente diffusi.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Per questo il pensiero utopistico o il lessico dei diritti o i fanatici dell&#8217;eguaglianza ad ogni costo, per Thiel, come gi&#224; per Voegelin, sono pericolosi</span></strong><span>. Parlano parole di pace e di bont&#224;, spesso dissimulando le loro vere intenzioni. L&#8217;Anticristo, come insegna la prima lettera ai Tessalonicesi, non parla infatti la lingua della violenza e della morte, ma quella della pace e della sicurezza. &#171;</span><em><span>E quando si dir&#224;: &#8220;Pace e sicurezza&#8221;, allora d&#8217;improvviso li colpir&#224; la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamper&#224;</span></em><span>&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La promessa di una pace universale portata avanti nel nome delle norme, uno Stato omogeneo nel senso koj&#232;viano, appare in superficie come idea brillante. Ma la sua realizzazione &#232; soltanto la fine dell&#8217;uomo, quello spazio in cui l&#8217;essere umano viene denudato e denaturato, per giungere alla consistenza di una pace legata, hegelianamente, al riconoscimento. Fine del conflitto e fine della politica che porta al conflitto, ma per la via della fine dell&#8217;uomo. Per Thiel al contrario l&#8217;ingegneria istituzionale e antropologica che possa portare a disinnescare la catastrofe del politico, quella che rubricava nella famigerata e scarsamente compresa lettura oppositiva tra libert&#224; e democrazia, alberga nello spazio tecnico.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Magnifica Humanitas </span></strong><em><strong><span>e il Jihad Butleriano</span></strong></em></p><p style="text-align: justify;"><span>La pericolosit&#224; di immanentizzare il</span><em><span> kath&#233;con</span></em><span>, al di l&#224; del </span><em><span>memento</span></em><span> stampato sulle magliette a Oxford, &#232; anche al centro della enciclica papale </span><em><span>Magnifica Humanitas</span></em><span>. Letta anche, non a torto, come una critica a dottrine ormai radicate nella Silicon Valley e alla interpretazione che Thiel offre dell&#8217;alta tecnologia. La citazione dell&#8217;ammonimento severo che Gandalf, lo stregone, rivolge ai suoi compagni di battaglia nel capitolo </span><em><span>L&#8217;ultima discussione</span></em><span>, da </span><em><span>Il Signore degli Anelli</span></em><span>, &#232; considerata una presa di posizione anche simbolica in tal senso. Esattamente come i riferimenti critici al transumanesimo, al postumanesimo, alla detenzione nelle mani di pochi dello sviluppo tecnologico e all&#8217;uso armato dell&#8217;intelligenza artificiale.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Per Thiel infatti &#232; l&#8217;accelerazione tecnologica a poter indicare la strada della risorgenza culturale, sociale e di civilizzazione, una ortopedia capace di sterilizzare l&#8217;aggressivit&#224; connaturata al conflitto politico, senza dover arrivare alla fine dell&#8217;uomo</span></strong><span>. Thiel &#232; consapevole di quanto alta tecnologia, intelligenza artificiale, </span><em><span>cloud</span></em><span>, </span><em><span>data center</span></em><span>, ormai non solo plasmino l&#8217;orizzonte umano ma anche la corsa geopolitica tra attori statali.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La Cina, paese per eccellenza di ingegneri che da anni, come ricorda Dan Wang nel suo </span><em><span>Breakneck</span></em><span>, ha iniziato una corsa tecnologica a perdifiato, &#232; un </span><em><span>competitor</span></em><span> sempre pi&#249; esistenziale e pericoloso. E in genere molto meno considerato e temuto, per quanto paradossale possa suonare, delle realt&#224; del tech occidentale. Mentre infatti l&#8217;aura attorno Palantir e lo stesso Thiel costruita nel corpo dell&#8217;opinione pubblica occidentale &#232; fosca, caliginosa e spesso colma di accenti complottistici, l&#8217;avanzamento tecnologico della Cina viene visto con annoiata benevolenza. In certa misura, la mitografia anticoloniale che ha destrutturato l&#8217;identit&#224; occidentale opera come distrazione che sposta l&#8217;attenzione e che rende quasi auspicabile il sorpasso cinese, per molti commentatori: una sorta di riscatto storico contro l&#8217;odiato occidente, epitome di qualunque male.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Non per caso, </span><strong><span>i profeti dell&#8217;apocalisse anti-occidentale hanno bocche, libri ed editoriali colmi di giustizia sociale, di post-colonialismo, di diritti. Essi paventano l&#8217;apocalisse della sorveglianza di massa attuata dai giganti del tech americani, ma obliano, ciechi, quanto avviene a Pechino</span></strong><span>. Imitazioni anticristiche di Cristo, come si enunciava nel </span><em><span>Breve racconto dell&#8217;Anticristo</span></em><span> di Vladimir Solov&#8217;&#235;v: non solo parlano parole di pace e di giustizia, ma hanno aspetto carismatico, sono belli e al centro delle attenzioni, si atteggiano a Cristo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Ma essi si rivelano per ci&#242; che davvero sono in quanto, narcisisticamente presi dal processo imitativo, non sono figli di Dio ma ambiscono ad essere riconosciuti come Cristo. Significativo, a proposito di mimesi, che nel lessico di Girard il </span><em><span>kath&#233;con</span></em><span> compaia in maniera peculiare e affrontato solo in un passaggio di </span><em><span>Vedo Satana cadere come la folgore, </span></em><span>quale imitazione di Cristo, ormai caduto dal cielo. Proprio in questa deriva mimetica che acceca l&#8217;occidente e lo espone alla rovina, per Thiel la tecnologia pu&#242; esercitare una forza rinvigorente e di freno.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Non &#232; difficile immaginare come Thiel, pur non avendo preso espressa posizione sulla enciclica papale, la consideri in modo altamente critico. L&#8217;invito a una decelerazione propiziata dalla politica rivolto dal documento vaticano sembra andare in una direzione che Thiel definirebbe, con ogni probabilit&#224;, anticristica.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Trovo significativo in tal senso che nel mondo del tech per commentare il senso profondo di </span><em><span>Magnifica Humanitas</span></em><span> sia stato evocato il Jihad Butleriano, creazione fantastica presente nel ciclo letterario di </span><em><span>Dune</span></em><span>, l&#8217;opera firmata da Frank Herbert. Herbert non descrive compiutamente questa crociata anti-tecnologica, ma ne lascia tracce salienti tali da renderne viva e pulsante la centralit&#224; nell&#8217;opera. Come insegna il testo sacro inventato dall&#8217;autore, la Bibbia Cattolica Orangista, &#171;</span><em><span>non creerai una macchina a immagine e somiglianza della mente umana</span></em><span>&#187;</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A differenza delle leggi della robotica di Asimov qui l&#8217;afflato escatologico &#232; pi&#249; evidente e si traduce nel divieto di mimesi tra mente umana e mente artificiale. Nei suoi esiti pi&#249; superficiali potrebbe apparire un luddismo cosmico, una ribellione da &#171;</span><em><span>sangue nelle macchine</span></em><span>&#187;, per dirla con Brian Merchant, ma il Jihad Butleriano &#232; qualcosa di pi&#249; liminale e profondo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Come scrive Herbert, ne </span><em><span>L&#8217;imperatore-dio</span></em><span> </span><em><span>di Dune</span></em><span>, lo scopo finale del Jihad non era legato alle macchine ma a un certo utilizzo delle macchine stesse, ovvero l&#8217;alta tecnologia come dispositivo di potere e di controllo. In questo senso, la </span><em><span>Magnifica Humanitas</span></em><span> pi&#249; che testo sacro da Jihad Butleriano appare il tentativo di intermediare e di disinnescare il punto di non ritorno rappresentato dall&#8217;assalto alle macchine. Ma la stessa enciclica contiene un evidente punto cieco, ovvero la scarsa attenzione prestata alla macchinizzazione umana.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Se da un lato forte &#232; l&#8217;enfasi contro i monopoli tecnologici, la deriva di un mondo produttivo che ambisce a celebrare macchine sempre pi&#249; simili all&#8217;uomo, le disuguaglianze sempre pi&#249; marcate, dall&#8217;altro non si prende atto del processo inverso; la trasformazione della mente umana, a contatto con la scatola nera della tecnologia, in macchina. Che sia l&#8217;LLM-morfismo, di cui scrive Valerio Capraro, o le allucinazioni umane di chi altera il proprio modo di pensare per vedere il mondo come ci si immagina lo vedrebbe la macchina.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Marshall McLuhan, commentando </span><em><span>Erewhon </span></em><span>di Samuel Butler, e se ve lo chiedete, s&#236;, Herbert riprese quel &#8220;butleriano&#8221; assegnandolo a un suo personaggio proprio dalla critica di Samuel Butler a un certo modo di umanizzare le macchine, notava l&#8217;irrigidimento dell&#8217;essere umano a prolungato contatto con la macchina.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; ci&#242; che Mark Fisher, in </span><em><span>Materialismo gotico,</span></em><span> e sulla scorta di Deleuze e Guattari intenti a commentare proprio Butler, definisce </span><em><span>propagazione macchinica</span></em><span>: questa propagazione non &#232; soltanto capacit&#224; delle macchine di elaborare e costruire altre macchine ma potenza riproduttiva che finisce per macchinizzare, in potenza, anche l&#8217;umano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>L&#8217;approdo, al termine di un tunnel rischiarato da fiaccole nere, a quella verit&#224; che Nick Land snocciolava gi&#224; nel 1994, in </span><em><span>Meltdown</span></em><span>, &#171;</span><em><span>nulla di umano verr&#224; fuori dal prossimo futuro</span></em><span>&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In apparenza questo processo verrebbe, dal Vaticano, considerato e opposto nella parte dell&#8217;enciclica concernente transumanesimo e postumanesimo. Ma questi sono fenomeni culturali consapevoli, mentre la propagazione macchinica, come l&#8217;LLM-morfismo, semplicemente </span><em><span>accade</span></em><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>D&#8217;altronde nel mondo post-Jihad Butleriano di </span><em><span>Dune</span></em><span> gli esseri umani non hanno pi&#249; bisogno delle straordinarie capacit&#224; computazionali delle macchine perch&#233; essi stessi si sono in certo senso macchinizzati, sviluppando caratteristiche e poteri eccezionali.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In questo senso </span><strong><span>sia Thiel sia il Papa, per strade opposte, non vedono un fattore inevitabile che &#232; gi&#224; all&#8217;opera. Entrambi considererebbero il Jihad Butleriano qualcosa di negativo, da evitare, senza per&#242; soppesarne il senso di fondazione e l&#8217;elemento causale</span></strong><span>. Ed entrambi scaricherebbero sulla visione fatta propria dall&#8217;altro la ragione dello scatenamento del Jihad Butleriano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per Thiel, per&#242;, la risposta politica, quella che il Pontefice evoca come forza decelerante per salvare giustizia sociale e universalit&#224; dei diritti, &#232; entropia che conduce al caos della disgregazione. Vero che l&#8217;accelerazione tecnologica pu&#242; condurre alla sussunzione dell&#8217;umano tra le maglie della macchina, ma l&#8217;alternativa appare a Thiel peggiore: la catastrofe.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Perch&#233; il mondo non ha pi&#249; un&#8217;unica storia, un andamento lineare, ma un pulviscolo di storie e di menti e di ragioni spesso incomprensibili. Davvero decelererebbe la macchina cinese se l&#8217;occidente tutto, sotto invito morale del Papa, iniziasse per parte sua a farlo?</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Non si tratta pi&#249; di rischio di impresa, di rischio da distruzione creatrice, ma di un azzardo che l&#8217;uomo occidentale nel momento in cui decidesse di arrestare la corsa finirebbe per correre senza pi&#249; avere il controllo del futuro.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In questo senso, </span><strong><span>mentre il Papa scorge scenari infausti e ben peggiori nel processo di superamento ideologico dell&#8217;umanit&#224; tecnologicamente &#8220;aumentata&#8221; nelle sue caratteristiche e nei dispositivi di dominio tecnologico, per Thiel quella strada, quella dell&#8217;accelerazione e del potenziamento dell&#8217;essere umano, per quanto pericolosa e accidentata, &#232; l&#8217;unica che possa consentire all&#8217;uomo di rivendicare, pure in un quadro nuovo, brandelli residui di umanit&#224; e di libert&#224;</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><strong><span>Peter Thiel e il capitalismo della finitudine</span></strong></em></p><p style="text-align: justify;"><span>Se il mondo tutto &#232; alle prese con una rincorsa tendente al bianco assoluto della accelerazione, appare evidente come i problemi aumentino in maniera robusta. Thiel sa bene che le esternalit&#224;, ambientali, sociali, morfologiche, dell&#8217;innovazione tecnologica, sono ormai piattaforma centrale del dibattito politico e del consenso elettorale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il movimento anti-data center che va prendendo corpo negli USA rende evidente come l&#8217;opposizione alla materializzazione del dato tecnologico sar&#224; tradotta, a ogni latitudine, come parola d&#8217;ordine per prendere voti. Lo stesso Donald Trump, dopo l&#8217;iniziale entusiasmo, interessato, per il tech, ha problemi nel contenere la furia MAGA dell&#8217;America profonda. Ma l&#8217;accelerazione &#232; inevitabile. Proprio per la sua scomposizione polisinodica. </span><strong><span>Se non saranno gli Stati Uniti a controllarne gli effetti e lo sviluppo, lo far&#224; qualcun altro. E quel qualcun altro potrebbe davvero condurre il mondo alla fine</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Come Thiel, in compagnia di Sam Wolfe, chiarisce, in </span><em><span>Voyages to the End of the World</span></em><span>, i tentativi di controllare, governare e regolare a livello mondiale l&#8217;evoluzione tecnologica, a partire dal nucleare, si sono rivelati tecniche di manipolazione e di conflitto sublimate sotto coltri di parole politiche.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Un governo unico planetario che ambisca a controllare l&#8217;aggressivit&#224; umana e lo sviluppo tecnologico finir&#224; con il realizzare l&#8217;esatto opposto di quanto prefigurato. Thiel sa bene che l&#8217;ordine internazionale, per decenni, si &#232; basato sullo spettrale convitato di pietra rappresentato dagli USA. Il diritto internazionale, le relazioni tra Stati, l&#8217;ONU, hanno depotenziato e disinnescato conflitti nella misura in cui gli USA si dimostrassero parte attiva del tutto.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Decelerare, in questa prospettiva, significa consegnare l&#8217;ordine globale a forze che non hanno mai conosciuto la civilt&#224; liberale. E per non decelerare non basta pi&#249; la mera volont&#224;, ma diventa essenziale il controllo delle materie fondanti l&#8217;ordine tecnologico: le terre rare, gli spazi per dislocare data center sempre pi&#249; grandi ed energeticamente vampirici</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Sono le </span><em><span>superfici fantasma</span></em><span> di cui scrive Arnaud Orain, ovvero l&#8217;accaparramento di risorse non disponibili sul proprio territorio ma essenziali per una data industria o per la realizzazione di un prodotto. La corsa ai data center ne &#232; un esempio importante. In questo senso, il capitalismo della finitudine prende atto della limitatezza delle risorse e soprattutto di un altro fatto ormai sotto gli occhi di tutti: le interdipendenze connettive della globalizzazione rendono le catene di produzione e di valore sempre pi&#249; essenziali, ma del pari deboli.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Uno Stato, attraverso armi economiche, come dazi, sanzioni o embarghi, o attraverso l&#8217;uso della forza militare pu&#242;, come insegna l&#8217;Edward Fishman di </span><em><span>Chokepoints</span></em><span>, disconnettere la catena, producendo una reazione catastrofica. In questo senso </span><strong><span>l&#8217;attivismo di Thiel, dalla Groenlandia all&#8217;Argentina, appare come una politica internazionale privata, innestata nel cuore delle dinamiche politiche americane. Grandi spazi vitali, custoditi dal </span></strong><em><strong><span>kath&#233;con </span></strong></em><strong><span>dell&#8217;alta tecnologia e che siano alimento della stessa alta tecnologia, in un ciclo vitale che faccia compartecipare interesse economico privato, tenuta dell&#8217;ordine globale e salvezza dell&#8217;essere umano</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; una scelta da funambolo che avanza sulla corda tra due sponde, con sotto l&#8217;abisso. Thiel ne &#232; consapevole, ma l&#8217;alternativa, la stasi inerziale, gli appare infinitamente peggiore.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><strong><span>Riferimenti bibliografici</span></strong></em></p><p style="text-align: justify;"><span>S. Butler, </span><em><span>Erewhon </span></em><span>(1872), Adelphi, Milano 1975.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>M. Cacciari, </span><em><span>Il potere che frena. Saggio di teologia politica</span></em><span>, Adelphi, Milano 2013.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>M. Fisher, </span><em><span>Materialismo Gotico</span></em><span>, Einaudi, Torino 2026.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>E. Fishman, </span><em><span>Chokepoints</span></em><span>. </span><em><span>How economic warfare is changing the world</span></em><span>, Elliott &amp; Thompson, London 2025.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>R. Girard, </span><em><span>Vedo Satana cadere come la folgore, </span></em><span>Adelphi, Milano 2001.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>F. Herbert, </span><em><span>Il dio-imperatore di Dune</span></em><span> (1981), Fanucci, Roma 2015.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>N. Land, </span><em><span>Collasso </span></em><span>(1994</span><em><span>)</span></em><span>, in N. Land, </span><em><span>Collasso,</span></em><span> LUISS University Press, Roma 2020.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A. Orain, </span><em><span>La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine</span></em><span>, Einaudi, Torino 2026.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>W. Palaver,</span><em><span> Schmitt&#8217;s Critique of Liberalism, </span></em><span>in &#8220;Telos&#8221;, 21 dicembre 1995.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>W. Palaver, </span><em><span>Carl Schmitt on Nomos and Space, </span></em><span>in &#8220;Telos&#8221;, 21 dicembre 1996.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>C. Schmitt, </span><em><span>Le categorie del politico</span></em><span>, Il Mulino, Bologna 1972.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>C. Schmitt, </span><em><span>Il Nomos della terra</span></em><span>, Adelphi, Milano 1991.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>V. Solov&#8217;&#235;v, </span><em><span>Breve racconto dell&#8217;Anticristo</span></em><span> (1899), in V. Solov&#8217;&#235;v, </span><em><span>I tre dialoghi e il racconto dell&#8217;Anticristo,</span></em><span> Vita e pensiero, Milano 1995.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, </span><em><span>The Education of a Libertarian</span></em><span>, in &#8220;Cato Unbound&#8221;, 13 aprile 2009.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, </span><em><span>The End of the Future</span></em><span>, in &#8220;National Review&#8221;, 3 ottobre 2011.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, </span><em><span>Il momento straussiano</span></em><span> (2007), Liberilibri, Macerata 2025.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, S. Wolfe, </span><em><span>Voyages to the End of the World</span></em><span>, in First Things, 1 ottobre 2025.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>E. Voegelin, </span><em><span>The New Science of Politics</span></em><span>, University of Chicago Press, Chicago 1952.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>D. Wang, </span><em><span>Breakneck</span></em><span>. </span><em><span>China&#8217;s Quest to Engineer the Future</span></em><span>, Allen Lane, London 2025.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>V. Zazubrin, </span><em><span>La scheggia</span></em><span>, Adelphi, Milano 2014.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Come identificare l’anticristo]]></title><description><![CDATA[di Francesco Galofaro (Universit&#224; IULM, Milano)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/come-identificare-lanticristo</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/come-identificare-lanticristo</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 06:56:34 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a6d52130-95a6-44e1-901b-e340604b93a3_6240x4160.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Opus Dei smentisce che io sia l&#8217;anticristo!</p><p>Umberto Eco, <em>La bustina di minerva</em></p><p></p><p style="text-align: justify;">Un paio di anni fa, un anonimo revisore bocci&#242; un mio progetto di ricerca europeo sul rapporto instauratosi tra i rifugiati ucraini e la minoranza ortodossa polacca. Si trattava di studiare una buona pratica di integrazione in un momento di emergenza, e la possibilit&#224; di riproporla nel caso di eventi analoghi. La motivazione della bocciatura era la seguente: &#171;l&#8217;autore &#232; un integralista fanatico e intollerante, convinto che la religione salver&#224; l&#8217;Unione europea&#187;. Trovai il giudizio un poco offensivo: ho sempre pensato, infatti, che l&#8217;Unione europea sia spacciata.</p><p style="text-align: justify;">Battute a parte, a trarre in inganno il mio acuto revisore pu&#242; aver giocato un ruolo il largo impiego, nel progetto, di categorie provenienti dalla teologia politica. Ragionando da semiotico, mi premeva mostrare che <strong>la laicit&#224; della societ&#224; europea &#232; una patina sottile: grattandola via, le strutture portanti della nostra cultura appaiono in gran parte religiose e tradizionali, cos&#236; come spirituali sono una gran parte dei bisogni al fondo delle nostre inquietudini</strong>; una domanda che il mercato non sembra in grado di appagare del tutto. La guerra, l&#8217;emergenza, lo stato d&#8217;eccezione fanno emergere queste strutture immanenti.</p><p style="text-align: justify;">La reazione scomposta del mio revisore mostra che Peter Thiel, nonostante i dubbi legittimi sollevati da <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza">Sergio Belardinelli</a>, coglie almeno una questione cruciale della nostra contemporaneit&#224;: il paradosso immanente all&#8217;ideologia <em>woke</em>, tra i suoi valori di inclusivit&#224; e le pratiche escludenti nei confronti di chi si mostra scettico: <strong>la politica, la lotta per il potere, comporta una contraddizione tra voler essere e dover fare</strong>. La guerra spinge la contraddizione al parossismo: nel nome della nostra libert&#224; di espressione si censura la stampa, l&#8217;arte, la letteratura, nelle quali sospettiamo annidarsi il punto di vista del nemico, che si tratti della Russia o di Israele. Torner&#242; sulla questione al termine di queste considerazioni sparse.</p><p style="text-align: justify;">Anch&#8217;io, come Belardinelli, nutro pi&#249; di un dubbio su Thiel. Si tratta per&#242; di un dubbio che pu&#242; essere esteso a un certo abuso della teologia politica nel dibattito contemporaneo. Essa &#232; decisamente suggestiva: somiglia al &#8220;gergo dell&#8217;autenticit&#224;&#8221;, che Adorno stigmatizzava in Heidegger. Nell&#8217;impiegare il lessico di un certo approccio filosofico, occorre tuttavia rispettarne la semantica, ove si deposita una certa visione del mondo; altrimenti, tutto &#232; permesso.</p><p style="text-align: justify;">Un buon parallelo &#232; offerto dal linguaggio della scienza: in Star Trek, per aggirare i problemi che la meccanica quantistica pone al teletrasporto, gli autori hanno escogitato i &#8220;compensatori di Heisenberg&#8221;. Quando un fan chiese a Michael Okuda come funzionassero, l&#8217;autore della serie rispose: &#171;Bene, grazie&#187;. Ora, &#8220;compensatore di Heisenberg&#8221; rispetta in apparenza la sintassi dell&#8217;italiano; da un punto di vista della semantica scientifica, tuttavia, &#232; un ossimoro. Allo stesso modo, alcune cose non tornano in Peter Thiel: come &#232; possibile considerare sotto la stessa categoria (&#8220;aiutanti dell&#8217;anticristo&#8221;) Greta Thunberg e l&#8217;AI (definita da Thiel &#8220;centralista&#8221; e &#8220;comunista&#8221; in un&#8217;intervista del 2025)?</p><p style="text-align: justify;"><strong>Se ciascuno identifica l&#8217;anticristo nei propri avversari, diventa difficile concepire il dialogo, la mediazione, il compromesso. Se dalla dialettica sottraiamo la possibilit&#224; della sintesi, rendiamo impossibile la politica stessa. Al fondo della sua negazione c&#8217;&#232; un&#8217;incomprensione sul significato stesso della teologia politica</strong>. Carl Schmitt tesse paralleli tra alcune nozioni teologiche e l&#8217;autocomprensione giuridica di alcune istituzioni. Ad esempio, la tripartizione dei poteri ricalca la trinit&#224;. Non si fa causa, infatti, al Parlamento o al Governo, ma allo Stato, che &#232; uno, nonostante si articoli in tre istituzioni differenti ed autonome. In modo simile, Michael Walzer contrapponeva i movimenti politici rivoluzionari, basati sul carisma del leader, a quelli sindacali, fondati sulla funzione vicaria dei propri capi. Questi ultimi sarebbero ricalcati sul modello dell&#8217;Esodo, e, nel raggiungere i propri obiettivi, sono senz&#8217;altro pi&#249; efficaci dei primi, composti da apocalittici che attendono passivamente il disvelamento alla fine dei tempi. Pi&#249; ambiguo il ruolo del Katechon, al quale Francesca Monateri ha dedicato non troppo tempo fa un libro interessante: il Katechon trattiene l&#8217;anticristo e in questo modo rimanda la fine del mondo. Tuttavia, quest&#8217;ultima &#232; un evento positivo, come nota Belardinelli. Anche il compianto Ratzinger considerava l&#8217;Apocalisse come un libro ottimistico: la rivelazione del veggente di Patmos termina con l&#8217;instaurazione di un ordine divino. <strong>Al Katechon si &#232; quindi attribuita una funzione o meno a seconda che le circostanze fossero conservatrici o rivoluzionarie</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Cos&#236;, finch&#233; non si coglie questo nesso con l&#8217;autorappresentazione di una cultura, sostenere che l&#8217;AI acceleri l&#8217;apocalisse spiega poco rispetto ai rischi legati a questa tecnologia. La leggerezza con cui i miei studenti si fidano delle allucinazioni bibliografiche generate dall&#8217;AI si spiega meglio come un caso di feticismo della tecnica, disconnessa dal modo di produzione e dal suo reale valore; quando sar&#224; giunta la fine, risulter&#224; migliore la profezia di Thiel oppure quella di Luk&#225;cs, e finalmente si vedr&#224; chi dei due fosse davvero ispirato da Dio, sempre che ci sia rimasto qualcuno a cui importi.</p><p style="text-align: justify;">Cos&#236;, forse, pi&#249; che nell&#8217;anticristo, il modello di Greta Thunberg andrebbe cercato in Santa Brigida di Svezia. Per quanto la giovane attivista sia il frutto di una cultura protestante, <strong>la foto della giovane Greta col cappuccio e l&#8217;impermeabile giallo non ha solo un nesso estetico, ma anche politico con le icone della mistica, missionaria, pellegrina e appassionata critica del suo tempo. Una prova di pi&#249;, se servisse, che le strutture profonde del pensiero religioso informano tuttora il rapporto tra i leader e le masse oltre alla politica in genere</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Dunque, non si fa buona teologia politica quando si attribuisce il ruolo di anticristo a Zelensky o a Putin, ma quando si descrive un codice che la cultura impiega per descriversi, ai fini della propria autocomprensione. Non &#232; sorprendente che tale codice sia religioso, e contempli la resa dei conti finale con l&#8217;Avversario quando si tratta di giustificare la guerra, o, quando si tratta di combattere per una causa, il messianismo, il nano idealista nascosto nell&#8217;automa del materialismo, come scrive Walter Benjamin. <strong>La secolarizzazione riguarda solo la superficie del discorso politico, non le sue strutture narrative profonde</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Un esempio di autodescrizione della cultura mi pare sia il tema di fondo che percorre la lettura di Belardinelli: la &#8220;crisi dell&#8217;Occidente&#8221;. Quest&#8217;anno ho dedicato alcune lezioni dottorali al tema della crisi europea. La cultura europea si autorappresenta, periodicamente, come in crisi: si pu&#242; dire che &#232; proprio dal suo dichiararsi in crisi che si dimostra l&#8217;esistenza di una cultura comune. In questo senso, <strong>&#8220;crisi europea&#8221; &#232; prima di tutto un genere letterario, filosofico, musicale e artistico</strong>. Belardinelli ricorda la letteratura della crisi degli anni Trenta, ma si pu&#242; risalire al decadentismo e alle profezie nietzscheane sull&#8217;avvento di una sorta di &#8220;Homo europaeus communis&#8221;, per finire con i libri sulla crisi dell&#8217;Occidente contemporaneo cui la Feltrinelli ultimamente ha dedicato un apposito espositore.</p><p style="text-align: justify;">Secondo Franco Cardini, l&#8217;Occidente ha smesso di essere semplicemente un punto cardinale per diventare una categoria politica soltanto di recente. Non si risale pi&#249; indietro di un corso alla Columbia del 1917. In precedenza, la nostra cultura pensava piuttosto se stessa in termini di Europa, in opposizione all&#8217;Asia. Eppure, il <em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em> fu pubblicato l&#8217;anno seguente e scritto, evidentemente, negli anni precedenti: dunque, sempre che Cardini abbia ragione, al concetto di Occidente &#232; semanticamente consustanziale quello di declino. <strong>La nostra cultura pensa se stessa in termini di Occidente quando, e forse perch&#233;, &#232; in crisi</strong>: quando &#232; in preda alla guerra, alla crisi economica, alle pandemie e al crollo delle nascite, versioni secolarizzate dei quattro cavalieri dell&#8217;apocalisse. Nei periodi floridi, ove regnino la salute e la pace, l&#8217;Occidente si eclissa, perdendo consistenza semiotica.</p><p style="text-align: justify;">Il modo in cui Thiel impiega nozioni teologico-politiche come quella di &#8220;anticristo&#8221; mi sembra in debito con un certo settarismo religioso statunitense, incline a interpretare letteralmente la Bibbia; si sa: <strong>la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica. Il dibattito della teologia politica europea &#232;, al contrario, in gran parte influenzato da una visione del mondo ebraica e cattolica</strong>: da Spinoza a Kantorowicz, da Carl Schmitt, Erik Peterson, fino a Massimo Cacciari. Un pregiudizio relativista mi porta a pensare che un cittadino statunitense come Thiel sia pi&#249; portato ad accettare la data dell&#8217;11 settembre come inizio della fine. La guerra in Ucraina risulterebbe probabilmente pi&#249; convincente in Europa; altre ottime candidate sono la pandemia e la crisi dei mutui subprime, che ha rivelato i limiti della globalizzazione finanziaria. Qui vedo un altro limite della teologia politica, ove sia applicata come se si trattasse di ontologia, senza riguardo verso il fatto che &#232; pur sempre una cultura ad autodescriversi attraverso di essa.</p><p style="text-align: justify;">Pi&#249; difficile &#232; dare sostanza alla mistica dell&#8217;Occidente che sembra accomunare destre e sinistre europee di fronte alla prospettiva di uscire sconfitti dai conflitti attuali. <strong>Secondo Thiel, dopo l&#8217;11 settembre l&#8217;Occidente entra in conflitto con i propri valori ed &#232; costretto a esercitare una violenza che non ha nulla di inclusivo da un punto di vista etnico o religioso, perch&#233; deve scegliere tra perdere la guerra o la propria identit&#224;. A ben vedere, tuttavia, anche in questo caso il problema sorge dall&#8217;abolizione della politica, della sintesi. La si intravede in chi equipara il compromesso a una sconfitta disonorevole</strong>. Nulla ha alimentato i pamphlet sulla crisi dell&#8217;Occidente quanto la possibilit&#224; di una pace in Ucraina, che pareva all&#8217;ordine del giorno dopo l&#8217;elezione di Donald Trump. Ma ci sono alternative: la costruzione di un sistema internazionale basato su garanzie di sicurezza reciproche non &#232; una sconfitta. Ai cantori del tramonto dell&#8217;Occidente si risponde, con Nietzsche, che bisogna saper tramontare e augurando a se stessi uno splendido tramonto.</p><p style="text-align: justify;">Thiel, ricorda Belardinelli, vede con simpatia i pirati di <em>One Piece</em>, in lotta contro il governo mondiale. <em>Nihil novi</em>, per chi come me appartiene alla generazione di Capitan Harlock. Secondo i suoi interpreti, lo Stato unico mondiale rappresenta, per il Thiel post-libertario, un rischio concreto. Massimo Cacciari, in un recente libro, mostra come l&#8217;utopia dell&#8217;instaurazione di un unico ordine mondiale muova ogni potenza territoriale e porti in realt&#224; il mondo a configurarsi come un insieme di contrade, provinciali e parrocchiali, in perenne conflitto. Nel concreto, <strong>poich&#233; la &#8220;fine della storia&#8221; e l&#8217;instaurazione di un ordine unico porta soltanto a guerre senza fine, progettare un mondo basato sull&#8217;armonia di ordini diversi rappresenta l&#8217;unica alternativa praticabile</strong>. Non un mondo che traduca la pluralit&#224; di linguaggi nell&#8217;artificiale esperanto dell&#8217;inclusivit&#224;, della laicit&#224;; non un mondo basato sulla lingua unica del mercato, del consumismo e del capitalismo; non un mondo basato sull&#8217;imposizione violenta del sistema giuridico occidentale, che si autodescrive come universale e terzo rispetto alle parti in causa. Piuttosto, <strong>occorre un mondo plurilingue, in cui abbondino i poliglotti in grado di tradurre i problemi di una cultura nei termini delle altre, evitando che il dialogo degeneri in lite e in conflitto perenne</strong>. Auspico l&#8217;avvento di un mondo pentecostale, divinamente ispirato, che apra una nuova et&#224; dello Spirito.</p><p style="text-align: justify;"><em><strong>Riferimenti bibliografici</strong></em></p><p style="text-align: justify;">Th. Adorno, 2016, <em>Il gergo dell&#8217;autenticit&#224;</em>, Torino, Bollati Boringhieri.</p><p style="text-align: justify;">W. Benjamin, <em>Angelus novus</em>, Einaudi, Torino 2014.</p><p style="text-align: justify;">M. Cacciari, R. Esposito, <em>Kaos</em>, il Mulino, Bologna 2026.</p><p style="text-align: justify;">F. Cardini, <em>La deriva dell&#8217;Occidente</em>, Laterza, Bari 2023.</p><p style="text-align: justify;">E. J&#252;nger, C. Schmitt, <em>Il nodo di Gordio</em>, Adelphi, Milano 2023.</p><p style="text-align: justify;">L. Krauss, <em>La fisica di Star Trek</em>, TEA, Milano 2020.</p><p style="text-align: justify;">G. Luk&#225;cs, <em>Ontologia dell&#8217;essere sociale</em>, Editori Riuniti, Roma 1981.</p><p style="text-align: justify;">F. Monateri, <em>Katechon: filosofia, politica, estetica</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2023.</p><p style="text-align: justify;">J. Ratzinger, &#8220;La preghiera nella prima parte dell&#8217;Apocalisse (Ap 1,4-3,22)&#8221;, 2012 <a href="https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120905.html">https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120905.html</a> (consultato il 30 maggio 2026).</p><p style="text-align: justify;">P. Restaneo, <em>Dalla struttura al sistema. Lotman e la storia delle idee in URSS</em>, Aracne, Roma 2025.</p><p style="text-align: justify;">M. Walzer, <em>Esodo e rivoluzione</em>, Feltrinelli, Milano 2018.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Peter Thiel e l’imminenza/immanenza dell’apocalisse]]></title><description><![CDATA[di Sergio Belardinelli (Universit&#224; di Bologna)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/peter-thiel-e-limminenzaimmanenza</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Mon, 29 Jun 2026 06:31:41 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/80ae03ba-046c-46c8-97a6-3babd65a45cd_617x357.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Fa un certo effetto che qualcuno si riferisca a determinati autori o a determinati eventi storici ai quali fai spesso riferimento anche tu, ma lo faccia per trarne conseguenze che sono lontanissime e quasi opposte alle tue. All&#8217;inizio ti senti frastornato e magari dubiti di te stesso, ma man mano che leggi e approfondisci quanto ti sta mettendo in crisi, l&#8217;atteggiamento cambia e alla fine ti ritrovi ancora pi&#249; convinto della validit&#224; delle tue posizioni. &#200; precisamente quanto mi &#232; successo leggendo Peter Thiel, filosofo e imprenditore di successo, </span><strong><span>costruttore di una teologia della storia tanto suggestiva quanto discutibile e inquietante</span></strong><span>, dove a farla da padrone, insieme alla potenza delle nuove tecnologie dell&#8217;IA, sono le potenze pi&#249; antiche dell&#8217;apocalisse: l&#8217;Anticristo e il </span><em><span>katechon</span></em><span>, il potere che lo trattiene. Carl Schmitt, Leo Strauss e Ren&#233; Girard sembrano essere i suoi principali autori di riferimento, ai quali si sono aggiunti di recente Solov&#8217;ev e il Cardinale John Henry Newman; la Silicon Valley e il mondo Maga che ruota attorno a Donald Trump sono il suo habitat esistenziale; l&#8217;attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York &#232; il fatto storico dal quale prende il via la sua particolarissima teologia politica. Ma andiamo per ordine.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In un saggio scritto a seguito dell&#8217;11 settembre 2001, intitolato </span><em><span>Il momento straussiano</span></em><span>, recentemente pubblicato anche in italiano da Liberilibri con una bella introduzione di Andrea Venanzoni, Peter Thiel scrive: &#171;Il XXI secolo si &#232; aperto con lo sconvolgente boato dell&#8217;11 settembre 2001. In quelle ore, l&#8217;intero quadro politico e militare dei secoli XIX e XX, e dell&#8217;intera epoca moderna, basato su un&#8217;idea generale di deterrenza armata, sulla razionalit&#224; degli Stati-nazione, sull&#8217;opinione pubblica e sulla diplomazia internazionale, &#232; stato incrinato. Infatti, come ci si sarebbe mai potuti attendere che il dibattito pubblico e anche l&#8217;utilizzo della forza potessero dissuadere un manipolo di individui folli, ben determinati e dagli istinti suicidi, individui che si situavano del tutto fuori dall&#8217;orizzonte normativo e culturale dell&#8217;ordine liberale occidentale?&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Secondo Thiel, il crollo delle Torri Gemelle ha come squarciato il velo che in epoca moderna ha coperto gli occhi degli occidentali. La violenza ha fatto di nuovo irruzione sulla scena politica del mondo, portando con s&#233; il fallimento dell&#8217;idea di poterla contenere con dei patti ragionevoli e con lo sviluppo economico</span></strong><span>. Gli esecutori dell&#8217;attentato non erano poveri disperati di qualche periferia del mondo, bens&#236; sauditi di classe medio alta guidati da un miliardario. Vano pensare che con gente del genere si possa venire a patti. Di qui l&#8217;urgenza di rivedere tutto l&#8217;armamentario concettuale col quale la modernit&#224; politica occidentale ha interpretato se stessa.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Su questo punto la radicalit&#224; del pensiero di Thiel &#232; senz&#8217;altro suggestiva. &#171;Dall&#8217;Illuminismo in poi &#8211; egli scrive &#8211; la filosofia politica moderna &#232; stata caratterizzata dall&#8217;abbandono di una serie di domande che un&#8217;epoca precedente aveva invece ritenuto centrali: che cos&#8217;&#232; una vita ben vissuta? Cosa significa essere umani? In cosa consistono i fondamenti della comunit&#224; politica e dell&#8217;umanit&#224;? Come si inseriscono la cultura e la religione in tutto questo? Per il mondo moderno, la morte di Dio &#232; stata seguita dalla scomparsa della questione della natura umana&#187;. Difficile dargli torto, almeno per me. </span><strong><span>Da almeno trent&#8217;anni vado dicendo che l&#8217;Occidente illuminista e liberale deve riconciliarsi urgentemente con la sua tradizione classica, greca e giudaico-cristiana, se vuole venire a capo dei problemi che lo assillano, incluso il terrorismo islamico</span></strong><span>. Ma evidentemente Thiel e io non pensiamo la tradizione classica allo stesso modo, n&#233; egli sembra ritenere che tale tradizione abbia ancora una chance di farsi valere nel mondo contemporaneo, dato che la considera irrimediabilmente &#8220;fallita&#8221;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Seguendo Leo Strauss, </span><strong><span>Thiel ritiene che quella tradizione &#171;consisteva in due correnti radicalmente incompatibili, simboleggiate da Atene e Gerusalemme&#187;. Il luogo della filosofia e della ragione, Atene, non pu&#242; convivere con il luogo della fede e della rivelazione, Gerusalemme</span></strong><span>. Premesso che questa contrapposizione non mi convince e che prediligo la conciliazione tra le due citt&#224;, secondo Thiel il problema non si pone pi&#249;, poich&#233; nei secoli XV-XVII si sarebbero &#8220;disintegrate&#8221; entrambe. Le guerre di religione, prima, e la privatizzazione della religione successiva alla Pace di Westfalia, poi, sanciscono a suo avviso rispettivamente la &#8220;pericolosit&#224;&#8221; pubblica della religione e la &#8220;ritirata strategica&#8221; dell&#8217;Illuminismo rispetto alle tradizionali domande teologico-filosofiche circa il senso della vita umana e della comunit&#224; politica. Detto laconicamente con le parole di Thiel, &#171;la questione della natura umana &#232; stata abbandonata perch&#233; troppo pericolosa da discutere&#187;. &#200; successo cos&#236;, e siamo alla seconda tappa del percorso di Thiel, che &#171;la nuova scienza economica e la pratica del capitalismo hanno riempito il vuoto creato dall&#8217;abbandono della tradizione pi&#249; antica&#187;. A partire da John Locke, la rimozione della natura umana riesce a combinarsi con il riconoscimento di alcuni inviolabili diritti individuali, quali il diritto di propriet&#224;, la libert&#224; di religione, la libert&#224; di parola. In questo modo le guerre di religione vengono neutralizzate e lo stesso potere politico diventa sempre pi&#249; riluttante a mostrare il suo volto violento. </span><strong><span>Per dirla ancora con Strauss, anche se Thiel non lo cita, ci si illude ormai di risolvere il problema politico tramite mezzi economici. Sennonch&#233; a risvegliare l&#8217;America e l&#8217;Europa da questa illusione arriva l&#8217;11 settembre</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Con l&#8217;attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York avviene secondo Thiel un vero e proprio cataclisma. All&#8217;improvviso, l&#8217;Occidente si rende conto che la Pace di Westfalia non &#232; mai avvenuta nella maggior parte dei luoghi della terra, che la religione pu&#242; essere ancora un pericoloso fronte di combattimento e che molti uomini sono ancora disposti, non soltanto a morire, ma anche a uccidere per essa. Di conseguenza siamo costretti &#171;a guardare il mondo in modo nuovo, a pensare pensieri nuovi e strani, e quindi a risvegliarci da quel lunghissimo e proficuo periodo di torpore e amnesia intellettuale che viene chiamato in modo cos&#236; fuorviante Illuminismo&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Che l&#8217;Occidente debba svegliarsi, guardare in faccia la dura realt&#224; che si va delineando e riprendere consapevolezza di s&#233; non ci sono dubbi</span></strong><span>, specialmente dopo quanto nel frattempo &#232; successo in Ucraina, a Gaza o in Iran. Ho tuttavia l&#8217;impressione che i pensieri di Thiel su questo punto non siano poi cos&#236; &#8220;nuovi&#8221;, pur essendo certamente &#8220;strani&#8221;, almeno secondo me. Non sono nuovi, perch&#233; in essi sento il rimbombo di una certa cultura della crisi che ha attanagliato l&#8217;Europa a cavallo tra le due guerre mondiali del secolo scorso con esiti devastanti: lo stesso senso di ineluttabilit&#224;, lo stesso spaesamento metafisico, la stessa volont&#224; di far fronte al proprio destino assecondando l&#8217;identificazione della verit&#224; col potere. Non a caso l&#8217;altro autore a cui Thiel si riferisce per illuminare la nostra crisi &#232; Carl Schmitt, il teorico della decisione contingente, libera da vincoli normativi e inappellabile del sovrano, nonch&#233; della coppia &#8220;amico-nemico&#8221;, quale orizzonte costitutivo del politico in quanto tale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Grazie a una sorta di reticenza alla Strauss che gli consente di dire e non dire, Thiel da un lato ritiene che, di fronte al terrorismo islamico, Schmitt &#171;non consiglierebbe mezze misure ragionate&#187;; piuttosto &#171;esorterebbe a una nuova crociata come modo per riscoprire il senso e lo scopo della nostra vita&#187;; dall&#8217;altro per&#242; Thiel &#232; ben consapevole del fatto che l&#8217;Occidente non pu&#242; permettersi nuove crociate, senza rinnegare se stesso. </span><strong><span>Di conseguenza, in termini rigorosamente schmittiani, l&#8217;Occidente si trova di fronte a un vicolo cieco: &#171;deve perdere la guerra o perdere la propria identit&#224;&#187;. Se non dispiega la sua potenza per attaccare il nemico, l&#8217;Occidente perde la guerra, se invece la dispiega, la vince, ma perde appunto se stesso, poich&#233; diverrebbe esattamente come il suo nemico</span></strong><span>. Insomma, una volta presa sul serio la guerra al nemico, sembra che, comunque vada, per l&#8217;Occidente le cose si mettano male. Di qui il repentino ripiegamento di Thiel su un&#8217;altra possibilit&#224;, gi&#224; intravista dallo stesso Schmitt: se &#232; vero infatti che finch&#233; esister&#224; il politico il mondo rester&#224; inesorabilmente diviso tra amici e nemici, non si pu&#242; tuttavia escludere la fine del politico.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Su questa possibilit&#224; Thiel indugia con una reticenza che diventa vero e proprio esoterismo. L&#8217;idea che la tecnica, l&#8217;odierna tecnica dell&#8217;IA, non quella cui pensava ancora Carl Schmitt, possa rappresentare &#171;il terribile potere che &#232; legato ad una centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo&#187; &#232; per lui quasi scontata; il fatto che per Schmitt essa avrebbe prefigurato la catastrofe dell&#8217;apocalisse realizzata dall&#8217;Anticristo, promettendo agli uomini &#8220;pace e sicurezza&#8221;, &#232; una sorta di sfida da raccogliere, investendo non tanto sui dibattiti interminabili delle Nazioni Unite, quanto sulla zona grigia che da sempre avvolge la politica, ma che abbiamo praticamente rimosso. Una zona grigia dove operano le forze pi&#249; diverse e pi&#249; oscure, l&#8217;Anticristo, come vedremo, e ci&#242; che lo trattiene, il famoso </span><em><span>katechon</span></em><span>, nonch&#233; l&#8217;ineliminabile violenza.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Con apprezzabile realismo Thiel sembra volerci ricordare che la politica e il potere, anche quando sono liberali e democratici, presuppongono inevitabilmente la lotta, quindi l&#8217;uso della violenza</span></strong><span>. Di conseguenza, nemmeno nelle cosiddette &#8220;societ&#224; libere&#8221; possiamo pretendere che tutto avvenga alla luce del sole e all&#8217;insegna della libert&#224;. Ce ne rendiamo conto in alcuni momenti cruciali, come quando ad esempio ci troviamo in guerra &#8211; &#232; il caso dei nostri giorni &#8211; e un&#8217;aura tutt&#8217;altro che trasparente prende ad avvolgere le vicende politiche. Sulla scorta di Strauss e Schmitt, Thiel ha dunque ragioni da vendere nel rimarcare questo aspetto. Non mi piace tuttavia un certo suo fastidio che traspare nei confronti della democrazia rappresentativa: &#171;Non credo pi&#249; che libert&#224; e democrazia siano compatibili&#187;, scrive nel suo manifesto </span><em><span>The Education of a Libertarian</span></em><span> (2009), e meno ancora mi piace la sua simpatia per &#171;l&#8217;appello all&#8217;azione&#187;, che ne </span><em><span>Il momento straussiano</span></em><span> egli riprende dalle battute finali dell&#8217;opera di Oswald Spengler </span><em><span>Il tramonto dell&#8217;Occidente</span></em><span>, in direzione di ci&#242; che &#171;dobbiamo volere&#187;. Siamo di fronte a un&#8217;alternativa secca tra &#171;fare il necessario&#187; o &#171;non fare nulla&#187;: </span><em><span>Ducunt fata volentem, nolentem trahunt</span></em><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Riconosco il pathos e persino una certa macabra attualit&#224; di questa citazione, ma, ripeto, non mi piace. Quando si viene messi di fronte all&#8217;alternativa se &#171;fare il necessario&#187; o &#171;non fare nulla&#187; c&#8217;&#232; sempre qualcosa in agguato che non va, un inganno mascherato da nobilt&#224; di spirito</span></strong><span>. A maggior ragione quando, per qualche oscura ragione, il necessario di cui si parla sembra avere a che fare con la fine della politica a vantaggio di una tecnopolitica alla quale non sia estranea la violenza. E siamo all&#8217;ultimo passaggio del discorso di Thiel, dove viene chiamato in causa Ren&#233; Girard, del quale Thiel &#232; stato allievo a Stanford. &#171;Come Schmitt e Strauss, anche Girard ritiene che esista una verit&#224; inquietante sulla citt&#224; e sull&#8217;umanit&#224; e che l&#8217;intera questione della violenza umana sia stata sdilinquita dall&#8217;Illuminismo&#187;. Tutti e tre gli autori ci dicono in fondo che la guerra non &#232; qualcosa che si risolve mostrandone l&#8217;irrazionalit&#224; e stipulando contratti. Questa &#232; soltanto una menzogna alla quale, da Hobbes a Rousseau, non ha mai creduto nessuno. Se dunque l&#8217;Occidente vuole ritrovare se stesso, secondo Thiel, non ha scelta, deve ritornare a pensare quelle che Girard chiama le &#171;</span><em><span>cose nascoste fin dalla fondazione del mondo</span></em><span>&#187;. &#171;Nel racconto alternativo di Girard &#8211; egli scrive &#8211; la guerra di tutti contro tutti culmina non in un contratto sociale, ma in una guerra di tutti contro uno, poich&#233; le stesse forze mimetiche spingono gradualmente i combattenti a coalizzarsi contro una persona in particolare. La guerra continua a intensificarsi e non c&#8217;&#232; un punto d&#8217;arresto razionale, almeno fino a quando questa persona non diventa il capro espiatorio la cui morte aiuta a unire la comunit&#224; e a portare una pace limitata per i sopravvissuti&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Secondo Girard, &#232; questo omicidio l&#8217;origine segreta di tutte le istituzioni politiche e religiose. Il capro espiatorio doveva morire perch&#233; ci fosse la pace. </span><strong><span>Per dirla con le parole di Thiel, &#171;con la violenza si &#232; posto fine alla violenza ed &#232; nata la societ&#224;&#187;. Ma che succede nel momento in cui, come accade nel mondo moderno, non si crede pi&#249; al mito, all&#8217;aura sacrale e sacrificale che da sempre ha occultato e giustificato questa verit&#224;?</span></strong><span> A differenza di quanto pensava Hegel, la conoscenza delle girardiane cose nascoste fin dalla fondazione del mondo non porta automaticamente a una gloriosa sintesi finale, anzi, come sottolinea Thiel, il disfacimento dei miti &#171;pu&#242; privare l&#8217;umanit&#224; del funzionamento efficace della violenza limitata e sacra di cui aveva bisogno per proteggersi dalla violenza illimitata e desacralizzata&#187;, aprendo cos&#236; le porte alla &#8220;forza apocalittica&#8221; che secondo Girard pervade il mondo moderno e che i moderni non riescono a vedere, ma della quale potremmo rimanere tutti vittime.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; questo uno degli aspetti pi&#249; intriganti e controversi, almeno secondo me, del pensiero di Peter Thiel. </span><strong><span>Il tema dell&#8217;apocalisse viene intrecciato con quello dell&#8217;ambiguit&#224; dell&#8217;odierno apparato scientifico tecnologico e della sua inaudita potenza</span></strong><span>. &#171;La scienza evocher&#224; o sopprimer&#224; l&#8217;Anticristo?&#187;: questa la domanda che Thiel si pone in uno dei suoi ultimi saggi scritto insieme a Sam Wolfe, pubblicato su &#8220;First Things&#8221; nell&#8217;ottobre scorso: </span><em><span>Voyages to the End of the World</span></em><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Come un &#171;teologo-investigatore&#187; (parole sue), egli cerca di penetrare i misteri della scienza moderna a partire dalla </span><em><span>Nuova Atlantide</span></em><span> di Francesco Bacone, passando attraverso </span><em><span>I Viaggi di Gulliver</span></em><span> di Jonathan Swift, per giungere fino ai fumetti dei giorni nostri: </span><em><span>Watchmen</span></em><span> di Alan Moore e </span><em><span>One Piece</span></em><span> di Eiichiro Oda. Il succo di questo viaggio senz&#8217;altro affascinante &#232; un po&#8217; questo: se in Bacone una sorta di tecno-razionalismo </span><em><span>ante litteram</span></em><span> nasconde con successo l&#8217;apocalisse, Los Alamos e la bomba atomica segnano la fine della scienza baconiana, mettendo il mondo di fronte a un&#8217;alternativa secca: la pace o la guerra atomica. Possiamo ancora credere al potere salvifico della scienza o dobbiamo porre fine ad esso? Se Bensalem, la nuova Atlantide di Bacone, esattamente come l&#8217;Anticristo di San Paolo (Tessalonicesi 5,3), prometteva gi&#224; nel nome &#171;pace e sicurezza&#187;, i nuovi potenti sanno, secondo Thiel, che &#171;il modo per assicurarsi il potere &#232; spaventarci riguardo al futuro&#187;. Anticristo o Hermageddon, dunque?</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Come ci racconta Marco Dotti in un bel saggio sulle conferenze a porte chiuse che Thiel ha tenuto in questi ultimi mesi un po&#8217; in tutto il mondo, recentissimamente anche a Roma, i nuovi autori ai quali egli ama riferirsi per rispondere a questa domanda sono Solov&#8217;ev e il Cardinale John Henry Newman. Del primo Thiel utilizza il </span><em><span>Breve racconto dell&#8217;Anticristo</span></em><span> scritto nel 1900; del secondo utilizza quattro sermoni scritti nel 1838: </span><em><span>The Times of Antichrist</span></em><span>, </span><em><span>The Religion of Antichrist</span></em><span>, </span><em><span>The City of Antichrist</span></em><span>, </span><em><span>The Persecution of Antichrist</span></em><span>. Siccome ritengo impeccabile l&#8217;analisi che ne fa Dotti, rinvio a essa per qualsiasi approfondimento. </span><strong><span>Qui mi limito a riprendere l&#8217;idea che Solov&#8217;ev rappresenti per Thiel una sorta di &#8220;specchio del presente&#8221;. Il suo Anticristo &#232; buono, offre pace, prosperit&#224; e dialogo universali</span></strong><span>. Persino le chiese cedono alla sua seduzione. Gli manca solo una spinta per diventare veramente il vincitore. E questa, secondo Thiel, gli viene precisamente nel nostro tempo: la bomba atomica, l&#8217;IA, le preoccupazioni ecologiche, in una parola la paura del futuro, la concreta possibilit&#224; della fine di tutto. </span><strong><span>La paura di Hermageddon diventa il propellente ideale dell&#8217;Anticristo. L&#8217;apocalisse &#232; dunque imminente. Ma neanche questa idea mi convince. Svelando il senso della storia della salvezza, l&#8217;apocalisse si configura come una speranza possibile in ogni momento della storia, non come un criterio per misurare quanto una certa epoca sia vicina o lontana dalla sua fine o dal &#8220;compimento&#8221; realizzato da Ges&#249; Cristo sul Golgota</span></strong><span>. Proprio come dice il suo maestro Girard, &#171;l&#8217;apocalisse non ha una connotazione storica ma religiosa, per questo non possiamo farne a meno. &#200; questo che il cristianesimo moderno non capisce. Nel futuro apocalittico, il buono e il cattivo sono mischiati insieme in modo che, da un punto di vista cristiano, non si pu&#242; parlare di pessimismo, si tratta di essere semplicemente cristiani&#187; (Girard 2010, 26-27). Ma purtroppo lo stesso Girard su questo punto si contraddice quando scrive che l&#8217;apocalisse sarebbe oggi </span><em><span>particolarmente</span></em><span> vicina. &#171;Ognuno di noi pu&#242; vedere che l&#8217;apocalisse si fa sempre pi&#249; concreta ogni giorno che passa: una forza distruttiva capace di cancellare il mondo, armi sempre pi&#249; potenti e altre minacce ancora si moltiplicano davanti ai nostri occhi&#187; (Girard 2010, 30). E altrove: &#171;Il riscaldamento climatico del pianeta e l&#8217;aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati&#187; (Girard 2008, 312). Sono gli stessi temi sui quali Thiel fonda la sua teoria. Ma allora che cos&#8217;&#232; l&#8217;apocalisse? Parliamo di una &#8220;promessa&#8221; oppure di una catastrofe imminente?</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Io credo che l&#8217;apocalisse sia il permanere della </span><em><span>promessa</span></em><span>, nonostante tutte le possibili catastrofi, l&#8217;avvento della &#8220;Gerusalemme celeste&#8221; che si annuncia come certezza in mezzo al dolore e al sangue della storia. </span><strong><span>Saper leggere i &#8220;segni dei tempi&#8221; equivale per il cristiano a leggere il tempo con gli occhi di Ges&#249; Cristo, affidandosi alla sua persona, non consiste certo in un sapere da &#8220;iniziati&#8221;, accessibile a pochi privilegiati</span></strong><span>. Ma &#232; esattamente la persona di Ges&#249; Cristo che manca nel discorso di Thiel, rendendolo una sorta di variazione gnostica del realismo che contraddistingue invece il discorso cristiano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Thiel ha senz&#8217;altro ragione quando girardianamente afferma che &#171;gli attuali dibattiti politici rimangono inadeguati alla situazione mondiale contemporanea nella misura in cui, in tutto lo spettro, permane una sistematica sottovalutazione della portata della violenza apocalittica&#187;. Ugualmente convincente sembra l&#8217;idea che, una volta svelata questa verit&#224;, sia sempre pi&#249; impraticabile la reticenza straussiana tendente a farne oggetto di conoscenza esoterica. La verit&#224; sar&#224; sempre pi&#249; manifesta. </span><strong><span>Non mi convince invece l&#8217;idea che &#171;il disvelamento di questa conoscenza terribile apre una faglia catastrofica sotto la citt&#224; dell&#8217;uomo&#187;, fin quasi a rendere la politica impossibile. Cascasse il mondo, avrebbe detto il nostro Benedetto Croce, ci sar&#224; sempre materia per fare il bene</span></strong><span>. Checch&#233; ne dica anche Girard, peraltro in contraddizione con se stesso, lo svelamento dell&#8217;apocalisse cristiana non &#232; l&#8217;annuncio oscuro della fine del mondo. Se penso all&#8217;</span><em><span>Apocalisse</span></em><span> di Giovanni, direi che siamo di fronte a un libro di luce, non di oscurit&#224;. Ci viene svelata la dinamica della storia della salvezza, non una teoria esoterica per pochi eletti sulla fine del mondo. Se fosse questo, infatti, ne uscirebbe legittimato esattamente ci&#242; che Thiel paventa, ossia il sacrificio di qualsiasi cosa pur di evitarla. Guai dunque a secolarizzare l&#8217;apocalissse.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Mi rendo conto che il momento che stiamo attraversando ci pone continuamente davanti agli occhi la concreta possibilit&#224; che tutto finisca. La bomba atomica, l&#8217;intelligenza artificiale, il caos internazionale e le guerre che si scatenano ormai senza alcun ritegno fanno pensare che Hermageddon sia vicina. A ragione Thiel ci dice che in questa situazione &#171;non si pu&#242; tornare alla condizione del politico immaginata da Carl Schmitt&#187;, n&#233; ci si pu&#242; accomodare con l&#8217;Illuminismo, visto che &#171;i suoi facili bromuri sono diventati nel nostro tempo delle falsit&#224; mortali&#187;. Si deve tuttavia &#8220;decidere&#8221;, e lo si deve fare, come abbiamo visto prima, assecondando &#171;la necessit&#224; storica&#187;. Ma su questo punto, lo ripeto, dissento profondamente. </span><strong><span>Nella storia esiste l&#8217;imprevedibilit&#224;, la contingenza, l&#8217;unicit&#224;, l&#8217;indeterminabilit&#224;, non la necessit&#224;. Molto meglio quindi la speranza cristiana che, con timore e tremore, si sforza di leggere tutto ci&#242; che la storia ci riserva, anche i pericoli pi&#249; drammatici, con gli occhi di Ges&#249; Cristo</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La realt&#224; &#232; tragica; il male, la violenza e l&#8217;ingiustizia la fanno il pi&#249; delle volte da padroni; i lupi amano mascherarsi da agnelli; e alla fine ci aspetta la morte. Eppure </span><strong><span>Ges&#249; ci promette che la morte non avr&#224; l&#8217;ultima parola; ci esorta a lavorare come &#8220;servi inutili&#8221;, a fare tutto il bene possibile, senza pretendere che il destino del mondo dipenda da noi. Altro che assecondare una presunta necessit&#224; della storia! Non c&#8217;&#232; niente nella storia che sia inevitabile</span></strong><span>. Se vogliamo essere fedeli all&#8217;apocalisse cristiana non abbiamo che da combattere il male anche quando sembra un&#8217;impresa vana. Di pi&#249; non possiamo pretendere. Del resto, prima o poi, l&#8217;entropia annienter&#224; tutto. La vita umana &#232; un soffio. Ma in un tempo sufficientemente lungo (e il mondo fisico di tempo ne ha in abbondanza), possiamo star certi che scomparir&#224; anche tutto ci&#242; che ci circonda. Non rester&#224; traccia dei colli che vedo intorno casa e nemmeno della basilica di San Pietro. </span><strong><span>Eppure </span></strong><em><strong><span>la fine</span></strong></em><strong><span> di tutto non &#232; </span></strong><em><strong><span>il fine</span></strong></em><strong><span> a cui tutto tende. Se lo fosse, vorrebbe dire semplicemente che siamo nelle mani di </span></strong><em><strong><span>ananke</span></strong></em><strong><span>, la necessit&#224;. E invece la ragione e la libert&#224; ci dicono che il mondo &#232; contingente, che vale la pena battersi contro il male anche quando sembra una battaglia contro i mulini a vento</span></strong><span>. &#200; il solo modo che abbiamo di anticipare la &#8220;Gerusalemme celeste&#8221; dell&#8217;Apocalisse o, se si vuole, di trattenere la fine: l&#8217;unica variante del </span><em><span>katechon</span></em><span> che mi convince.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><strong><span>Riferimenti bibliografici</span></strong></em></p><p style="text-align: justify;"><span>M. Dotti, </span><em><span>Letture distorte</span></em><span>, in &#8220;centroculturaledimilano.it&#8221;, 13 marzo 2026.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>R. Girard, </span><em><span>Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo</span></em><span>, Adelphi, Milano 1983.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>R. Girard, </span><em><span>Portando Clausewitz all&#8217;estremo</span></em><span>, Adelphi, Milano 2008.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>R. Girard, </span><em><span>Prima dell&#8217;apocalisse</span></em><span>, Transeuropea Edizioni, Pisa 2010.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>C. Schmitt, </span><em><span>Il concetto di politico</span></em><span>, in Id, </span><em><span>Le categorie del politico</span></em><span>, Il Mulino, Bologna 1972.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>L. Strauss, </span><em><span>Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell&#8217;Occidente</span></em><span>, Einaudi, Torino 1998.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, </span><em><span>The Education of a Libertarian</span></em><span>, 13 aprile 2009.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, </span><em><span>Il momento straussiano</span></em><span>, Liberilibri, Macerata 2025.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>P. Thiel, S. Wolfe, </span><em><span>Voyages to the End of the world</span></em><span>, in &#8220;First Things&#8221;, 1 ottobre 2025.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La pervasività della questione demografica]]></title><description><![CDATA[di Marco Valerio Lo Prete (Giornalista, responsabile dell&#8217;Ufficio di corrispondenza RAI da New York, USA)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/la-pervasivita-della-questione-demografica</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/la-pervasivita-della-questione-demografica</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 07:31:23 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7efa2fac-4f5b-44a0-ab4a-8e6036ab107c_3125x1451.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Quando Sergio Belardinelli mi ha proposto di avviare su &#8220;Lisander&#8221; un dibattito sulla demografia e sulla (de)natalit&#224; in Italia, oltre che sentirmi onorato non ho potuto che dubitare di essere all&#8217;altezza del compito. E non perch&#233; di demografia non mi sia occupato o non abbia scritto, come giornalista e divulgatore. Armato essenzialmente di curiosit&#224; e di domande, negli anni ho tentato di controllare e verificare ipotesi e teorie, come amava ripetere Dario Antiseri, grazie al confronto con i dati e soprattutto con esperti che alla materia hanno dedicato una vita intera di studi, come Antonio Golini, o di impegno informativo, come Piero Angela. Teorie sistematiche in materia o soluzioni definitive al problema, per&#242;, non ne ho ancora trovate, figurarsi dunque se ne avevo da offrire a un pubblico tanto avvertito come quello di &#8220;Lisander&#8221;. Ho ritenuto allora che la cosa pi&#249; utile che da giornalista potessi fare, di nuovo, era suggerire una prospettiva meno comune per osservare il caso italiano. </span><strong><span>Ho scelto l&#8217;angolo visuale della capacit&#224; creativa e di innovazione che viene meno</span></strong><span>, </span><strong><span>spesso senza accorgercene, quando l&#8217;invecchiamento (di per s&#233; benemerito) di una popolazione diventa &#8211; in proporzione &#8211; eccessivo</span></strong><span>.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Una simile prospettiva &#232; dichiaratamente parziale ma non esclusivamente economicistica. Lo dimostra, per esempio, il calcolo proposto su queste colonne da </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/riappropriamoci-del-futuro"><span>Gian Carlo Blangiardo</span></a><span> sul cosiddetto &#171;patrimonio demografico&#187; di &#171;75 milioni di anni di futuro&#187; che il nostro Paese avrebbe &#171;perso&#187; in appena un quinquennio. In questo futuro, ovviamente, ci sono molte cose in pi&#249; che non brevetti scientifici, imprese innovative o capacit&#224; produttiva. Come sintetizzato con efficacia, in altro contesto, dall&#8217;ex Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, esistono infatti &#171;</span><em><span>unknown unknowns</span></em><span>&#187;, &#171;cose che non sappiamo di non sapere&#187;. Ed &#232; con questi </span><em><span>unknown unknowns</span></em><span> che la disciplina demografica, storicamente legata alla statistica, fa pi&#249; fatica a fare i conti, soprattutto in una fase di profondo &#8220;malessere demografico&#8221; come quella in cui siamo immersi nel nostro Paese.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Il dibattito su Lisander ha meritoriamente allargato la prospettiva iniziale</span></strong><span>. Ricordando per esempio, dati alla mano con </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/italia-un-caso-demografico"><span>Roberto Volpi</span></a><span>, che per quanto l&#8217;Italia sia stata dal punto di vista storico un&#8217;apripista, il fenomeno che ci troviamo di fronte &#232; quantomeno europeo. O osservando, come ha fatto </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/non-e-solo-denatalita-e-la-crisi"><span>Donatella Di Cesare</span></a><span>, che occorre anche emanciparsi per un momento da &#171;dati, proiezioni e conseguenze&#187; per ipotizzare che dietro il calo delle nascite ci sia &#171;una difficolt&#224; pi&#249; radicale a immaginare il nuovo&#187;. O sottolineando come gli squilibri demografici &#8211; se si intende correggerli &#8211; non possono essere ridotti a problema e rivendicazione di una singola generazione, riguardando per esempio &#8211; scrive </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/due-considerazioni-sulla-denatalita"><span>Peppino Zola</span></a><span> &#8211; anche &#171;la valorizzazione della presenza dei nonni nella nostra societ&#224;&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Soprattutto, dagli interventi che si sono succeduti su Lisander, </span><strong><span>mi sembra emergere con forza crescente la convinzione che il nesso tra andamenti economici e andamenti demografici sia meno univoco di quel che comunemente si crede</span></strong><span>. Come sostiene </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/oltre-il-costo-opportunita-la-genitorialita"><span>Luca Pesenti</span></a><span>, &#171;le scelte riproduttive non sono determinate unicamente da calcoli costo-opportunit&#224;, ma si inscrivono in un quadro di significati condivisi in cui un ruolo apicale ha un termine scarsamente utilizzabile nella nostra epoca: speranza&#187;. Questa e altre riflessioni di simile tenore, almeno fino a qualche tempo fa, non avrebbero avuto facilmente cittadinanza nel dibattito pubblico. Si &#232; compiuto un passo in avanti, dunque, di non poco conto.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Certo, specie da una prospettiva liberale, il tema demografico rimane quantomai complesso da maneggiare, perfino nel fortunato momento in cui la</span><strong><span> consapevolezza che questo sia &#171;il problema dei problemi&#187; inizia a diffondersi</span></strong><span>, ci avverte </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/la-speranza-e-lultima-a-morirema"><span>Sergio Belardinelli</span></a><span> quando manifesta &#171;la sensazione che l&#8217;innegabile valore sociale della messa al mondo dei figli venga enfatizzato pi&#249; per giustificare l&#8217;intervento dello Stato in materia che per promuovere la libert&#224; delle persone&#187;. D&#8217;altronde, come ha scritto </span><strong><span>Giovanni Orsina in </span></strong><em><strong><span>Controrivoluzione</span></strong></em><span> (Marsilio), una delle pi&#249; lucide analisi della fase politica che attraversiamo a livello mondiale, &#171;</span><strong><span>su carta &#232; possibile disegnare solo soluzioni astratte: insufficienti per definizione, se la crisi cui devono porre rimedio &#232; stata generata da un eccesso di astrattezza</span></strong><span>. In concreto, l&#8217;antidoto agli eccessi della nostra epoca, il </span><em><span>kat&#233;chon</span></em><span>, potrebbe non esser costituito da un&#8217;unica teoria macroscopica ma da una miriade di fatti microscopici. </span><strong><span>Da un lavor&#236;o umile e oscuro di correzione e riequilibrio, un esercizio quotidiano di realismo e scetticismo che riconcili concretamente gli esseri umani con il villaggio in cui abitano</span></strong><span>. Ma quel lavor&#236;o e quell&#8217;esercizio non possono rispondere a un progetto razionale. Semmai sono l&#8217;antidoto all&#8217;eccesso di pianificazione, il contrappeso a qualsiasi soluzione appaia desiderabile in astratto. </span><strong><span>Devono esistere nel mondo vissuto ben pi&#249; che nel mondo pensato</span></strong><span>&#187;. Vale anche, e ancor pi&#249;, per la nostra crisi demografica.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><span>Vaste programme</span></em><span>, insomma, a maggior ragione perch&#233; di programmabile ci pu&#242; (e ci deve essere) ben poco. Eppure chiunque abbia partecipato &#8211; scrivendo o leggendo &#8211; a questo prezioso dibattito non potr&#224; che essere rincuorato da alcune riflessioni istituzionali intervenute proprio mentre era in corso il nostro scambio. Al Presidente Sergio Mattarella, in occasione degli 80 anni della Repubblica, &#232; stato infatti chiesto su cosa si impegnerebbe in via prioritaria nell&#8217;ipotesi fosse eletto oggi come parlamentare. La risposta del Presidente &#232; stata netta: </span><strong><span>&#171;Partirei dalla denatalit&#224;, solleciterei una riflessione sul patrimonio umano, sul capitale umano costituito dalle donne e dagli uomini del futuro&#187;</span></strong><span>.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La speranza è l'ultima a morire...ma prima deve nascere!]]></title><description><![CDATA[di Sergio Belardinelli (Universit&#224; di Bologna)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/la-speranza-e-lultima-a-morirema</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/la-speranza-e-lultima-a-morirema</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Mon, 22 Jun 2026 05:54:05 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1c46f7e1-b4b3-4d3b-b33c-327505971894_787x380.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quindici anni or sono, nel 2011, il Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana pubblic&#242; presso l&#8217;Editore Laterza un volume a pi&#249; voci che &#232; ancora attualissimo: <em>Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell&#8217;Italia</em>. Nella presentazione il Cardinale Camillo Ruini saggiamente individuava due elementi in grado di influenzare l&#8217;andamento delle nascite: &#171;il primo &#232; costituito dagli interventi pubblici, cio&#232; da una serie organica di provvedimenti di lungo periodo rivolti non a premere sulle coppie perch&#233; mettano al mondo dei figli che non desiderano, bens&#236; semplicemente a eliminare le difficolt&#224; sociali ed economiche che ostacolano la realizzazione dell&#8217;obiettivo di avere i figli che esse vorrebbero&#187;; il secondo &#232; &#171;quello delle mentalit&#224;&#187; quindi &#171;dei vissuti personali e familiari e della cultura sociale, che influiscono potentemente sui comportamenti demografici&#187;.</p><p style="text-align: justify;">&#200; un po&#8217; l&#8217;uovo di Colombo, ma mi pare che molto di pi&#249; non si possa dire su un fenomeno che, come mostrano gli interventi che si sono succeduti in questo fascicolo di &#8220;Lisander&#8221;, &#232; destinato a incidere pi&#249; di altri sul futuro del nostro Paese e dell&#8217;Europa intera. <strong>Interventi pubblici e mentalit&#224; sono senz&#8217;altro i poli all&#8217;interno dei quali bisogna lavorare per affrontare sensatamente il problema delle nascite</strong>. D&#8217;altra parte, per&#242;, appare sempre pi&#249; evidente come questi due poli, pur interferendo tra di loro, lo facciano in un modo del tutto imprevedibile. Tanto &#232; vero che l&#8217;inverno demografico affligge l&#8217;Europa intera, quasi a prescindere dalla generosit&#224; delle politiche demografiche messe in atto dai diversi paesi. Significa, questo, che conta soltanto la &#8220;mentalit&#224;&#8221;? Non direi. Ma evidentemente una mentalit&#224; aperta alla natalit&#224; dipende da fattori non tutti riducibili agli interventi pubblici che si mettono in atto per favorire la natalit&#224; stessa.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Dopo decenni in cui la cultura dominante ha promosso ideali di autorealizzazione ispirati spesso al pi&#249; radicale individualismo, &#232; oggi molto difficile invertire la rotta</strong>. <strong>In ogni caso, non bisogna perdersi d&#8217;animo</strong>. La gran maggioranza degli italiani &#232; ancora fortemente legata a un&#8217;idea di famiglia che include senz&#8217;altro i figli. Ci sono dati che ci dicono, ad esempio, che esiste un significativo divario tra i figli che vengono effettivamente messi al mondo (1,2 per donna) e quelli che invece si desidererebbero (2 per donna). In linea di principio, quindi, non siamo ancora una societ&#224; ostile ai bambini. Ma abbiamo bisogno di politiche, questo s&#236;, che quanto meno non ostacolino le famiglie italiane a generare i figli che vorrebbero. <strong>Mettere al mondo un figlio non &#232; soltanto una gratificazione personale; &#232; anche un evento sociale; &#232; un grande segno di fiducia e di speranza nel mondo che abitiamo. Se non nascessero pi&#249; bambini, sarebbe come dire che abbiamo rinunciato del tutto alla novit&#224; e alla libert&#224;</strong> &#8211; lo ha detto anche <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/non-e-solo-denatalita-e-la-crisi">Donatella Di Cesare</a> &#8211; per consegnarci in tutti i sensi alla morte. E siccome vedo una grande sproporzione tra la posta, anche simbolica, che &#232; in gioco nella natalit&#224; e l&#8217;idea di poterla in qualche modo mettere sotto il cappello delle politiche pubbliche, auspico che si mantenga sempre una salutare tensione tra queste ultime e la &#8220;mentalit&#224;&#8221; degli interessati.</p><p><strong>Qualche volta ho la sensazione che l&#8217;innegabile valore sociale della messa al mondo dei figli venga enfatizzato pi&#249; per giustificare l&#8217;intervento dello Stato in materia che per promuovere la libert&#224; delle persone. E questo, lo dico in tutta franchezza, non mi piace</strong>. A maggior ragione se penso che la tecnologia della riproduzione sta lavorando anche alla produzione dei bambini fuori dell&#8217;utero materno. A quel punto, grazie all&#8217;utero artificiale (prima o poi arriver&#224;), le donne saranno finalmente sgravate dell&#8217; &#8220;ingiustizia&#8221; di dover portare i figli in grembo e lo Stato potr&#224; stabilire a tavolino, con assoluta precisione, il numero dei nuovi nati che volta a volta serviranno per l&#8217;armonico sviluppo della societ&#224;, nonch&#233; platonicamente come educarli. Lo statalismo potr&#224; finalmente danzare il suo <em>tripudium</em>.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Nascita e donazione]]></title><description><![CDATA[di Martina Galvani (Universit&#224; di Trento)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/nascita-e-donazione</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/nascita-e-donazione</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 18 Jun 2026 06:52:42 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7b10b541-9eb1-4485-8814-31c6b7b9913c_6000x4000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Di fronte ai dati sempre pi&#249; preoccupanti della denatalit&#224;, </span><strong><span>ci si potrebbe chiedere se la nascita sia ancora percepita come un dono</span></strong><span>. La questione non riguarda soltanto le condizioni economiche, i mancati interventi materiali di sostegno alla maternit&#224; o, in generale, le politiche familiari, ma tocca il modo in cui comprendiamo noi stessi e il senso del nostro esistere. Nel recente </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/italia-e-malessere-demografico-da"><span>dibattito aperto da Lisander</span></a><span> si &#232; gi&#224; parlato dell&#8217;esigenza di riscoprire la vita come dono ricevuto (si veda il contributo di </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/una-questione-di-orizzonte-alle-radici"><span>Giorgia Pinelli</span></a><span>).</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#171;Il bimbo, frutto del reciproco donarsi, deve essere considerato il &#8220;dono&#8221; incarnato&#187;: cos&#236; si esprime Edith Stein nel suo opus magnum, </span><em><span>Essere finito e Essere eterno </span></em><span>(1936).</span><span> Un&#8217;affermazione che potrebbe sembrare quasi scontata, ma che in realt&#224; invita a una riflessione pi&#249; radicale sul significato stesso della donazione e dell&#8217;essere.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Secondo la Stein, Heidegger ha avuto il merito di riportare al centro della riflessione filosofica la questione dell&#8217;essere, sottraendola alle derive soggettivistiche, relativistiche e idealistiche imboccate dalla modernit&#224;. Tuttavia, il suo tentativo resta incompiuto, poich&#233; il senso dell&#8217;essere viene &#8220;ripiegato su se stesso&#8221;. L&#8217;essere viene infatti pensato a partire dall&#8217;Esserci (</span><em><span>Dasein</span></em><span>), cio&#232; dall&#8217;uomo stesso, senza alcun riferimento a un fondamento eterno. L&#8217;esistenza finita non rinvia pi&#249; a nulla che la trascenda; anzi, essa trova in se stessa il proprio unico orizzonte.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Da questa impostazione deriva una precisa immagine dell&#8217;umanit&#224;. </span><strong><span>Il mancato riconoscimento della propria apertura strutturale induce l&#8217;essere umano a pensarsi come auto-fondato, come unico artefice del proprio destino. Una volta negata o dimenticata l&#8217;originariet&#224; del dono, la prospettiva che si apre &#232; quella illusoria di un controllo assoluto sul proprio esistere</span></strong><span>. In questo solco si colloca silenziosamente una certa sensibilit&#224; contemporanea, spingendo le energie individuali verso un&#8217;autorealizzazione nella quale la relazione, se non funzionale a s&#233;, diventa accessoria, quando non fastidiosa. L&#8217;idea della generazione di qualcuno che dipende da me, ma che sfugge al mio controllo, appare come un ostacolo o, tutt&#8217;al pi&#249;, come un &#8220;problema che pu&#242; essere rinviato&#8221;; cos&#236;, le possibilit&#224; della maternit&#224; vengono spinte oltre i limiti del biologico (congelamento degli ovuli, utero in affitto, fecondazione assistita).</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Il tentativo estremo di pianificazione, che si concretizza anche nella scelta di una vita senza figli o, al contrario, nella pretesa di essi, costruisce il miraggio di un&#8217;esistenza piacevole, dalla quale pretendere soddisfazioni a buon mercato, poich&#233; controllabili e immediate</span></strong><span>. Godere del qui e ora, evitando accuratamente ogni possibile sacrificio (si veda il contributo di </span><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/la-fine-del-futuro"><span>Roberta Adelaide Modugno</span></a><span>). Agire sul presente come se non fosse la premessa del futuro, in modo tale da avere l&#8217;illusione di aggirare i rischi che l&#8217;ignoto porta con s&#233;. Tuttavia, il fallimento necessario di tale possibilit&#224; &#232; gi&#224; inscritto in quella finitudine che ha dimenticato la propria temporalit&#224;: non c&#8217;&#232; infatti alcun presente senza il momento dell&#8217;accaduto (passato) e il non ancora presente (futuro). </span><strong><span>Viene a mancare la consapevolezza di quella verit&#224; che illumina il finito, che &#232; la donazione libera e gratuita come origine di ogni esistenza</span></strong><span>. La pienezza esistenziale, allora, &#232; forse cercata nel posto sbagliato: la fragilita&#768;, la vulnerabilit&#224; e la finitudine del proprio essere o sono rifiutate e rifuggite (tema pascaliano del </span><em><span>divertissement</span></em><span>) oppure accettate con remissione in attesa del puro nulla. In questo modo, per usare le parole della Stein, viene &#171;messo il catenaccio ovunque si apra uno spiraglio verso l&#8217;eterno&#187;.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Riaprire quello spiraglio &#232; possibile anzitutto nella consapevolezza che l&#8217;esistenza non &#232; un possesso, ma un dono. Jean-Luc Marion ha mostrato come ogni dono tenda paradossalmente a nascondere la propria origine: una volta ricevuto, esso viene facilmente considerato come qualcosa che semplicemente possediamo: &#171;Il dono [&#8230;] maschera il donatore, lo esclude dalla presenza, lo ricopre, lo fa sparire&#187;. </span><strong><span>Ricevere il dono significa, allora, riconoscere che ci&#242; che siamo non nasce da noi stessi e non si esaurisce nella nostra disponibilit&#224;</span></strong><span>: si tratta di riconoscere il donatore che ne &#232; all&#8217;origine, e di costituirsi come &#8220;destinatorio&#8221;, nel senso del destino al quale il dono rinvia. In assenza di tale consapevolezza, il dono rimane un fatto bruto, una semplice trovata, un incontro a caso, senza significato n&#233; intenzione, che non pu&#242; essere accolto e nemmeno rifiutato. Probabilmente &#232; possibile interpretare la denatalit&#224; tipica del nostro mondo anche a partire da questa dimenticanza. Se infatti non ci riconosciamo pi&#249; come destinatari di un dono che sta all&#8217;origine, &#232; impossibile comprendere la generazione come momento di partecipazione a quella medesima dinamica di dono.</span></p><p style="text-align: justify;"><strong><span>Quando invece resta aperta la domanda sul senso ultimo dell&#8217;esistenza e la vita viene riconosciuta come ricevuta, anche la nascita assume un significato peculiare</span></strong><span>. Husserl, riflettendo sulla genesi dell&#8217;Io, individua una dimensione originaria che il bambino possiede fin dal principio del suo esistere nel grembo materno, ossia l&#8217;orizzonte del mondo: orizzonte originario e implicito, gi&#224; potenzialmente caratterizzato dalla temporalit&#224;. Si tratta di un &#8220;comune mondo-circostante-della-vita&#8221;, che sta a fondamento della storia dell&#8217;umanit&#224; e che viene ricevuto in eredit&#224; da ognuno. In questa prospettiva, ogni esistente viene inteso a partire da un orizzonte che lo precede e che non si esaurisce in esso, ma che chiede di essere riconosciuto, attuato e donato. La generazione non si riduce al risultato meccanico di una pretesa pianificazione ma, al contrario, viene riscoperta la donazione che ognuno &#232; a se stesso per mezzo dell&#8217;Altro.</span></p><p style="text-align: justify;"><em>Riferimenti</em></p><p style="text-align: justify;">Edmund Husserl, <em>Il bambino. La genesi del sentire e del conoscere l&#8217;altro</em>, a cura di Angela Ales Bello (scritto nel 1935 e pubblicato postumo), Fattore Umano Edizioni, Roma 2019</p><p style="text-align: justify;">Jean-Luc Marion, <em>Fenomenologia della donazione, </em>Editrice Morcelliana, Brescia 2018.</p><p style="text-align: justify;">Blaise Pascal, <em>Pensieri, </em>(prima edizione 1670, pubblicata postuma) Giulio Einaudi Editore, Torino 1966.</p><p style="text-align: justify;">Edith Stein, <em>Essere finito e Essere eterno. Per una elevazione al senso dell&#8217;essere</em>, (composto nel 1936 e pubblicato postumo), Citt&#224; Nuova, Roma 1999.</p><p><span>Id, </span><em><span>La filosofia esistenziale di Martin Heidegger </span></em><span>(appendice di</span><em><span> Essere finito e Essere eterno</span></em><span>) in </span><em><span>La ricerca della verit&#224; dalla fenomenologia alla filosofia cristiana</span></em><span>, a cura di Angela Ales Bello, Citt&#224; Nuova, Roma 1993.</span></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Due considerazioni sulla denatalità]]></title><description><![CDATA[di Peppino Zola]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/due-considerazioni-sulla-denatalita</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/due-considerazioni-sulla-denatalita</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:50:41 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2bd78ec7-8106-4457-99ee-4cd1d4ffee89_3500x2333.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Molto interessante il dibattito aperto da Lisander sul tema della crisi demografica, causata dal fatto che nascono sempre meno figli, con conseguenze devastanti circa il nostro futuro. Sono d&#8217;accordo con quanto sostenuto, all&#8217;inizio, da <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/la-crisi-demografica-non-e-innanzitutto">Robi Ronza</a>, che ha affermato che &#171;la questione demografica non &#232; di natura socio-politica ma culturale&#187;. Molti interventi hanno ripreso questo tipo di considerazione, scrivendo della <em><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/la-fine-del-futuro">fine del futuro</a></em>, del <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/il-declino-demografico-la-mancanza">mancato sostegno innanzitutto culturale della famiglia</a>, della mancanza di un <em><a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/una-questione-di-orizzonte-alle-radici">orizzonte</a></em>. Altri interventi hanno insistito sulle questioni politico-sociologiche e, sinceramente, mi hanno meno entusiasmato.</p><p style="text-align: justify;">Mi permetto proporre due considerazioni, anche se non ho l&#8217;alta competenza di chi finora ha scritto, essendo io un semplice fedele laico di strada, che sempre ha cercato, per&#242;, di non sottrarsi alle problematiche antropologiche che i nostri tempi pongono, in misura sempre pi&#249; pressante.</p><p style="text-align: justify;">Considero fondamentale la prima considerazione, che cerca di sottolineare un aspetto che non mi sembra sia stato toccato direttamente nel presente dibattito. <strong>Se &#232; vero che la crisi di cui parliamo &#232; dovuta a una molteplicit&#224; di fattori (e in primis quelli culturali), non possiamo tacere il fatto che tra tali fattori occorra inserire, se vogliamo essere realisti, anche e forse soprattutto la perdita della fede</strong> che in questi decenni si &#232; diffusa anche nel nostro Paese. La fede nella bont&#224; di un destino positivo &#232; sempre stata una ragione potente che ha spinto a generare figli e figlie anche in situazioni sociali ed economiche precarie. Mi sembra una considerazione inoppugnabile e molto decisiva. Anche ai nostri giorni, ciascuno di noi pu&#242; constatare che le famiglie che hanno generato pi&#249; figli (a volte anche tanti) sono quelle che vivono una sincera fede cristiana e che, quindi, avendo una fiducia certa nel destino finale della storia, desiderano, con amore, comunicare questa positivit&#224; ai figli, generandoli. Sotto questo profilo, dovrebbe essere, innanzitutto, la Chiesa italiana a proclamare questa fede, come origine di una prospettiva di vita nuova. Mi pare, invece, che anch&#8217;essa viva la tentazione di affidarsi alle analisi psicologiche e sociologiche invece che annunciare esplicitamente l&#8217;origine di ogni vita e di ogni speranza. Agli &#8220;scienziati&#8221;, invece, il compito di non dimenticare, tra le cause della attuale crisi, quella qui prospettata.</p><p style="text-align: justify;">La seconda considerazione nasce dall&#8217;esperienza che ultimamente mi vede impegnato nella valorizzazione della presenza dei nonni nella nostra societ&#224;, presenza che considero, sotto molti profili, determinante per il nostro bene comune. Troppi, per&#242;, tacciono dei nonni, forse perch&#233; essi sono la testimonianza della positivit&#224; di una vita. &#200; un errore tacerne, anche perch&#233;, stando alla nostra tematica, i nonni possono e devono essere considerati un importante antidoto alla denatalit&#224;. Quante nuove vite sono nate perch&#233; i genitori sapevano che poi avrebbero avuto l&#8217;aiuto dei nonni dei nascituri! Tutto questo per dire che <strong>un decisivo aiuto alla ripresa della natalit&#224; &#232; dato dal rafforzamento, innanzi tutto culturale, dell&#8217;ambito famigliare, di cui fanno parte, a pieno titolo, i nonni</strong>.</p><p>Un piccolo contributo anche per ricordare che quando si affronta un tema occorrerebbe tenere effettivamente conto di tutti i fattori in gioco. E non solo i soliti.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Una questione di orizzonte. Alle radici della denatalità ]]></title><description><![CDATA[di Giorgia Pinelli (Universit&#224; eCampus)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/una-questione-di-orizzonte-alle-radici</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/una-questione-di-orizzonte-alle-radici</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Mon, 08 Jun 2026 06:39:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/695647b1-c0e8-4380-bf42-0568cd9a00a1_5326x3551.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sto seguendo con interesse il dibattito aperto da <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/italia-e-malessere-demografico-da">Marco Valerio Lo Prete</a> su <em>Lisander</em>. In particolare, quando <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/la-fine-del-futuro">Roberta Modugno</a> parla di &#8220;fine del futuro&#8221; e della sfiducia che l&#8217;accompagna, &#232; difficile non pensare all&#8217;incipit di <em>The Children of Men</em> di P. D. James (1992): &#171;Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l&#8217;ultimo essere umano nato sulla terra &#232; rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni, due mesi e dodici giorni&#187;. Il romanzo dipinge un distopico XXI secolo in cui la specie umana ha semplicemente smesso di nascere per l&#8217;improvvisa e inspiegabile infertilit&#224; del seme maschile su scala globale. La Gran Bretagna immaginata da James, come il resto del mondo, si spopola lentamente. I bambini sopravvivono solo nelle fotografie, come reliquie di una civilt&#224; ormai perduta; gli adulti vivono sotto il peso della consapevolezza che nessuno verr&#224; dopo di loro. Ne scaturisce l&#8217;ossessione per il &#8220;qui e ora&#8221;: dal tentativo affannoso di mantenersi sani e performanti il pi&#249; a lungo possibile fino all&#8217;invito rivolto agli anziani a togliersi di mezzo, per non gravare su risorse rese sempre pi&#249; scarse dall&#8217;inesorabile collasso delle attivit&#224; produttive. L&#8217;eutanasia viene pubblicizzata in televisione e recapitata a domicilio tramite appositi kit, con l&#8217;incoraggiamento delle autorit&#224;. Alcuni compiti sono affidati agli &#171;Ospiti Temporanei&#187;: giovani migranti autorizzati a soggiornare in Gran Bretagna per svolgere attivit&#224; che gli oriundi ormai rifiutano, salvo essere rimpatriati al compimento del sessantesimo anno. La forza narrativa del testo non &#232; legata solo alla catastrofe biologica, ma a ci&#242; che James mostra accadere nell&#8217;anima di una civilt&#224; che, ripiegata sul proprio benessere e sulla sicurezza economica e tecnologica, stava gi&#224; perdendo il futuro. Tuttavia, come l&#8217;autrice fa dire a Carl Inglebach, &#171;l&#8217;uomo si sminuisce se vive nell&#8217;ignoranza del proprio passato; senza la speranza nel futuro diventa una bestia&#187;.</p><p style="text-align: justify;"><strong>La denatalit&#224; reale non coincide certamente con la fine della fertilit&#224; umana. Eppure, qualcosa nella visione di James appare come uno specchio, nemmeno troppo deformante, della nostra fatica di scommettere su qualcuno che verr&#224; dopo di noi</strong>. Ed &#232; a questo livello che il problema smette di essere demografico e diventa culturale, persino spirituale.</p><p style="text-align: justify;">Gi&#224; quasi vent&#8217;anni fa l&#8217;enciclica <em>Spe salvi</em> (2007) di Benedetto XVI diagnosticava con precisione quella che potremmo chiamare la <em>contrazione della speranza </em>come cifra paradossale della modernit&#224;: &#171;L&#8217;uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze &#8211; pi&#249; piccole o pi&#249; grandi &#8211; diverse nei diversi periodi della sua vita. (&#8230;) Quando, per&#242;, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ci&#242; non era, in realt&#224;, il tutto. Si rende evidente che l&#8217;uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre&#187;. La modernit&#224;, proseguiva Ratzinger, &#232; stata interamente percorsa dall&#8217;illusione di un progresso indefinito: dalla convinzione, cio&#232;, che il paradigma tecno-scientifico potesse estendersi alla vita morale e politica per instaurare un mondo perfetto gi&#224; sulla terra, al di fuori di qualunque orizzonte trascendente.</p><p style="text-align: justify;">Sappiamo com&#8217;&#232; andata. Il guadagno di pianificazione e padronanza sulla realt&#224; (peraltro sempre incompleto e provvisorio) non ha prodotto un analogo guadagno di libert&#224; o felicit&#224;; ha semmai eroso la percezione del significato, divenuto superfluo in un mondo di procedure. Sulle macerie delle grandi narrazioni collettive, sgretolatesi nel corso del Novecento, <strong>&#232; rimasta una speranza contratta a misura individuale, ridotta a realizzazione personale o prolungamento indefinito della giovinezza, della salute, della &#8220;qualit&#224; della vita&#8221;</strong>.</p><p style="text-align: justify;">&#200; venuto meno, scriveva altrove Ratzinger, il vero &#171;metro di misura dell&#8217;uomo&#187;, ovvero &#171;l&#8217;eterno che lo dilata al di l&#224; del momento&#187;, oltre il perimetro di ci&#242; di cui pu&#242; disporre e delle proprie possibilit&#224; di intervento e di previsione. Senza questo ampliamento, siamo condannati a restare prigionieri di poche e anguste &#171;false certezze&#187;, chiusi nel &#171;pochetto ma sicuretto&#187; (<em>Fede ed esistenza</em>), con il timore perenne che anch&#8217;esso ci sia sottratto. In sintesi, <strong>&#232; come se, insieme al futuro</strong> <strong>si fosse &#8220;privatizzata&#8221; anche la speranza</strong> (si veda il <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/non-e-solo-denatalita-e-la-crisi">contributo di Donatella Di Cesare</a>).</p><p style="text-align: justify;">Solo la fiducia che esista un significato dell&#8217;esistenza, intrecciato alla trama del mondo e non semplicemente prodotto dalla volont&#224; individuale, rende possibile la scommessa della procreazione. <strong>Avere un figlio significa introdurre nel mondo qualcuno che sar&#224; ancora vivo quando noi non ci saremo pi&#249; e accettare che il senso di questa scelta, ma anche l&#8217;impegno che essa comporta e i frutti che ne verranno, si dispieghino su una scala temporale che eccede la nostra esistenza</strong>. <strong>Pi&#249; ancora, significa lasciare aperto uno spazio di indeterminatezza e di imprevedibilit&#224; nel cuore dei nostri progetti di autorealizzazione</strong>. Come evidenziato da Maria Teresa Moscato, il figlio ha sempre un volto misterioso e insieme inquietante. Il neonato &#232; in certa misura straniero, sconosciuto ai suoi stessi genitori, simultaneamente &#8220;proprio&#8221; ed estraneo; carne della mia carne eppure altro da me, non controllabile n&#233; pienamente prevedibile. La sua presenza ridefinisce il mio mondo; nel momento stesso in cui garantisce continuit&#224; nel futuro, turba equilibri e sicurezze. Ed &#232; colui che potrebbe corrompere o cancellare con un colpo di spugna tutto ci&#242; che ci si &#232; affannati a costruire per consegnarglielo. Mi pare che l&#8217;ansia dell&#8217;imprevedibilit&#224; e l&#8217;esproprio di s&#233; che la nascita di un figlio inevitabilmente comporta costituiscano oggi, a livello culturale ed esistenziale, una delle obiezioni pi&#249; forti rispetto alla &#8220;scommessa&#8221; della generazione: un prezzo che non si &#232; disposti a sostenere, o di cui non ci si sente capaci.</p><p style="text-align: justify;">Non &#232; casuale che la nostra epoca, caratterizzata da soglie di benessere e aspettative di vita senza precedenti, fatichi sempre pi&#249; a guardare al presente, prima ancora che al futuro, come a qualcosa di buono, e al mondo come a un posto in cui abbia senso far nascere qualcuno. N&#233; &#232; casuale il successo di alcune potenti immagini evocative, coniate da osservatori particolarmente acuti (si pensi alla &#171;societ&#224; della stanchezza&#187; di Han o alla &#171;idolatria della vita&#187; di Rey), che mostrano come la razionalit&#224; contemporanea, con la sua pretesa di tradursi in una rassicurante, integrale gestione dell&#8217;esistenza, finisca per elevare la semplice autoconservazione a valore assoluto. Il risultato &#232; <strong>una cultura incapace di accettare tutto ci&#242; che pu&#242; mettere in discussione il progetto del singolo. Se la vita non &#232; pi&#249; percepita anzitutto come dono ricevuto, ma come spazio di autodeterminazione da preservare o conquistare, ogni nascita rischia di apparire come interruzione o sottrazione di possibilit&#224;</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Ci&#242; lascia intravedere una radice ancora pi&#249; profonda, che riguarda il rapporto di ciascuno con il fatto stesso di essere nato: nessuno ha scelto le proprie origini, nessuno &#232; stato consultato prima di essere posto nel mondo in quello spazio e in quel tempo, o da quei genitori. <strong>Il fatto stesso di venire al mondo a opera di altri, in certo senso gi&#224; irrimediabilmente dati a se stessi, appare come il primo e pi&#249; insormontabile limite che si frappone tra noi e l&#8217;autodeterminazione totale</strong>: e in assenza di qualunque altro significato, non pu&#242; che essere vissuto come ostacolo.</p><p style="text-align: justify;">Questa difficolt&#224; era gi&#224; stata affrontata in forma narrativa da Chesterton. In <em>Manalive</em> (1912) il professor Eames, nichilista convinto, predica a generazioni di studenti l&#8217;insensatezza del tutto e la vanit&#224; di ogni desiderio di felicit&#224;, affermando che il vero bene per gli esseri umani dovrebbe coincidere con l&#8217;esser sgravati <em>tout court</em> dal fardello di un&#8217;esistenza non richiesta n&#233; progettata. Il protagonista del romanzo, Innocent Smith, reagisce puntandogli una pistola al volto: si propone di accontentare il suo mentore, liberandolo dal peso della vita. Terrorizzato, Eames si getta fuori dalla finestra: avvinghiato a un contrafforte, a penzoloni nel vuoto, implora piet&#224;. Smith lo incalza a esprimere la propria gratitudine per il fatto di esser vivo e per tutto ci&#242; che esiste, fino al pi&#249; piccolo particolare (comprese le tende a pois di una villetta poco lontano, che Eames aveva additato come esempio della sgraziata meschinit&#224; dell&#8217;esistere). Il povero filosofo &#232; cos&#236; condotto a contemplare il mondo e la vita stessa come dono inesauribile, anche negli aspetti pi&#249; infimi e banali. Ci&#242; che egli riscopre &#232; la gratitudine per qualcosa che certamente non avrebbe progettato cos&#236;: la propria vita e, con essa, la concretezza di ogni circostanza e condizione, fino al dettaglio. Ci&#242; con cui egli si rappacifica &#232; l&#8217;irriducibile datit&#224; del tutto. <strong>Proprio perch&#233; </strong><em><strong>dato</strong></em><strong> (donato, non conquistato), il mondo pu&#242; sorprendere. Chi smette di pretenderlo e comincia a riceverlo, chi comincia a ricevere anche se stesso come dono continuo, scopre nella realt&#224; una gratuit&#224; imprevedibile, una sovrabbondanza che eccede ogni aspettativa</strong>. Dentro questo dinamismo del ricevere &#8211; meravigliarsi &#8211; trasmettere, la generazione trova il suo posto naturale: non come progetto da ottimizzare, ma come gesto che partecipa di una logica di dono pi&#249; grande.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Certamente la gratitudine per la propria vita e per l&#8217;esserci delle cose non pu&#242; essere imposta a nessuno n&#233; suscitata per decreto. Questo sposta la questione sul piano educativo, e chiama in causa chi quella consapevolezza la avverte ancora, o &#232; stato raggiunto da un annuncio che l&#8217;ha resa possibile</strong>. Ce ne sono ancora molti, pi&#249; di quanto la superficie del tempo che viviamo lasci supporre. <strong>Forse il primo passo &#232; che ciascuno riscopra la propria vocazione</strong>. Prima di tutto la famiglia, che porta inscritta nella propria forma il gesto di accogliere ci&#242; che non si &#232; programmato e di custodire ci&#242; che &#232; vulnerabile, offrendo nella vita di ogni giorno una continuit&#224; che lega il passato al futuro. E con essa le comunit&#224; religiose, e pi&#249; in generale gli educatori che non hanno smesso di consegnare e testimoniare un senso, o chi ancora oggi sceglie liberamente di prendersi cura di ci&#242; che non gli appartiene o di cui non godr&#224; il frutto. Luoghi materiali e simbolici insieme, in cui la riconoscenza non sia un concetto, ma una realt&#224; incarnata che si fa gratuit&#224; diffusiva di s&#233;. In questo senso, la sfida non &#232; convincere con gli argomenti migliori, ma innanzitutto rendere visibile e accessibile l&#8217;esperienza di un destino buono. <strong>Creare o valorizzare spazi in cui sia possibile, anche solo una volta, guardare al fatto di esistere come a un mistero di donazione continua, e intravedere che la vita (persino </strong><em><strong>questa</strong></em><strong> vita, con i suoi limiti e le sue condizioni non scelte) vale la pena non solo di essere vissuta, ma anche offerta oltre s&#233;</strong>.</p><p style="text-align: justify;"><em><strong>Riferimenti bibliografici</strong></em></p><p style="text-align: justify;">Benedetto XVI, <em>Lettera enciclica </em>Spe salvi, Libreria Editrice Vaticana, Citt&#224; del Vaticano 2007.</p><p style="text-align: justify;">Chesterton, G.K. (1912), <em>Le avventure di un uomo vivo</em>, trad. it. Colombo editore, Roma 1945.</p><p style="text-align: justify;">Hadjadj, F. (2014). <em>Ma che cos&#8217;&#232; una famiglia?</em>, trad. it. Ares, Milano 2015.</p><p style="text-align: justify;">Han, B.-C. (2010, 2016<sup>2</sup>), <em>La societ&#224; della stanchezza</em>, trad. it. Nottetempo, Milano 2020<sup>2</sup>.</p><p style="text-align: justify;">James, P.D. (1992), <em>I figli degli uomini</em>, trad. it. Mondadori, Milano 1993.</p><p style="text-align: justify;">Moscato, M.T. (1994), <em>Il viaggio come metafora pedagogica</em>, La Scuola, Brescia.</p><p style="text-align: justify;">Ratzinger, J. (1969), <em>Fede ed esistenza</em>, trad. it. in Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, <em>La fede del futuro. Il futuro della Chiesa</em> (pp. 73-86), Cantagalli, Siena 2026.</p><p style="text-align: justify;">Rey, O. (2020), <em>L&#8217;idol&#226;trie de la vie</em>, Gallimard, Paris.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ciò che scarseggia davvero è la possibilità di esercitare i propri diritti riproduttivi]]></title><description><![CDATA[di Chiara Saraceno (Professoressa emerita, Universit&#224; di Torino)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/cio-che-scarseggia-davvero-e-la-possibilita</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/cio-che-scarseggia-davvero-e-la-possibilita</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Thu, 04 Jun 2026 06:05:43 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/0159d4fd-9900-420b-9100-3404558e83a5_4000x2050.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il crescente, e apparentemente irreversibile, invecchiamento della popolazione &#232; entrato nel dibattito pubblico, non solo in Italia, non solo tardivamente, ma prevalentemente da una prospettiva che definirei societaria, ovvero delle conseguenze presenti e future per le societ&#224; coinvolte, in molto minor misura dal punto di vista dei diritti riproduttivi delle persone. Se non si devono pi&#249;, almeno nelle societ&#224; democratiche sviluppate, fare figli perch&#233; siano un sostegno per la vecchiaia e neppure &#8220;per la patria&#8221;, li si dovrebbero fare per la sostenibilit&#224; del welfare o per sostenere lo sviluppo economico e la capacit&#224; di innovazione. Non vi &#232; dubbio che &#8211; in Italia in modo pi&#249; accelerato che altrove in Europa &#8211; il quadro demografico presenti forti problematicit&#224; rispetto a queste e altre dimensioni, richiedendo di incominciare gi&#224; ora ad attrezzarsi per affrontarle. Anche se vi fosse in tempi brevi una sostanziosa ripresa della fecondit&#224;, i suoi previsti benefici sul piano della capacit&#224; di innovazione e di tenuta dei conti pubblici infatti si avrebbero solo dopo due-tre decenni, mentre nel frattempo l&#8217;aumento della popolazione in et&#224; minore aumenterebbe il tasso di dipendenza.</p><p style="text-align: justify;">Per affrontare questa auspicata lunga traversata, sarebbe dunque necessario valorizzare la popolazione adulta, giovane e meno giovane, gi&#224; presente e quella che lo sar&#224; nei decenni immediatamente successivi: innanzitutto i giovani di ambo i sessi e le donne in tutte le et&#224; lavorative. Si stima, ad esempio, che se in Italia le donne avessero lo stesso tasso di occupazione degli uomini avremmo 3,8 milioni di occupate in pi&#249;, compensando in buona parte gli effetti sulle forze di lavoro della riduzione della natalit&#224; avvenuta nel corso degli ultimi cinquanta anni. Analogamente, se il mercato del lavoro fosse pi&#249; attrattivo per i giovani uomini e donne, in termini di remunerazione, riconoscimento delle competenze, equilibrio con altri aspetti della vita, e se il mercato dell&#8217;abitazione e il sistema di welfare fossero pi&#249; inclusivi, molti giovani con buoni livelli di formazione non emigrerebbero, riducendo ulteriormente la quota di popolazione giovanile. E politiche migratorie non emergenziali o meramente contenitive valorizzerebbero meglio i flussi in entrata.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Valorizzare significa anche investire maggiormente in formazione</strong>. Non credo che il basso numero di brevetti e la bassa disponibilit&#224; all&#8217;innovazione in Italia siano dovuti solo, e forse non principalmente, a una et&#224; media della popolazione comparativamente alta, ma a una classe imprenditoriale e una popolazione che in generale hanno livelli di istruzione medi comparativamente pi&#249; bassi che in altri paesi sviluppati, una caratteristica che rende meno disponibili e attrezzati all&#8217;innovazione, tecnologica, ma anche sociale.</p><p style="text-align: justify;">Ma la bassa fecondit&#224; non &#232; solo una questione di sostenibilit&#224; sociale. &#200; anche, e soprattutto, una questione che va affrontata dal punto di vista della libert&#224; delle persone di avere o non avere figli, quindi dei diritti riproduttivi. Il <em>Secondo Rapporto sullo Stato della Popolazione nel mondo 2025</em>, a cura dell&#8217;UNFPA, sostiene che <strong>la vera crisi della fecondit&#224; non &#232; costituita dal fatto che si facciano troppo pochi figli, ma dalla carenza di &#8220;</strong><em><strong>reproductive agency</strong></em><strong>&#8221;, della possibilit&#224; concreta di scegliere se, quando e con chi avere figli</strong>, che ancora riguarda molte persone in tutte le societ&#224;, anche quelle pi&#249; sviluppate e democratiche. <strong>Una carenza che riguarda l&#8217;insieme di condizioni che consentono alle persone di esercitare i propri diritti riproduttivi e di effettuare scelte</strong>: uguaglianza di genere, non discriminazione nell&#8217;accesso alla contraccezione, all&#8217;aborto, alle cure contro l&#8217;infertilit&#224;, accesso alle tecniche di riproduzione assistita, stabilit&#224; economica e fiducia nel futuro. Riguarda sia la libert&#224; di evitare nascite non volute sia quella di avere figli (o provare ad averne, ricevendo anche le cure eventualmente necessarie) se e quando lo si desidera.</p><p style="text-align: justify;">&#200; vero che nelle societ&#224; sviluppate il numero di figli desiderato &#232; ridotto e sta emergendo anche una minoranza che non desidera affatto avere figli. Conta il cambiamento nelle aspettative delle donne rispetto alle diverse dimensioni che possono comporre l&#8217;identit&#224; e la vita adulta. L&#8217;autonomia economica e un lavoro soddisfacente, ma anche una socialit&#224; non solo familiare, hanno acquisito una rilevanza maggiore. Inoltre, per gli uomini e per le donne, il desiderio di avere una fase della vita adulta, prima di eventualmente avere un figlio, in cui non solo stabilizzarsi nel mercato del lavoro, ma fare esperienze individuali e di coppia libere da vincoli di cura e da esigenze di bambini piccoli, fa ritardare le scelte di procreazione, con effetti non solo di ritardo, ma anche di limitazione nelle scelte successive, stante che la capacit&#224; fertile non migliora con l&#8217;et&#224;, al contrario.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Procrastinare la scelta del primo figlio, quando non rinunciarvi del tutto, tuttavia, pu&#242; essere una decisione in qualche misura obbligata dalla situazione materiale in cui ci si trova</strong>: condizioni lavorative incerte e/o malpagate, un accesso ad una abitazione adeguata difficile, che si tratti di affitto o di propriet&#224;, servizi per la prima infanzia scarsi e costosi e, nel caso delle donne, timori di trovarsi da sole a dover conciliare famiglia e lavoro e a pagarne i prezzi non solo per quanto riguarda il carico di lavoro &#8211; pagato e non pagato &#8211; complessivo, ma anche dal punto di vista occupazionale e di reputazione professionale, con demansionamenti, rallentamento di carriera, quando non vero e proprio mobbing. Modelli di genere fortemente asimmetrici quando si tratta delle responsabilit&#224; di cura che permeano sia la divisione del lavoro familiare sia le politiche familiari (ad esempio i congedi, ma anche l&#8217;offerta di servizi) sia le culture aziendali possono scoraggiare aspiranti madri dal diventarlo, o per lo meno indurle a rimandare a quando sentiranno la loro posizione pi&#249; consolidata.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia presenta molti di questi tratti che, mentre impediscono alle donne sole e alle coppie dello stesso sesso di avere figli ricorrendo alle tecniche di riproduzione assistita, inducono anche le coppie eterosessuali che vorrebbero avere un figlio a, nel migliore dei casi, procrastinare e poi, eventualmente, fermarsi al primo, nonostante il numero di figli desiderato rimanga stabile a due. <strong>Da ormai almeno due, se non tre, generazioni i giovani hanno subito il costo maggiore della debolezza e della scarsa competitivit&#224; del sistema imprenditoriale e del mercato del lavoro italiano</strong> e in particolare delle crisi economiche del 2008 e del 2011 e poi ancora del 2020, come testimoniano gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la forte concentrazione dei rapporti di lavoro precari. Come osservano Della Zuanna e Colombo in un volume recentissimo<em>, </em>nei primi due decenni del nuovo secolo sono progressivamente emersi<em> </em>vincoli alla procreazione che hanno generato una situazione per certi versi pre-moderna: instabilit&#224; lavorativa, impossibilit&#224; ad accedere ad una abitazione adeguata, privatizzazione di beni quali l&#8217;istruzione, la cura dei piccoli, la sanit&#224;, rendono difficile quando non impossibile ad un numero crescente di giovani adulti formare una famiglia anche se lo desiderano, facendo aumentare il numero dei senza figli per necessit&#224;, non per scelta. Oppure incoraggiando a emigrare verso paesi che offrono condizioni migliori.</p><p style="text-align: justify;">Permangono inoltre forti squilibri nella divisione del lavoro in famiglia in base al genere e nelle chances occupazionali di uomini e donne, di padri e madri. Lo testimonia anche ci&#242; che succede a chi decide comunque di avere un figlio. Mentre per gli uomini la possibilit&#224; che siano occupati aumenta se sono padri, una lavoratrice su cinque lascia il lavoro e il mercato del lavoro per cause familiari, prevalentemente legate alla maternit&#224;. I tassi di occupazione delle madri di figli piccoli sono molto pi&#249; bassi di quelli di chi non ha figli, in tutte le ripartizioni territoriali e per tutti i livelli di istruzione, anche se in misura pi&#249; ridotta al Centro-Nord e tra le donne con i livelli di istruzione pi&#249; elevati. I dati INPS segnalano inoltre che anche tra chi non lascia l&#8217;occupazione i livelli retributivi, quindi anche la ricchezza pensionistica accumulata, per le donne con figli sono pi&#249; basse rispetto non solo agli uomini, che questi abbiano o meno avuto figli, ma anche rispetto alle donne che non ne hanno avuti. Ne &#232; responsabile, accanto alla persistenza di stereotipi di genere rigidi per quanto riguarda sia le responsabilit&#224; di cura, sia le competenze maschili e femminili, la scarsit&#224; e diseguale disponibilit&#224; di politiche di sostegno alle famiglie con figli che abbiano un carattere strutturale e permanente e accompagnino tutto il processo di crescita dei figli.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Per garantire effettivi diritti riproduttivi, occorre incidere sulle condizioni di contesto in cui chi &#232; in et&#224; fertile, quindi soprattutto i giovani, decide se avere o meno un figlio/a, o un figlio/a in pi&#249;</strong>: politiche del lavoro e salariali che consentano di avere un orizzonte temporale ampio; politiche della casa che consentano di accedere a una abitazione senza dover contare sul sostegno dei genitori o indebitarsi per i successivi vent&#8217;anni; politiche di conciliazione lavoro e famiglia non solo diffuse e sistematiche, ma che favoriscano una maggiore condivisione delle responsabilit&#224; (e piaceri) genitoriali tra padri e madri; politiche dei servizi per l&#8217;infanzia e dell&#8217;istruzione che consentano agli aspiranti genitori di vedere un futuro per i propri figli anche a prescindere dall&#8217;entit&#224; e qualit&#224; delle proprie risorse; accesso alla filiazione, anche per tramite delle tecniche di riproduzione assistita e l&#8217;adozione non limitate alla coppia eterosessuale coniugata e possibilmente abbiente, e, specularmente, accesso sicuro alla contraccezione e all&#8217;interruzione volontaria di gravidanza.</p><p style="text-align: justify;"><em><strong>Bibliografia</strong></em></p><p style="text-align: justify;">CNEL/ISTAT, <em><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/istat-cnel.pdf">Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunit&#224;</a></em>. Documento di sintesi, 6 Marzo 2025.</p><p style="text-align: justify;">Della Zuanna G. e A. Colombo, <em>Pochi bambini. Cinquant&#8217;anni di bassissima fecondit&#224; italiana, </em>il Mulino 2026.</p><p style="text-align: justify;">INPS, <em>Rapporto annuale 2025</em>, Roma, Inps.</p><p style="text-align: justify;">UNFPA, <em>The real Fertility Crisis. The Pursuit of Reproductive agency in a Changing World, The State of the World Population 2025</em>, New York, UNFPA, 2025.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Presentazione del volume "Conservatorismo nel terzo millennio. Ipotesi a confronto"]]></title><description><![CDATA[Dal focus di Lisander al libro curato da Danilo Breschi]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/presentazione-del-volume-conservatorismo</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/presentazione-del-volume-conservatorismo</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:06:59 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2d2532bc-70b7-4056-80f1-9a0eafda8ac5_600x280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Marted&#236; 9 giugno, con inizio alle ore 18, si terr&#224; a Milano, presso la sede dell&#8217;IBL (Piazza Castello 23), la presentazione del libro <em>Conservatorismo nel terzo millennio. Ipotesi a confronto</em>, a cura di Danilo Breschi (UNINT University Press, 2026). </p><p><strong>Interverranno</strong>: </p><ul><li><p>Sergio Belardinelli (coordinatore del comitato editoriale di Lisander, gi&#224; professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell&#8217;Universit&#224; di Bologna) </p></li><li><p>Danilo Breschi (professore associato di Storia del pensiero politico all&#8217;Universit&#224; degli studi internazionali di Roma - UNINT) </p></li><li><p>Emma Fattorini (gi&#224; professoressa ordinaria di Storia contemporanea alla Sapienza e senatrice della Repubblica italiana)</p><p></p></li></ul><p><strong>Introduce e coordina: </strong></p><ul><li><p>Carlo Marsonet (ricercatore in Storia del pensiero politico all&#8217;Universit&#224; Pegaso) </p></li></ul><p></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/Conservatorismo-terzo-millennio-Ipotesi-confronto/dp/B0GHPVXG1T">Questo libro</a></strong> a pi&#249; voci curato da Danilo Breschi raccoglie gli interventi sul conservatorismo pubblicati su <em><strong><a href="/__u/lisandermag.substack.com/">Lisander</a> </strong></em>e si propone come un invito a ripensare criticamente una famiglia politica e culturale che potrebbe ancora fornire un contributo fecondo al dibattito pubblico contemporaneo &#8212; perch&#233; sia davvero plurale e all&#8217;altezza delle sfide del terzo millennio.</p><p>Ingresso libero previa registrazione su Eventbrite <a href="https://www.eventbrite.it/e/biglietti-conservatorismo-nel-terzo-millennio-ipotesi-a-confronto-1990624651920">cliccando qui</a></p><p><em>&#200; possibile partecipare all&#8217;evento anche nella stanza virtuale Zoom cliccando sul link: </em><strong><a href="https://bit.ly/conservatorismo-3-millennio">https://bit.ly/conservatorismo-3-millennio</a></strong><em> (password: ibl). La diretta streaming verr&#224; inoltre trasmessa sulla pagina Facebook dell&#8217;IBL.</em></p><p></p><blockquote><p>Danilo Breschi (a cura di), <em><strong><a href="https://www.amazon.it/Conservatorismo-terzo-millennio-Ipotesi-confronto/dp/B0GHPVXG1T">Conservatorismo nel terzo millennio. Ipotesi a confronto</a></strong></em>, Roma, UNINT University Press, 2026.</p></blockquote>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La cultura della denatalità]]></title><description><![CDATA[di Emma Fattorini (Universit&#224; La Sapienza, Roma)]]></description><link>https://lisandermag.substack.com/p/la-cultura-della-denatalita</link><guid isPermaLink="false">https://lisandermag.substack.com/p/la-cultura-della-denatalita</guid><dc:creator><![CDATA[Lisander]]></dc:creator><pubDate>Mon, 01 Jun 2026 06:24:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c114ea96-df4b-402b-9025-b133ebc0bd6e_4271x2112.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;8 aprile del 2023 fece molto discutere una nota dell&#8217;ISTAT. La notizia era che il tasso di nascita in Italia aveva raggiunto il livello pi&#249; basso dal 1861 e che, con questo andamento, gli italiani nel 2070 sarebbero stati undici milioni in meno. Cifra che l&#8217;ONU considerava peraltro molto ottimistica, perch&#233; basata sull&#8217;ipotesi che il tasso di natalit&#224; per donna restasse almeno all&#8217;1,5.</p><p style="text-align: justify;">In realt&#224; solo il Trentino-Alto Adige raggiungerebbe questa quota. E non solo in ragione di ricchezza e di qualit&#224; della vita, come &#232; ragionevole pensare: Bolzano ha il pi&#249; alto tasso con l&#8217;1,72, mentre un&#8217;altra citt&#224; &#8220;ricca&#8221; come Rimini, ad esempio, ha quello pi&#249; basso a parit&#224; di servizi e di un welfare efficiente. Insomma medesimo benessere e tassi di natalit&#224; opposti: un esempio, questo, di come la denatalit&#224; sia la conseguenza di una pluralit&#224; di fattori spesso contraddittori tra loro. Lo spiega bene il saggio di <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/la-crisi-demografica-non-e-innanzitutto">Robi Ronza</a> su &#8220;Lisander&#8221; quando scrive che &#171;le due Province autonome di Bolzano e Trento mentre hanno praticamente la stessa politica sociale, fanno registrare tassi di denatalit&#224; assai diversi&#187;.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;importante e costante calo delle nascite, a fronte dell&#8217;aumento delle aspettative di vita che continuano ad allungarsi, fa invecchiare in modo significativo la popolazione: l&#8217;et&#224; media degli italiani &#232; oggi di 48 anni, la pi&#249; alta dei 27 Paesi dell&#8217;UE. Attorno al 2050, la fascia di et&#224; prevalente sar&#224; tra i 60, i 65 anni e oltre. <strong>La conseguenza del calo demografico &#232; il declino dell&#8217;Italia</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Potremmo dire che le strategie messe in atto dall&#8217;Europa per arginare il declino demografico siano state sostanzialmente due: una, quella pi&#249; congiunturale ed emergenziale &#8211; scelta, ad esempio, dall&#8217;Ungheria e dai paesi slavi &#8211; &#232; stata volta a &#8220;remunerare la procreazione&#8221; con provvedimenti assistenziali e sgravi fiscali; l&#8217;altra, quella avviata per prima dalla Francia e in un secondo momento dalla Germania, aveva un intento pi&#249; strutturale e di medio-lungo periodo. Questa prevedeva investimenti nei servizi per l&#8217;infanzia, nell&#8217;occupazione femminile, la parit&#224; salariale e, in generale, un welfare rivolto alla cura, intesa non solo come assistenza ma come vero e proprio valore in s&#233;.<strong> </strong>Le politiche del governo Draghi &#8211; il cosiddetto <em>family act &#8211; </em>avevano cercato di percorrere la seconda strategia, quella pi&#249; strutturale. Il governo attuale sceglie un mix tra le due, con scarsi risultati sia nell&#8217;una che nell&#8217;altra via.</p><p style="text-align: justify;"><strong>I servizi sociali a sostegno della maternit&#224; e della famiglia restano i pilastri delle politiche strutturali</strong>. E qui l&#8217;Italia sconta un gravissimo e storico ritardo per ragioni economiche e culturali. Molto interessanti le considerazioni di <a href="/__u/lisandermag.substack.com/p/il-declino-demografico-la-mancanza">Pierpaolo Donati</a>, sempre su &#8220;Lisander&#8221; circa gli effetti negativi del familismo nostrano che ha deresponsabilizzato l&#8217;intervento dello Stato. &#200; interessante rileggere le polemiche durissime tra le donne democristiane e le donne comuniste negli anni Cinquanta e Sessanta: le une contrarie a che nella prima infanzia il bambino si staccasse dalla madre e frequentasse gli asili, le altre paladine della socializzazione precoce dei bambini con il sostegno dello Stato.</p><p style="text-align: justify;">Il recente esempio francese &#8211; unica e prima nazione che ha visto un&#8217;importante crescita demografica &#8211; ha dimostrato come essa sia aumentata in proporzione all&#8217;incremento dell&#8217;occupazione femminile, grazie al secondo stipendio che accompagna il secondo figlio, insieme a incentivi economici da parte delle aziende in favore della maternit&#224;, al posto dei brutali licenziamenti quando la donna restava incinta, come avveniva da altre parti.</p><p style="text-align: justify;">Anche se quel modello ora si &#232; arrestato, rimangono fondamentali i provvedimenti principali: aumentare il numero degli asili nido gratuiti, concepiti non solo come parcheggio ma volti alla crescita dei piccoli. Cos&#236; come istituire congedi parentali che coinvolgano anche i padri (siamo gli unici in Europa a non averli) non nella forma simbolica di pochi giorni e non in un senso paritario/rivendicativo ma curando la specificit&#224; di padre e madre.</p><p style="text-align: justify;">Inoltre, sarebbe decisivo varare finalmente <em>l&#8217;Assegno unico</em> che sostituisce, semplificandola, la frammentazione della miriade di assegni familiari. Fu istituito nel nostro Paese con la legislatura 2013-2018 ma poi abolito.</p><p style="text-align: justify;">Infine <strong>va ripensata, nel profondo, la pratica di cura in un modello di welfare sociale, sempre pi&#249; obsoleto, per favorire all&#8217;interno della famiglia una corresponsabilit&#224; intergenerazionale tra figli e anziani e tra uomini e donne</strong>. Formare i giovani a una idea di cura che non sia una mera pesantezza punitiva, quasi un tempo sottratto a &#8220;ci&#242; che conta davvero&#8221; e sempre inferiore ad altre priorit&#224;: il successo, la gratificazione immediata. Essa va restituita come tempo di vita e di significato.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Insomma: la vera sfida &#232; fare s&#236; che il generare, il procreare non sia pi&#249; inteso come mortificazione e rinuncia ma come orizzonte di senso e di significato; e sia una cosa bellissima</strong> (mi permetto di rimandare<strong> </strong>su questi temi all&#8217;elaborazione del documento a cura della Consulta scientifica del <em>Cortile dei Gentili</em>: &#8220;<em>demografia, economia, democrazia</em>&#8221;, Ecra 2020, <em>Pandemia e resilienza</em>, edizioni CNR, Roma 2020<em><strong> </strong></em>e <em>Pandemia e generativit&#224;</em>, edizioni CNR, Roma 2021).</p><p style="text-align: justify;"><strong>Se l&#8217;importanza degli interventi materiali di sostegno alla maternit&#224; &#232; innegabile, non lo &#232; meno cogliere i profondi cambiamenti antropologici, psicologici ed etici della maternit&#224; oggi</strong>. In essa si evidenzia uno dei paradossi pi&#249; emblematici del rapporto con ci&#242; che &#232; &#8220;naturale&#8221; e ci&#242; che &#232; &#8220;artificiale&#8221;. La maternit&#224;, da una parte, &#232; svalorizzata, penalizzata socialmente e dunque, quando va bene, procrastinata e, dall&#8217;altra, &#232; ricercata ossessivamente, attraverso l&#8217;abuso di ogni tecnologia riproduttiva anche estrema. E, per la prima volta, persino &#8220;invidiata&#8221; dagli uomini .</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;avvento degli anticoncezionali, la possibilit&#224; di separare sessualit&#224; e riproduzione avevano portato alla &#8220;libera scelta di procreare.&#8221; Un fatto importante che ha cambiato, in bene, la percezione soggettiva e il dato oggettivo della maternit&#224;. Ma ora lo spazio della cosiddetta maternit&#224; consapevole, scelta e voluta si trasforma spesso nei due estremi: o nella rinuncia, o nel figlio &#8220;a tutti i costi&#8221;.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Le tecniche di inseminazione artificiale possono essere un valido aiuto ma anche scivolare in forme di vera manipolazione e spezzettamento del processo generativo</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Pensiamo al caso, sempre meno raro o estremo, del seme di un uomo che feconda l&#8217;ovulo di una donna, che, a sua volta, viene impiantato in un&#8217;altra donna, la gestante, che consegna il prodotto finito, sotto forma di bambino, ad una terza donna, la cosiddetta madre intenzionale (cio&#232; l&#8217;unica donna che voleva un figlio e che non ha avuto alcuna parte in quel processo procreativo). La Gpa, o &#8220;utero in affitto&#8221;, una sorta di accanimento riproduttivo che va indagato nelle sue profonde implicazioni: il desiderio di maternit&#224; oggi rimanda a nuove dimensioni inconsce.</p><p style="text-align: justify;"><strong>Sul piano pubblico, del resto, l&#8217;individualismo esasperato trasforma il proprio desiderio (anche quello di un figlio) nella richiesta di un diritto, in quella sorta di &#8220;dirittismo&#8221;, assecondato dalla politica stessa</strong>. Il materno incrocia poi varie teorie del <em>gender</em>, quando misconosce le diverse identit&#224; maschili e femminili. Si arriva al punto di definire la donna &#171;persona con utero&#187; o &#171;persona mestruante&#187; e via declinando fino alla cancellazione della primaria identit&#224; della donna, quella che si fonda sul dato biologico, di natura, radicata nel suo corpo, cio&#232; la sua capacit&#224; generativa. Oggi potenzialmente sostituibile dalle macchine, o da processi sempre pi&#249; sofisticati di &#171;transizione&#187;. Ma fino a che punto &#232; davvero possibile? Forse, con un utero artificiale, gi&#224; pronto, che aspetta solo il momento giusto per essere immesso nel mercato? Ma anche ci&#242; non basta per procreare.</p><p style="text-align: justify;">&#200; questo un dibattito che lacera, dall&#8217;interno, anche il mondo femminista. Il libro di due autorevoli studiose, appartenenti al femminismo della differenza, Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, <em>Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) </em>(Mondadori 2024) sostiene una tesi molto netta. Dopo una ricostruzione storica e filosofica di grande spessore le autrici sostengono come, da sempre, i sessi siano stati e restino due, quello maschile e quello femminile. Un&#8217;affermazione ovvia, solo all&#8217;apparenza. In realt&#224; tutt&#8217;altro che scontata. Il titolo vuole esplicitamente polemizzare con la nota affermazione di Simone de Beauvoir che, nel suo famoso <em>Le Deuxi&#232;me Sexe </em>(Gallimard 1949), sosteneva come &#171;donna non si nasce ma si diventa&#187;. E cio&#232; che la &#8220;verit&#224;&#8221; della donna sta &#171;nella cultura e non nella natura&#187;.</p><p style="text-align: justify;">Del tutto all&#8217;opposto, invece, a definire la donna sarebbe, per Cavarero e Guaraldo, proprio la sua biologia, ancorata al materno, identit&#224; che non porta inevitabilmente a un destino di subalternit&#224; all&#8217;uomo.</p><p style="text-align: justify;">Nella lotta delle donne per conquistare la parit&#224; con l&#8217;uomo spesso le donne avevano cancellato il loro essere madri per favorire l&#8217;obiettivo, peraltro sacrosanto, dell&#8217;emancipazione. Mentre la loro differenza dal maschile, e la loro stessa forza, si fonda proprio sulla loro &#8220;biologia generativa&#8221;.</p><p style="text-align: justify;">Sono acquisizioni e percezioni importanti per la nostra generazione, e invece ormai scontate per le nostre figlie che vorrebbero essere madri, ma non riescono per tante ragioni. Pesa la mancanza di aiuti economici alla madre, la stabilit&#224; lavorativa, la speranza nel futuro.</p><p style="text-align: justify;">Tutto ci&#242; porta a procrastinare sempre di pi&#249; le gravidanze. La consuetudine odierna delle ragazze a congelare i propri ovuli, &#232; una pratica che stigmatizzavamo fino a qualche anno fa quando a proporla e a finanziarla erano le ricche aziende americane o giapponesi. Oggi &#232; una pratica diffusissima.</p><p style="text-align: justify;">Cos&#236; come <strong>&#232; sempre pi&#249; vasto quel sottile senso di malinconica rassegnazione, di vuoto, fino alla depressione che porta a una crescente mancanza di desiderio, a una progressiva sterilit&#224;, anche biologica, nei giovani</strong>.</p><p style="text-align: justify;">Il paragone, ormai abusato, di come, nel Secondo dopoguerra, la spinta a fare figli, nonostante la miseria e le macerie, nascesse dalla volont&#224; di ricostruire, non credo si ripresenter&#224; per le guerre attuali. Se mai finiranno.</p><p style="text-align: justify;">Queste amare conclusioni non alleggeriscono certo le nostre preoccupazioni per il calo demografico ma ci dovrebbero rendere almeno consapevoli, ancora di pi&#249;, della vastit&#224; dei problemi che lo sottendono.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>