<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[La quadratura]]></title><description><![CDATA[La quadratura è il tempo sospeso, l’equilibrio instabile, la scelta non fatta. È il respiro dell’oceano tra un’onda e l’altra, il limite invisibile tra le cose. È pausa, attesa, illusione di stabilità.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png</url><title>La quadratura</title><link>https://lucastarita.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Sat, 05 Sep 2026 09:30:58 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/lucastarita.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Luca Starita]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[lucastarita@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[lucastarita@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Luca Starita]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Luca Starita]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[lucastarita@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[lucastarita@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Luca Starita]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[La priorità del finto]]></title><description><![CDATA[Quest&#8217;estate per la prima volta mi sono reso conto di un mio pensiero che arriva in mezzo al cervello senza che ne fossi, fino a quel momento, consapevole.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/la-priorita-del-finto</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/la-priorita-del-finto</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Mon, 24 Aug 2026 09:20:03 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;estate per la prima volta mi sono reso conto di un mio pensiero che arriva in mezzo al cervello senza che ne fossi, fino a quel momento, consapevole. Il sole tagliava a met&#224; le due punte dell&#8217;isola di Salina creando una linea dritta che affondava nel mare, in lontananza le voci dei bagnanti come un&#8217;eco indecifrabile, la barca che si muoveva con lentezza.</p><p style="text-align: justify;">&#8220;Sembra finto da quant&#8217;&#232; bello&#8221;.</p><p style="text-align: justify;">Coscienza nel paradosso: per descrivere la bellezza del mondo, mi sono ritrovato a confrontarlo con qualcosa che non appartiene al mondo. Non so se &#232; soltanto un mio automatismo, questo pensiero, o se &#232; qualcosa di pi&#249; condiviso: il paesaggio appare bello perch&#233; sembra un&#8217;immagine. Nell&#8217;arte occidentale il valore della finzione &#232; stato misurato per secoli dalla sua capacit&#224; di sembrare vera. Il trompe-l&#8217;&#339;il funzionava quando riusciva a ingannare l&#8217;occhio; il ritratto era tanto pi&#249; riuscito quanto pi&#249; sembrava restituire la presenza concreta di una persona. La pittura poteva competere con la realt&#224; proprio perch&#233; sapeva imitarla e perch&#233; la finzione tendeva verso il reale come verso il proprio orizzonte, il reale era il modello e la misura, il termine ultimo a cui aspirare.</p><p style="text-align: justify;">Non penso che in passato le persone vedessero il mondo in modo ingenuo o che credessero semplicemente a tutto ci&#242; che appariva davanti ai loro occhi, ma piuttosto che esisteva una gerarchia implicita, prima veniva la realt&#224;, poi le sue rappresentazioni. Non so nemmeno se &#232; davvero corretto cos&#236;, o se mi sto soltanto convincendo della veridicit&#224; della mia ipotesi mentre la scrivo. Questa gerarchia, per&#242;, oggi mi sembra molto meno stabile, quasi rovesciata, e la cosa che mi interessa non &#232; tanto stabilire quando sia cambiata, ma osservare cosa produce il suo cambiamento nel modo in cui guardiamo le cose.</p><p style="text-align: justify;">In &#8220;L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilit&#224; tecnica&#8221; Benjamin dice che ci&#242; che si indebolisce nell&#8217;epoca della riproduzione &#232; l&#8217;&#8220;aura&#8221; dell&#8217;opera, cio&#232; la sua presenza unica legata a un tempo e a un luogo irripetibili. Benjamin parlava soprattutto di fotografie, cinema e riproduzione meccanica, ma il suo ragionamento mi &#232; comparso in testa mentre riflettevo sulla priorit&#224; del finto, come se lo stesso meccanismo che ha svuotato l&#8217;opera d&#8217;arte della sua unicit&#224; si fosse esteso, con il tempo, al mondo stesso: non pi&#249; solo l&#8217;opera che perde l&#8217;aura moltiplicandosi in riproduzioni, ma il paesaggio, il luogo, il volto che arrivano gi&#224; preceduti dalla loro immagine e quindi consumati.</p><p style="text-align: justify;">Quasi ogni cosa arriva oggi accompagnata dalla propria immagine, da un ricordo che si collega a qualcosa di gi&#224; visto, e quindi un luogo non &#232; soltanto un luogo, ma anche tutte le fotografie che abbiamo visto di quel luogo o di un luogo simile per prossimit&#224; visiva. Il tramonto che vediamo sembra la somma dei tramonti che ci hanno insegnato a riconoscere come belli: quelli fotografati, filtrati, scelti tra decine di scatti quasi identici perch&#233; pi&#249; fotogenici degli altri. Prima vediamo l&#8217;immagine del mondo, poi il mondo, e quando finalmente lo incontriamo lo confrontiamo con quella prima immagine e pensiamo: sembra finto. Il paesaggio reale ci convince e ci piace quando somiglia a una fotografia gi&#224; esistente. La realt&#224; per apparirci bella deve superare una specie di esame di riconoscibilit&#224;: deve assomigliare all&#8217;idea che ci siamo fatti della bellezza, un&#8217;idea costruita con immagini filtrate, modificate, che ci siamo abituati a interpretare come vere anche sapendole finte.</p><p style="text-align: justify;">Le immagini precedenti di qualcosa che vedo, accatastate nella memoria, si ripresentano quando faccio esperienza di quella stessa cosa nella realt&#224; e mi accorgo di non chiedermi soltanto se questa cosa sia bella, ma se sia abbastanza simile alla forma che quella bellezza ha gi&#224; assunto nelle immagini che ne ho viste. C&#8217;&#232; come un&#8217;inversione nella direzione dello sguardo: un tempo il falso doveva sembrare vero per essere convincente, oggi il vero deve sembrare abbastanza falso da risultare straordinario e degno di essere guardato.</p><p style="text-align: justify;">Abitiamo dentro sistemi che selezionano, ordinano e rendono visibili alcune immagini pi&#249; di altre. Un luogo viene fotografato perch&#233; &#232; fotogenico, la fotografia viene poi modificata perch&#233; sia ancora pi&#249; fotogenica, e quella versione modificata diventa il riferimento con cui altre persone giudicheranno lo stesso luogo, anche prima di averlo visto con i propri occhi. &#200; un circolo che si autoalimenta, l&#8217;immagine seleziona cosa merita di diventare immagine e in questo modo contribuisce a produrre l&#8217;esperienza stessa, non solo a documentarla. Chi arriva in un luogo dopo averlo gi&#224; visto centinaia di volte in fotografia effettua una verifica e questo produce insieme stupore e familiarit&#224;, anche davanti a luoghi che vediamo per la prima volta nella nostra vita.</p><p style="text-align: justify;">&#200; una familiarit&#224; paradossale in un mondo che appare sempre pi&#249; paradossale, forse proprio perch&#233; lo conosciamo prima ancora di attraversarlo. Riconosciamo l&#8217;immagine prima di avere fatto esperienza reale e quindi non &#232; pi&#249; la realt&#224; a garantire l&#8217;immagine, ma &#232; l&#8217;immagine, con la sua finzione gi&#224; digerita e resa familiare, a garantire la realt&#224;.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Preludio]]></title><description><![CDATA[Stare nudi sempre nudi scalzi pensare che &#232; naturale che le dita diventino di spugna se si sta troppo in acqua e bere e mangiare sempre le cose che sanno di cose e sognare di essere un pesce e di sapere che il mondo &#232; limitato mettere in pausa il mondo che guarda al cielo soltanto per vedere le stelle o le eclissi e si dimentica che esiste il cielo per guardare con ostinazione una luminosit&#224; artificiale che ti dice cosa fare chi essere che sa dove sei con chi sei che ti giudica e ti rende insicuro e solo dormire non solo la notte ma quando si ha sonno che se nel buio vuoi guardare gli altri dormire perch&#233; non puoi farlo e di giorno nelle ore pi&#249; calde dormire e sorprendersi di quanto si pu&#242; dormire con la luce del giorno respirare l&#8217;aria e non le vite degli altri abbracciarsi sudati e volere il caldo non volere l&#8217;artificio volere la natura che di natura non ha niente ma almeno &#232; verde verde speranza verde pisello verde come gli occhi che sono stanchi di dire di s&#236; e di sognare qualcosa di diverso allontanarsi nel mare aggrapparsi all&#8217;altro faticando a stare a galla senza parole senza parole solo i suoni del vento e gridare evviva perch&#233; ci sono i delfini e bestemmiare e urlare ma sapendo che finisce che le cose finiscono sempre ed &#232; meglio cos&#236; col mal di mare il mal di terra &#232; tutto un male che per&#242; c&#8217;&#232; e vedere nelle onde il tuo muso e ricordarsi che non ci sei pi&#249; che te ne sei andato e non torni pi&#249; e ho sentito il tuo respiro stamattina ma non &#232; possibile sei morto e non torni pi&#249; e nemmeno io torno pi&#249; scappo dall&#8217;aria condizionata e dai timbri e dalle aziende e le compagnie mi riapproprio di un tempo con la nostalgia di un altro tempo che non c&#8217;&#232; pi&#249; nemmeno lui di quando i sogni avevano pi&#249; consistenza della realt&#224; che oggi non esiste perch&#233; &#232; avariata coi terremoti e il caldo e il patriarcato mediterraneo e il genocidio e mettere in pausa tutto questo &#232; da codardi forse dimenticare di essere al mondo e dimenticare le spese da fare e dimenticare i rapporti e dimenticare i tradimenti perch&#233; &#232; della vita che dobbiamo avere fame che ogni secondo che passa &#232; un secondo perduto e bisogna stare bene l&#8217;ossessione l&#8217;ossessivit&#224; di stare bene perch&#233; il male non si pu&#242; sopportare e le docce non vanno e non c&#8217;&#232; vento e gli scogli fanno paura e il mare &#232; sporco e caldo e non posso buttarmi con la testa sott&#8217;acqua perch&#233; ho il timpano perforato e vorrei sciogliermi diventare schiuma salata e volatilizzarmi nell&#8217;ombra del vulcano e i suoi lapilli mi affondano metri e metri di acqua e nessuno sa cosa c&#8217;&#232; sotto affondare la nave abbandonare la nave tagliarsi la gola per crearsi le branchie non vedere pi&#249; non sentire pi&#249; sfondarsi i timpani cavarsi gli occhi amputarsi i piedi unirsi le gambe immaginare che di fronte c&#8217;&#232; soltanto un&#8217;altra isola da conquistare l&#8217;isola per i soli l&#8217;isola per gli isolati l&#8217;isola per i solitari annegare nelle parole nelle storie degli altri mettere un punto scrivere un nuovo periodo abbandonare se stessi i sogni le prospettive le aspettative tabula rasa tabula rasa la vita lenta un cazzo voglio una vita di polvere e pelle bruciata e fatica e ossa che scricchiolano e denti che cadono e capelli lunghi bianchi e sfibrati bruciare i reel delle beauty routine i balletti le challange i selfie seminudi gli addominali i modelli irraggiungibili le diete i workout voglio la panza della felicit&#224; le occhiaie della bella insonnia le albe e le notti che passo dormendo perch&#233; otto ore o dieci ore o dodici ore le devo lavorare e devo scrivere e devo consegnare e devo insegnare e devo tradurre e devo pubblicare e devo pubblicizzare ed &#232; tutto bellissimo e voglio questa bellezza e poi non la voglio pi&#249; vivo stanco in un sogno da cui mi voglio ogni giorno risvegliare]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/preludio</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/preludio</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Thu, 13 Aug 2026 11:27:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Stare nudi sempre nudi scalzi pensare che &#232; naturale che le dita diventino di spugna se si sta troppo in acqua e bere e mangiare sempre le cose che sanno di cose e sognare di essere un pesce e di sapere che il mondo &#232; limitato mettere in pausa il mondo che guarda al cielo soltanto per vedere le stelle o le eclissi e si dimentica che esiste il cielo per guardare con ostinazione una luminosit&#224; artificiale che ti dice cosa fare chi essere che sa dove sei con chi sei che ti giudica e ti rende insicuro e solo dormire non solo la notte ma quando si ha sonno che se nel buio vuoi guardare gli altri dormire perch&#233; non puoi farlo e di giorno nelle ore pi&#249; calde dormire e sorprendersi di quanto si pu&#242; dormire con la luce del giorno respirare l&#8217;aria e non le vite degli altri abbracciarsi sudati e volere il caldo non volere l&#8217;artificio volere la natura che di natura non ha niente ma almeno &#232; verde verde speranza verde pisello verde come gli occhi che sono stanchi di dire di s&#236; e di sognare qualcosa di diverso allontanarsi nel mare aggrapparsi all&#8217;altro faticando a stare a galla senza parole senza parole solo i suoni del vento e gridare evviva perch&#233; ci sono i delfini e bestemmiare e urlare ma sapendo che finisce che le cose finiscono sempre ed &#232; meglio cos&#236; col mal di mare il mal di terra &#232; tutto un male che per&#242; c&#8217;&#232; e vedere nelle onde il tuo muso e ricordarsi che non ci sei pi&#249; che te ne sei andato e non torni pi&#249; e ho sentito il tuo respiro stamattina ma non &#232; possibile sei morto e non torni pi&#249; e nemmeno io torno pi&#249; scappo dall&#8217;aria condizionata e dai timbri e dalle aziende e le compagnie mi riapproprio di un tempo con la nostalgia di un altro tempo che non c&#8217;&#232; pi&#249; nemmeno lui di quando i sogni avevano pi&#249; consistenza della realt&#224; che oggi non esiste perch&#233; &#232; avariata coi terremoti e il caldo e il patriarcato mediterraneo e il genocidio e mettere in pausa tutto questo &#232; da codardi forse dimenticare di essere al mondo e dimenticare le spese da fare e dimenticare i rapporti e dimenticare i tradimenti perch&#233; &#232; della vita che dobbiamo avere fame che ogni secondo che passa &#232; un secondo perduto e bisogna stare bene l&#8217;ossessione l&#8217;ossessivit&#224; di stare bene perch&#233; il male non si pu&#242; sopportare e le docce non vanno e non c&#8217;&#232; vento e gli scogli fanno paura e il mare &#232; sporco e caldo e non posso buttarmi con la testa sott&#8217;acqua perch&#233; ho il timpano perforato e vorrei sciogliermi diventare schiuma salata e volatilizzarmi nell&#8217;ombra del vulcano e i suoi lapilli mi affondano metri e metri di acqua e nessuno sa cosa c&#8217;&#232; sotto affondare la nave abbandonare la nave tagliarsi la gola per crearsi le branchie non vedere pi&#249; non sentire pi&#249; sfondarsi i timpani cavarsi gli occhi amputarsi i piedi unirsi le gambe immaginare che di fronte c&#8217;&#232; soltanto un&#8217;altra isola da conquistare l&#8217;isola per i soli l&#8217;isola per gli isolati l&#8217;isola per i solitari annegare nelle parole nelle storie degli altri mettere un punto scrivere un nuovo periodo abbandonare se stessi i sogni le prospettive le aspettative tabula rasa tabula rasa la vita lenta un cazzo voglio una vita di polvere e pelle bruciata e fatica e ossa che scricchiolano e denti che cadono e capelli lunghi bianchi e sfibrati bruciare i reel delle beauty routine i balletti le challange i selfie seminudi gli addominali i modelli irraggiungibili le diete i workout voglio la panza della felicit&#224; le occhiaie della bella insonnia le albe e le notti che passo dormendo perch&#233; otto ore o dieci ore o dodici ore le devo lavorare e devo scrivere e devo consegnare e devo insegnare e devo tradurre e devo pubblicare e devo pubblicizzare ed &#232; tutto bellissimo e voglio questa bellezza e poi non la voglio pi&#249; vivo stanco in un sogno da cui mi voglio ogni giorno risvegliare</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Leggere dentro]]></title><description><![CDATA[Una volta ho chiesto ai miei studenti di scrivere di solitudine.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/leggere-dentro</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/leggere-dentro</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 09:55:23 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7ad21459-ddee-4bba-85a9-f3b577dc2c63_1179x1209.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una volta ho chiesto ai miei studenti di scrivere di solitudine. I testi finali si uniformavano su due aspetti, il primo era la differenza che c&#8217;&#232; tra essere soli ed essere solitari, il secondo &#232; la sostanziale proporzione che vede l&#8217;aumento della solitudine con l&#8217;aumento della distanza da casa. Questo ultimo termine, nei vari testi, acquisiva per&#242; simboli differenti, casa per qualcuno era il luogo fisico dove era cresciuto, per un altro una persona, per un altro un oggetto, un profumo, un nome. Alcune loro parole mi sono tornate in mente in questi giorni, in cui le pareti della mia casa si stanno allargando in un labirinto tra le mie anche, sfilacciando le vene e spaccando le cellule. La sicurezza e il conforto, la cura, hanno abbandonato la mia casa da tempo, ormai, e mi sono sempre chiesto in che modo potessi costruirle intorno al mio corpo, da zero, un cantiere senza strumenti ma soltanto buona volont&#224;. Secondo la mia logica, se la solitudine si prova nella lontananza da casa, non avendo pi&#249; una casa non avrei provato solitudine. E la casa forse l&#8217;ho cercata nei posti sbagliati, che poi ho detto a una mia studentessa che i concetti di giusto o sbagliato non esistono, se non relativi a un momento preciso e non come categorie assolute. Mi sono dedicato al lavoro, il primo movimento per costruirlo questo nuovo mondo su misura mia, indipendenza economica significa libert&#224;. Mi sono modellato sulle job description, sui goal, sulle azioni da fare per raccogliere le possibilit&#224;, ho abbandonato luoghi e ne ho trovati di nuovi, con la speranza di adattarmi. Ma non esistono, il lavoro &#232; innaturale, non si toglie dentro di me la convinzione che il tempo personale viene regalato a qualcuno che nemmeno conosciamo, per uno stipendio a fine mese. Ne vale la pena? S&#236;, certo, ne vale la pena, giochiamo a un gioco con delle regole precise, partire dalla casella start e incappare negli imprevisti e le probabilit&#224;, per poi finire in bancarotta. Ma prima di finire in bancarotta, siamo fiduciosi che i nostri investimenti portino a dei frutti. Poi il 22 giugno, un mese fa, muore la mia casa vera, Allan, e io non ho mai immaginato come sarebbe stato. La mia psicologa mi ha sciolto il buco a forma del suo muso, che mi si era impresso a fuoco al centro del mio petto. Cos&#236; come ha sciolto la cicatrice che mi si &#232; formata sullo stinco, dove si &#232; appoggiato l&#8217;ultima volta. E io non volevo lasciarlo andare via quel dolore, che era l&#8217;ultima cosa che mi era rimasta di lui. Quel buco nel petto era l&#8217;unica traccia resistente nella realt&#224; del suo passaggio nel mondo con me, dei nostri tredici anni insieme, mandarla via significava mandarlo via. E adesso sto meglio, fisicamente, respiro, sorrido, ma ne &#232; valsa la pena? S&#236;, certo, dobbiamo stare meglio, mandare via i pensieri negativi, gli stati d&#8217;animo pericolosi, le solitudini, le tristezze. Dobbiamo mandare via le famiglie, lasciare andare. E Allan t&#8217;ho lasciato andare, ma mi manchi. L&#8217;ipnosi, utilissima, ma quel dolore che ora non c&#8217;&#232; pi&#249; dove ti ha messo? Dove sei? Poi la mia solitudine si potrebbe attenuare, parlando, ma io non riesco a parlare, non ci sono mai riuscito. Parlavo con l&#8217;amico invisibile sull&#8217;armadio ma anche lui se n&#8217;&#232; andato, poi ne ho scritto, ma anche lui, il mondo, ha deciso di interromperlo, di metterlo in pausa, per cui sorrido e lascio che anche lui aspetti. E gli amici veri, quelli fatti di carne e di ossa, hanno tanti problemi, troppi problemi, troppe cose a cui stare dietro, dove sono? Forse ricomincio a parlare con Geranio, mi lascio il tempo per far decantare la perdita, i beati secondi del castigo. Non posso pretendere la presenza, soprattutto in un momento in cui il mondo mi sta imponendo di distruggermi, ma mi ricompongo? Ho voluto assemblarmi dimenticandomi di essere giovane, convinto che perdere i vent&#8217;anni sarebbe stato utile per godermi i trenta, ebbene, no, non &#232; stato cos&#236;. Quando tutto quello che ho voluto costruire si perde nell&#8217;intangibilit&#224;, che cosa rimane se non il resto di niente?</p><p style="text-align: justify;">Ooh, Can&#8217;t you see all along it was me</p><p style="text-align: justify;">How can you be so blind</p><p style="text-align: justify;">As to see right through me</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Come guarisco?]]></title><description><![CDATA[Da qualche settimana mi torna in mente un pensiero che fino a poco tempo fa avrei considerato presuntuoso, essere io quello che interrompe qualcosa.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/come-guarisco</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/come-guarisco</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 10:15:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche settimana mi torna in mente un pensiero che fino a poco tempo fa avrei considerato presuntuoso, essere io quello che interrompe qualcosa. Non penso pi&#249; che siamo capaci soltanto volendolo di interrompere davvero una guerra, il capitalismo, la violenza, che tanto hanno dimostrato di sopravvivere a qualsiasi buona intenzione. Vorrei interrompere una storia molto pi&#249; piccola e proprio per questo, forse, pi&#249; difficile da fermare, quella che passa da una generazione all&#8217;altra e convince ciascuno che il dolore ricevuto sia anche il dolore da restituire. Ci penso spesso quando ripenso ai miei genitori, a quello che hanno fatto e soprattutto a quello che hanno scelto di non fare. A un certo punto hanno smesso di immaginarmi e di desiderarmi, sembra che mettere al mondo qualcuno sia un lavoro che termina appena diventa faticoso. Da bambini si pensa sempre che i genitori sappiano qualcosa che noi non sappiamo per poi scoprire invece, da adulti, che molto spesso erano soltanto bambini anche loro, con un corpo pi&#249; grande e una quantit&#224; di ferite sufficiente a convincersi che fosse normale ferire.</p><p>Per anni ho avuto paura di assomigliare a loro, ho avuto paura di ritrovarmi a parlare come loro, a guardare qualcuno con la stessa indifferenza, anche a trasformare l&#8217;amore in un favore da concedere quando se ne ha voglia. &#200; una paura strana, ti accorgi che esiste quando pronunci una frase e ti sembra di aver gi&#224; sentito quella voce. La tua, ma non del tutto, la loro, e allora ti fermi, perch&#233; capisci che il trauma non &#232; soltanto quello che ti &#232; successo, ma &#232; quello che rischi di fare succedere agli altri senza nemmeno accorgertene.</p><p>Mi &#232; capitato di leggere alcuni studi sulla trasmissione del trauma tra generazioni. Cercavo altro e mi sono imbattuto nell&#8217;idea che il dolore non elaborato possa attraversare le famiglie come se trovasse sempre un modo per restare vivo. Lo fa attraverso i gesti, le parole, i silenzi, il modo in cui si abbraccia un figlio oppure non lo si abbraccia mai. Pare che perfino il corpo conservi memoria di quello che &#232; stato ed &#232; una cosa che mi ha fatto sentire meno solo e pi&#249; arrabbiato. Meno solo perch&#233; ho capito di non essere pazzo se continuo a reagire con il corpo a cose che la testa pensa di aver superato. Pi&#249; arrabbiato perch&#233; nessuno ci insegna quanto sia facile ereditare una ferita e quanto sia difficile impedirle di cambiare indirizzo.</p><p>Io figli non ne avr&#242; e lo dico senza tristezza, almeno nella maggior parte dei giorni. &#200; una decisione che viene sempre interpretata come una mancanza, come se la vita dovesse necessariamente continuare dentro qualcun altro per avere un senso. Io invece penso che, nel mio caso, il senso stia proprio nel contrario. Se davvero esiste qualcosa che si trasmette allora vorrei essere l&#8217;ultimo destinatario di quella consegna. Vorrei che il cognome finisse con me ma soprattutto che finisse con me un certo modo di stare al mondo, la paura di essere abbandonati, la convinzione di non meritare affetto, la violenza che non sempre prende la forma di uno schiaffo ma molto pi&#249; spesso quella di una dimenticanza.</p><p>Forse &#232; per questo che mi ostino a credere nella gentilezza, che non ha niente a che vedere con quella dei manifesti motivazionali o dei video da trenta secondi che spiegano come cambiare la vita con un sorriso, o quella dei libri bestseller di guru improvvisati. Quella vera &#232; faticosa perch&#233; ti permette di scegliere, di non replicare quello che hai ricevuto. Ti obbliga a non usare gli altri come contenitori della tua rabbia e questo sembra un esercizio continuo, quasi ridicolo nella sua ostinazione. Perch&#233; il mondo ti educa al contrario, che chi urla ottiene, che chi manipola vince, che chi ferisce per primo soffre di meno. E allora essere gentili diventa una forma di disobbedienza.</p><p>Non sempre ci riesco perch&#233; mi annegano giornate in cui sento il passato salirmi in testa come una febbre. Basta una telefonata, una frase detta con il tono sbagliato, qualcuno che dimentica una promessa o una presenza e il cervello torna immediatamente l&#236;, a quando ero convinto che l&#8217;amore fosse qualcosa da meritare. &#200; in quei momenti che capisco quanto il trauma sia noioso oltre che doloroso, perch&#233; si ripete identico e dice sempre le stesse cose. Cambiano le persone, cambia il lavoro, cambia la citt&#224;, ma lui continua a presentarsi con lo stesso copione.</p><p>Eppure penso che interrompere questa storia sia importante perch&#233; quando scelgo di non sparire dalla vita di qualcuno, quando rispondo con cura invece che con distrazione, quando provo a non trasformare la mia sofferenza in quella di un altro, ho la sensazione di avere spostato qualcosa di pochi millimetri. &#200; poco, certo, ma anche il trauma, in fondo, si &#232; costruito cos&#236;, con migliaia di piccole assenze che hanno finito per sembrare normali. Forse anche la cura funziona nello stesso modo, non cambia il mondo n&#233; il passato, non restituisce l&#8217;infanzia che avremmo voluto, per&#242; impedisce, almeno qualche volta, che qualcuno debba raccontare la nostra stessa storia come se fosse inevitabile.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ciao, Allan]]></title><description><![CDATA[Il vero problema, per me, &#232; che non sentir&#242; pi&#249;.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/ciao-allan</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/ciao-allan</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Wed, 24 Jun 2026 07:30:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il vero problema, per me, &#232; che non sentir&#242; pi&#249;.</p><p style="text-align: justify;">Le zappette sul pavimento, la tua grazia inesistente a scendere le scale, l&#8217;abbaio rauco quando dicevo &#8220;vuoi la pappa?&#8221;, novit&#224; questa degli ultimi tre o quattro anni (perch&#233; prima ti ostinavi a stare in silenzio), il tuo sospiro pesante quando ti mettevi gi&#249; sulla cuccia, il guaito quando provavo ad abbracciarti perch&#233; non amavi che qualcuno ti toccasse, la lingua che schioccava mentre bevevi.</p><p style="text-align: justify;">Sei stato la mia relazione pi&#249; lunga, tredici anni di traslochi e lavori, uomini che non restavano, stanze cambiate, persone che ti piacevano e altre che odiavi, ma io e te rimanevamo, anche quando la famiglia si sgretolava ogni minuto in pi&#249;.</p><p style="text-align: justify;">T&#8217;ho trovato a sei mesi, e la volta in cui sei tornato a casa con me la racconto sempre. Eri con tua madre in un giardino adibito a canile, venivate dalla Sicilia. Tua madre era legata con una catena al collo e talmente si era agitata per proteggere te e i tuoi fratelli che una lunga cicatrice violacea le era comparsa intorno al collo. I tuoi fratelli li avevano presi tutti, rimanevi solo tu, che gi&#224; da quel giorno mi aspettavi. Quando il volontario &#232; uscito per fare finta di portarti fuori per una passeggiata, io ero rimasto nella zona delle gabbie per firmare dei moduli. Tua madre, descritta come un cane tanto aggressivo, si &#232; liberata nessuno sa come e ha iniziato a correre verso di me. Io ero terrorizzato. Mi ha puntato, ha ignorato Francesco e l&#8217;altra volontaria, e si &#232; fermata davanti a me, si &#232; alzata sulle zampe posteriori e ha appoggiato quelle anteriori sul mio petto. Mi ha guardato negli occhi qualche secondo, per poi ritornare nella sua gabbia da sola.</p><p style="text-align: justify;">In macchina, seduto sul sedile con te, che eri girato verso le gabbie chiedendoti dove stessimo andando, mi sono chiesto &#8220;che cazzo sto facendo?&#8221;, preoccupato che non sarei stato in grado di darti quello di cui avevi bisogno.</p><p style="text-align: justify;">E a questa domanda oggi mi rispondo che portarti a casa con me, quel giorno, &#232; stata l&#8217;unica decisione sensata e che rivendico di tutta la mia vita. E non so se ti ho dato davvero quello di cui avevi bisogno, c&#8217;ho provato, nel mio modo storto di dimostrare l&#8217;amore, trascinandoti nel mondo che avevo deciso io per entrambi.</p><p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ultimo anno ti ho fatto mangiare tutto quello che avresti voluto ingoiare in tredici anni, la mattina, prima di portarti dal veterinario per farti addormentare, ti ho dato una pizza, il tuo piatto preferito. Chiss&#224; se ti sei accorto che stavi morendo, mentre chiudevi gli occhi un&#8217;ultima volta. Chiss&#224; se sei stato felice di vedere me come ultima immagine.</p><p style="text-align: justify;">La mia quotidianit&#224; non so come cambier&#224;, se mi abituer&#242; mai a non avere come pensiero fisso, ogni giorno, quello di sapere dove sei, se stai bene, se sei sicuro che ti verr&#242; a prendere. Non penso di riuscire a rassegnarmi all&#8217;idea che non devo portarti pi&#249; fuori a pisciare, a bagnare i marciapiedi di via dei Macci coi tuoi schizzi a zig zag facendo incazzare tutti, soprattutto quello del vintage sotto casa. Non so se mi andr&#224; bene l&#8217;idea di non scegliere il cibo pi&#249; buono per te che hai uno stomaco debole, non so se mi andr&#224; bene l&#8217;idea di programmare dei viaggi in macchina senza pensarti tra i piedi del passeggero, in quello spazio in cui ti piaceva incastrarti facendoti minuscolo, non so se mi andr&#224; bene l&#8217;idea di non pensare pi&#249; a dover tornare a casa, non so se mi andr&#224; bene l&#8217;idea di non viaggiare pi&#249; con te.</p><p style="text-align: justify;">&#8220;Quanti anni c&#8217;ha?&#8221;, mi chiedevano, &#8220;Tredici&#8221;, rispondevo. E amavo quando strabuzzavano gli occhi, &#8220;Ma come tredici anni?&#8221;. S&#236;, tredici anni, una vita intera, e tu te ne sei andato in una forma splendida, come un cucciolo, a parte le zampe posteriori che tremolavano e le perdite d&#8217;equilibrio delle ischemie. Avrei voluto portarti al mare un&#8217;ultima volta, anche Dadda l&#8217;aveva urlato quando nonno se n&#8217;&#232; andato, ma a te il mare faceva schifo quindi forse va bene cos&#236;, almeno a giugno hai visto la montagna. In spiaggia ti piazzavi sotto l&#8217;ombrellone e mi guardavi con giudizio, aspettando che la finissi coi bagni. Ed &#232; stato sempre cos&#236;, mi hai sempre aspettato, nelle mie smanie di realizzazione e nei miei lamenti, nelle mie insoddisfazioni e nei miei rimpianti. Sei stato la sicurezza che non ho mai trovato da nessun&#8217;altra parte, nemmeno in me stesso, il mio appoggio quando era insopportabile anche guardarmi allo specchio. E tu c&#8217;eri, di fianco a me, e ora non ci sarai pi&#249;. Sei il mio migliore amico. Ciao, Allan.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Disincasinare il mondo]]></title><description><![CDATA[L&#8217;altro giorno sulla mail di lavoro &#232; arrivata la comunicazione che un dipendente storico dell&#8217;azienda per cui lavoro &#232; morto.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/disincasinare-il-mondo</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/disincasinare-il-mondo</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Mon, 15 Jun 2026 11:24:51 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altro giorno sulla mail di lavoro &#232; arrivata la comunicazione che un dipendente storico dell&#8217;azienda per cui lavoro &#232; morto. Non ricordo bene se ha lavorato per la compagnia cinquanta o quarant&#8217;anni, ma questa notizia mi &#232; rimasta addosso per diverse ore. Non so se &#232; una cosa generazionale oppure soltanto mia, ma l&#8217;idea di dedicare la mia vita a un&#8217;azienda non penso faccia parte di me, di ci&#242; che reputo importante, e oltre tutto mi sembra impossibile che mi accada, ma lo scoprir&#242;, penso, pi&#249; avanti. &#8220;Hai dedicato la tua vita alla nostra azienda e per ricordarti manderemo una mail&#8221;, mi sembra ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in questo. Sbagliato per me, ovvio. Avere uno scopo nella vita mi sembra sensato, che questo scopo si debba tradurre in successo economico per me &#232; incomprensibile. Stiamo subendo gli effetti di un&#8217;impostazione esistenziale capitalista, per cui il mio tempo vale solo se ha un riscontro in denaro, altrimenti, forse, non vale niente. Il riscatto che ho cos&#236; tanto ricercato da quando ho diciannove anni tarda ad arrivare, ho riempito i minuti di cose da fare e lo faccio tuttora, stare sdraiato a non fare niente, a non pensare, a non produrre, mi mette ansia nonostante non mi definirei ansioso. E per commemorare quell&#8217;uomo che non avevo idea di chi fosse prima della mail che annunciava la sua morte, ho deciso di dedicare il mio finesettimana proprio a questo sforzarmi di non fare niente. Dodici ore sul divano, cambiando posizioni e alterando il mio stato fisico e psichico, mi hanno svuotato la mente. E questo svuotarmi arriva dopo giorni in cui, di nuovo, il mio futuro &#232; stato compromesso dalle scelte personali di chi non si cura dell&#8217;altro, dell&#8217;impegno, della dedizione. La nostra vita dipende dalle scelte degli altri, non &#232; vero che volere &#232; potere, non &#232; vero che siamo in grado di fare tutto, quando vogliamo, perch&#233; l&#8217;esistenza la governano i soldi. Possiamo ottenere qualcosa nel cerchio ristretto delle nostre possibilit&#224; perch&#233; apparteniamo a un contesto, si pu&#242; sfondare questo contesto? No, si pu&#242; aprire un varco minuscolo, degli intercapedini in cui possiamo infilarci per passare da un cerchio a un altro e ottenere, cos&#236;, le briciole. Cambiare, mai fino in fondo, raggiungere, mai tutto. Sono stati giorni in cui ho smesso di pensare agli obiettivi e mi sono concentrato sulla bellezza delle ore che passavano, cos&#236;, con un senso nuovo e rinnovato. Il progetto a cui tengo di pi&#249; &#232; naufragato e io, sulla riva, l&#8217;ho visto affondare senza poter fare nulla, una nave distrutta da un sassolino galleggiante di inadempienza, non mia. Ci saranno altre possibilit&#224;? Chiss&#224;, forse no. Ma la bellezza delle parole, della gentilezza, mi hanno rincuorato, la potenza di ci&#242; che viene fatto al di l&#224; della categoria commerciale e dal riscontro economico, questa mi ha salvato. Fare le cose perch&#233; vanno fatte, dire le cose per non ferire, in un mese in cui anche le parate diventano fonte di poco orgoglio e di molti dubbi. Caricare di significato tutto, una stupida condanna. Sono convinto che non possiamo cambiare il mondo, abbiamo dimostrato che questo &#232; impossibile, un incubo, forse, che si scontra con la frustrazione. Ma possiamo decidere ogni giorno le parole che vogliamo ascoltare e le persone che vogliamo stringere, limitante, come visione, certo, ma poi ci si ritrova a dedicare la nostra vita a qualcuno per decine di anni e questa finisce per essere ricordata con una mail, con dei post a tempo limitato, e forse non lo sapremo mai, ma lo sappiamo ogni giorno che viviamo con questa intenzione, non consapevole, forse, ma sufficiente a mandare all&#8217;aria la possibilit&#224; di essere umani. Chi legge vive da dissociato, perch&#233;, mi chiedo, come si fa a desiderare di essere associati a questo mondo, che di bellezza non ha niente. Circondato da dissociati, esisto scardinato dal presente per vivere in un mondo bovaristico, dove il reale diventa personale e non un video fatto con l&#8217;intelligenza artificiale.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/lucastarita.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Soldi potere gloria]]></title><description><![CDATA[&#200; sempre una questione di soldi.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/soldi-potere-gloria</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/soldi-potere-gloria</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Thu, 28 May 2026 09:51:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>&#200; sempre una questione di soldi.</p><p style="text-align: justify;">Non capivo, da bambino, perch&#233; il centro commerciale si chiamasse centro, considerando che quelli in cui andavamo erano invece sempre in posti periferici, bisognava andarci in macchina e passavamo sulla strada diverso tempo. Qualsiasi cosa chiedessi la ottenevo, ma la maggior parte delle cose che chiedevo erano libri, quindi per me la gita al centro commerciale significava soprattutto stare in libreria e scegliere i volumi che avrei portato a casa. I piccoli brividi, Il vento nei salici, Il signore degli anelli, Harry Potter, prima che Rowling si trasformasse in un mostro transfobico, Il truce assassinio del cane di Bates e altri battelli a vapore, fumetti, ma di Topolino avevo l&#8217;abbonamento, e il Giornalino lo compravo in chiesa, le storie che preferivo erano quelle del coniglio rosa Pinky. Avevo una casa a quattro piani con la piscina e due giardini.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p style="text-align: justify;">Poi il trasferimento, e tutto questo &#232; improvvisamente scomparso.</p><p style="text-align: justify;">Mio padre mi aveva assicurato che i libri non sarebbero diminuiti, che i soldi per le pagine scritte ci sarebbero sempre state, una delle innumerevoli bugie che raccontava perch&#233; non scadesse ai nostri occhi.</p><p style="text-align: justify;">Quindi i libri li rubavo, in casa di amici, o a parenti, o a scuola. Una volta, in una libreria di un centro commerciale toscano, staccai un codice a barre adesivo da un libro piccolo per metterlo su un volume enorme che raccontava le guerre dell&#8217;Antica Grecia. Una volta in cassa, il libraio mi disse che ci doveva essere un errore e io, imbarazzato, incapace di dire bugie, annuii e me ne andai.</p><p style="text-align: justify;">Quella coi libri &#232; stata la mia relazione pi&#249; stabile e lunga, subito dopo c&#8217;&#232; quella con Allan, il mio cane.</p><p style="text-align: justify;">Quando anni fa ho messo piede per la prima volta al Salone del libro di Torino ne sono uscito stordito. Non sapevo dove andare, che incontri vedere, che libri comprare con il mio budget risicato. Era tutto bellissimo, il mio paradiso. Vidi un incontro con Michele Mari e Walter Siti che presentavano insieme a Carlo Mazza Galanti &#8220;Scuola di demoni&#8221; e Mari disse &#8220;Per ogni dose di realt&#224; ho bisogno di quattro di letteratura&#8221;, e questa frase &#232; diventata un po&#8217; il mio mantra. Mari diceva a Siti che era assurdo che lui guardasse i programmi di Barbara D&#8217;Urso, che questa era spazzatura, e Siti rispondeva che soltanto in quei programmi c&#8217;era davvero lo specchio della realt&#224;, quella vera, non quella delle elite editoriali. Non sono mai riuscito a decidere chi dei due avesse ragione.</p><p style="text-align: justify;">Dopo quell&#8217;incontro decisi che il mio mondo sarebbe stato quello, che sarei tornato al Salone da autore.</p><p style="text-align: justify;">La frase di Mari l&#8217;ho messa in apertura a &#8220;Canone ambiguo&#8221;, per ricordarmi di quell&#8217;incontro e tenerlo sempre bene a mente &#8220;Per ogni dose di realt&#224; ho bisogno di quattro di letteratura&#8221;.</p><p style="text-align: justify;">Quest&#8217;anno, il 2026, &#232; stato il primo anno in cui al Salone ci sono andato soltanto da autore, o comunque una persona legata al mondo editoriale. Ho parlato di un mio libro che uscir&#224; a febbraio 2027 per Piuma, ho presentato &#8220;Indifesi sotto la notte&#8221; per il Salone Off, nella sala del sindaco di Caselle Torinese, e ho fatto un incontro con Fronte del Borgo della scuola Holden, per l&#8217;Osservatorio sulla Gender equality che tengo insieme a Domitilla Pirro.</p><p style="text-align: justify;">Io non so se qualcuno riesca davvero a comprendere, fino in fondo, che cosa significa per me girare per gli stand e riuscire a tornare a casa con pile di libri, questa &#232; per me la felicit&#224;. Forse tendo a giocare al ribasso, ma vivere in questo mondo con l&#8217;ingenuit&#224; &#232; per me salvifico. Leggo in continuazione commenti sull&#8217;editoria che lamentano il capitalismo e lo sfruttamento, commenti che tentano di dire la loro senza rendersi conto di usare allo stesso modo un&#8217;ottica capitalista e che si concentra sulla quantit&#224; - di persone alle presentazioni, di libri venduti, di libri pubblicati, di editori -.</p><p style="text-align: justify;">E io continuo a pensare ai libri come ci pensavo da ragazzino, quando non potevo permettermeli e quindi li rubavo. Non riesco a considerarli un prodotto fino in fondo, forse perch&#233; per me sono stati prima di tutto rifugio e via di fuga. Quando riesco a tornare a casa con una borsa pieno di libri mi sembra ancora di stare fregando qualcuno, quella felicit&#224;, alla fine, non mi spetta davvero. E invece adesso succede una cosa ancora pi&#249; assurda, che tra quei tavoli ci sono anche i miei. &#200; sempre una questione di soldi, alla fine, i soldi che mancano, che umiliano, che ti permettono di comprare tempo, carta, possibilit&#224;. Per&#242; ci sono state persone capaci di scrivere libri che hanno tenuto in vita un ragazzino che rubava romanzi nei centri commerciali della periferia toscana e questa, per me, resta una forma di ricchezza molto pi&#249; difficile da misurare.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Regina Biancaneve]]></title><description><![CDATA[&#8220;Voleva indossare il vestito da sposa cos&#236; quando &#232; morta l&#8217;abbiamo vestita cos&#236;, dopo ha iniziato a nevicare&#8221; Porpora pronuncia queste parole nel silenzio delle centocinquanta persone che ci ascoltano assorte nella domenica pomeriggio, tuona il cielo scuro fatto di pensieri che se ne vanno per non tornare.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/regina-biancaneve</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/regina-biancaneve</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Mon, 11 May 2026 13:37:36 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Voleva indossare il vestito da sposa cos&#236; quando &#232; morta l&#8217;abbiamo vestita cos&#236;, dopo ha iniziato a nevicare&#8221; Porpora pronuncia queste parole nel silenzio delle centocinquanta persone che ci ascoltano assorte nella domenica pomeriggio, tuona il cielo scuro fatto di pensieri che se ne vanno per non tornare. Ho iniziato l&#8217;incontro dicendo che in quell&#8217;aula avevo fatto tanto tempo prima un terribile esame di letteratura italiana un tema su Petrarca in cui avevo messo tutto me stesso perch&#233; lo amavo e lo amo pi&#249; di Dante sei colonne di scrittura fitta in cui cercavo anche di far uscire la mia voce e il mio pensiero. Ma presi un voto basso e l&#236; capii che non avrei mai voluto lavorare in Universit&#224; e in quel momento mi trovavo l&#236; a parlare di Indifesi sotto la notte con Porpora che dava carne alle mie parole studiate. Avevo il cuore agitato gli occhi con gli spasmi respiri brevi camminavo a scatti in via Zamboni che era la stessa strada dove cercavo un riscatto che chiss&#224; se &#232; arrivato o no, forse sono a met&#224; strada forse sono gi&#224; alla fine e non me ne sono ancora reso conto. Dico sempre che scrivo i libri che avrei voluto leggere quando ero pi&#249; giovane e ora di fronte a quegli studenti e a quelle studentesse mi chiedo se mi leggono e se trovano nelle parole che scrivo qualcosa che io ricercavo alla loro et&#224; e non riuscivo a trovare da nessuna parte.</p><p style="text-align: justify;">Porpora si commuove io mi commuovo tutti si commuovono e mi rendo conto di quanto io abbia bisogno di farlo di trovarlo quel contatto minimo che nelle storie che stavamo raccontando non si trovava pi&#249; dico sempre che non solo chi aveva l&#8217;HIV e chi aveva l&#8217;Aids veniva privato del sesso ma anche della carezza del bacio dell&#8217;abbraccio io forse senza il sesso riuscirei a vivere ma senza l&#8217;abbraccio il bacio la carezza forse no. Ogni momento in cui ho parlato del libro davanti alla gente &#232; stato emozionante a modo suo ma quello con Porpora si porta dietro un carico di felicit&#224; che devo ancora decifrare, sono ancora incapace di comprendere davvero l&#8217;entit&#224; di quello che sto vivendo in questi mesi non capisco n&#233; dove sto andando n&#233; da cosa sto fuggendo so soltanto che mi sta frugando dentro un&#8217;energia nuova o rinnovata che forse mi apparteneva e che ho soffocato, davanti al bisogno di pelle e mani e gambe forti non abbandonate ma nemmeno isolate. Ho scritto di gratitudine ma chiss&#224; se riesco a sentirla davvero questa gratitudine Ferraresi diceva che viveva in una condizione privilegiata perch&#233; la diagnosi significava consapevolezza e consapevolezza significava vivere ogni minuto come fosse l&#8217;ultimo e quindi ogni tanto mi chiedo ma se questo &#232; il mio ultimo minuto? E sto davanti al computer in una posizione che mi danneggia la schiena dietro a stronzate che chiss&#224; se si ricorder&#224; qualcuno non dico tra dieci ma anche tra un anno passare il tempo nell&#8217;indifferenza dell&#8217;altro come numero sostituibile da un&#8217;altra creatura che forse si fa le mie stesse domande davanti alle mail che arrivano ogni minuto e che surriscaldano la mente e il mondo. Dare dignit&#224; al tempo eppure viviamo senza dare attenzione a ci&#242; che facciamo, qual &#232; stata la prima parola che ho detto stamattina? quale colore ho visto per primo appena aperto gli occhi? qual &#232; stata la prima persona a cui ho pensato? qual &#232; stata l&#8217;ultima persona che ho maledetto? persone persone persone che passano tra le mani scivolano via e me le ricorder&#242;? vorr&#242; sedermi anche io a una cattedra con persone davanti ma anche dieci non importa che siano cento e vorrei raccontare anche io un ricordo cos&#236; bello come l&#8217;amica vestita di bianco e forse &#232; il momento di annotarli i ricordi pi&#249; belli perch&#233; poi la vita passa e non ci viene pi&#249; in mente di che forma era fatta.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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C&#8217;&#232; un tipo che suona il piano, l&#8217;altro, di fianco, parla al microfono di quanto sia importante abbracciare l&#8217;altro, trovare nella giornata la possibilit&#224; di essere gentili. Lo dice con lo sguardo perso nel vuoto, sognante, occhi dilatati, sorriso largo ma non cos&#236; tanto da sembrare inquietante. Capelli raccolti, pantaloni larghi e camicia verde, bisogna amare il vicino, che se compio un atto di amore, lo ricever&#242; indietro. Mi chiedo, allora, cosa abbia fatto il vicino di Netanyahu. E un pianoforte malinconico risuona nei riverberi di queste stronzate.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p style="text-align: justify;">Forse sono io, ma ho voglia di picchiare tutti, comprese queste trecento persone, il pianista e l&#8217;attore scrittore guru.</p><p style="text-align: justify;">E la mia incazzatura esiste e mi &#232; ancora pi&#249; evidente perch&#233; non sento intorno abbastanza incazzatura, da parte dei miei amici, colleghi, conoscenti, rassegnati e va bene, forse la rassegnazione &#232; l&#8217;unica arma nei confronti del logorio della vita moderna, insieme al cynar.</p><p style="text-align: justify;">Io ogni mattina mi sveglio bestemmiando, urlando nel cuscino, chiedendo al cielo il perch&#233; di un&#8217;altra giornata. Bevo il mio t&#232; perch&#233; il caff&#232; mi ha sfondato lo stomaco e non posso nemmeno pi&#249; godermi questa gioia e nemmeno il tempo di finirlo che arriva una mail che chiede spiegazioni, rotture di cazzo, alternate a buongiorno come stai di amici lontani, messaggi che mi fanno soltanto pi&#249; incazzare perch&#233; non sono vicino a loro e me ne rendo conto e non lo accetto.</p><p style="text-align: justify;">Leggo qualche pagina del libro che sto leggendo e mi incazzo sia perch&#233; quello che leggo non mi piace sia perch&#233; mi piace talmente tanto che so che non scriver&#242; mai in quel modo quindi chiudo il libro e gioco ad Angry birds. Io penso sarei l&#8217;uccello ciclone, un gufo nero che vortica su s&#233; stesso e provoca il nulla della Storia infinita, questi porci verdi disperati risucchiati dal nero. Apro instagram &#8220;cos&#236; mi rilasso qualche minuto e stacco il cervello&#8221;: immagini di bambini mutilati si alternano ai video sulla skin care, alle foto fatte con AI per alimentare ancora un&#8217;immagine inesistente della nostra persona e alle rotte dimezzate degli aerei e dei traghetti quest&#8217;estate quindi, oddio, come faremo ad andare in vacanza?</p><p style="text-align: justify;">Come fa una persona a pensare di poter essere buona col prossimo? Come fa una persona ad abbracciare la giornata se gi&#224; nei primi minuti della mattina sa gi&#224; che vorrebbe spaccare il naso al primo che le rivolge uno sguardo o una parola?</p><p style="text-align: justify;">Forse sono io che faccio una vita di merda, eh, e mi piacerebbe saperlo cos&#236; mi farei domande, ma di quelle serie, sulla mia condizione, eppure spero che come la felicit&#224; sia reale solo se condivisa cos&#236; lo sia anche il livore.</p><p style="text-align: justify;">E la giornata si articola su tutte queste alternanze di richieste e annullamenti, riconoscenze annacquate e video di bombardamenti, pranzi al computer, narrazioni pietose e invidie, cose che non mi appartengono e che vogliono esigono consumano gridano tagliano prevaricano. Tutto si stanca, tranne l&#8217;incazzatura che arriva ancora pi&#249; imponente e si sistema sulla schiena, dove la pressione diventa insopportabile. Si allarga, prende spazio tra le scapole, risale lungo il collo e mi stringe la mandibola fino a farmi scricchiolare i denti e io cerco di ingoiarla, e quella cresce, pulsa, pretende qualcosa.</p><p style="text-align: justify;">Arriva il momento del negroni e della birra e per un po&#8217; la tensione del cervello che sta per esplodere si attenua e mi rendo conto che mi manca il mondo per come lo conoscevo, vorrei tornare - e forse &#232; l&#8217;adultit&#224; che me lo chiede - a quando ero meno incazzato, o meglio a quando c&#8217;erano meno dispositivi di innesco. E alla fine non &#232; la giornata a stringermi la mandibola, sono io che la tengo chiusa troppo forte per non dire niente.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Randomness]]></title><description><![CDATA[&#8220;Alla fine penso che Tolstoj non avesse ragione&#8221; mi dice St Aubyn con la sua voce sepolcrale, seduto su una poltrona in pelle davanti a una platea di decine e decine di persone &#8220;Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice &#232; infelice a suo modo,]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/randomness</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/randomness</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 10:45:25 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Alla fine penso che Tolstoj non avesse ragione&#8221; mi dice St Aubyn con la sua voce sepolcrale, seduto su una poltrona in pelle davanti a una platea di decine e decine di persone &#8220;<em>Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice &#232; infelice a suo modo, </em>non so quanto sia vera questa frase, semplicemente &#232; pi&#249; facile, pi&#249; interessante scrivere di infelicit&#224; piuttosto che di felicit&#224;&#8221;. Ho una predilezione verso le storie tragiche, se ripenso alle letture che mi hanno formato, in effetti, difficilmente trovo finali dolci e vite risolte. Figura tragica per eccellenza, nella mia infanzia, &#232; il rospo de Il vento nei salici, per esempio, oppure il cane assassinato dell&#8217;orfano Sass Bates. E non comincio con i film e i cartoni animati senn&#242; non si finisce pi&#249;.</p><p style="text-align: justify;">&#200; affascinante pensare alla fame di storie devastanti di fronte a un mondo che ci tiene a far vedere pi&#249; la violenza che la gentilezza, un masochismo intimo e innato, forse, un bug dell&#8217;umanit&#224; - espressione che rubo da un partecipante del bookclub che ieri ha chiesto se l&#8217;estinzione a cui siamo destinati sia questo, un bug, oppure un destino voluto da un&#8217;entit&#224; esterna.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p style="text-align: justify;">Mentre St Aubyn sostiene che il mondo abbia bisogno di storie che parlino appunto di gentilezza e dolcezza, mi chiede se voglio essere, da scrittore, un suo alleato. E io gli rispondo che ho iniziato a scrivere storie tristi e di storie tristi quindi forse non sono la persona ideale.</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; una cosa &#232; leggere storie tristi, una cosa &#232; scriverle, ci ho pensato tutta la notte. E forse &#232; pi&#249; semplice pensare a ci&#242; che non &#232; la scrittura, per me, piuttosto che a ci&#242; che &#232;.</p><p style="text-align: justify;">Io sono convinto che non scriver&#242; mai un bestseller, non ne ho la capacit&#224;, non scriver&#242; mai un capolavoro della letteratura mondiale. Non sono vendibile, ne ho la certezza. Ho scritto un libro sull&#8217;Aids, uno sulla queerness e uno sul tradimento, una condanna voluta all&#8217;oblio.</p><p style="text-align: justify;">Detesto i libri con protagonisti scrittori e scrittrici, case editrici, librai, premi letterari, insegnanti, sto iniziando a odiare i libri ambientati a Napoli - tranne uno -, come se ognuno di questi fosse in grado di svelare la verit&#224; di una citt&#224; che &#232; e sar&#224; sempre inafferrabile. Non scriver&#242; mai romanzi di critica sociale, in cui vengono condannati atteggiamenti e vite particolari, facendo parte di questi aspetti della societ&#224;. Non &#232; ipocrita?</p><p style="text-align: justify;">Scrivo solo ci&#242; che avrei voluto leggere io, non quello che vorrebbero gli altri. Scrivo le storie che avrebbero fatto bene a un me ragazzo, in cerca della rappresentazione di una vita storta. Scrivo la mattina presto, o di notte, o di pomeriggio, o mentre mangio, e non posso vivere delle cose che scrivo, nessuno pu&#242; farlo, e nessuno l&#8217;ha mai fatto. Solo che oggi l&#8217;ottica capitalista con cui guardiamo tutto ci ha mangiato il cervello.</p><p style="text-align: justify;">Non voglio pagine piene di virgole, non voglio frase brevi di qualche parola e invase dai punti, non voglio lo stile lineare e asciutto, voglio le famiglie felici e le famiglie infelici.</p><p style="text-align: justify;">La prima storia coerente che ho scritto, o almeno quella di cui ho ricordo, &#232; una favola con protagonista un topo senza coda. Ero alle elementari, non ricordo bene se fosse un compito in classe o un esercizio, ma gli elogi delle maestre li ricordo bene. Protagonista era un topino nato senza coda che, per assomigliare agli altri suoi compagni, si attaccava una coda di cartone prima con la colla, ma non reggeva, poi con lo scotch, ma non reggeva, poi legata, ma la corda si scioglieva, fino a quando non decide di attaccarsela con una &#8220;punessa&#8221; - cos&#236; si chiamavano a Napoli le puntine di metallo per le bacheche in sughero -. A ogni passo, per&#242;, la puntina affondava sempre di pi&#249; nella carne, lasciando dietro al topino una scia di sangue vermiglio. Nessuno si accorse del dolore del povero animaletto, erano tutti distratti dal mondo, e il nostro protagonista mor&#236; cos&#236;, dissanguato (ho sempre avuto un problema con i finali frettolosi).</p><p style="text-align: justify;">Ecco, la mia strada mi sembrava gi&#224; scritta. Non chiediamo a Lacan perch&#233; ieri abbiamo appurato che, data la percentuale dei suicidi tra i suoi pazienti, forse non &#232; la persona pi&#249; adatta a cui chiedere. Vorrei scrivere del caso e di come questo sia davvero l&#8217;unico regolamento che guida le vite, sono nato in una famiglia per caso e in una citt&#224; per caso, non esiste il merito in questo n&#233; la colpa. Scrivere, forse, serve soltanto a dare ordine a questo, a darci l&#8217;illusione di avere il controllo di qualcosa, di governare delle vite.</p><p style="text-align: justify;">La risposta, alla fine, &#232; che non so perch&#233; scrivo, spesso penso che preferirei una vita votata al corpo e alla salute, mentale e fisica, ma non ce la faccio. La verit&#224; &#232; che mi sto arrendendo. Almeno io i miei pazienti non li perdo, li tengo tutti qui, dentro.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sulla natura della luce diurna]]></title><description><![CDATA[Mio padre sostiene che il passato sia astratto.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/sulla-natura-della-luce-diurna</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/sulla-natura-della-luce-diurna</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Wed, 11 Mar 2026 17:16:32 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mio padre sostiene che il passato sia astratto. &#200; una frase che ripete spesso quando ci troviamo ad affrontare vecchie questioni irrisolte, che nel mio caso si traducono in abbandoni precoci travestiti da cura. Il passato &#232; degli adulti, per questo i bambini vivono meglio, perch&#233; loro il passato non ce l&#8217;hanno, non sanno che significa cos&#236; come nella prima giovinezza, durante la quale si formano i ricordi che infesteranno l&#8217;adultit&#224;. Per quanto possibile io eviterei di crescere proprio perch&#233; credo che si viva meglio con la convinzione che la maturit&#224; come felicit&#224; sia un&#8217;illusione a cui non possiamo pi&#249; credere. Cos&#236; come non possiamo pi&#249; credere al progresso come conquista della civilt&#224;, probabilmente sarebbe stato meglio se avessimo continuato a mangiare bacche piuttosto che imparare a macellare animali nella produzione di massa. Certo, avremmo avuto un&#8217;aspettativa di vita molto pi&#249; bassa, ma io forse preferirei avere una vita breve ma libera piuttosto che una lunga come quella che abbiamo oggi, immersi nel consumismo, nel capitalismo, nel moralismo, nel fascismo, e tutti gli ismi che ci rompono le ossa.</p><p style="text-align: justify;">Il privilegio del passato come astrazione, dunque, non penso di averlo. Sia perch&#233; ormai sono adulto, sia perch&#233; i social mi presentano ogni tanto il conto di quello che facevo circa vent&#8217;anni fa, quando ho iniziato a postare. Ma anche l&#8217;iphone, con cui ho iniziato a scattare foto sempre circa vent&#8217;anni fa. Facebook mi propone l&#8217; &#8220;accadde oggi&#8221; di uno, quattro, quindici anni fa, mentre sullo schermo del mio telefono compare la proposta di un video fatto di collezioni di foto scattate in un dato momento o in un dato luogo. E quindi anche quei ricordi che speravo dimenticati tornano con effetti speciali, musichette leggere d&#8217;accompagnamento, e mi mostrano visi che hanno attraversato la mia vita e che sono scomparsi.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p style="text-align: justify;">Non so perch&#233; vivo sempre tutto con cos&#236; tanta intensit&#224;. Per giorni ripenso a una parola che ho detto chiedendomi se il senso di questa parola sia stato compreso davvero nella totalit&#224;, mi capita di ripensare a un torto che ho fatto a una mia compagna delle medie quando le ho urlato &#8220;mi fai pena&#8221; pensando al fatto che vivesse in una casa famiglia, ma con &#8220;pena&#8221; intendevo che provavo empatia e compassione nei suoi confronti, perch&#233; non avevo idea come potesse essere felice senza una famiglia. E di l&#236; a poco l&#8217;avrei saputo pure io. Sento un male difficile da definire, con molta probabilit&#224; non sono l&#8217;unico, non sono speciale in questo, assorbo quello che ho intorno e mi paralizza tutte le vene.</p><p style="text-align: justify;">Quindi, che fine fanno le persone con cui condividevi il letto e oggi non sai nemmeno dove vivono?</p><p style="text-align: justify;">Questa &#232; la domanda di oggi, a cui le foto ricordo, gli album da migliaia e migliaia di foto sul cloud non riescono a rispondere.</p><p style="text-align: justify;">Il mio primo ragazzo sta ancora con il ragazzo con cui stava quando mi scopava, &#232; lui che mi &#232; entrato dentro per primo, mi aveva fatto un male cane. Avevo mandato via il mio compagno di stanza, abitavo nello studentato di Viale Morgagni. Avevo unito i due letti singoli per fare un matrimoniale e per dormire insieme quella notte e dargli il culo. Non l&#8217;ho pi&#249; visto. L&#8217;ho visto soltanto un&#8217;altra volta dopo anni, mi ero rasato e mi aveva fatto di nuovo male. E uguale gli altri dopo, quello con cui dovevo girare il mondo, non so manco pi&#249; dove sta, quello con cui dovevo convivere per la prima volta, sta a Roma, penso, ma non l&#8217;ho pi&#249; visto a parte una volta in Santo Spirito, quello con cui sarei dovuto invecchiare mi ha massacrato il cervello. Persone con cui ho condiviso intimit&#224; e letti, progetti e famiglie, citt&#224; e cieli, fine, chiuso, si passa ad altro, si va avanti, e va bene. Ma a parte gli amori che finiscono, ci&#242; che pi&#249; mi devasta sono le amicizie. Perch&#233; con le amicizie le cose non si troncano, si diluiscono. Gli amori recisi: si soffre, si recupera, si va avanti. Le amicizie annacquate sopravvivono agonizzanti in una quotidianit&#224; di frasi e parole leggere, entusiasmi inconsistenti che compaiono, le connessioni perse per frequenze cerebrali sintonizzate in mondi diversi.</p><p style="text-align: justify;">Con una persona ho condiviso case e sogni, fatto viaggi, adesso io lavoro in casa editrice lei in un allevamento di polli, con un&#8217;altra persona ho condiviso una famiglia e i vestiti, ogni volta che ci parlo mi sembra di essere sempre nella sua cameretta, andava a letto con i gioielli perch&#233; la madre gli diceva che bisognava prepararsi per andare a letto come se si stesse per uscire. Altre con cui ho condiviso una sorellanza sono cresciute, hanno comprato case, fatto figli, parlano delle macchine da comprare e dei matrimoni a cui andare, io penso alla droga che comprer&#242; nel finesettimana. Un&#8217;altra non ho idea di cosa faccia, mi sono rifugiato da lei quando tutto stava crollando, seduti sul divano a guardare Friends e mangiare patatine fritte. Gruppi di persone che passano e scompaiono, e io mi chiedo come facciano a vivere senza di me, senza il bellissimo rapporto che avevamo. Dove sono finite? Esistono queste persone ancora senza la nostra amicizia? Sono astratte?</p><p style="text-align: justify;">No, esistono, davvero, nella realt&#224; e nei miei neuroni, occupano spazio, pesano, prendono posto in quella parte del cervello dove si conservano le cose che non tornano pi&#249;. Restano l&#236; sospese, n&#233; vive n&#233; morte, come parole dette a met&#224; di cui non si capisce mai bene il senso, e io continuo ad assorbirle tutte.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il mio impero di polvere]]></title><description><![CDATA[&#171;Ma quanto &#232; bello mio nipote&#187;.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/il-mio-impero-di-polvere</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/il-mio-impero-di-polvere</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Wed, 25 Feb 2026 15:45:19 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>&#171;Ma quanto &#232; bello mio nipote&#187;. Te l&#8217;ho ripetuto non so quante volte e ancora il momento in cui questa frase ha cambiato di significato si nasconde, nonostante cerchi in continuazione di trovarlo. Sarebbe pi&#249; semplice individuare l&#8217;attimo dell&#8217;innesco della mia ossessione, che mi secca la gola e mi fa scendere gocce di sudore per tutto il braccio, ogni volta che ti vedo. Dal &#8220;bello&#8221; che &#232; affetto, premura, attenzione, al &#8220;bello&#8221; che &#232; invece vizio e sete.</p><p>Tua madre non ti voleva, voleva abortire, e anche se eri ancora invisibile ma esistente, sapevo che non potevo lasciarglielo fare. L&#8217;ho convinta con le parole della rassicurazione che si trasformavano in appoggio, in motivazione, in presenza. L&#8217;ho convinta, quindi, assicurandole che ci sarei stata io con lei, che l&#8217;avrei aiutata io a crescerti e farti diventare un uomo che tutti avrebbero stimato e desiderato. Tuo padre non c&#8217;era, ma non &#232; lui il protagonista di questa storia.</p><p>Quando ti ho toccato la prima volta mi sono chiusa in bagno e seduta sul coperchio del gabinetto mi sono tirata un pugno sull&#8217;occhio da sola. Dormivi nella tua stanza di casa mia, quella che avevo sistemato per farti rimanere a dormire quando tua mamma era troppo stanca per starti dietro e tu non ti sei accorto di niente, non ti sei mai accorto di niente, ma quando crescerai il ricordo delle mie mani e della mia bocca ti perseguiter&#224;, ti entrer&#224; frammentato nel cervello e inizierai a farti domande su che cosa realmente &#232; successo, cercherai di comprendere i tuoi problemi, sessuali, forse, o sociali, pi&#249; probabile, e ti verranno in mente le volte in cui ti ho messo una mano sulla bocca e ho stretto le tue gambe, i tuoi testicoli, il tuo pene. Quello che adesso ti sembra un gioco, divertente, piacevole, mi hai detto qualche volta, tra qualche anno si trasformer&#224; in esorcismo e io ti aspetter&#242;, risponder&#242; a ogni tua domanda. Non ti mentir&#242;, ti devo questo, almeno.</p><p>Quando sono uscita dal bagno quella prima notte l&#8217;occhio era gonfio e pulsava senza ancora manifestare tutta la putredine. Non ho pianto per&#242;, ho messo un po&#8217; di ghiaccio sul dolore e ho guardato un episodio di How I met your mother bevendo latte di mandorla, che a me fa schifo ma &#232; il tuo preferito, era? O lo &#232; ancora? Dopo tre anni che tu per me significhi soltanto una cosa tutto il resto che ti riguarda non lo so pi&#249;. Non so pi&#249; che cosa ti piace a scuola, non so pi&#249; che sport fai, mi sembra che calcio tu l&#8217;abbia abbandonato, non so pi&#249; se ti piace leggere o giocare ai videogiochi, o entrambi, non so pi&#249; quali sono i tuoi amici n&#233; i tuoi nemici. Per me sei diventato il buio della mia casa, la porta di fianco alla mia camera che apro nel mezzo della notte, dopo due passi in avanti e la testa che scuoto tornando indietro e indugiando, col rumore del sonno che tutto intorno mi convince che no, non &#232; poi cos&#236; grave. Non sei pi&#249; un essere umano che vive di per s&#233;, io ti ho voluto, io ti ho fatto nascere, io ho permesso che mia sorella non ti uccidesse, e tu adesso sei qui a tormentarmi. A volte mi convinco che esista qualche virus, non c&#8217;&#232; altra spiegazione, un virus maligno, un cancro che si impossessa del bene delle persone e lo trasforma nel desiderio pulsante di distruggere qualcosa di bello e di innocente.</p><p>Quella prima notte sono entrata in camera tua per chiudere le persiane, nonostante te lo ripetessi ogni sera non le avevi fissate e con il vento una continuava a sbattere, erano le tre meno dieci. Ho aperto la finestra e ho cercato di fare piano, nonostante il vetro che vibrava non ti sei svegliato. Il fascio di luce ti illuminava la faccia e io ho sorriso vedendo quanto eri diventato grande. Il giorno in cui sei nato ero con tua mamma in sala parto e tu non volevi proprio saperne di uscire. Dodici ore siamo state ad aspettarti e anche in sala parto, nonostante tua madre continuasse a spingere e impegnarsi per metterti al mondo, ti presentavi soltanto con un pezzo di spalla. Ma poi sei arrivato e non smettevamo di piangere. Io piangevo perch&#233; sapevo gi&#224; che mi avresti cambiato la vita, soltanto non immaginavo mi avresti portato alla porta d&#8217;entrata di una bolgia e mi ci avresti scaraventato dentro con un calcio in mezzo alle gambe.</p><p>&#171;Com&#8217;&#232; bello mio nipote&#187;, ti ho sussurrato nell&#8217;orecchio accarezzandoti la faccia, e ho notato un movimento, impercettibile a cose normali, ma nitido con il fascio di luce del corridoio che ti illuminava. Cos&#236; l&#8217;ho ripetuto, sempre sottovoce e mettendomi a sedere sul lato esterno del letto, quello che non appoggiava alla parete, &#171;com&#8217;&#232; bello mio nipote&#187; e di nuovo, il movimento della tua erezione cos&#236; innocua, cos&#236; innaturale perch&#233; in fondo eri cos&#236; piccolo, mi ha seccato la gola. Senza pensarci ho alzato le lenzuola e ho visto che dormivi in mutande, la canottiera stava in fondo al letto lanciata in un impeto di calura. Blu, con gli aeroplanini, bianchi, tesi proprio in mezzo alle gambe senza peli, senza cicatrici o smagliature, come quelle dei grandi. Il braccio destro sotto la guancia, con la bocca semiaperta da cui usciva un rivolo di saliva. Il petto, senza segni di muscoli allenati o sviluppati, che si alzava e si abbassava, cos&#236; piccolo come il battito di un cuore calmo. Tu continuavi a dormire e non ti sei reso conto di nulla quando ti ho abbassato le mutande e ho iniziato a muovere veloce la mano. Sapevo molto bene quello che stavo facendo e in quel momento non c&#8217;era nient&#8217;altro che volessi. Volevo stare l&#236;, seduta con le gambe sulla sponda del letto e con la mano sinistra che ti toccava. Hai fatto un piccolo gemito con la bocca e il tuo pene ha pulsato tre o quattro volte come se stessi eiaculando ma non &#232; uscito niente, era troppo presto, era tutto troppo presto. Ti ho tirato su di nuovo le mutande, ti ho rimboccato le lenzuola e, baciandoti sulla fronte, ti ho accarezzato, lasciandoti ai tuoi sogni.</p><p>Il giorno dopo ti sei alzato come sempre e in quella familiarit&#224; ho capito che avrei avuto scampo. Cos&#236; non ho pi&#249; avuto dubbi n&#233; incertezze quando qualche sera successiva l&#8217;ho rifatto, guardandoti tra gli animali di peluche e le mutande con l&#8217;elastico colorato che ti ho abbassato sulle gambe e ti ho tirato su quando quel pulsare ti aveva affievolito. Non ho provato esitazione nemmeno quando giorni dopo mi sono avvicinata con la faccia e te l&#8217;ho baciato, cos&#236; strano nella mia bocca, cos&#236; poco convinto come quello degli uomini che ogni tanto mi ritrovavo a cercare per dare al mio piacere una consistenza pi&#249; legale, meno animale, pi&#249; adulta. E ho provato anche una certa soddisfazione quando ti ho convinto, da sveglio, poco prima che spegnessi la luce per dormire, a mettere il tuo indice tra le mie gambe, e anche quando, nel buio, ti sei svegliato con me sopra e hai cercato di staccarti, ma ti ho bloccato con le mani finch&#233; non hai avuto cos&#236; tanta paura che sei diventato morbido e spaventato. Ti ho abbracciato, quella volta, e ti sei addormentato di nuovo subito.</p><p>In tre anni ti ho preso duecentodiciotto volte.</p><p>Ho vissuto me stessa nel buio della tua stanza.</p><p>Sono morta ogni giorno alla luce del giorno, nell&#8217;attesa di una tua pugnalata.</p><p>&#171;Carmela, ma che hai fatto?&#187; mi ha chiesto tua mamma vedendo l&#8217;occhio tumefatto. &#171;Eh, sono entrata nel bagno senza accendere la luce e ho sbattuto contro l&#8217;anta del mobile che tuo figlio ha lasciato aperta, mi uccider&#224; un giorno o l&#8217;altro&#187;.</p><p>E io lo spero che mi uccidi. Perch&#233; non provo colpa, nipote mio, non ci posso fare niente, perch&#233; dentro so che io e te siamo stati creati per stare insieme in questo modo. Vivo le giornate pensando che crescendo, quando ti renderai conto che le ragazze o i ragazzi di cui ti innamorerai non saranno come me, accetterai che dobbiamo stare insieme, con i polsi legati, il mio col tuo, e continuare a vivere nel buio. L&#8217;unica cosa che mi chiedo: quando mi girer&#242; e taglier&#242; il mondo?</p><p>Quando disobbedir&#242; a me stessa?</p><p>E nel frattempo io ti aspetto, stasera, per la duecentodiciannovesima volta.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sono dolce, a piedi scalzi]]></title><description><![CDATA[Con Susanna Tartaro abbiamo parlato in radio di dolcezza e di tenerezza, ecco, io questa cosa l&#8217;avevo un po&#8217; sottovalutata, attenuare un po&#8217; il cinismo, sfumare la difesa, abbassare la guardia.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/sono-dolce-a-piedi-scalzi</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/sono-dolce-a-piedi-scalzi</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Sat, 07 Feb 2026 14:33:32 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Con Susanna Tartaro abbiamo parlato in radio di dolcezza e di tenerezza, ecco, io questa cosa l&#8217;avevo un po&#8217; sottovalutata, attenuare un po&#8217; il cinismo, sfumare la difesa, abbassare la guardia. E sono giorni che ci penso, che la destinazione finale di questi anni &#232; proprio questa, scoprire la fibra tenera laddove sembra esserci contrasto, fango e diffidenza, prevaricazione. Diventare migliori, diventare pi&#249; esposti.</p><p>Se penso a cosa mi ha spinto a cercare un corpo, un&#8217;amicizia, un incastro, &#232; sempre stato questo. Anche quando il desiderio era solo un esercizio fisico o una meccanica di pelle, una grammatica consolidata di gesti imparati e ripetuti, mi rendo conto che cercavo comunque il contatto minimo, quella soglia impercettibile in cui non sei pi&#249; solo tu e non sei ancora l&#8217;altro, ma qualcosa nel mezzo. Era pi&#249; forte di me, un bisogno di prossimit&#224; che non sa farsi solo urto, che rifiuta l&#8217;impatto come unica forma di relazione, che chiede invece durata, appoggio e permanenza, stabile o instabile.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>&#8220;Mi sto per commuovere&#8221;, ho detto in diretta radio a Susanna dopo la lettura di un messaggio di un ascoltatore, &#8220;No, non ci commuoviamo&#8221;, mi ha risposto lei. Ma io l&#8217;ho fatto lo stesso, invisibile agli occhi, sigillato in uno studio RAI fermo nel tempo, con quell&#8217;aria artificiale che non appartiene pi&#249; a nessuna stagione. Mi sono asciugato gli occhi con il dorso della mano come fanno i bambini che non vogliono farsi vedere, una stanchezza antica.</p><p>&#8220;La densit&#224; emotiva&#8221;, che bellissima accusa. Anni fa una scrittrice la us&#242; per definire la mia scrittura, intendendola come una pecca, un eccesso di peso, qualcosa che andava alleggerito e asciugato. Io non l&#8217;ho mai intesa cos&#236;. Non ci riesco, a essere sottile, a essere asciutto, sono cos&#236; e non posso farci niente. Anzi, non voglio farci niente. Soprattutto adesso, mentre guardo fuori e mi chiedo se il mondo sia impazzito o se sia sempre stato questa creatura malata che oggi ha smesso di fingere, mostrando in piena luce la propria atrocit&#224; senza pi&#249; il pudore delle metafore.</p><p>Incassato nello studio con le cuffie sulle orecchie, riflettevo su questa immagine brutale: i corpi degli altri e la distanza che abbiamo voluto mettere con questi corpi come normalit&#224;. E normalit&#224; come propriet&#224; privata e recinto.</p><p>Di fronte all&#8217;oggi - e l&#8217;oggi &#232; il genocidio che schiaccia la Palestina, &#232; la brutalit&#224; ripresa da telecamere onnipresenti, &#232; l&#8217;elenco di documenti che stanno mostrando fin dove si pu&#242; spingere chi ha l&#8217;illusione di avere il potere, tra stupri, omicidi, ripercussioni - l&#8217;impotenza ci dilania. Ci lacera, ci consuma. Cerco di ricrearmi una protezione personale fatta dello stesso elemento del mondo ma che lo nega, una specie di controcampo emotivo: bisogna stringerci con le famiglie d&#8217;elezione, costruire rifugi precari, fare finta per qualche ora che tutto questo non esista. Ma chiss&#224; se funziona davvero.</p><p>Come si pu&#242; parlare di lavori, di progetti, di piccole ambizioni, quando ci si rende conto di essere minuscoli? Come si fa a sorridere all&#8217;altro pensando ai corpi violati dall&#8217;altra parte del mare, sapendo che quel mare &#232; anche una complicit&#224; geografica? Le conversazioni quotidiane mostrano crepe di futilit&#224;, la leggerezza ha un retrogusto di vigliaccheria. Eppure continuiamo, perch&#233; fermarsi del tutto significherebbe crollare, e non sempre possiamo permettercelo.</p><p>Ci sono cose da fare di giorno e cose da fare di notte, ha detto Ghali di recente citando Gianni Rodari, ma la guerra non va mai fatta, per esempio, n&#233; per mare n&#233; per terra. Questa &#232; una verit&#224; semplice e irricevibile, perch&#233; se &#232; cos&#236; chiaro che non va mai fatta, allora tutto il resto &#232; una costruzione deliberata e un fallimento collettivo che fingiamo inevitabile.</p><p>Eppure mi sembra che sia soltanto la pace a non essere mai fatta, rimandata, derubricata a ingenuit&#224;, a lusso per tempi migliori e non comprendo come si possa continuare davvero con la propria vita parlando di lavori, di progetti, di amori, senza sentire il peso di questa sproporzione. Forse l&#8217;unica forma di resistenza che ci resta &#232; proprio quella che avevo sottovalutato: la dolcezza, la tenerezza come gesto politico minimo, come ostinazione. Restare sensibili nonostante tutto, continuare a toccare senza ferire, tenere aperta la crepa da cui passa ancora, a volte, la speranza di un po&#8217; d&#8217;aria, solo per non diventare identici a ci&#242; che ci spaventa.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Forse a Giovanni, s&#236;, sono devoto. Chiss&#224; dov&#8217;&#232; quel gufetto.</p><p>Devotio, devotionis, devovere. De: via da. Vovere: fare un voto. Allontanarsi da qualcosa per promettersi a qualcos&#8217;altro, consacrarsi totalmente, offrirsi, sacrificarsi. La parola devozione mi pare violenza, rinuncia come scelta. Martirio?</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Da quando ho diciannove anni lavoro, ho studiato lavorando, mi sono laureato lavorando quaranta ore alla settimana, e non mi &#232; mai sembrato che quella fosse una forma di devozione. Semmai di resistenza.</p><p>La mia devozione mi sembra sia sempre andata altrove. Alle lettere, alle parole, alle frasi che tornano in testa mentre fai altro, a quella sensazione fisica di quando una cosa scritta funziona, anche se non serve a niente, anche se non paga l&#8217;affitto. Una devozione che in un&#8217;ottica vagamente anticapitalista coincide con il dedicarsi a ci&#242; che non viene remunerato come dovrebbe. Ed &#232; per questo che chi oggi decide di lavorare con le parole &#232; un folle. O un devoto, che forse &#232; la stessa cosa detta con meno vergogna.</p><p>Poi questa parola &#232; tornata fuori di recente guardando &#8220;Pillion&#8221;. Alexander Skarsg&#229;rd, l&#8217;Eric Northman di True Blood, e Harry Melling, Dudley il cugino cattivo di Harry Potter, in una relazione che si fonda su un rapporto di dominazione e sottomissione. Dudley, un cantante, &#232; devoto a Eric il motociclista. Devoto nel senso pi&#249; letterale del termine: si offre, si mette al servizio, si lascia plasmare, e in questa sottomissione scopre qualcosa che non sapeva di avere, una vocazione alla cura. Che &#232; forse una delle forme pi&#249; trascurate e meno spettacolari di devozione.</p><p>E adesso sto guardando Hated Rivalry, un&#8217;angoscia sottopelle, una tensione continua, uno stare addosso all&#8217;altro senza mai potersi davvero toccare in modo semplice. L&#236; la devozione non ha niente di romantico, non ha neanche il conforto della reciprocit&#224; dichiarata. &#200; fatta di sguardi trattenuti, di frasi lasciate a met&#224; e di un&#8217;attenzione costante che viene negata a parole ma praticata nei fatti. E quindi la rivalit&#224; &#232; l&#8217;incapacit&#224; di smettere di orbitarsi intorno. Si feriscono, si misurano, si tengono a distanza, eppure tutto quello che fanno &#232; sempre una risposta all&#8217;altro come se l&#8217;identit&#224; stessa dipendesse da quella frizione. Anche qui, come in &#8220;Pillion&#8221;, la devozione passa da una forma di subordinazione emotiva, ma &#232; meno esplicita, pi&#249; socialmente accettabile perch&#233; mascherata da conflitto, da competizione, da orgoglio.</p><p>Nessuno riuscirebbe pi&#249; a dire &#8220;io mi dedico a te&#8221;, o forse s&#236; ma io non lo so. Eppure &#232; evidente che dichiarare la devozione, oggi, significherebbe ammettere una vulnerabilit&#224; troppo grande. Meglio proteggersi per tenere in piedi un&#8217;immagine di s&#233; pi&#249; controllata, meno esposta. Devozione che passa non dall&#8217;abbandono ma dal controllo, non dalla cura dichiarata ma dalla sorveglianza emotiva. Restare agganciati all&#8217;altro senza concedergli il potere simbolico di saperlo. Dire &#8220;ti detesto&#8221; quando in realt&#224; si sta dicendo l&#8217;opposto.</p><p>Mi sono chiesto a lungo se la devozione debba per forza passare dalla rinuncia di s&#233; o se possa esistere una devozione che non annulli, che non consumi, che non chieda di sparire per essere valida. Scoprire verso che cosa si &#232; devoti &#232; una cosa ardua, e non penso di averlo ancora capito. A volte confondo la devozione con l&#8217;abitudine, con l&#8217;attaccamento, con la paura di perdere qualcosa. Altre volte con l&#8217;ossessione. Altre ancora con la semplice stanchezza di ricominciare.</p><p>La misura giusta della devozione non so quale sia. Non so quanta parte di s&#233; sia sano consegnare, n&#233; se esista davvero un equilibrio. Forse la devozione &#232; qualcosa che accade e basta, lontana dalla consapevolezza, come un innamoramento tardivo o una fede che arriva quando hai gi&#224; smesso di cercarla. Forse si &#232; devoti senza accorgersene, e lo si scopre solo dopo, quando si guarda indietro e ci si rende conto di avere costruito tutta una vita intorno a qualcosa o qualcuno, senza averlo mai dichiarato apertamente.</p><p>Continuo a parlarne da solo, come faccio con le cose che non so risolvere. Continuo a girarci intorno, a smontare le parole, a cercarne il peso giusto. La devozione mi pare sia restare, anche quando sarebbe utile andare via, e non avere una spiegazione abbastanza convincente per farlo sembrare sensato.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Reel di notizie inventate con persone che non esistono nella materialit&#224;, post di uomini e donne con i tratti che decidiamo noi, oggetti di vetro che vengono tagliati, luoghi che sembrano usciti da un sogno, geografie di fughe impellenti. Tutto sembra vero.</p><p>A chi per&#242; si dispera per questi pensieri, urlando che ora non ci si pu&#242; pi&#249; fidare di niente, vorrei dire che non &#232; che prima dell&#8217;AI o IA fosse poi cos&#236; diverso. Ci mettevamo pi&#249; tempo a costruirci, scegliendo l&#8217;angolazione giusta per farci apparire pi&#249; belli, la luce adatta, il lato del viso migliore, i vestiti. Facevamo venti foto per salvarne una e mentivamo comunque con una maggiore partecipazione emotiva. E poi le collaborazioni, messaggi in chat di gente che si propone di pubblicizzare i libri, i vestiti, le aziende, in cambio di soldi, le adv, le truffe, i filtri bellezza, i balletti, le videorecensioni.</p><p>Io Instagram l&#8217;ho aperto per amore o forse per sentirmi meno escluso dall&#8217;amore. Il mio compagno di allora faceva stories in continuazione e mi mostrava un mondo bello a cui io non avevo accesso, a una versione della realt&#224; pi&#249; liscia, pi&#249; ordinata. Non era vero, ovviamente, ma io ci sono voluto entrare lo stesso. La mia prima story era su un gabbiano a Favignana, le stories al mare sono quelle che fanno incazzare tutti, e infatti tutti, appena vanno al mare, le fanno. Perch&#233; niente muove il mondo pi&#249; della rabbia.</p><p>E prima di Instagram, Facebook, dove mi presentavo al mondo scrivendo status che davano forma letteraria ai miei pensieri, ma anche in quel caso i pensieri erano scelti bene, con attenzione, per apparire come qualcuno che aveva qualcosa da dire. E prima di Facebook, Myspace, per scrivere, caricare foto, soprattutto condividere musica, e Netlog, che usavo per cambiare identit&#224;. Ma tutto questo non nega il vero: il falso &#232; una condizione necessaria per salvare la stima che abbiamo di noi stessi, del nostro corpo, della nostra mente, della nostra interiorit&#224;.</p><p>Non ho mai avuto paura come nel mondo di oggi, e di certo non per le AI o IA. Forse da un anno ho imparato a essere pi&#249; emotivo e meno rigido, quindi forse sento di pi&#249; perch&#233; ho meno difese. Boh, non me ne importa niente.</p><p>O forse il mondo &#232; semplicemente impazzito. E allora rifugiarsi nell&#8217;immaginifico &#232; una resa necessaria, una forma di adattamento. Se tutto &#232; costruito, se tutto &#232; mediato, tanto vale scegliere consapevolmente la finzione che ci fa meno male. Anche la realt&#224;, in fondo, &#232; solo una narrazione che ha vinto sulle altre e che ci viene raccontata da chi abbiamo eletto come l&#8217;aedo principale, quello con pi&#249; autorevolezza, con la voce all&#8217;apparenza pi&#249; convincente, pi&#249; giusta.</p><p>Davvero &#232; cos&#236; importante saper distinguere ci&#242; che &#232; reale da ci&#242; che non lo &#232;? A me sembra che questa distinzione sia gi&#224; compromessa dal primo momento in cui una storia inventata &#232; stata stampata, anzi nemmeno, nel momento in cui &#232; stata raccontata. Forse basta ammettere che vedere non &#232; mai stato una garanzia e che l&#8217;autenticit&#224;, quando arriva, fa pi&#249; male di quanto siamo disposti a sopportare.</p><p>Cresciamo con l&#8217;idea di potere tutto, e invece tutto ci&#242; che sento &#232; impotenza nei confronti di ci&#242; che &#232; pi&#249; grande di me, cio&#232; tutto.</p><p>Negare il reale, sfaldarlo, aprirsi un varco nei mondi immaginari e credere che ci sia qualcosa in pi&#249; di tutto questo, perch&#233; tutto questo &#232; buio. Rifugiarsi nella pelle e nel fiato di chi &#232; qua, usare quella materia organica per costruire il proprio mondo minuscolo, monolocale, privato e lasciarsi assorbire. Guardarsi interi, guardarsi tutti, e immaginarsi pi&#249; grandi, pi&#249; piccoli, di generi diversi, di capelli e occhi e organi inventati, piante animali, alieni. Immaginare, immaginare sempre, spingersi sempre oltre la materia, tra i demoni e gli spiriti.</p><p>Continuo a guardare per costruirmi una tregua. Che quando il reale diventa ingestibile, l&#8217;immaginario smette di essere una colpa e diventa l&#8217;unico posto dove appoggiare la testa senza che faccia troppo rumore.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Lingiardi comincia cos&#236; il suo libro. Mi sono fissato diversi minuti su questa frase, soprattutto sulla sua scomposizione, per attenuare la responsabilit&#224; e sfumare l&#8217;arbitrio. &#8220;Succede&#8221;, casualit&#224;, arriva qualcosa senza intenzionalit&#224;, senza controllo diretto, cado e mi faccio male, mi lancio su un&#8217;inferriata arrugginita non so se pu&#242; farmi male o meno, mi punger&#224; il petto o me lo trapasser&#224;? &#8220;A tutti&#8221;, tutti tutti? Succede a tutti, respiro di sollievo, si annulla il masochismo se siamo tutti masochisti.</p><p>&#200; stata una bella lettura natalizia, ragionavo sul masochismo pensando a quanto sia masochista a tornare a casa mia per le feste ed essere costantemente esposto a ci&#242; che ho perso, a ci&#242; che sarebbe stata la mia vita se non me ne fossi mai andato. Le porte di due appartamenti comunicano tra loro, letti che si scambiano, tavole che si compensano, cibo che attraversa le scale. Leggevo di masochismo ed ero felice, un meta masochismo ripiegato su se stesso a formare un macigno.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Lingiardi raccontava la coazione a ripetere, quel processo per cui riproponiamo uno stesso sistema relazionale, lavorativo, eccetera, che ci ha fatto male in precedenza. Inconsciamente, ovvio, non siamo idioti voluti, ma idioti inconsapevoli. Rifacciamo vecchie esperienze senza ricordarci del prototipo. Il pantano raffigura quindi la stasi in una determinata situazione, che impedisce il creativo, lo ostruisce. Andare in terapia porta ad annacquare il pantano, trasformando la ripetizione da duplicazione a ricreazione.</p><p>Incassato sul divano, con il libro sulle gambe, riflettevo su questa bellissima immagine, &#8220;pantano masochistico&#8221;. Immobile, la luce del sole stuprava la stanza mentre le pentole in cucina facevano rumore, le voci vicine e lontane si facevano pi&#249; nitide, i passi trascinati col rumore delle ciabatte sul pavimento. Non era un pantano, quello in cui ero immerso, immobile, col divano.</p><p>Era un mulinello.</p><p>Nel pantano le mani sono bloccate, non dipende da nessuno, sono bloccate nel masochismo, tutto il corpo &#232; bloccato. Il mio, per&#242; non &#232; un pantano ma un mulinello, perch&#233; attivamente, con le mani che vorticano ai lati delle gambe, mi ricreo un masochismo personale che &#232; fatto sempre dello stesso elemento ma che cambia ogni volta. Il mio &#232; un masochismo che si modifica, si trasforma, cambia faccia e cambia vestiti ma &#232; lo stesso. Sono in un mulinello di masochismo felice. Come si pu&#242; essere devastati e pieni di felicit&#224; nello stesso istante? Come si fa ad abbracciare con il cuore pieno di gioia una persona e allo stesso tempo desiderare di piangere tutte le lacrime a disposizione?</p><p>C&#8217;&#232; anche l&#8217;impostore, dentro, a farci compagnia. Gli vorrei stringere la mano a questo impostore e dirgli &#8220;grande, bel lavoro di merda che fai&#8221; e prenderlo in giro, per poi andarci a bere qualcosa che comunque fa parte di me.</p><p>Un buco nel petto, un&#8217;immagine poco originale rispetto al pantano, ma non so in che altro modo pensarmi. Camminare tra le stanze, mangiare e bere, giocare a burraco, fare brindisi al sole, dormire mentre tutti intorno parlano, tutto con un buco nero nel petto. Vivere &#232; un equilibrio tra farsi male e farsi bene, ci&#242; che ti fa male ti fa bene, ci&#242; che ti fa bene ti fa male, in un limite innocuo di correnti che ti portano al largo e ti riportano a riva.</p><p>&#200; il &#8220;farsi&#8221; che &#232;, per me, la chiave. Si racconta che il male &#232; fuori, che il male &#8220;succede&#8221;, che &#232; sottoterra &#232; Satana &#232; Lucifero e il bene &#232; Dio, &#232; sopra che ci guarda. A me sembra di averli tutti dentro, i mali e i beni, e quando ho bisogno di questi tiro un filo intorno a quel buco nel petto e mi ci lego la gola. E il buco si allarga e io sono felice.</p><p>Tornare a casa, parlare con la mia lingua, mangiare con le mie fauci, abitare il mio corpo come se fosse davvero mio, portare a termine il rito di rinascita, piangere con ogni abbraccio che finisce. Coazione a ripetere, ripeto i movimenti delle mani, gli stessi gesti imparati per sopravvivere. Senza questo male non ci sarebbe tutto il bene che ho imparato a riconoscere e a difendere, non ci sarei io. Forse non serve guarire del tutto da questa malattia che chiamano vita che va difesa a tutti i costi, forse basta restare, respirare, e imparare a dimenticare che cosa significa casa.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Stelle simili a falene]]></title><description><![CDATA[Voglio vivere per sempre nell&#8217;intercapedine che sta tra il mondo e il vuoto, nella regione mediana tra le cose e le teorie delle cose, tra l&#8217;esistenza e le riflessioni su questa, nella confusa e oscura regione che &#232; esperienza nuda, autentica, dell&#8217;ordine e dei suoi modi d&#8217;essere.]]></description><link>https://lucastarita.substack.com/p/stelle-simili-a-falene</link><guid isPermaLink="false">https://lucastarita.substack.com/p/stelle-simili-a-falene</guid><dc:creator><![CDATA[Luca Starita]]></dc:creator><pubDate>Sat, 13 Dec 2025 12:54:05 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n0PH!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8aa74945-7ad8-4894-aebf-81f9d206da79_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Voglio vivere per sempre nell&#8217;intercapedine che sta tra il mondo e il vuoto, nella regione mediana tra le cose e le teorie delle cose, tra l&#8217;esistenza e le riflessioni su questa, nella confusa e oscura regione che &#232; esperienza nuda, autentica, dell&#8217;ordine e dei suoi modi d&#8217;essere. Voglio vivere per sempre nell&#8217;attimo dell&#8217;horror vacui, nella consapevolezza istantanea della finitezza del corpo e del cervello, che si concretizza in uno sguardo nel vuoto e nell&#8217;incanto dell&#8217;infinito.</p><p>C&#8217;&#232; un modo diverso di essere grandi, a quasi quarant&#8217;anni non ho figli n&#233; case n&#233; matrjmoni, e sto tra l&#8217;infanzia e l&#8217;adultit&#224;, che non &#232; nemmeno adolescenza. Quand&#8217;&#232; che si passa da un lato a quell&#8217;altro, non lo so, quand&#8217;&#232; che dovrei accettare di crescere, che senso ha, ma che senso ha anche rimanere bambini e immaturi e confusi. Bello sarebbe possedere l&#8217;ingenuit&#224; e la verginit&#224; epidermica e la parola non filtrata e il potere intellettuale e dialettico tutto assieme.</p><p>Voglio vivere senza l senza g senza b perch&#233; lo so che c&#8217;&#232; gente che ha lottato per queste lettere e ringrazio e ammiro ma che ci posso fare se nessuna riesco a tenerla con me. I&#8217;m queer, I&#8217;m disembodied. Disembodied. Disincarnato, che esisto e agisco senza un corpo fisico. Respingo il muscolo, respingo le ossa, respingo il sostegno, respingo la gravit&#224;, vivere solo nella parte superiore del soma, nella bocca negli occhi nel naso e nella testa, solo la testa. Vorrei solo la testa. Voglio vivere offline, senza rete, senza bolle, senza follower, senza favori, senza squadrismi, senza logiche. Voglio smettere di credere alle persone che si muovono tutte insieme come un unico organismo, perch&#233; niente di autentico c&#8217;&#232; nell&#8217;illusione di essere d&#8217;accordo, sempre, con l&#8217;altro. La lesa maest&#224;, la sostituisco col contraddittorio.</p><p>Voglio depatologizzare le mie idiosincrasie, sanificare l&#8217;invecchiamento e i dolori, la stanchezza, l&#8217;insonnia, neutralizzare i meno e i pi&#249;, scacciare gli standard e annegare nel nonsense, voglio privarmi di significato e di senso, creare una mia semiotica. Postulare una personale sintattica dei nervi e delle vene, dei gangli e dei peli, una semantica delle voci e dei pensieri e del battito e dei vuoti, una pragmatica del nulla.</p><p>Voglio parlare come mi pare e creare neologismi.</p><p>Voglio defamigliare il sangue, rompere i legami genetici, rendere autonomo il cognome, uccidere le aspettative, seppellire le ripercussioni, cementare la manipolazione. Non voglio piangere i morti. Ho un metodo, divido la mia anima in tante parti e quando una di queste mi fa male ci rimango finch&#233; quel dolore non diventa abitudine.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Avrei permesso al mio corpo di amare ci&#242; che amava davvero. Stavo leggendo &#8220;L&#8217;intruso&#8221; di Shapiro. Allan c&#8217;era.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Grazie a questi ascolti sono entrato nel top 2% dei fan pi&#249; affezionati trascorrendo con Lana 1.712 minuti. Nella top 5 c&#8217;era pure Max Richter. E stavo rileggendo &#8220;Le vergini suicide&#8221; di Eugenides. Allan c&#8217;era.</p><p>Nel 2022 ero a Napoli e in Costiera, con i capelli lunghi e un cappello di merda sempre in testa. Che la merda era non solo sulla testa, ma pure dentro. Se penso a chi ho regalato il mio tempo, provo angoscia e vergogna. Ma vabb&#232;. L&#8217;artista che ho ascoltato di pi&#249; era &#8220;Years &amp; Years&#8221;, decisamente pi&#249; allegro di Lana. Rileggevo per la quarta volta &#8220;A un cerbiatto somiglia il mio amore&#8221; di David Grossman. Allan c&#8217;era.</p><p>L&#8217;anno prima un pranzo al mare, a Lerici. Tutto era in equilibrio. C&#8217;era tanto silenzio, non di quelli inquietanti, era un silenzio calmo. Un giorno di sole freddo con l&#8217;acqua del mare che entrava nel cuore. La sera prima ballavo su Opus, il giorno dopo mangiavo pesce con altre dieci persone, pi&#249; della met&#224; delle quali non ci sono pi&#249;. Leggevo &#8220;Viaggiatore solitario&#8221; di Pier Vittorio Tondelli. Allan c&#8217;era.</p><p>2020. Covid. Illegalmente uscimmo di casa per andare sulla terrazza di Sarah. Ma prima cantavo a squarciagola &#8220;My Immortal&#8221; degli Evanescence in soggiorno. Avevo un taglio sbagliato perch&#233; i capelli mi stavano ricrescendo dopo la rasatura totale durante il lockdown. Leggevo &#8220;La rivincita del maschio&#8221; di Amalia Guglielminetti. Allan c&#8217;era.</p><p>Nel 2019 esisteva ancora il Melabevo, bar in via Ghibellina composto soltanto da una stanza con un proiettore per il karaoke e una cassa che fischiava. Ma c&#8217;erano anche i Biancaneve, shots di non so cosa. Lavoravo ancora in negozio, ero pi&#249; vecchio di oggi. Allan c&#8217;era.</p><p>Nel 2018 facevo trent&#8217;anni. Allan c&#8217;era.</p><p>Nel 2017 tornavo da non so quale viaggio. Allan c&#8217;era.</p><p>Nel 2016 andavo allo zoo con Angela e Andrea. Allan c&#8217;era.</p><p>Nel 2015 non lo so perch&#233; ho cambiato iPhone e le foto di quel mese sono andate perdute nella sincronizzazione. Ma so che Allan c&#8217;era.</p><p>I ricordi si dimenticano, ma le certezze no.</p><p>Allan c&#8217;&#232; dal compleanno del 2013, &#232; una presenza costante. Allan c&#8217;&#232; pure oggi. Con i pannolini perch&#233; si piscia addosso.</p><p>Dopo agosto, quando ha avuto l&#8217;ictus, non pensavo che quest&#8217;anno ci sarebbe stato. E invece s&#236;. Oggi festeggiamo di nuovo insieme.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Se avessero detto al me stesso adolescente che a un certo punto della mia vita mi sarei trovato in una stanza piena di persone del centro nord Italia, tante, inimmaginabili, a cantare tutte insieme per un&#8217;ora canzoni in napoletano, non c&#8217;avrei mai creduto.</p><p>A Bologna, quando avevo poco pi&#249; di vent&#8217;anni, mentre andavo a lavoro ho letto su un cartello verde chiaro &#8220;affittasi&#8221; affisso a un portone, &#8220;No a cinesi, no a meridionali&#8221;.</p><p>Ho fatto di tutto per camuffare la mia provenienza perch&#233; a Siena, paese in cui mi sono trasferito quando avevo dodici o tredici anni (i traumi si esorcizzano dimenticando), a ogni parola scappava un sorriso. Pronunciare una sillaba per me significava inciampare, in continuazione, tant&#8217;&#232; che per diverso tempo sono stato zitto.</p><p>Quando mi chiedono di dove sono, visto che non si sente pi&#249; il mio accento se non in casi in cui mi esce fuori da solo, come un singhiozzo, imprevedibile, e io rispondo &#8220;sono nato a Napoli&#8221;, la reazione &#232; sempre di sorpresa. &#8220;Ah ma che dici non sembra&#8221;, &#8220;ma va non ci credo&#8221;, &#8220;avrei detto romano&#8221; - che se c&#8217;&#232; un&#8217;altra citt&#224; che odio dopo Siena &#232; Roma -, e tutte queste parole, insieme, sono una malasorte, una maledizione, che mi cretta il petto.</p><p>Uso l&#8217;ironia e la risata per nascondere il buio. Quindi rispondo &#8220;S&#236; di solito mi danno dell&#8217;umbro o del marchigiano&#8221;. E l&#8217;altra persona ride sempre. E si finisce cos&#236;, a ridere, per fortuna.</p><p>Napoli &#232; bellissima. Lo so. Ma lo sapevo gi&#224; prima. Non ho mai capito che senso ha andare in un paesino in culo alla Thailandia e non a Napoli. Perch&#233; fa paura, perch&#233; i napoletani ti scippano, sono sporchi, urlano, vanno sui motorini senza casco e sono camorristi, le vecchie ti lanciano il malocchio e stendono i panni sulla testa delle persone. Sono incivili - che poi mi chiedo a cosa serva la civilt&#224; se porta con s&#233; tutta questa tristezza. Meglio essere tristi e incivili, forse, che tristi e controllati.</p><p>Adesso invece &#232; tutto bello, Gomorra, L&#8217;amica geniale, Sorrentino, i panni stesi al sole li fotografiamo e li mettiamo su Instagram, la pizza &#232; la pi&#249; buona del mondo che poi oggi &#232; gourmet e costa 20 euro, e il caff&#232; nella tazzina bollente che non puoi tenere in mano, e la sfogliatella buonissima riccia o frolla che sapore etnico, che sapore nuovo.</p><p>Adesso Napoli piace perch&#233; sembra addomesticata.</p><p>Bella la vita nei vicoli, ma in file ordinate per prendere la pizza fritta.</p><p>Bella la passeggiata sul lungomare, ma dev&#8217;essere pedonale.</p><p>Bella la gentilezza dei baristi, ma devono parlare italiano.</p><p>E cos&#236; al concerto della nina Carola, che canta di morte, ribellione, maledizioni, memoria, nostalgia, con parole esatte e precise, con una voce disperata che viene dai pozzi antichi di chi urla per sopravvivere, le persone non capiscono e ballano felici, liberate, come per districarsi dai rami della normalit&#224; e della tristezza. La sintesi perfetta di Partenope, vita e morte che convivono, s&#8217;abbracciano e si rispettano.</p><p>Napoli piace oggi perch&#233; &#232; uno stereotipo ripulito, fa vedere quello che basta perch&#233; non venga avvertita la messinscena, si trucca perfetta per affacciarsi al mondo e mostrarsi come il paradiso che &#232;. Ma andrebbe ricordato che Napoli nasce nel suicidio della sirena e nel fuoco del vulcano, ha la morte nelle viscere e le strade sono lava. Che se si sveglia si riprende tutto.</p><p>Napoli &#232; vestita da puttana e vestita da sposa e non si lascia comprendere. La vita che in lei esplode &#232; una risposta, un contraltare alla morte che &#232; la sua materia originale. Cantiamo e balliamo per non pensare che nel cimitero dei teschi ci finiamo anche noi.</p><p>Sopravvive in me l&#8217;idea che riesco a respirare davvero solo se sono l&#236;, camminando sui basoli sconnessi, tagliandomi coi vetri dei palazzi sgarrupati, graffiandomi coi pali arrugginiti, ingoiando il sale degli scogli. Piango l&#8217;acqua di mare che mi avvelena la pelle. Stare lontano da lei &#232; come stare nudo su una scogliera con gli occhi socchiusi feriti dal vento, aggrappato all&#8217;ostinazione di non distogliere lo sguardo.</p><p>Napoli, alla fine, &#232; una strega, che da janara &#232; diventata bella &#8216;mbriana.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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Andavo a messa insieme a mia nonna non solo la domenica ma anche in mezzo alla settimana. Le mie prime scopate le devo proprio alla Chiesa, cos&#236; come le mie prime canne e le mie prime sbronze. Ma anche i miei primi pensieri suicidi. Non rinnego il mio passato, ma a un certo punto ho voluto prendere le distanze da quel senso di costrizione e di limitazione che la Chiesa, con i suoi dogmi e le sue dottrine, mi imponeva.</p><p>Guardo con sospetto chi gioisce quando il Papa dice qualcosa di neutro nei confronti delle persone queer, cos&#236; come guardo con sospetto le pubblicazioni che cercano di incastrare i due mondi, in qualche modo.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Non ho mai creduto che la morte di un solo uomo potesse salvare l&#8217;umanit&#224; dal peccato, n&#233; nella verginit&#224; della Madonna, n&#233; nell&#8217;incarnazione, n&#233; nella transustanziazione, ma soprattutto non ho mai creduto nel Pastor aeternus, che sancisce l&#8217;infallibilit&#224; papale.</p><p>E questi sono dogmi, ovvero verit&#224; indiscutibili a cui i fedeli devono credere. La Bibbia l&#8217;ho letta, ed &#232; un libro che ho amato cos&#236; come Il Signore degli Anelli e La Storia Infinita.</p><p>Non ho mai voluto scrivere dell&#8217;argomento, ma in tempi recenti mi &#232; capitato spesso di incappare in contenuti che mettevano in collegamento la queerness con la cristianit&#224;, pi&#249; precisamente con il cattolicesimo.</p><p>Poco tempo fa, nella stessa giornata, mi sono arrivate tre sollecitazioni ad avvicinarmi ai cristiani/cattolici LGBTQIA+. Non avevo voglia di litigare, quindi ho deciso di non rispondere alla chiamata. Ma ho ricevuto tra le mani un opuscolo celeste, con in copertina delle mani bianche che si uniscono e una bandiera arcobaleno. Il titolo richiama una famosa frase di Martin Luther King.</p><p>Cos&#236; mi sono preso del tempo, l&#8217;ho letto, ho preso appunti, e per fortuna, anche oggi, la luce della fede non mi ha illuminato.</p><p>L&#8217;opuscolo si basa su visioni parziali, frasi a effetto prive di significato, senso di colpa latente, ma soprattutto sulla veglia come unico strumento veramente efficace per combattere l&#8217;omotransfobia (questo &#232; il termine usato nell&#8217;opuscolo, il &#8220;bi&#8221; &#232; stato dimenticato). Quello che pi&#249; mi ha affranto &#232; constatare quanto ancora le persone queer ragionino in privazione. Abituat&#601; ad avere zero, si gioisce perch&#233; &#8220;per fortuna abbiamo la panca rossa e le nostre veglie&#8221;.</p><p>Forse sono io limitato, ma non comprendo davvero come stare chius&#601; in un posto per ore a ripetere ossessivamente delle parole, di cui spesso non si sa nemmeno il significato, possa salvare il mondo.</p><p>Viene citata Genesi 1,27, il pezzo in cui viene raccontata la creazione dell&#8217;umanit&#224;, &#8220;maschio e femmina li cre&#242;&#8221;, sottolineando come qui non si parli di eterosessualit&#224;. Quindi evviva, in questo pezzetto non si parla di orientamento sessuale, quindi io frocio posso esistere in potenza.</p><p>Oltre alla Genesi, per&#242;, nell&#8217;Antico Testamento c&#8217;&#232; anche il mio libro preferito: il Levitico.</p><p>Nel Levitico 18,22 si legge: &#8220;Non giacerai con un uomo come si giace con una donna: &#232; un abominio&#8221; e nel Levitico 20,13 &#8220;Se uno ha con un uomo relazioni sessuali come si hanno con una donna, tutti e due hanno commesso una cosa abominevole; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadr&#224; su di loro&#8221;. Mi sembrano due passi abbastanza chiari e difficilmente interpretabili in altro modo.</p><p>Nell&#8217;opuscolo ci sono per&#242; anche frasi originali come &#8220;L&#8217;amore ci impasta e ci rende migliori, pi&#249; teneri, pi&#249; dolci, pi&#249; comprensivi nei confronti di noi stessi e degli altri&#8221;. Ecco, qui ho provato tenerezza.</p><p>Perch&#233; mi chiedo davvero se esistono persone che, leggendo questo passo, e comprendendolo fino in fondo, riescono a credere a queste parole. Oppure &#8220;chi veglia crede che la preghiera abbia una grande forza per scardinare gli ostacoli che la ragione crea e che il pregiudizio rafforza&#8221;. Ok.</p><p>Nelle parole dell&#8217;opuscolo c&#8217;&#232; un desiderio costante, morboso, di essere accettati, accolti, capiti, come se l&#8217;omosessualit&#224; fosse una raccolta punti in cui pi&#249; gente ti approva, pi&#249; felice sarai. &#200; arrivato il momento, forse, di fregarsene di giustificare la propria esistenza e semplicemente essere.</p><p>Altra ossessione &#232; quella del peccato. Oggi dobbiamo rivendicare il peccato, dobbiamo essere peccatori e peccatrici perch&#233; peccato &#232; disobbedienza. E non &#232; servito a niente obbedire. Smettiamola di pregare, e usiamo il tempo che impieghiamo per pregare per agire.</p><p>L&#8217;omotransfobia (sempre lo stesso termine) &#232; definita come &#8220;violenza gratuita&#8221;, ma l&#8217;omobilesbotransfobia non &#232; mai violenza gratuita. &#200; violenza che trova le sue radici in un sistema patriarcale, eterocentrico, maschilista, che proprio e anche la Chiesa ha contribuito a costruire.</p><p>Ancora, nell&#8217;opuscolo si festeggia l&#8217;apertura da parte delle comunit&#224; cristiane alle persone LGBT+. Di fronte alla desertificazione, l&#8217;unico rimedio sembra essere il miraggio dell&#8217;arcobaleno.</p><p>Pietismo, martirio, debolezza, la rincorsa al timbro di legittimit&#224;, sempre, dall&#8217;esterno: che sia Dio, il Papa, i genitori, l&#8217;altro.</p><p>Io proporrei di aprirle queste chiese, ma non per pregare; smettetela di struggervi il petto col Padre Nostro e dire &#8220;per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa&#8221;, e iniziate a darvi il merito di usare il tempo limitato che avete nella carne per davvero fare qualcosa.</p><p>Ci sar&#224; chi mi criticher&#224; perch&#233; ho preferito scrivere un testo piuttosto che dialogare. S&#236;, &#232; vero. Ma questa necessit&#224; deriva da anni in cui io per primo ho chiesto risposte alla Chiesa, in cui ho cercato parole di conforto di fronte alla natura cos&#236; strana del mio essere, in cui, di fronte alle mie domande, le uniche risposte sono state &#8220;tre Ave Maria&#8221; o &#8220;le vie del Signore sono misteriose&#8221;.</p><p>E non era un problema di persone, perch&#233; risposte del genere le ho avute da persone molto diverse tra loro. Il problema &#232; la cancrena in cui i cattolici si sono costretti a vivere, illudendosi che le formule magiche possano salvare il mondo, quando non c&#8217;&#232; proprio niente da salvare.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://lucastarita.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">La quadratura &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. 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