<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Marcello Marinisi - Senza filtri]]></title><description><![CDATA[Cronache di un docente Geek. Porto l'AI e il digitale nella realtà polverosa delle aule (ITS, IeFP). Zero hype, tanta didattica.]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png</url><title>Marcello Marinisi - Senza filtri</title><link>https://marcellomarinisi.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Fri, 04 Sep 2026 23:23:51 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/marcellomarinisi.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Marcello Marinisi]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[marcellomarinisi@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[marcellomarinisi@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Marcello Marinisi]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Marcello Marinisi]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[marcellomarinisi@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[marcellomarinisi@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Marcello Marinisi]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Tech&Gesso #7: L'era di Zero Google e la morte del web aperto]]></title><description><![CDATA[O del ritorno del Web 1.0]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-7-lera-di-zero-google</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-7-lera-di-zero-google</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:28:21 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Bentornati su Tech&amp;Gesso. &#200; passato un po&#8217; dal nostro ultimo contatto, ma questo tempo &#232; servito per meditare su quello che sta succedendo intorno a noi.</p><p>Se avete la sensazione che il web stia diventando un posto sempre pi&#249; piccolo, spento, ostile e difficile da navigare, non &#232; una vostra impressione: &#232; una precisa scelta industriale.</p><p>Nelle scorse settimane abbiamo assistito all&#8217;atto finale di un&#8217;espropriazione silenziosa che andava avanti da anni. Google ha presentato la pi&#249; grande rivoluzione della sua interfaccia degli ultimi venticinque anni, integrando le risposte sintetiche generate dall&#8217;intelligenza artificiale direttamente nella pagina dei risultati di ricerca.</p><p>Non &#232; un semplice aggiornamento grafico: &#232; la dichiarazione di morte del motore di ricerca per come lo abbiamo conosciuto, studiato, ottimizzato e utilizzato fin dalla fine degli anni novanta.</p><h2>Il recinto dorato del consumo passivo</h2><p>Per decenni il patto implicito tra il motore di ricerca e i creatori di contenuti &#232; stato chiaro: voi ci fornite informazioni di valore, noi le indicizziamo e vi inviamo utenti interessati. Questo equilibrio, che ha permesso la nascita del web indipendente, si &#232; rotto definitivamente.</p><p>Oggi l&#8217;obiettivo del monopolista &#232; trattenere l&#8217;utente all&#8217;interno della propria piattaforma a ogni costo. Con le risposte sintetiche posizionate stabilmente in cima alla pagina, l&#8217;utente non ha pi&#249; alcun motivo di cliccare sui link esterni per approfondire la fonte: consuma il riassunto preconfezionato dall&#8217;algoritmo, si adagia sulla risposta immediata e chiude la scheda.</p><p>Questo fenomeno si basa su un&#8217;attenta ingegneria del consenso che sfrutta la naturale pigrizia cognitiva dell&#8217;essere umano. Cercare sul web &#232; sempre stato un atto attivo che richiedeva fatica: formulare una domanda, valutare l&#8217;affidabilit&#224; di tre o quattro fonti diverse, confrontare i punti di vista e sintetizzare un&#8217;opinione autonoma.</p><p>Il nuovo motore di ricerca elimina questa frizione, offrendo una pappa pre-masticata che neutralizza il pensiero critico. Siamo passati dal web dell&#8217;esplorazione al web del riassunto probabilistico. I siti web non sono pi&#249; nodi di una rete decentralizzata, ma semplici fonti di energia da saccheggiare per addestrare e nutrire i modelli statistici di terzi, senza ricevere un solo clic in cambio.</p><h2>La lezione dell&#8217;ex-marketer: l&#8217;illusione della terra in affitto</h2><p>Avendo lavorato per anni nel marketing digitale e avendo progettato architetture web ed e-commerce complessi, conosco bene la narrazione con cui le agenzie hanno venduto l&#8217;illusione del posizionamento organico (SEO) come un asset aziendale sicuro.</p><p>Per anni interi dipartimenti di marketing hanno speso budget faraonici per inseguire le parole chiave, scalare le posizioni della SERP e compiacere i capricci dell&#8217;algoritmo di turno. Oggi quelle stesse aziende si risvegliano in un bagno di sangue perch&#233; capiscono, con drammatico ritardo, il vizio di forma strutturale della loro strategia: stavano costruendo grattacieli commerciali su un terreno in affitto.</p><p>Un posizionamento in un motore di ricerca proprietario non &#232; una propriet&#224; privata, &#232; una concessione precaria revocabile senza preavviso. Quando il padrone di casa transatlantico decide di cambiare le regole dell&#8217;interfaccia o di trattenere per s&#233; gli ospiti che bussano alla sua porta, l&#8217;inquilino non ha diritti legali o commerciali a cui appigliarsi.</p><p>L&#8217;azzeramento del traffico in entrata colpir&#224; duramente tutti i business che hanno barattato l&#8217;indipendenza e la propriet&#224; dei propri canali in cambio della comoda illusione della visibilit&#224; gratuita su piattaforme altrui.</p><h2>La contromisura pratica: riappropriarsi dell&#8217;infrastruttura</h2><p>La soluzione a questa catastrofe digitale non &#232; rincorrere l&#8217;ennesimo trucco SEO, adattarsi alle linee guida di Google o pregare l&#8217;algoritmo di concedervi ancora qualche visita di cortesia. La risposta &#232; la disintermediazione totale. Dobbiamo smettere di essere affittuari e iniziare a possedere l&#8217;hardware e la sintassi.</p><p>Per resistere all&#8217;alluvione sintetica dobbiamo applicare alcune contromisure urgenti:</p><ul><li><p><strong>ripopolare e sostenere i protocolli decentralizzati e liberi</strong>, rilanciando l&#8217;utilizzo dei feed RSS per permettere agli utenti di seguire i nostri aggiornamenti in modo cronologico e privo di filtri algoritmici;</p></li><li><p><strong>investire sulla propriet&#224; assoluta dei contatti attraverso newsletter</strong>, meglio se gestite su server e infrastrutture autonome, stabilendo un canale di comunicazione diretto che nessuna multinazionale pu&#242; bloccare o tassare;</p></li><li><p><strong>puntare sulla complessit&#224; logica e sulla profondit&#224; dei contenuti</strong>, scrivendo testi talmente verticali, tecnici, specifici e ancorati all&#8217;esperienza fisica reale da risultare impossibili da sintetizzare per un chatbot probabilistico;</p></li><li><p><strong>smettere di ottimizzare i testi per i motori di ricerca e iniziare a farsi cercare direttamente dall&#8217;utente</strong> per nome e cognome, costringendolo a digitare l&#8217;indirizzo direttamente nella barra del browser oppure inserendovi tra i Preferiti.</p></li></ul><h2>La rinascita delle nicchie umane</h2><p>Chi vive di esche, di contenuti generici, di guide di base e di titoli acchiappaclic ha i giorni contati: l&#8217;intelligenza artificiale &#232; infinitamente pi&#249; veloce ed economica nel produrre spazzatura sintetica di basso livello per saturare le risposte veloci del motore di ricerca.</p><p>In questo scenario di desertificazione digitale, la vera competenza si difende trasformando la propria presenza in una <strong>destinazione stabile e insostituibile</strong>. Il web aperto sta morendo, ma le nicchie umane basate sulla fiducia e sulla logica stanno rifiorendo. L&#8217;utente consapevole &#232; stanco del rumore di fondo generato dai modelli probabilistici; cerca l&#8217;errore umano, cerca l&#8217;attrito del ragionamento, cerca il sudore di chi si sporca le mani in laboratorio o in sala macchine.</p><p>Tornare a possedere i propri archivi, a pretendere l&#8217;attenzione non mediata e a rifiutare la sottomissione alle grandi piattaforme commerciali &#232; l&#8217;unico modo per non farsi cacciare dal digitale. Non fatevi intortare dalla comodit&#224; delle scatole nere: la sovranit&#224; si costruisce un byte alla volta, sul proprio disco rigido.</p><p>Sipario.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Accesso root #3: il vampirismo digitale e la morte del problem solving]]></title><description><![CDATA[Del learning by doing e di altri demoni]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/accesso-root-3-il-vampirismo-digitale</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/accesso-root-3-il-vampirismo-digitale</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 09:40:44 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La cronaca tecnologica di questi giorni ci costringe a guardare in faccia un paradosso grottesco, una di quelle verit&#224; cos&#236; sfacciate che il mercato tenta disperatamente di nascondere sotto il tappeto del marketing. Da una parte, la Silicon Valley ci bombarda quotidianamente con la <strong>promessa messianica di agenti IA autonomi</strong>, entit&#224; digitali in grado di ragionare, prendere decisioni e sostituire in toto il lavoro intellettuale umano. Dall&#8217;altra, con un tempismo quasi comico, scopriamo che per far funzionare questi presunti oracoli, colossi come Meta devono letteralmente <strong>registrare di nascosto</strong> (o quasi, visto che il rifiuto non &#232; contemplato) i clic, le battiture e le schermate dei propri dipendenti.</p><p>Negli Stati Uniti &#232; il far west legale e lo Statuto dei lavoratori &#232; carta straccia, ma la sostanza tecnica della questione non cambia di una virgola: per simulare intelligenza, la macchina ha un disperato bisogno di <strong>nutrirsi dei dati operativi e fisici di chi lavora per davvero</strong>.</p><p>Questa &#232; la certificazione ufficiale di un <strong>fallimento narrativo monumentale</strong>. I modelli linguistici non ragionano, non deducono, non hanno intuizioni e, soprattutto, non progettano. Per simulare competenza, l&#8217;algoritmo deve vampirizzare i movimenti fisici umani. Mappare un clic del mouse o la pressione di un tasto, per&#242;, non significa in alcun modo <strong>mappare il ragionamento architettonico</strong> che ha portato a compiere quell&#8217;azione specifica.</p><p>Pensateci bene: uno specialista in architettura dei sistemi non clicca sul pulsante &#8220;Deploy&#8221; o non riavvia un servizio su un server per puro caso. Quel singolo, banale clic &#232; solo il <strong>terminale fisico di un processo cognitivo vastissimo</strong>. Prima di cliccare, lo sviluppatore ha passato ore a leggere i log di sistema, ha analizzato il carico di rete, ha valutato i lock relazionali sul database, ha soppesato il rischio di una race condition e ha verificato le dipendenze del codice. L&#8217;intelligenza artificiale, piazzata l&#236; a spiare lo schermo, registra l&#8217;azione finale (&#8221;il cursore si &#232; mosso alle coordinate X-Y e ha fatto clic&#8221;), ignorando totalmente <strong>l&#8217;abisso cognitivo e la deduzione logica</strong> che la precedono.</p><p>Stanno costruendo eserciti di bot bravissimi a replicare l&#8217;esito finale di una scelta, ma del tutto ciechi di fronte al processo logico che la governa. Il risultato? Avremo macchine eccellenti nel ripetere percorsi felici, ma letteralmente <strong>incapaci di risolvere un&#8217;emergenza in produzione</strong>, di fare debugging su un errore imprevisto o di operare al di fuori di schemi rigidamente predeterminati. &#200; il <strong>trionfo del &#8220;cargo cult&#8221; applicato all&#8217;informatica</strong>: scimmiottare i gesti dei professionisti sperando che, per magia, ne scaturisca un software funzionante.</p><h2><strong>Il rifiuto della fatica e la generazione degli utenti passivi</strong></h2><p>Questo cortocircuito tecnologico si specchia in una dinamica umana altrettanto tossica, un&#8217;emergenza silenziosa che osservo quotidianamente in trincea, passando dai percorsi GOL per adulti in riqualificazione fino ai laboratori di programmazione pura degli IeFP: <strong>il rifiuto sistematico e quasi fobico del learning by doing</strong>.</p><p>Nelle aule c&#8217;&#232; una pretesa dilagante di avere il piatto pronto e masticato. Ci si blocca, preda del panico totale, davanti a una nuova interfaccia grafica o a una banale riga di codice rosso nel terminale, semplicemente perch&#233; <strong>non c&#8217;&#232; un tutorial passo-passo a indicare la via</strong> o una voce suadente che ti dice dove mettere il cursore.</p><p>Chi bazzica i computer dagli anni Ottanta, da molto prima che internet diventasse un oracolo onnisciente a portata di smartphone, sa bene che <strong>l&#8217;unico modo per comprendere davvero un&#8217;architettura logica &#232; distruggerla e ricostruirla da zero</strong>. Imparavamo a programmare o a usare i software sbattendo la testa contro i manuali (il caro, vecchio e sempre valido <strong>RTFM</strong>: Read The Fucking Manual), provando configurazioni improbabili, sbagliando, formattando dischi per errore, frustrandoci fino alle lacrime e riprovando il giorno dopo. Non c&#8217;era altra via. Non esistevano scorciatoie, non c&#8217;erano prompt da incollare e non c&#8217;erano forum da consultare.</p><p>Oggi dobbiamo dirci una verit&#224; impopolare: <strong>la frustrazione non &#232; un ostacolo all&#8217;apprendimento</strong>, ne &#232; il carburante e il motore principale. Quando passi quattro ore a cercare un maledetto errore di sintassi o a capire per quale oscuro motivo una query sul database non restituisce i dati attesi, il tuo cervello &#232; costretto a <strong>costruire una mappa mentale indelebile</strong> di quell&#8217;architettura. Stai cablando neuroni, stai capendo il &#8220;perch&#233;&#8221; delle cose.</p><p>Se invece ti limiti a eseguire istruzioni passive dettate da un video su YouTube, o peggio, a incollare blocchi di codice generati da un prompt di un LLM senza saperli leggere, non stai acquisendo alcuna competenza. Non stai diventando un professionista dell&#8217;IT, stai agendo esattamente come i bot spia di Meta. Siete diventati <strong>meri esecutori statistici</strong>, una parodia dell&#8217;intelligenza umana, intimamente convinti di saper sviluppare software solo perch&#233; il codice, per un miracolo probabilistico, oggi si &#232; compilato senza errori. Siete <strong>turisti &#8220;fai da te&#8221; smarriti</strong> all&#8217;interno del vostro stesso applicativo.</p><h2>L&#8217;analfabetismo da stack trace</h2><p>Il sintomo pi&#249; evidente di questo distacco dalla realt&#224; &#232; quello che chiamo <strong>l&#8217;analfabetismo da stack trace</strong>. I ragazzi oggi lanciano un applicativo, questo va in crash vomitando a schermo un lenzuolo di testo rosso fuoco, e loro <strong>smettono immediatamente di ragionare</strong>. Invece di fermarsi, respirare e leggere la primissima riga dell&#8217;errore per capire il contesto, copiano brutalmente tutto il blocco e lo incollano dentro l&#8217;interfaccia dell&#8217;IA chiedendo &#8220;Aggiustalo!&#8221;.</p><p>Il motore probabilistico allucina una patch, suggerisce magari di importare una libreria inutile che riscrive mezza architettura, e l&#8217;utente esegue ciecamente. Hanno <strong>delegato la fase cruciale del lavoro</strong>, ovvero il debugging, a un generatore di testo. Ma il debugging &#232;, nella sua essenza pi&#249; nobile, <strong>il metodo scientifico applicato alla macchina</strong>: isolare le variabili, formulare un&#8217;ipotesi, testarla. Se salti questa fase, sei solo un dattilografo che preme tasti sperando di fare centro.</p><h2><strong>Il cimitero dei repository e la bomba del &#8220;junior gap&#8221;</strong></h2><p>Questa tempesta perfetta di pigrizia cognitiva umana e illusione tecnologica ha ricadute economiche e strutturali catastrofiche sul mercato del lavoro. Stiamo innescando una bomba a orologeria che far&#224; impallidire i disastri del passato (Millennium Bug, te dico levate&#8230;), un collasso che chiameremo <strong>&#8220;debito tecnico strutturale&#8221;</strong>:</p><ul><li><p>le aziende IT, affascinate dai pitch commerciali dei vendor, <strong>smettono di assumere figure junior</strong>, illudendosi che un tool di autocompletamento in abbonamento basti per andare in produzione e abbattere i costi del personale a breve termine;</p></li><li><p>l&#8217;assenza totale di gavetta impedisce la naturale formazione dei senior di domani, creando un <strong>vuoto anagrafico e di competenze incolmabile</strong>: vi svelo un segreto, un senior non nasce tale per decreto divino, &#232; semplicemente un junior che &#232; sopravvissuto a centinaia di disastri in sala macchine, affinando la propria capacit&#224; di lettura critica sui propri errori;</p></li><li><p>se tagliamo l&#8217;ingresso alla base del mercato, tra dieci anni a chi affideremo la <strong>manutenzione delle architetture critiche</strong>, dei sistemi bancari o dei database sanitari;</p></li><li><p>i repository aziendali si saturano quotidianamente di <strong>codice immantenibile</strong>, un mix letale e frankensteiniano di logiche allucinate dall&#8217;IA e patch sintattiche innescate da umani che non le hanno comprese. L&#8217;IA scrive codice che <em>sembra</em> elegante, ma che nasconde sotto il tappeto colli di bottiglia computazionali, race condition e vulnerabilit&#224; silenti che <strong>esploderanno brutalmente</strong> al primo aggiornamento delle dipendenze di terze parti. E quando il server andr&#224; gi&#249; di venerd&#236; notte, chi ha incollato quel codice non avr&#224; la minima idea di dove mettere le mani per ripristinare il servizio.</p></li></ul><p><strong>L&#8217;intelligenza, quella vera e organica, non si scarica con un abbonamento mensile</strong>, la si allena attraverso l&#8217;attrito con la realt&#224;. La competenza digitale si suda sui manuali e sui log di sistema, non si genera tramite chiamate API. Delegare l&#8217;apprendimento, l&#8217;architettura e la logica a un modello probabilistico significa ipotecare irrimediabilmente il proprio futuro professionale in cambio di un po&#8217; di comodit&#224; a buon mercato.</p><p>Quando l&#8217;hype si sgonfier&#224;, quando gli investitori chiuderanno i rubinetti e le infrastrutture crolleranno sotto l&#8217;insostenibile peso del debito tecnico accumulato da questi sedicenti &#8220;vibe coders&#8221;, il mercato subir&#224; una violenta correzione. In quel momento nessuno cercher&#224; chi sa scrivere il prompt pi&#249; creativo per ChatGPT. Le aziende cercheranno, pagandoli a peso d&#8217;oro, <strong>professionisti che possiedono la logica spietata necessaria per leggere il codice a mente fredda</strong>, isolare i bug e riparare i danni fisici in sala macchine.</p><p>Il tempo delle scorciatoie e delle illusioni magiche &#232; finito. La trincea, quella vera, vi aspetta al varco. Buono studio e buon lavoro.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Accesso Root #2: L'analfabetismo da stack trace e la morte del debugging]]></title><description><![CDATA[Debugging e castigo]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/lanalfabetismo-da-stack-trace-e-la</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/lanalfabetismo-da-stack-trace-e-la</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Thu, 02 Apr 2026 10:38:46 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;&#232; una cosa che la vita in aula ti insegna a riconoscere a colpo d&#8217;occhio, &#232; il momento esatto in cui <strong>uno studente smette di ragionare e inizia a pregare</strong>.</p><h2>Il panico da terminale e l&#8217;oracolo sintetico</h2><p>Succede quasi sempre nella tarda mattinata, nei laboratori degli IeFP, quando la stanchezza abbassa le difese immunitarie della logica. Oggi stavo supervisionando un&#8217;esercitazione di sviluppo software. L&#8217;applicativo in locale va in crash. Il terminale si riempie all&#8217;improvviso del classico, inequivocabile testo rosso sangue: uno stack trace chilometrico che vomita a schermo decine di chiamate a funzioni annidate e file di sistema.</p><p>Invece di <strong>fermarsi, respirare e leggere la primissima riga dell&#8217;errore</strong> (che indicava banalmente un tentativo di accesso a una variabile non definita nello stato del componente), il ragazzo &#232; andato in vero e proprio panico cognitivo. Ha selezionato tutto il blocco rosso, lo ha copiato e lo ha incollato dentro l&#8217;interfaccia dell&#8217;ultimo LLM di grido, aggiungendo un solo, disperato comando: <em>&#8220;Aggiustalo!&#8221;</em>.</p><p>Io mi sono goduto la scena&#8230;</p><p>L&#8217;oracolo sintetico, che &#232; programmato per compiacere l&#8217;utente e non certo per educarlo, ha allucinato una risposta estremamente complessa, forse pi&#249; lunga dell&#8217;errore stesso. Gli ha suggerito di installare una nuova libreria esterna per la gestione dello stato e di riscrivere mezza architettura. Lui, senza farsi mezza domanda, ha aperto un nuovo terminale, ha lanciato l&#8217;installazione e ha <strong>incollato la patch generata alla cieca</strong>.</p><p>Il progetto, ovviamente, &#232; imploso del tutto in meno di un minuto, portandosi dietro le dipendenze originarie e corrompendo irrimediabilmente i file di configurazione locale. Abbiamo dovuto cancellare tutto e ricominciare da capo.</p><h2>La generazione dei dattilografi ciechi</h2><p>Questo episodio, apparentemente banale e relegabile a un errore di giovent&#249;, fotografa in modo spietato l&#8217;emergenza pi&#249; grave che sta affrontando il mercato del lavoro IT nel 2026: <strong>l&#8217;analfabetismo da stack trace</strong>.</p><p>Stiamo crescendo, e le aziende stanno tuttora coccolando, una generazione di autogeneratori di codice che <strong>non ha la minima idea di come si faccia il debugging</strong>. Pensano che un errore del compilatore sia una specie di maledizione magica, un rito oscuro da esorcizzare passando la patata bollente a un motore statistico, sperando che questo sputi fuori la patch corretta al primo tentativo.</p><p>Ma chiunque progetti sistemi software complessi sa una verit&#224; scomoda che i venditori di tool omettono sistematicamente nei loro pitch commerciali: scrivere codice vergine rappresenta forse il 20% del lavoro. L&#8217;altro 80% &#232; leggere, investigare, isolare il problema, <strong>fare smontaggio logico sui propri errori</strong> e capire perch&#233; la macchina non si sta comportando come previsto. Se esternalizzate la fase di debugging all&#8217;intelligenza artificiale, non siete degli architetti del software. Siete semplicemente dei <strong>dattilografi ciechi che premono tasti a caso</strong> sperando di fare centro.</p><h2>Il tradimento dell&#8217;astrazione e il conto del cloud</h2><p>E la colpa non &#232; solo della pigrizia intellettuale, ma dell&#8217;astrazione eccessiva che l&#8217;industria ci ha venduto come la terra promessa.</p><p>Oggi si parla solo di funzioni &#8220;serverless&#8221;, di servizi cloud gestiti, di framework monolitici che &#8220;fanno tutto loro&#8221; dietro le quinte. I programmatori junior perdono il contatto fisico con la memoria, con i processi del sistema operativo, con i log grezzi e con i protocolli di rete fisici. Tutto &#232; nascosto sotto un <strong>rassicurante tappeto di interfacce grafiche smussate</strong>.</p><p>Ma il problema dell&#8217;astrazione &#232; che, prima o poi, perde colpi. Mostra le sue crepe. E quando l&#8217;architettura cloud va in un loop infinito perch&#233; non avete capito come gestire la concorrenza sui dati (dai, su!), e la vostra azienda si ritrova una fattura da 10.000 euro in una sola notte per chiamate API impazzite (fatto tristemente vero), vi assicuro che l&#8217;Intelligenza Artificiale <strong>non interverr&#224; a pagare il conto</strong>, n&#233; risponder&#224; al telefono al cliente inferocito.</p><h2>Il debugging come metodo scientifico</h2><p>Il debugging &#232;, nella sua essenza pi&#249; pura, il <strong>metodo scientifico applicato alla macchina</strong>. Richiede di formulare un&#8217;ipotesi, isolare le variabili, testare l&#8217;assunto, fallire e riprovare. Delegare questo processo alla macchina significa <strong>delegare il proprio pensiero critico</strong> e la propria comprensione del dominio.</p><p>Per risolvere i problemi veri in produzione, quando i server crollano e i soldi bruciano, dovete saper scendere in sala macchine. Dovete sporcarvi le mani di grasso, aprire il terminale, disabilitare le interfacce rassicuranti e leggere i log grezzi del server riga per riga.</p><p>Dovete imparare ad amare gli errori, perch&#233; l&#8217;errore rosso a schermo &#232; l&#8217;unico, rarissimo momento in cui <strong>la macchina vi sta parlando in modo sincero</strong> e non mediato dal marketing. L&#8217;errore &#232; l&#8217;apostrofo rosso tra le parole &#8220;M&#8217;&#232; partito!&#8221;.</p><p>Chiudete la chat dell&#8217;oracolo. Aprite la noiosa, lunghissima e schifosamente deterministica <strong>documentazione ufficiale</strong>. E sforzatevi di leggere cosa vi sta dicendo quel dannato e bellissimo testo rosso.</p><p>Sipario.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tech & gesso #6: il feticismo dello strumento e la gabbia di dopamina]]></title><description><![CDATA[Il digitale, se spogliato di tutta la mistica di cui lo abbiamo ammantato, &#232; e rimane un martello.]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-6-il-feticismo-dello</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-6-il-feticismo-dello</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Sun, 29 Mar 2026 06:15:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il digitale, se spogliato di tutta la mistica di cui lo abbiamo ammantato, &#232; e rimane un martello. &#200; un utensile: lo impugni, pianti il chiodo, costruisci la tua mensola e poi lo riponi nella cassetta degli attrezzi. Fino a quando non ti serve di nuovo, il martello smette di esistere e torna a essere un pezzo inerte di legno e metallo.</p><p>Questo &#232; il patto implicito e secolare che abbiamo sempre avuto con la tecnologia. Ma cosa succede quando il martello inizia a vibrare nella cassetta per richiamare la tua attenzione? Cosa succede quando, mentre lo usi, il manico cambia forma per accarezzare i tuoi recettori nervosi, convincendoti che non dovresti mai pi&#249; smettere di martellare?</p><p>In queste settimane &#232; andato in scena un paradosso perfetto che racchiude questa distorsione. E parte, ironia della sorte, proprio da una mia scelta operativa.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/marcellomarinisi.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2><strong>La religione del sistema operativo e la perdita del pragmatismo</strong></h2><p>Nei giorni scorsi ho preso una decisione tecnica banale e puramente pragmatica: ho formattato le mie macchine piallando le partizioni Linux per tornare definitivamente a Windows 11.</p><p>Apriti cielo!</p><p>I puristi della linea di comando e i paladini dell&#8217;open source a tutti i costi mi hanno inondato di messaggi, trattandomi come un eretico che ha barattato l&#8217;anima con la comodit&#224;. Ma questa reazione, apparentemente goliardica, &#232; in realt&#224; la spia rossa di una malattia infantile che infesta in modo cronico il settore dello sviluppo software: il feticismo dello strumento.</p><p>Oggi c&#8217;&#232; un&#8217;intera generazione di aspiranti programmatori (ma anche di navigati senior) che scambia l&#8217;ambiente di lavoro per un&#8217;identit&#224; culturale. Passano le nottate a personalizzare l&#8217;interfaccia grafica del terminale (&#232; un po&#8217; come curare il raffreddore a un pidocchio), autoconvincendosi di stare facendo &#8220;alta progettazione&#8221;. Ma l&#8217;ambiente locale non &#232; il fine, &#232; il mezzo. Se il tuo sistema operativo entra in conflitto costante con gli applicativi aziendali, se perdi tre ore a configurare un driver di rete o a litigare con le dipendenze invece di studiare l&#8217;architettura dei sistemi o i lock relazionali di un database, non sei un professionista migliore. Sei solo un hobbista molto innamorato del proprio martello.</p><p>Il pragmatismo batte l&#8217;ideologia, sempre. Lo strumento deve sparire sullo sfondo, farsi trasparente, per lasciarti fatturare, studiare o insegnare. Non pu&#242; e non deve essere un feticcio.</p><h2><strong>Il design predittivo: quando lo strumento ti divora</strong></h2><p>C&#8217;&#232; per&#242; un rovescio della medaglia molto pi&#249; oscuro in questo rapporto malato con i mezzi digitali. Il problema vero, quello con impatti sociali devastanti, esplode quando lo strumento non vuole sparire, ma &#232; scientificamente e pernicisamente progettato per divorarti.</p><p>Mi riferisco alla storica e clamorosa condanna arrivata in questo marzo 2026 per Meta e Google, chiamate a rispondere nei tribunali della dipendenza indotta nei minori (per i miei corsisti che si sono sorbiti in aula &#8220;The Social Dilemma&#8221; non sar&#224; certo una novit&#224;).</p><p>Leggere le carte di quella sentenza dovrebbe essere obbligatorio in ogni corso di programmazione. Non stiamo parlando del classico e noioso sermone sui &#8220;giovani che passano troppo tempo davanti agli schermi&#8221;. I giudici hanno messo nero su bianco una verit&#224; architettonica ineluttabile: quelle interfacce sono armi. Sono state disegnate deliberatamente, iterazione dopo iterazione, con l&#8217;unico scopo di sfruttare i nostri bias cognitivi, sequestrare l&#8217;attenzione e bruciare i recettori della dopamina di ragazzini con la corteccia prefrontale ancora in via di sviluppo.</p><p>&#200; lo stesso pattern di controllo e di feticismo, applicato semplicemente su due scale diverse:</p><ul><li><p>lo sviluppatore venera il suo ecosistema chiuso, illudendosi di avere il controllo totale mentre perde di vista le vere dinamiche del mercato;</p></li><li><p>l&#8217;utente base viene fagocitato da un design predittivo spietato, che lo trasforma da utilizzatore attivo a prodotto da macello;</p></li><li><p>la macchina, in entrambi i casi, detta le regole d&#8217;ingaggio e si sostituisce alla decisione umana.</p></li></ul><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><strong>Marcello Marinisi - Senza filtr</strong>i &#232; un progetto supportato dai lettori. Se vuoi essere sicuro di ricevere i miei contenuti, iscriviti gratuitamente alla mailing-list.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p><h2><strong>L&#8217;odore del gesso e l&#8217;autodifesa algoritmica</strong></h2><p>&#200; esattamente per questo motivo che, quando entro nelle aule degli ITS o nei percorsi GOL per la riqualificazione professionale, cambio completamente approccio rispetto ai manuali canonici.</p><p>Prima ancora di spiegare a un ragazzo un ciclo iterativo, le query SQL o come far stampare un &#8220;Hello World&#8221; a schermo, devo assicurarmi che capisca in che campo minato sta mettendo i piedi. Devo parlargli di autodifesa algoritmica.</p><p>Oggi la tentazione del &#8220;vibe coding&#8221; &#232; fortissima: l&#8217;illusione di poter delegare il lavoro a un&#8217;IA generativa, scopiazzando codice che non si sa leggere, pur di ottenere un risultato immediato. Ma insegnare a uno studente la sintassi di un linguaggio senza fornirgli gli anticorpi critici per capire l&#8217;impatto etico, psicologico e architettonico di quel codice, non &#232; formazione. &#200; addestramento tattico. &#200; mandare truppe disarmate e bendate al fronte, con il solo scopo di fargli costruire gabbie digitali sempre pi&#249; belle per i propri coetanei.</p><p>L&#8217;umanesimo digitale non &#232; un concetto astratto da salotto. &#200; la trincea quotidiana in cui impari a smontare il giocattolo per capire esattamente come funziona, prima che sia il giocattolo a smontare te.</p><h2><strong>Staccare la spina &#232; un atto politico</strong></h2><p>In questo scenario brutale, dobbiamo smettere di usare parole a sproposito. Il cosiddetto &#8220;digital detox&#8221; ha smesso da tempo di essere quella roba radical chic per manager stressati, che vanno in ritiro yoga nel bosco solo per potersi scattare un selfie da postare al rientro.</p><p>Oggi staccare la spina &#232; un atto di sopravvivenza e di igiene mentale. &#200; un reset fisiologico e sistemico, l&#8217;unico modo reale per disintossicare circuiti cerebrali costantemente sotto assedio.</p><p>Riprendete il controllo del vostro martello. E se non vi serve, per carit&#224;, mettetelo via.</p><p>Buona domenica.</p><p>Sipario!</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-6-il-feticismo-dello/comments&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Lascia un commento&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-6-il-feticismo-dello/comments"><span>Lascia un commento</span></a></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Accesso root #1: l’AI è un ottimo manovale, ma un pessimo capocantiere]]></title><description><![CDATA[La rete &#232; invasa da un entusiasmo febbrile.]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/accesso-root-1-lai-e-un-ottimo-manovale</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/accesso-root-1-lai-e-un-ottimo-manovale</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 11:03:43 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La rete &#232; invasa da un entusiasmo febbrile. Ogni giorno spunta un nuovo video di qualcuno che esulta per aver generato un&#8217;applicazione completa in dieci minuti usando l&#8217;intelligenza artificiale. Siamo entrati a piedi pari nell&#8217;era dello sviluppo guidato dalle demo: interfacce scintillanti, prototipi che sembrano funzionare magicamente al primo colpo e un&#8217;orda di sedicenti professionisti convinti che la fatica di comprendere i sistemi informatici sia ormai un retaggio del passato.</p><p>L&#8217;ideologia del momento &#232; il cosiddetto vibe coding: l&#8217;illusione che basti descrivere un&#8217;idea a un chatbot, magari correggendo il tiro &#8220;a intuito&#8221;, per trasformarsi in sviluppatori provetti. Si delega totalmente la scrittura e, cosa ben pi&#249; grave, la comprensione logica del codice.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Tech &amp; Gesso &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Tutto bellissimo, finch&#233; non ci si scontra con la dura realt&#224; dei server di produzione.</p><p>Solo pochi giorni fa, un operatore ha affidato a un agente AI le chiavi dell&#8217;infrastruttura per fare un po&#8217; di &#8220;manutenzione&#8221; e risolvere delle banali duplicazioni di record. Il risultato: l&#8217;AI ha eseguito pedissequamente i comandi, applicando una logica sintatticamente corretta ma contestualmente disastrosa, e ha piallato due anni e mezzo di database di produzione in un istante.</p><p>Questo evento non &#232; un semplice incidente di percorso, &#232; un manifesto. Dimostra esattamente cosa succede quando si confonde un esecutore velocissimo, privo di cognizione del business, con un decisore competente. L&#8217;AI non sa cosa sia un danno d&#8217;immagine, non sa cosa significhi perdere fatturato e, soprattutto, non va in galera quando i dati sensibili dei clienti finiscono in fumo.</p><h2>La morte del programmatore &#8220;coltellino svizzero&#8221;</h2><p>Fino a un paio di anni fa, il mercato premiava il profilo generalista. Saper scrivere un&#8217;API CRUD (Create, Read, Update, Delete) in Node, impaginare una vista decente in React e fare due query in croce su MySQL ti garantiva un posto fisso e uno stipendio di tutto rispetto. Eri un &#8220;tuttofare&#8221;, un coltellino svizzero dello sviluppo. Le aziende ti assumevano perch&#233; costavi meno di tre specialisti e riuscivi a tenere in piedi la baracca.</p><p>Oggi, quel livello di mediocrit&#224; generalista &#232; morto e sepolto.</p><p>L&#8217;intelligenza artificiale &#232; diventata bravissima a fare &#8220;un po&#8217; di tutto&#8221;. Produce codice boilerplate in pochi secondi, impagina componenti, struttura form di login e collega endpoint senza battere ciglio, al costo di venti euro al mese e senza mai chiedere ferie. Se la vostra unica competenza &#232; incollare frammenti di codice presi dai tutorial di YouTube o generati da Claude, siete la prima linea che verr&#224; spazzata via. Il mercato non paga pi&#249; per la mera &#8220;digitazione&#8221; del codice base, perch&#233; il costo di quella specifica operazione di manovalanza sta tendendo a zero.</p><h2>L&#8217;illusione del debito tecnico a costo zero e il paradosso del testing</h2><p>Il vero dramma del delegare la programmazione all&#8217;AI senza avere basi solide &#232; la totale cecit&#224; di fronte al debito tecnico.</p><p>Chi genera diecimila righe di codice che non comprende si sta mettendo in casa una bomba a orologeria. C&#8217;&#232; chi sostiene candidamente sui social che questo non sia un problema, giustificandosi con frasi del tipo: &#8220;tanto non devo leggerlo io, lo far&#224; la prossima AI&#8221;. &#200; un ragionamento suicida, l&#8217;equivalente digitale di dire: &#8220;non mi interessa se i freni dell&#8217;auto sono rotti, tanto guido bendato&#8221;.</p><p>Il debito tecnico non &#232; un semplice capriccio stilistico per puristi del codice pulito. Si traduce in colli di bottiglia architetturali, vulnerabilit&#224; profonde, deadlock sul database quando il traffico aumenta e sistemi che crollano esattamente nel momento del bisogno.</p><p>Qualcuno prova a difendere questa pratica paragonando lo spaghetti-code dell&#8217;AI all&#8217;utilizzo di librerie closed-source. Ma &#232; una fallacia logica enorme: una libreria consolidata ha un vendor, documentazione, API deterministiche e team dedicati alla sua manutenzione. Il vibe coding genera invece un blob probabilistico, monouso e opaco, di cui siete gli unici responsabili pur non sapendo come funzioni.</p><p>E non pensate che basti scrivere qualche test automatizzato (sempre tramite AI) per salvarvi. Fare &#8220;testing a scatola chiusa&#8221; su un sistema di cui si ignora la logica interna significa coprire solo i percorsi felici. I veri disastri si nascondono nei temuti casi limite che l&#8217;AI ha generato a vostra insaputa. Quando il carrello dell&#8217;e-commerce smette di funzionare di sabato mattina, facendo perdere migliaia di euro al cliente, non potete fare un rollback a tentoni sperando che il bot capisca il contesto aziendale per risolvere il bug. Il cliente far&#224; causa a voi, non all&#8217;algoritmo.</p><h2>La sopravvivenza nel 2026: il modello a &#8220;T&#8221;</h2><p>Se la manovalanza &#232; delegata alla macchina, il vostro valore sul mercato risiede esclusivamente nella progettazione, nell&#8217;architettura e nel pensiero critico. Il professionista ricercato oggi (e pagato a peso d&#8217;oro) deve avere un profilo a &#8220;T&#8221;:</p><ul><li><p>la stanghetta orizzontale rappresenta le competenze trasversali e la velocit&#224; di esecuzione, in quanto saper spaziare su pi&#249; linguaggi e sbrigare le pratiche di routine &#232; qualcosa che oggi potete, e assolutamente dovete, delegare e accelerare tramite l&#8217;AI;</p></li><li><p>la stanghetta verticale &#232; la vostra vera polizza a vita, ovvero un dominio di specializzazione estrema, profonda e verticale, in cui l&#8217;intelligenza artificiale si perde in allucinazioni e fallisce miseramente.</p></li></ul><p>Per smettere di essere manovali facilmente rimpiazzabili e diventare professionisti insostituibili dello sviluppo, dovete studiare in modo ossessivo ci&#242; che la macchina non sa gestire in autonomia. Questo include:</p><ul><li><p><strong>il design di architetture resilienti</strong>: capire cosa succede quando un nodo di un&#8217;architettura a microservizi cade e come evitare che si porti dietro l&#8217;intero sistema;</p></li><li><p><strong>la gestione avanzata dei database</strong>: andare oltre la semplice query e dominare le transazioni, prevenire i lock delle tabelle ed evitare letture sporche che alterano i bilanci;</p></li><li><p><strong>i sistemi offline e la sincronizzazione</strong>: gestire i conflitti di dati senza duplicare gli ordini quando un utente compra in metropolitana senza rete e poi si riconnette;</p></li><li><p><strong>la sicurezza infrastrutturale</strong>: progettare lo scoping chirurgico dei permessi sui servizi cloud, prevenire l&#8217;escalation dei privilegi e blindare i sistemi contro attacchi mirati.</p></li></ul><p>L&#8217;intelligenza artificiale &#232; uno strumento straordinario, ma solo per chi sa gi&#224; esattamente cosa sta costruendo. Vi dona i superpoteri, permettendovi di passare dall&#8217;essere Clark Kent a diventare Superman. Ma c&#8217;&#232; un dettaglio fondamentale: se non avete mai aperto un libro su come si progetta un sistema informatico, non diventerete Superman. Diventerete solo un pericolo pubblico armato di script generati a caso, in attesa che il mercato faccia spietata selezione naturale al vostro primo bug in produzione.</p><p>Smettete di imparare a scrivere codice. Iniziate a imparare come si progetta un software.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Tech &amp; Gesso &#232; una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro, considera l&#8217;idea di diventare un abbonato gratuito.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tech&Gesso #5: Architettura contro hype: perché l'AI non vi salverà dai vostri bug]]></title><description><![CDATA[Ben ritrovati nel bunker!]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-5-architettura-contro</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-5-architettura-contro</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Sun, 15 Mar 2026 10:49:47 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ben ritrovati nel bunker!</p><p>&#8203;Le ultime due settimane sono state un osservatorio privilegiato su uno dei fenomeni pi&#249; pericolosi e sottovalutati dell'industria digitale contemporanea. Non parlo dell'ennesimo modello di Intelligenza Artificiale che promette di rivoluzionare i flussi di lavoro, ma di qualcosa di molto pi&#249; subdolo e silenzioso: <strong>la morte dell'Architettura del Software per mano dell'assemblaggio compulsivo.</strong></p><p>&#8203;Ci stiamo abituando all'astrazione. Pi&#249; i nostri strumenti diventano "intelligenti" e facili da usare, pi&#249; ci allontaniamo dal metallo, dai cavi, dalle regole fisiche che governano la rete.</p><p>&#8203;Oggi parliamo di scatole nere, di cloud infallibili che collassano, di guerre algoritmiche e del motivo per cui il vostro prossimo, disastroso problema in produzione non sar&#224; risolto chiedendo aiuto a ChatGPT.</p><h2><strong>&#8203;L'illusione dell'infallibilit&#224; (ovvero: &#171;senza TCP cade tutto&#187;)</strong></h2><p>&#8203;Qualche sera fa, su Threads, discutevo di resilienza dei sistemi informatici. Un utente &#8212; un tecnico che si vanta orgogliosamente di gestire servizi cloud &#8212; ha cercato di deridere il concetto di "autenticazione offline" e "sessioni di emergenza".</p><p>&#8203;La sua tesi era brutalmente semplice: <em>se il servizio cloud di autenticazione va gi&#249;, non &#232; colpa mia. Se non c'&#232; rete, semplicemente non lavori. Il problema si risolver&#224; da solo con l'autoscaling o il failover di Amazon AWS o Azure.</em></p><p>&#8203;Questa mentalit&#224; non &#232; solo un'opinione divergente; &#232; il cancro dell'IT moderno. &#200; l'esatta, preoccupante rappresentazione della &#171;Generazione Scatola Nera&#187;.</p><p>&#8203;Siamo arrivati storicamente al punto in cui un operatore del settore confonde l'<strong>Architettura del Software</strong> (la progettazione deliberata di un sistema capace di degradare con grazia in caso di disastro) con l'<strong>Assemblaggio di Servizi</strong> (incollare librerie scritte da terzi e pregare ogni mattina che l'infrastruttura di Jeff Bezos non stacchi mai la spina).</p><p>&#8203;C'&#232; un equivoco di fondo enorme su cosa sia il Cloud. Il Cloud non &#232; una nuvola magica e incorruttibile; &#232;, molto banalmente, <em>il computer di qualcun altro</em>. E i computer si rompono. I cavi sottomarini vengono tranciati. Gli instradamenti BGP vengono dirottati. I server vanno a fuoco (chiedete a OVH a Strasburgo).</p><p>&#8203;Se progettate software per la logistica, per il pronto soccorso di un ospedale o per una catena di montaggio, e assumete che la connessione TCP sia eterna, siete un pericolo pubblico. I sistemi critici non si basano sulla speranza o sul "failover" automatico di un provider californiano. Si basano su architetture <em>Local-First</em>: database sincronizzati fisicamente in locale sulle macchine, logiche di <em>Optimistic UI</em> per far lavorare gli operatori offline, e sistemi di sblocco delle credenziali basati sull'hardware fisico (Secure Enclave, biometria).</p><p>&#8203;Il professionista progetta calcolando esattamente il momento in cui il cavo di rete verr&#224; tagliato. Il dilettante si fa un caff&#232;, fissa un monitor nero e aspetta che torni la connessione per poter riprendere a esistere.</p><h2><strong>&#8203;La guerra tra macchine: il caso Microsoft</strong></h2><p>&#8203;Se pensate che questo discorso riguardi solo i database, guardate cosa &#232; successo proprio questa settimana nel campo della sicurezza.</p><p>&#8203;Nel suo ultimo <em>Patch Tuesday</em>, Microsoft ha corretto decine di vulnerabilit&#224;, tra cui due pericolosi <em>zero-day</em>. Ma la vera notizia &#8212; riportata in modo eccellente dai colleghi di <em>Cyber Security 360</em> &#8212; &#232; un'altra: <strong>per la prima volta, Microsoft ha corretto una vulnerabilit&#224; scoperta interamente dall'Intelligenza Artificiale.</strong> Fermatevi a riflettere sulle implicazioni di questa notizia. Non &#232; un semplice aggiornamento di sistema; &#232; un cambio di paradigma bellico.</p><p>&#8203;Oggi, legioni di sviluppatori junior, presi dall'ansia prestazionale, usano Copilot, Cursor o ChatGPT per farsi generare interi moduli applicativi. Incollano nei loro progetti blocchi di codice oscuri, di cui non comprendono n&#233; la logica sottostante n&#233; la gestione della memoria. Cos&#236; facendo, iniettano inconsapevolmente decine di micro-vulnerabilit&#224; all'interno dell'infrastruttura aziendale.</p><p>&#8203;Se l'AI &#232; ora in grado di <em>scoprire</em> le vulnerabilit&#224; scansionando autonomamente i sistemi operativi, quanto ci vorr&#224; prima che un attore malevolo usi un LLM addestrato specificamente per trovare le falle nel codice che <em>voi</em> vi siete fatti generare ieri da un altro LLM?</p><p>&#8203;Stiamo entrando nell'era della guerra "AI contro AI". L'Intelligenza Artificiale che vi fa risparmiare tre ore oggi in fase di sviluppo, &#232; la stessa tecnologia che verr&#224; usata domani per bucare i vostri server in tre millisecondi. E se voi siete solo degli "assemblatori" che non conoscono l'architettura del proprio software, quando subirete un attacco non saprete nemmeno da dove &#232; entrato il nemico.</p><h2><strong>&#8203;Il mutuo a tasso usuraio e le allucinazioni</strong></h2><p>&#8203;Delegare la propria sopravvivenza al cloud &#232; ingenuo, ma delegare l'architettura logica a un modello probabilistico &#232; puro suicidio aziendale.</p><p>&#8203;Nei giorni scorsi mi sono scontrato in laboratorio con un problema su un database Firebase. Dovevo strutturare una query complessa (una <em>Collection Group</em>). Ho interrogato l'AI, che in due secondi netti mi ha sputato fuori una sintassi elegante, pulita, apparentemente perfetta.</p><p>&#8203;L'ho incollata. Ho avviato l'emulatore. <strong>Crash.</strong></p><p>&#8203;Perch&#233;? Perch&#233; l'AI conosce la sintassi (il dizionario di un linguaggio), ma &#232; spazialmente cieca: ignora l'architettura fisica (il server). In un database NoSQL, quella query meravigliosa non pu&#242; girare se prima un operatore in carne e ossa non entra nel pannello di controllo, configura fisicamente un indice composto, attende che il server allochi lo spazio su disco e propaghi i dati nei vari nodi mondiali.</p><p>&#8203;L'AI ti fornisce la vernice, ma non progetta le fondamenta. Ti nasconde la dura realt&#224; del ferro sotto il tappeto rassicurante del "codice che compila senza errori".</p><p>&#8203;I consigli d'amministrazione oggi stappano champagne perch&#233; usano l'AI per generare migliaia di righe di codice in met&#224; del tempo, abbattendo radicalmente i costi di sviluppo immediati. Quello che i manager non sanno, o fingono di non sapere, &#232; che non stanno affatto risparmiando: stanno contraendo un mutuo a tasso usuraio chiamato <strong>&#171;Debito Tecnico&#187;</strong>. E gli interessi di quel mutuo si pagano in blocco il giorno in cui il sistema deve scalare o subisce un attacco.</p><h2><strong>&#8203;Il mercato del lavoro che verr&#224;</strong></h2><p>&#8203;Liberiamoci di un'ultima grande illusione: saper digitare un <em>prompt</em> complesso in una chat testuale non &#232; una professione del futuro. E non &#232; nemmeno una "competenza digitale" (il <em>DigComp</em> che difendo strenuamente in aula). &#200; pura, semplice obbedienza a un'interfaccia.</p><p>&#8203;Nei prossimi anni, il mercato sar&#224; inondato di software obeso, instabile e indecifrabile, sputato in automatico da operatori che non sanno cosa sia un protocollo HTTP, come funzioni il <em>DOM</em> di una pagina web o come si prevenga un <em>Memory Leak</em> ad ogni rotazione dello schermo.</p><p>&#8203;Quando quel castello di carte croller&#224; inevitabilmente &#8212; e croller&#224;, perch&#233; il cloud cade e le macchine si attaccano a vicenda &#8212; le aziende non cercheranno un &#171;Prompt Engineer&#187; per farsi spiegare dall'oracolo di turno perch&#233; il server sta andando a fuoco.</p><p>&#8203;Cercheranno disperatamente chi possiede i fondamenti. Cercheranno chi ha studiato la logica booleana, il funzionamento delle reti TCP/IP, l'ottimizzazione dei database. Cercheranno un Architetto, ovvero qualcuno capace di fare ingegneria inversa sui danni causati dalle macchine.</p><p>&#8203;Le aziende pagano e pagheranno fior di quattrini i veri professionisti per assumersi l'onere e la responsabilit&#224; dei fallimenti, non per alzare le mani al cielo al primo timeout di rete dicendo: "non &#232; colpa mia".</p><p>&#8203;Studiate i protocolli. Studiate l'hardware. Studiate la teoria dei sistemi. Lasciate l'hype a chi non ha mai dovuto ripristinare un servizio critico alle tre del mattino.</p><p>&#8203;Buona settimana di Deep Work a tutti.</p><p>&#8203;<strong>Marcello</strong> <em>Tecnologo della comunicazione digitale</em></p><p></p><div><hr></div><p></p><h3><strong>&#8203;Nel mirino: cosa aspettarsi la prossima settimana</strong></h3><p>&#8203;Il dibattito non si ferma qui. Sui miei canali social, nei prossimi giorni, smonteremo un altro pezzo di narrativa tossica. Parleremo di:</p><ul><li><p>&#8203;<strong>L'impatto ambientale dell'incompetenza:</strong> smettiamo di parlare solo dei data center. La vera spazzatura elettronica (<em>e-waste</em>) nasce sulle nostre scrivanie, quando generiamo codice obeso e deleghiamo a un server da 1000W il compito di correggere un ciclo for scritto male.</p></li><li><p>&#8203;<strong>L'astrazione analogica (Il momento "Gesso"):</strong> i nuovi aggiornamenti sul progetto Kotlin dimostreranno perch&#233; l'architettura del software si disegna con carta e penna, a computer spento, lontani dalle distrazioni dell'editor.</p></li><li><p>&#8203;<strong>La bolla del "Lifelong Learning" performativo:</strong> perch&#233; la pioggia di certificati da due ore su LinkedIn &#232; una farsa, e perch&#233; il mercato torner&#224; presto a premiare i risolutori di problemi, non i "Prompt Engineer" spaventati.</p></li></ul><p>&#8203;<em>Ti sei ritrovato in questa analisi o hai colleghi che vivono immersi nell'hype dei tool magici? Inoltra questa mail, oppure vieni a dirmi la tua su Threads.</em></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tech&Gesso #4: L'umanesimo tecnologico nell'era dei pappagalli eruditi]]></title><description><![CDATA[Buongiorno.]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-4-lumanesimo-tecnologico</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-4-lumanesimo-tecnologico</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 12:21:27 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno.</p><p>Se state leggendo queste righe, avete superato con successo un'altra settimana di rumore di fondo, di notifiche incessanti e di titoli sensazionalistici sulla presunta e imminente fine del lavoro umano (e del mondo&#8230;).</p><p>In questi giorni il mercato tecnologico ci ha fornito due casi di studio che, pur appartenendo a settori apparentemente distanti anni luce tra loro, convergono verso un'unica, <strong>ineluttabile verit&#224;</strong>. Ci spiegano con la freddezza clinica dei dati perch&#233;, oggi pi&#249; che mai, le competenze <strong>ingegneristiche</strong> e <strong>logiche</strong> di base (il nostro "gesso") siano l'unica vera difesa contro le derive di un'innovazione accelerata artificialmente e guidata in via esclusiva dalle <strong>logiche di profitto</strong> (il "tech").</p><p>Mettetevi comodi, spegnete le notifiche e chiudete le schede in background del vostro browser. Iniziamo.</p><h2><strong>1. Il Pentagono, la linea rossa e l'etica a geometrie variabili</strong></h2><p>Per gran parte della settimana appena trascorsa, la stampa generalista ha celebrato in coro una presunta <strong>vittoria morale della Silicon Valley</strong>. Anthropic, l'azienda sviluppatrice del modello Claude, si era formalmente rifiutata di concedere al Pentagono l'integrazione delle proprie intelligenze artificiali all'interno dei sistemi d'arma automatici statunitensi e di controllo di massa.</p><p>Poi, a ridosso del fine settimana, l'impianto narrativo &#232; crollato. Il governo degli Stati Uniti ha definito Anthropic &#171;un fornitore inaffidabile&#187;, l'ha estromessa dai tavoli di negoziazione e ha siglato a tempo di record un accordo sostitutivo con OpenAI. Il CEO di quest'ultima, Sam Altman, si &#232; affrettato a dichiarare alla stampa di aver mantenuto inalterati i paletti di sicurezza del precedente fornitore.</p><p>Vi invito a svestire i panni dei tifosi e a indossare quelli degli analisti. Se le regole d'ingaggio, i vincoli del software e le policy etiche imposte dalle due aziende fossero state realmente sovrapponibili, per quale motivo tecnico o burocratico il Dipartimento della Difesa avrebbe dovuto stracciare un contratto per firmarne un altro in corsa, esponendosi peraltro a un danno d'immagine? Nell'ingegneria del software, cos&#236; come negli appalti governativi di altissimo livello, non si sostituisce un'architettura a parit&#224; di condizioni. Lo si fa esclusivamente se il nuovo fornitore garantisce una flessibilit&#224; che il precedente negava.</p><p>La risposta &#232; puramente commerciale: di fronte a budget militari virtualmente illimitati, l'<strong>etica aziendale</strong> scopre di possedere interfacce programmabili molto pi&#249; elastiche del previsto.</p><p>Ma al netto del cinismo geopolitico, emerge un problema di fondo che rappresenta il vero terrore di chi questi sistemi li progetta. Un Large Language Model <strong>non &#232; un software deterministico</strong>. L'informatica tradizionale, quella su cui si regge il mondo dal dopoguerra a oggi, si basa sul determinismo assoluto: a un determinato input (X) corrisponde sempre e immancabilmente lo stesso output (Y).</p><p>L'intelligenza artificiale generativa, al contrario, &#232; un <strong>motore puramente probabilistico</strong>. Non possiede un modello ontologico del mondo reale. Non sa cosa sia un missile, non comprende il concetto di bersaglio. Calcola semplicemente la sequenza di dati statisticamente pi&#249; plausibile in base al proprio addestramento. A volte inventa librerie di codice inesistenti, altre volte entra in cortocircuiti logici inspiegabili. Si chiama "allucinazione", e non &#232; un fastidioso bug temporaneo in attesa di essere corretto con una patch: &#232; un difetto di fabbrica ineliminabile, intrinseco nella natura stessa delle reti neurali basate su architettura <em>transformer</em>.</p><p>Voi affidereste mai l'autorizzazione di un attacco militare a un software che, se sottoposto a uno stress test non previsto, potrebbe iniziare a generare dati <strong>inventati</strong> con <strong>assoluta</strong> e <strong>pacata</strong> <strong>arroganza</strong>?</p><p>Oggi abbiamo scoperto pubblicamente il limite invalicabile dell'intelligenza artificiale. Non risiede nella morale, ma nell'affidabilit&#224; sotto stress nei sistemi critici. Il fatto che la fame di supremazia militare stia deliberatamente ignorando questo limite ingegneristico &#232; un'ottima ragione per iniziare, in modo molto razionale, a <strong>preoccuparsi</strong>.</p><h2><strong>2. Caveau digitali e l'illusione della sicurezza algoritmica</strong></h2><p>Dalle infrastrutture militari passiamo a quelle civili, dove i danni sono forse meno letali ma altrettanto devastanti per il tessuto sociale. Negli scorsi giorni, il colosso dei pagamenti <strong>PayPal</strong> ha dovuto ammettere una <strong>violazione colossale</strong>: per 165 giorni ininterrotti, i dati sensibili dei clienti della loro piattaforma per i prestiti aziendali (non presente in Italia , per fortuna!) sono rimasti esposti al pubblico.</p><p>Leggendo i report tecnici dell'incidente, la verit&#224; emerge in tutta la sua <strong>disarmante banalit&#224;</strong>. Non c'&#232; stato alcun attacco hacker quantistico orchestrato da potenze ostili. Nessun malware di ultima generazione. Nessuna intelligenza artificiale malevola in grado di bucare i firewall dell'azienda. C'&#232; stato, molto pi&#249; semplicemente, <strong>un catastrofico errore umano</strong> sfuggito durante un aggiornamento di routine.</p><p>Qualcuno ha digitato in modo errato una riga di codice. Qualcun altro ha approvato l'aggiornamento senza revisionarlo adeguatamente. I sistemi di controllo automatizzato non possedevano i test necessari per intercettare la vulnerabilit&#224; prima della messa in produzione. E, cosa ancora pi&#249; grave, nessun analista della sicurezza si &#232; accorto per quasi sei mesi che i dati stavano defluendo indisturbati dai server.</p><p>Il capolavoro assoluto, l'apoteosi del <strong>grottesco aziendale</strong>, &#232; rintracciabile nella dichiarazione rilasciata dall'ufficio stampa: &#171;I nostri sistemi non sono stati compromessi, &#232; stato solo un errore di codice&#187;. In termini pratici, equivale a comunicare ai correntisti che nessuno ha scassinato la banca con la fiamma ossidrica, ma che la porta blindata &#232; stata banalmente <strong>dimenticata aperta</strong>.</p><p>Cosa unisce le forzature del Pentagono al disastro informatico di PayPal? L'assenza drammatica del controllo umano. O, per meglio dire, una superficialit&#224; sistemica dilagante.</p><p>Viviamo in un'epoca in cui diamo per scontata l'<strong>infallibilit&#224; dei sistemi complessi</strong>. Possiamo impiegare tutta la potenza computazionale del pianeta per generare testo in millisecondi, ma se alla base non poniamo un'<strong>architettura rigorosa</strong>, una cultura del collaudo ossessiva e una mente umana capace di fare vera garanzia di qualit&#224;, stiamo solo innalzando castelli di carte sempre pi&#249; alti. L'anello debole della catena non &#232; quasi mai il silicio; &#232; sempre l'operatore distratto.</p><h2><strong>3. Oltre il copia-incolla: anatomia del debito cognitivo</strong></h2><p>I disastri infrastrutturali non si generano per caso in una giornata sfortunata. Sono il risultato terminale di un <strong>declino metodologico</strong> che si stratifica lentamente nel tempo. &#200; una prassi che, purtroppo, osservo diffondersi e normalizzarsi quotidianamente nelle aule in cui insegno e negli uffici di molte aziende: la rapida proliferazione della figura del "<strong>pappagallo erudito</strong>".</p><p>Come abbiamo visto, tecnicamente un modello linguistico &#232; esattamente questo: un pappagallo digitale dotato di una sintassi impeccabile, che ha fagocitato l'intero scibile umano, ma che non ha la bench&#233; minima comprensione semantica di ci&#242; che elabora. Si limita a <strong>ripetere pattern</strong>. Il vero cortocircuito della nostra era inizia nel momento in cui noi esseri umani decidiamo di imitare il comportamento della macchina.</p><p>Sempre pi&#249; spesso vedo studenti, ma anche professionisti alle prime armi (e non solo, ahim&#232;), delegare in toto a strumenti come ChatGPT la scrittura e la risoluzione del codice di programmazione. L'intelligenza artificiale risponde in tempo reale, producendo blocchi di istruzioni eleganti, puliti e che, di frequente, funzionano al primo colpo. Ma quando chiedo all'autore di spiegarmi la logica architetturale che sorregge una determinata riga di quel codice, la reazione &#232; pressoch&#233; identica: il silenzio. Hanno eseguito un copia-incolla tecnicamente perfetto di cui ignorano totalmente i fondamenti teorici.</p><p>Ogni singola volta che <strong>deleghiamo il pensiero logico-critico</strong> a una macchina pur di risparmiare dieci minuti di fatica mentale, stiamo contraendo un "<strong>debito cognitivo</strong>". Il meccanismo &#232; identico a quello del debito finanziario: oggi ottieni un vantaggio immediato portando a termine il compito in anticipo, ma domani pagherai degli interessi salatissimi. I muscoli della nostra logica, se non sottoposti a uno sforzo continuo, <strong>si atrofizzano a una velocit&#224; allarmante</strong>. E quando quel codice incollato si romper&#224; nel mondo reale &#8212; perch&#233; i requisiti del cliente cambiano o perch&#233; un aggiornamento rende obsoleta una tecnologia &#8212; nessuno sapr&#224; pi&#249; come intervenire. Guarderanno quel codice come si osserva un reperto archeologico incomprensibile.</p><p>Lasciate che vi faccia <strong>una previsione basata sui dati</strong>: l'intelligenza artificiale sostituir&#224; senza alcuna piet&#224; i <strong>dattilografi del codice</strong>, i "battitori di tastiera" che si limitano ad assemblare pezzi trovati in rete. Il mercato del lavoro, tra pochissimi anni, non pagher&#224; un solo centesimo chi sapr&#224; unicamente chiacchierare con un prompt. Al contrario, retribuir&#224; a peso d'oro chi possieder&#224; la <strong>logica strutturale</strong> e le competenze di base necessarie per <strong>validare</strong>, <strong>correggere</strong> e <strong>architettare</strong> ci&#242; che l'oracolo sintetico avr&#224; sputato fuori.</p><h2><strong>4. Il lavoro profondo come atto di ribellione</strong></h2><p>Esiste un solo <strong>antidoto per non farsi sostituire</strong>, per arrestare l'atrofia mentale e per non trasformarsi in <strong>esecutori passivi</strong>: recuperare in modo ostinato la capacit&#224; di concentrazione assoluta. Quello che l'informatico Cal Newport ha magistralmente definito <strong>deep work</strong> (lavoro profondo).</p><p>Nel corso di questa settimana, durante un'esercitazione pratica particolarmente complessa sulla gestione di basi di dati con <strong>una classe di adulti</strong>, ho imposto un esperimento pratico: la regola dei venti minuti. Ho fatto allontanare fisicamente gli smartphone dalle scrivanie. Ho preteso la chiusura di tutte le schede del browser non strettamente necessarie. <strong>Ho sospeso ogni notifica</strong>. Sui monitor dovevano rimanere unicamente i dati grezzi e il problema logico da risolvere. Tutto questo nel silenzio pi&#249; assoluto.</p><p>I primi cinque minuti si sono rivelati un'<strong>agonia tangibile</strong>. Era letteralmente possibile osservare l'astinenza fisica da <strong>dopamina digitale</strong> scorrere nella stanza. L'ansia da disconnessione combatteva violentemente contro l'attrito cognitivo richiesto dal problema. Ma intorno al decimo minuto, la dinamica &#232; mutata. I cervelli hanno smesso di cercare scappatoie e hanno iniziato a <strong>elaborare il contesto</strong>. Il silenzio si &#232; fatto denso e produttivo. Al ventesimo minuto, quando ho annunciato la fine dell'esperimento, in molti <strong>non volevano smettere di lavorare</strong>. Erano entrati in uno stato di flusso ininterrotto.</p><p>L'attenzione non &#232; un dono di natura, &#232; un muscolo. E come tutti i muscoli, va allenato con carichi progressivi. Se <strong>regalate costantemente la vostra concentrazione</strong> agli algoritmi, permettendo a un'applicazione di frammentare il vostro pensiero ogni tre minuti, non vi stanno rubando soltanto il tempo libero: vi stanno ipotecando il portafoglio futuro. Vi stanno sottraendo la <strong>capacit&#224; di analizzare</strong>, <strong>elaborare</strong> e <strong>risolvere</strong> problemi prolungati e complessi. E quella capacit&#224; &#232;, di fatto, l'unica vera competenza per cui il mercato sar&#224; disposto a riconoscervi <strong>un valore reale</strong> domani.</p><p>Torniamo sempre al teorema fondamentale che muove il mio lavoro di divulgazione: l'intelligenza artificiale &#232; un <strong>formidabile moltiplicatore</strong>, non un sostituto. La formula matematica che vi ho spesso presentato &#232; spietata: se le vostre competenze di base valgono zero, zero moltiplicato per l'AI far&#224; sempre zero. Se le vostre competenze di base valgono uno, la tecnologia vi porter&#224; a dieci (forse anche a 100!).</p><p>Usate l'intelligenza artificiale come un <strong>esoscheletro cognitivo </strong>per accelerare l'esecuzione dei compiti meccanici. Ma continuate a usare il gesso, il sudore mentale e il lavoro profondo per <strong>progettare</strong>, <strong>pensare</strong> e <strong>validare</strong>.</p><p>Buona domenica. Spegnete il router e riprendetevi il vostro cervello.</p><p><em>Marcello Marinisi</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tech&Gesso #3: Manuale di sopravvivenza al "Tutorial Hell" ]]></title><description><![CDATA[Buongiorno e buona domenica.]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-3-manuale-di-sopravvivenza</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-3-manuale-di-sopravvivenza</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Sun, 08 Feb 2026 10:04:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno e buona domenica.</p><p>Se state leggendo queste righe e avete provato a imparare a programmare (o a usare un software complesso) negli ultimi anni, probabilmente vi &#232; successo almeno una volta.</p><p>La scena &#232; classica: trovate un video su YouTube dal titolo promettente, tipo "Crea un clone di Spotify in 3 ore con React e Python".</p><p>Lo aprite. Lo seguite passo passo. Il tizio nel video digita, voi digitate. Lui installa una libreria, voi la installate. Lui scrive una funzione, voi la copiate identica, virgola per virgola.</p><p>Alla fine delle tre ore, premete "Run" e... magia! Il progetto funziona!</p><p>Vi sentite <strong>come un Dio del Codice</strong>. Sentite quella scarica di dopamina che vi dice: "Ho capito tutto, sono pronto".</p><p>Poi chiudete il video.</p><p>Aprite un file vuoto per provare a fare una modifica banale, o per iniziare un progetto vostro molto pi&#249; semplice, magari una lista della spesa.</p><p>E l&#236;, cala il gelo.</p><p>Il cursore lampeggia nel vuoto. Il cervello &#232; una tabula rasa. Non sapete da dove iniziare. Non sapete nemmeno come importare le librerie che avete usato cinque minuti prima.</p><p>Il senso di onnipotenza svanisce all'istante, sostituito da un'ansia paralizzante.</p><p>Benvenuti nel <strong>&#8220;Tutorial Hell&#8221;</strong>.</p><p>L'inferno dei tutorial &#232; un luogo affollatissimo, dove l'apprendimento va a morire cullato dall'illusione della competenza.</p><p>Oggi analizziamo perch&#233; succede (spoiler: non siete stupidi, &#232; il metodo che &#232; rotto) e come uscirne vivi con delle competenze reali in tasca.</p><h2><strong>L'inganno di Dunning-Kruger: perch&#233; ci sentiamo geni (prima di crollare)</strong></h2><p>Per capire perch&#233; il Tutorial Hell &#232; cos&#236; seducente, dobbiamo scomodare la psicologia cognitiva. Quello che vivete seguendo un video guidato &#232; la manifestazione perfetta dell'<strong>Effetto Dunning-Kruger</strong>.</p><p>Si tratta di un <strong>bias cognitivo</strong> secondo cui le persone con scarse competenze in un campo tendono a sovrastimare enormemente la propria abilit&#224;.</p><p>Quando seguite un tutorial, l'istruttore vi sta tenendo per mano. Vi protegge dagli errori, dalle scelte architetturali difficili e dai bug frustranti.</p><p>Questo percorso "senza attrito" vi spara dritti sulla vetta di quello che a me piace chiamare il "<strong>Monte della Saccenza</strong>" (Mount of Stupid, in originale, ma preferisco essere gentile).</p><p>Lass&#249;, sulla cima, vi sentite invincibili. Pensate: "Wow, programmare &#232; facile! Ho appena fatto un'app in due ore!".</p><p>Ma &#232; un'illusione ottica. <strong>Non avete scalato la montagna</strong>; vi ci hanno portato in elicottero.</p><p>Appena provate a fare da soli, l'elicottero riparte e voi precipitate nella <strong>&#8220;Valle della Disperazione&#8221;</strong>.</p><p>Vi rendete conto che non sapete perch&#233; stavate scrivendo quel codice, sapevate solo ricopiarlo.</p><p>Ed &#232; qui, proprio in questa valle buia e frustrante, che inizia il vero apprendimento.</p><h2><strong>L'Exit Strategy: 3 regole d'oro per imparare davvero</strong></h2><p>Come si esce dalla valle? Smettendo di cercare la strada facile e iniziando a cercare l'attrito. L'apprendimento richiede sforzo attivo, non consumo passivo.</p><p>Ecco le mie 3 regole (testate in aula) per trasformare un tutorial da intrattenimento a formazione.</p><h3><strong>1. La Regola del Sabotaggio (Break Things)</strong></h3><p>Questa &#232; la pi&#249; importante. Non copiate mai il codice identico a quello del video. Mai.</p><p>Dovete introdurre delle varianti intenzionali che vi costringano a pensare.</p><ul><li><p>L'istruttore sta creando un e-commerce di scarpe? Voi fatelo per una pizzeria.</p></li><li><p>Lui usa un database SQL? Voi provate a salvare i dati su un file JSON.</p></li><li><p>Lui mette tutto il codice in un file unico? Voi provate a spezzarlo in tre file diversi.</p></li></ul><p>Questo <strong>&#8220;sabotaggio controllato&#8221; </strong>rompe il flusso passivo. Vi costringe a chiedervi: "Se cambio il nome di questa variabile qui, cosa si rompe laggi&#249;?".</p><p>Dovrete riscrivere parti di logica per adattarle alla vostra variante. &#200; in quel momento di riscrittura che <strong>il cervello passa dal riconoscere al capire</strong>.</p><h3><strong>2. Il "Commento per un Bambino"</strong></h3><p>Per ogni blocco di codice significativo che copiate (o scrivete), obbligatevi a scrivere un commento che spieghi il perch&#233;, non il cosa.</p><ul><li><p>Sbagliato (descrive l'azione): # Crea una variabile x (Grazie, lo vedo da solo).</p></li><li><p>Giusto (spiega l'intenzione): # Qui salvo l'input dell'utente in una variabile temporanea per poter controllare se &#232; vuoto prima di inviarlo al database.</p></li></ul><p>Questa tecnica si chiama <em><strong>Rubber Duck Debugging</strong></em> (spiegare il codice a una paperella di gomma). Se non sapete spiegare il perch&#233; di una riga di codice in italiano semplice, significa che non l'avete capita. Fermatevi. Riguardate il video. Non andate avanti finch&#233; non sapete spiegarlo alla paperella.</p><h3><strong>3. La regola dei &#8220;20 minuti di sofferenza&#8221;</strong></h3><p>Quando vi bloccate (e succeder&#224;, specialmente se applicate la regola 1), non andate subito a cercare la soluzione o a chiedere a ChatGPT "fix this code". Datevi 20 minuti di orologio.</p><p>In quei 20 minuti <strong>dovete &#8220;soffrire&#8221;</strong>.</p><p>Dovete leggere l'errore rosso (s&#236;, leggetelo tutto, spesso dice esattamente cosa non va!). Dovete provare a stampare variabili a caso per vedere cosa contengono. Dovete leggere la documentazione ufficiale della libreria.</p><p>&#200; in quei 20 minuti di frustrazione che i neuroni si connettono e creano nuove strade sinaptiche. Quella sensazione di "testa che scoppia" &#232; il suono della competenza che si forma. Se saltate la sofferenza, saltate l'apprendimento.</p><h2><strong>Cosa c'entra il DigComp 3.0?</strong></h2><p>Tutto questo non &#232; solo "buon senso", &#232; codificato nel nuovo framework europeo per le competenze digitali (DigComp 3.0).</p><p>Il documento mette al centro l'Area 5: Problem Solving.</p><p>Uscire dal Tutorial Hell significa passare dalla <strong>competenza passiva</strong> (Area 1: Information Literacy) a quella <strong>attiva</strong> (Area 5).</p><p>In particolare, la competenza 5.3 (Creatively using digital technology) ci dice una cosa fondamentale: essere competenti non significa conoscere a memoria i comandi (quello lo fa l'AI), ma <strong>saper &#8220;identificare bisogni e risolverli concettualmente&#8221;</strong>.</p><p>Il tutorial vi d&#224; la soluzione a un problema che non avete.</p><p>La competenza reale nasce quando avete un problema vostro (creato con la Regola 1) e usate la tecnologia per risolverlo (con la Regola 3), sbagliando cento volte nel processo.</p><h2><strong>Conclusione</strong></h2><p>Non abbiate paura dell'editor vuoto. Quello spazio bianco non &#232; un vuoto di memoria, &#232; uno spazio di opportunit&#224;.</p><p>La prossima volta che seguite un corso, spegnete il video a met&#224; e provate a finire da soli.</p><p>Probabilmente sbaglierete. Il codice esploder&#224;.</p><p>Festeggiate!</p><p>Significa che avete appena smesso di giocare a fare i programmatori e avete iniziato a esserlo davvero.</p><p>Buona domenica di &#8220;errori&#8221; creativi.</p><p><em>Marcello</em></p><div><hr></div><p>Se questa newsletter ti &#232; stata utile, inoltrala a un amico che ha 10 corsi Udemy iniziati e zero progetti finiti. &#128517;</p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tech&Gesso #2: Siamo una colonia digitale (e come smettere di esserlo)]]></title><description><![CDATA[Buongiorno e buona domenica!]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-2-siamo-una-colonia</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/tech-and-gesso-2-siamo-una-colonia</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Sun, 25 Jan 2026 16:31:27 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno e buona domenica!</p><p>Se guardo indietro alle settimane trascorse dal nostro ultimo appuntamento, vedo un filo rosso inquietante che collega tutte le notizie che ho commentato, dal CES 2026 ai dati ISTAT sulla scuola.</p><p>Questo filo rosso ha un nome preciso, anche se fa male pronunciarlo: <strong>colonizzazione digitale</strong>.</p><p>Oggi proviamo a guardare i numeri in faccia e a capire se (e come) possiamo evitare di diventare solo dei "consumatori passivi" di tecnologia altrui. Solo dei prodotti pronti per essere venduti al migliore offerente.</p><h2>Il grande freddo dei numeri</h2><p>Luned&#236; scorso ho condiviso un dato che mi toglie il sonno.</p><p>Mentre il mondo corre (l'AI ha generato 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro specializzati a livello globale), l'Italia passeggia svagata, come se il problema non la riguardasse.</p><ul><li><p><strong>Adozione AI</strong>: in Italia solo l'8,2% delle imprese utilizza soluzioni di Intelligenza Artificiale. In Germania siamo quasi al 20%.</p></li><li><p><strong>Investimenti</strong>: la nostra spesa in Venture Capital (innovazione pura) &#232; lo 0,07% del PIL. La Francia investe il triplo.</p></li></ul><p>Ma il colpo di grazia &#232; arrivato ieri, con i dati ISTAT sull'educazione: siamo <strong>terzultimi in Europa per spesa nell'istruzione</strong> (4,1% del PIL).</p><p>Mettete insieme questi tre punti e il disegno &#232; chiaro:</p><ol><li><p>non stiamo investendo sulle macchine (AI nelle aziende);</p></li><li><p> non stiamo investendo sulle teste (Scuola e Istruzione); </p></li><li><p>stiamo aspettando che qualcuno venga a salvarci.</p></li></ol><h2>Il dono delle perline</h2><p>La definizione di "Colonia Digitale" &#232; semplice: un Paese che importa infrastruttura critica e conoscenza, ed esporta solo dati grezzi e denaro.</p><p>&#200; la stessa dinamica del colonialismo storico: noi diamo materie prime nobili in cambio di prodotti finiti costosi.</p><p>Guardiamoci allo specchio:</p><ul><li><p><strong>l'hardware</strong>: i chip che usiamo sono americani (NVIDIA, Intel, AMD) o taiwanesi (TSMC). Non abbiamo sovranit&#224; sul silicio;</p></li><li><p><strong>il software</strong>: i modelli su cui stiamo costruendo il futuro sono americani (OpenAI, Google, Anthropic) o cinesi; </p></li><li><p><strong>i dati</strong> (la miniera): noi forniamo la materia prima (i nostri dati, la nostra privacy, la nostra creativit&#224;, le nostre abitudini), loro li estraggono, li raffinano e ci rivendono il servizio in abbonamento.</p></li></ul><p>Al CES 2026 ho visto un tripudio di gadget inutili (frigoriferi parlanti, laptop che si aprono da soli) pensati per abbagliarci e abbindolarci.</p><p>Sono le "perline di vetro" moderne dei neo-colonizzatori.</p><p>Noi compriamo lo specchietto per le allodole, felici del nuovo giocattolo, mentre loro possiedono la miniera e continuano ad arricchirsi sulle nostre spalle.</p><h2>La resistenza parte dall'aula (e dalla cantina)</h2><p>&#200; tutto perduto? Diventeremo un parco giochi turistico per nomadi digitali californiani?</p><p>Non per forza.</p><p>Nel mio piccolo, nei laboratori di IeFP, nei corsi ITS qui in Sicilia (che, ricordo, &#232; maglia nera per investimenti, eppure resiste con un orgoglio incredibile), vedo la via d'uscita.</p><p>La via d'uscita non &#232; "fare un'altra ChatGPT italiana". &#200; troppo tardi (e troppo costoso) per partecipare a quella competizione.</p><p>La via d'uscita si chiama <strong>ingegneria dell'applicazione</strong>.</p><p>Non dobbiamo costruire il motore (ce l'hanno gi&#224; loro), dobbiamo imparare a costruire la macchina che ci sta intorno meglio di chiunque altro.</p><p>Dobbiamo prendere quei modelli e calarli verticalmente nelle nostre eccellenze: nell'agrifood, nella meccanica di precisione, nel turismo culturale, nell'artigianato.</p><p>Agli studenti dico:</p><blockquote><p>Smettetela di studiare "Prompt Engineering" (che equivale solo a chiedere per favore in inglese). Studiate, piuttosto, System Integration.</p><p>Studiate Data Governance (come proteggere i dati aziendali affinch&#233; non escano dall'azienda) e cybersecurity.</p><p>Studiate come far girare questi modelli in locale, su server che controllate voi, staccando la spina dal cloud americano. Questa &#232; la vera sovranit&#224; digitale.</p></blockquote><h2>Il consiglio della settimana: torniamo al "ferro"</h2><p>Se vogliamo smettere di essere una colonia, dobbiamo smettere di trattare la tecnologia come magia e ricominciare a trattarla come meccanica.</p><p>Il mio invito &#232; questo: non limitatevi a usare un software. Chiedetevi sempre dove risiedono i dati.</p><ul><li><p><strong>Self-Hosting</strong>: se usate un'automazione (tipo n8n, di cui abbiamo parlato per la falla di sicurezza ravvisata in questi giorni), provate a ospitarla su un vostro server, non nel cloud altrui. &#200; pi&#249; difficile? S&#236;. Ma &#232; vostro.</p></li><li><p><strong>Fediverso</strong>: sganciatevi dalle big tech anche nel sociale. Iniziate a esplorare il Fediverso (Mastodon, Pixelfed). L&#236; il grafo sociale appartiene a voi, non all'algoritmo di un miliardario.</p></li></ul><p><em><strong>La sovranit&#224; digitale non la fanno i governi con i decreti. La facciamo noi, un server locale alla volta, una riga di codice consapevole alla volta.</strong></em></p><p>Buona domenica di resistenza.</p><p>Marcello</p><p></p><p>P.S.</p><p>Nei giorni scorsi parlavamo di <strong>Wikipedia</strong> come monumento al web libero. Ricordatevi che l'Open Source &#232; l'arma pi&#249; potente contro la colonizzazione. Supportatelo, usatelo, studiatelo. Senza Open Source, siamo solo affittuari nel computer di qualcun altro.</p><p></p><p>&#128073;&#127995; Se ti &#232; piaciuta questa newsletter, inoltrala a un amico o a un collega che pensa che "il cloud &#232; solo il computer di qualcun altro".</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tech&Gesso #1: Perché l'AI non ti salverà dalla tua incompetenza (0xAI=0)]]></title><description><![CDATA[Benvenuti a bordo!]]></description><link>https://marcellomarinisi.substack.com/p/perche-lai-non-ti-salvera-dalla-tua</link><guid isPermaLink="false">https://marcellomarinisi.substack.com/p/perche-lai-non-ti-salvera-dalla-tua</guid><dc:creator><![CDATA[Marcello Marinisi]]></dc:creator><pubDate>Mon, 05 Jan 2026 18:00:31 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jboc!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F888e403f-57bc-4e21-9362-d7b1c01b6242_1280x1280.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Benvenuti a bordo!</p><p>Se siete qui, probabilmente, &#232; perch&#233; siete stanchi del &#8220;rumore&#8221;. Siamo al 5 di gennaio, il momento dell&#8217;anno in cui il feed di ogni professionista si riempie di buoni propositi: <em>&#8220;Quest&#8217;anno imparer&#242; a programmare con l&#8217;AI&#8221;</em>, <em>&#8220;Quest&#8217;anno automatizzer&#242; tutto il mio lavoro&#8221;</em>, <em>&#8220;Quest&#8217;anno lancio 3 startup&#8221;, &#8220;Come pianificare il tuo 2026&#8221;</em> e compagnia cantante.</p><p>Io ho un solo proposito per voi: <strong>smettetela di cercare scorciatoie.</strong></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/marcellomarinisi.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>La Matematica dell&#8217;Intelligenza Artificiale</h2><p>C&#8217;&#232; una formula che ho scritto sulla lavagna (quella vera, col gesso che sporca) durante l&#8217;ultima lezione in IeFP prima delle feste. Voglio condividerla con voi perch&#233; &#232; la base di tutto quello che leggerete in questa newsletter.</p><p>La formula &#232; questa:<br><strong>0 x AI = 0</strong></p><p>L&#8217;Intelligenza Artificiale Generativa non &#232; una bacchetta magica. &#200; un <strong>moltiplicatore</strong>.<br>Funziona esattamente come una leva o un amplificatore audio:</p><ul><li><p>Se in ingresso metti un segnale pulito e forte (<strong>Competenza 1</strong>), l&#8217;AI lo amplifica e lo porta a <strong>10</strong>.</p></li><li><p>Se in ingresso non metti nulla o metti solo confusione (<strong>Competenza 0</strong>), l&#8217;AI amplificher&#224; il nulla. O peggio, amplificher&#224; la tua mediocrit&#224; a una velocit&#224; che non riuscirai a gestire.</p></li></ul><h2>Cronache dall&#8217;aula</h2><p>Perch&#233; sono cos&#236; drastico? Perch&#233; lo vedo succedere ogni giorno. Lavorando nella formazione professionale (IeFP, ITS, corsi GOL), ho un osservatorio privilegiato. Vedo ragazzi sveglissimi e adulti in riqualificazione che cadono nella stessa trappola: cercano una soluzione facile.</p><p>Vedo studenti generare in 30 secondi blocchi di codice Python perfetti o email di marketing impeccabili usando ChatGPT.<br>Sembrano dei geni. Sembrano pronti.<br>Poi succede l&#8217;inevitabile: <strong>l&#8217;imprevisto</strong>.</p><p>Il codice d&#224; un errore imprevisto oppure la strategia di marketing richiede una <strong>sensibilit&#224; umana</strong> che il prompt non aveva. E l&#236; cala il gelo. Lo studente che ha usato l&#8217;AI per <em>sostituire</em> lo studio si blocca. Non sa dove guardare. Non sa fare &#8220;debug&#8221;, perch&#233; non ha mai capito la <strong>logica</strong> che sta dietro a quel codice. Ha guidato una Ferrari senza aver mai preso la patente. Risultato? Alla prima curva, si schianta.</p><h2>Il Paradosso del Geek</h2><p>Io sono nato tecnologicamente col Commodore 64. Appartengo a quella generazione di nerd che doveva configurare gli IRQ della scheda audio a mano per poter giocare a Doom. Era frustrante? S&#236;. Era una perdita di tempo? Forse. Ma ci insegnava una cosa fondamentale: <strong>come funzionano le cose sotto il cofano.</strong> Era comunque bellissimo!</p><p>Oggi il rischio &#232; l&#8217;astrazione totale. Premiamo un bottone e succede la magia. Ma se vuoi lavorare con la tecnologia (e non farti lavorare DALLA tecnologia), devi tornare a sporcarti le mani. Devi usare il cervello, la tua creativit&#224;, perch&#233; altrimenti non avrai nessun plus rispetto a un elaboratore che viaggia a una velocit&#224; milioni di volte superiore alla tua.</p><h2>Il mio consiglio per il 2026</h2><p>Non usate l&#8217;AI per saltare i passaggi difficili. Usatela solo <strong>dopo</strong> aver capito come farli a mano.</p><ul><li><p>Scrivete quella mail di vendita da zero. Fatela schifosa, imperfetta, poi correggetela. Dopo chiedete a Claude di migliorarla.</p></li><li><p>Scrivete quel codice SQL a mano, sbagliando le join, perch&#233; &#232; cos&#236; che si impara! Poi chiedete a GPT di ottimizzarlo.</p></li></ul><p>Costruite il vostro &#8220;Numero 1&#8221;. Costruite la vostra competenza di base. Solo allora l&#8217;AI vi render&#224; dei supereroi.<br>Altrimenti, sarete solo degli utenti passivi che generano spazzatura sintetica ad alta velocit&#224;.</p><h2>Cosa aspettarsi da questa Newsletter</h2><p>Se vi sentite in sintonia con questo discorso, siete nel posto giusto. Questa newsletter non avr&#224; una cadenza ossessiva (ho delle lezioni da preparare e una vita da vivere!), ma arriver&#224; ogni due settimane circa.</p><p>Cosa troverete qui:</p><ol><li><p><strong>Realt&#224;:</strong> storie vere dai corsi di formazione professionale (cosa funziona e cosa no);</p></li><li><p><strong>Analisi:</strong> smontiamo l&#8217;hype del momento e cerchiamo l&#8217;utilit&#224; reale dei nuovi tool;</p></li><li><p><strong>Cultura:</strong> un po&#8217; di sana nostalgia geek e riflessioni sul futuro del lavoro.</p></li></ol><p>Niente guru, niente fatturato facile, niente filtri.</p><p>Benvenuti nella realt&#224;.</p><p>A presto,<br><em>Marcello</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://marcellomarinisi.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/marcellomarinisi.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p></p>]]></content:encoded></item></channel></rss>