<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Aciribiceci]]></title><description><![CDATA[Tutto ciò che non mi uccide mi scassa la minchia]]></description><link>https://mariofillioley.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f0_P!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F86ddcfb0-f170-44fc-bd7d-f06519a066cb.jpeg</url><title>Aciribiceci</title><link>https://mariofillioley.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Thu, 03 Sep 2026 22:37:06 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/mariofillioley.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[mario fillioley]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[mariofillioley@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[mariofillioley@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Aciribiceci]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Aciribiceci]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[mariofillioley@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[mariofillioley@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Aciribiceci]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Quaglia e svizzero]]></title><description><![CDATA[Marco Castello per principianti]]></description><link>https://mariofillioley.substack.com/p/quaglia-e-svizzero</link><guid isPermaLink="false">https://mariofillioley.substack.com/p/quaglia-e-svizzero</guid><dc:creator><![CDATA[Aciribiceci]]></dc:creator><pubDate>Wed, 29 Jul 2026 11:22:01 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f0_P!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F86ddcfb0-f170-44fc-bd7d-f06519a066cb.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><span>Sto raccogliendo ancora idee su Marco Castello (vivo di fissazioni, che ci posso fare?). </span><br><span>Cercavo in qualche modo di arrivare all&#8217;essenziale, e non &#232; facile, perch&#233; Marco Castello &#232; una nebulosa fatta di milioni di puntini (che poi li unisci e compare una funcia di minchia). </span><br><span>Cominciamo a diradare questa nebulosa funciosa. </span><br><span>Marco Castello ha ALMENO due cose in cui eccelle (la musica e i testi) e queste due cose hanno una forza attrattiva enorme, richiamano a s&#233; tutti quei milioni di puntini che poi formano la nebulosa (citazioni, ripescaggi di musiche, autori, atmosfere, evocazione di luoghi, nomi di persone reali criptati e da decrittare, lessico familiare, idioletto, e tantissimo altro ancora) che fanno aumentare di spessore e di forza quella che solo in apparenza pu&#242; apparire come una massa gassosa (il rischio &#232; di scambiare l'operazione di Castello per una specie di collage, di pastiche, cosa che non &#232; affatto, essendo anzi molto organica). La difficolt&#224; di arrivare all&#8217;essenziale aumenta perch&#233; Castello &#232; anche un intreccio indissolubile di minchionesco e serissimo: un suo pezzo pu&#242; partire drammatico e finire a porcheria, o al contrario pu&#242; cominciare con una lallazione da neonato e concludersi con armonie dodecafoniche e frasi alla Bianciardi o alla Delfini o alla Landolfi: </span><br><br><em><span>Beato pollo e svizzero</span><br><span>che ha tutta la tua bramosia</span><br></em><br><span>per esempio, &#232; un distico che comincia con una citazione dal menu del camion dei panini  e finisce con un preziosismo. </span><br><br><span>Con un cantautore o parti dalla musica o parti della lingua. Non sono capace di analizzare la musica di Marco Castello (anche se sono capacissimo di amarla). Posso basarmi solo sulla lingua: di cosa parla, di cosa scrive e come ne parla e come ne scrive. </span><br><span>Ci provo: </span><br><span>&#8220;I torpi coi motorini in piazza&#8221; </span><br><span>&#8220;Ce ne andiamo a guardare le industrie, che di notte &#232; allucinante&#8221; </span><br><span>&#8220;Se non ci provi adesso, sei un puppo&#8221; </span><br><span>&#8221;Posto di blocco ci su i vaddia con il cane&#8221;.  </span><br><br><span>Castello ha un trentina d&#8217;anni. Il gergo per&#242; &#232; lo stesso gergo mio, e potrebbe essere anche quello di un mio fratello maggiore (se lo avessi) o minore (purtroppo ce l'ho). Forse anche dei miei genitori, dei miei zii, in parte pure di mio nonno. </span><br><span>Nessuno di quelli che rientrano in queste fasce d'et&#224;, per&#242;,  &#232; stato mai capace di usare questo gergo, questa lingua, queste immagini che pure tutti avevamo sotto agli occhi, per farci qualcosa, per dire qualcosa. </span><br><span>Nessuno aveva mai usato con tanta disinvoltura questa lingua (la nostra, questo ibrido di italiano, gergo giovanile e vernacolo) per &#8220;capire&#8221; qualcosa, per &#8220;pensare&#8221; qualcosa. </span><br><span>L&#8217;abbiamo usata per scopi futili, ed uno dei motivi per cui tutti i pensatori, gli scrittori e perfino i cantanti siracusani sono risultati o mediocri oppure tromboni e insopportabili risiede di sicuto, almeno in parte,  in questo mancato utilizzo di una lingua autentica. </span><br><span>Quando qualcuno voleva dire qualcosa, ricorreva all&#8217;italiano standard (bruttino, spesso poco disinvolto, qualche volta proprio impacciato). Peggio ancora ha fatto chi si &#232; avventurato nel dialetto: ne ha usato una versione inesistente, a volte arcaica, a volte iper colta, a volte finta e basta (una cosa che mi infastidisce da sempre &#232; l&#8217;uso dell&#8217;articolo &#8220;Lu&#8221; o &#8220;La&#8221; nelle canzoni, nelle poesie e perfino nei dialoghi recitati del teatro dialettale: chi &#232; che dice o ha mai detto &#8220;Lu&#8221;? Tutti da sempre diciamo &#8220;U&#8221; o &#8220;A&#8221;,  solo nel siracusano finto c&#8217;&#232; &#8220;lu&#8221;.  U suli diventa Lu suli; ma perch&#233;?). </span><br><span>Certo, alcuni recuperavano pezzi &#8220;archeologici&#8221; (e anche Castello lo fa, e quando lo fa, lo fa, giustamente, in modo filologico), per&#242; mai nessuno che si sia azzardato e mettere in una canzone un frase presa dal parlato autentico. </span><br><span>E invece era cos&#236; facile: </span><br><br><em><span>Scupine combinate a carnevale</span><br><span>disse il maschio bianco Cis</span><br></em><br><span>(che testacoda di autocoscienza questa frase che si completa nel verso successivo, questo s&#236; che &#232; un enjambemet). </span><br><br><span>Siamo stati una generazione, anzi pi&#249; di una, molte pi&#249; di una, di inetti, di incapaci, non &#232; emerso non solo nessun talento narrativo, ma nemmeno nessun &#8220;orecchio&#8221;, nessun radar, nessuno capace di intuire e poi, per istinto, restituire quella parte di lingua che &#8220;dice&#8221; la citt&#224;. </span><br><span>Forse sto forzando un po&#8217; la poetica di Castello, sto cio&#232; attribuendo, a causa della lingua che usa, a uno dei suoi molti temi (il racconto di questa citt&#224;) un'importanza, un centro che lui non vuole concedergli. </span><br><span>Prima di farlo per&#242;, ho fatto delle verifiche (in neolingua fact checking, ma mi viene un ictus a scriverlo). </span><br><span>Marco Castello ha pubblicato tre album: trenta brani che in media durano tre minuti (sarebbe bello se li avesse scritti tutti in terzine, per&#242; purtroppo no). </span><br><span>In tutto il corpus del suo repertorio, il toponimo &#8220;Siracusa&#8221; ricorre solo quattro volte. Tuttavia, tutte le canzoni contengono almeno un riferimento a un luogo, un quartiere, una strada, un elemento geografico o paesaggistico, un termine lessicale che fa riferimento esplicito a Siracusa. </span><br><span>Quattro canzoni hanno un toponimo siracusano come titolo: </span><br><br><span>Marchesa</span><br><span>Villaggio </span><br><span>Vessenali </span><br><span>All&#8217;acqua ghiacciata. </span><br><span>(In queste elenco inserirei anche Torpi e Mutu e scippi coppa, perch&#233; si tratta di espressioni idiomatiche molto  localizzate).</span><br><br><span>Poi ci sono quattro pezzi composti totalmente in dialetto: </span><br><br><em><span>Addiu</span></em><span> (in un dialetto arcaico, viene anche recuperata una antica filastrocca)</span><br><em><span>Beddu</span></em><span> (un dialetto contemporaneo) </span><br><em><span>Chiuviti/nun chiuviti</span></em><span> (mescolanza di dialetto antico e contemporaneo)</span><br><em><span>Eureka</span></em><span> (linguisticamente forse il suo capolavoro: dialetto, gergo, prestiti dall&#8217;italiano, anche qui c&#8217;&#232; una filastrocca con degli innesti legati all&#8217;attualit&#224;). </span><br><br><span>Va aggiunto che ci sono molti pezzi in cui il riferimento a Siracusa &#232; camuffato con delle allegorie. Tra i vari esempi, quello pi&#249; rappresentativo &#232; forse Contenta tu. Qui l&#8217;autore opera una personificazione della sua citt&#224; e a lei si rivolge direttamente: </span><br><br><em><span>Sei bella ma cretina</span><br><span>e vuoi somigliare a qualcosa che invece fa schifo</span><br><span>non mi innamori pi&#249;</span><br><span>tu non cambi mai </span><br><span>non sai che cosa sei</span><br><span>e ti sprechi </span><br><span>io non ci provo pi&#249;</span><br><span>tu ti vuoi cos&#236;.</span></em><span> </span><br><br><span>Sono versi ambigui, vero? Potrebbe benissimo trattarsi di Giuaneddu che si rivolge a Sabrina, e invece si tratta di un cittadino che si rivolge alla sua citt&#224; (di merda).</span><br><span>   </span><br><span>Quindi s&#236;, direi che ho portato abbastanza prove,  mi sento abbastanza autorizzato a scrivere che Marco Castello parla molto di Siracusa nelle sue canzoni. </span><br><span>Grazie al cielo per&#242; non scrive mai canzoni SU Siracusa. </span><br><span>A volte fa una specie di fenomenologia/descrizione del siracusano, &#232; vero: </span><br><br><em><span>Se resto ancora in mezzo a tutti 'sti mischinazzi</span><br><span>Forse m'attocca finalmente l'invalidit&#224; </span><br></em><br><span>tipica frase di chi se ne &#232; andato, se ne sta andando, se ne vuole andare ma non &#232; ancora un "risolto".</span><br><br><span>Per lo pi&#249; per&#242; si tratta di  pezzi molto intimi, anzi io direi mentali: usa delle immagini molto vivide che servono a illustrare concetti, pensieri suoi, autonomi, molto spesso critici, e comunque sempre molto analitici. </span><br><span>Siracusa non &#232; uno sfondo, non &#232; un&#8217;ambientazione: pensieri e sensazioni di Castello sono un tutt&#8217;uno con la citt&#224;, prendono o hanno preso forma qui, qui si sono manifestati alla sua coscienza, questi sono i luoghi che li hanno innescati. </span><br><span>La testa di Castello sembra pensare, mettersi cio&#232; in movimento, "a partire da Siracusa". Siracusa gli fa pi&#249; che altro salire il nervoso, ma rimane il fatto che i suoi pensieri non sono scindibili da Siracusa, e infatti lui non li scinde: li racconta per come gli vengono. </span><br><span>Raccontare un pensiero &#232; la cosa pi&#249; bella che possa fare un autore, che sia cantautore, scrittore, poeta, saggista, scultore o regista. Era mai stata fatta questa cosa da un nostro concittadino, con la nostra citt&#224;? Io non ne ho memoria. </span><br><span>Siracusa non aveva mai avuto una sua autorappresentazione. Significa che non c&#8217;&#232; mai stato nessuno di qua che sapesse dirci chi siamo per almeno mezzo secolo, se non di pi&#249; (mi azzardo a dire che non l&#8217;abbiamo mai avuta: Vittorini era un siracusano? Secondo me no, e comunque ha fatto tutta un&#8217;altra operazione). </span><br><span>C&#8217;&#232; voluto un ragazzo nato negli anni &#8217;90 per usare il nostro slang, per riuscire a dire noi stessi A NOI STESSI e da qui a raccontare noi, per come siamo davvero, al resto d&#8217;Italia e oltre. Se Marco Castello usa aggettivi sostantivati come &#8220;torpi&#8221;, &#8220;scupine&#8221; &#8220;pillirini&#8221;, &#8220;ammaccateddi&#8221;, &#8220;bella palla&#8221;, o vecchi calembour come &#8220;U pacchiu &#232; bellu e &#8216;a minchia fa buddellu&#8221; non &#232; perch&#233; &#232; vintage: &#232; perch&#233; &#232; DAI TEMPI IN CUI SI USAVANO QUESTE PAROLE che non abbiamo nessuno che le usi per come si deve, per fare dire loro quello che davvero vogliono dire, per dare alla lingua un contenuto e un significato. In questo senso Marco Castello &#232; miracoloso, &#232; il messia che aspettavamo, ma &#232; anche la prova provata di quanto scarsi siamo stati noi, tutti quelli che lo hanno preceduto, che non abbiamo avuto nessuna pulsione, nessun interesse, oltre che nessuna capacit&#224;, di dire le milioni di cose che ci sarebbero state da dire.</span><br><span>Nelle canzoni di Castello (bisogna ricordarsi che &#232; un trentenne) c&#8217;&#232; anche la cosiddetta neolingua (e meno male, almeno una cosa da trentenne normale la fa). Vediamo per&#242; come viene utilizzata:</span><br><em><br><span>Non prendo sonno </span><br><span>E scrollo signorine maggiorate </span><br><span>Nel feed e nelle cam</span></em><span>.</span><br><br><span>&#8220;Non prendo sonno&#8221; &#232; un calco dal siracusano. Nel verso successivo, invece, il termine in neolingua  (&#8220;scrollo&#8221;) viene accostato a un abbinamento nome/aggetivo (&#8220;signorine maggiorate&#8221;) dal sapore retr&#242;. Nell&#8217;ultimo verso dell&#8217;esempio, ci sono due prestiti necessari (&#8220;feed&#8221; e &#8220;cam&#8221;) .</span><br><span>Quando ricorre alla neolingua del suo tempo, Castello la innesta sempre in un contesto molto composito. A volte sembra rispondere a una necessit&#224; espressiva, a un&#8217;esigenza di precisione lessicale, per connotare bene ambiente e personaggi. A volte, le espressioni in neolingua suggeriscono una forma di ironia nei confronti di chi le usa, o comunque sembrano far parte di un gioco:</span><br><br><em><span>Smetto con le foto del Plemmirio per farmi mandare i nudes.</span></em><br><br><span>Infine ci sono un titolo e un ritornello folgoranti, costruiti su un termine di moda:</span><br><br><span>L&#8217;empireo dei risolti.</span><br><br><span>La padronanza dell&#8217;italiano, ovviamente, &#232; assoluta, ed &#232; dimostrata da quelle strofe in cui Castello accosta espressioni in italiano, in dialetto e in neolingua, ottenendone incredibilmente una perfetta coerenza linguistica: </span><br><br><em><span>Uora iettu uci</span><br><span>Amuni</span><br><span>E si spegne la luce</span><br><span>Mentre faccio pip&#236;</span><br></em><br><span>Una sola strofa, almeno tre registri stilistici diversi (dialettale, italiano standard, infantilismo), tutti utilizzati con un tempismo perfetto.</span><br><br><span>Si tratta di una lingua molto stratificata, quindi (LAYERS, avrei dovuto scrivere LAYERS, ma solo a rileggere questa parola, scritta qui apposta per dire che mi fa orrore scriverla, ho avuto il secondo ictus della giornata). Per questo forse Marco Castello arriva a tutti, non solo ai ragazzi, anche agli adulti, anche ai vecchietti, perch&#233; in realt&#224; &#232; lui che si sta facendo carico di raccontare almeno 40 anni di Siracusa. Forse anche molti di pi&#249;. Non abbiamo mai avuto nessuno che parlasse di noi a noi e al mondo. In un colpo solo, ne abbiamo trovato uno che lo fa in almeno tre lingue: l&#8217;italiano, il dialetto e la musica. Ci siamo rifatti.</span></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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No, per&#242; tanto le salterete tutti lo stesso, quindi sappiate che sei paragrafi pi&#249; gi&#249; si parla di Marco Castello.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Se non sapere cosa &#232; un &#8220;a capo&#8221; andate su tiktok e cercatevi un reel di Ma siamo veri].</p><p>Le interviste in forma scritta (cio&#232; anche quelle fatte a voce e poi riportate sulla pagina contano ovviamente come interviste scritte, anzi sono ancora pi&#249; scritte di quelle che nascono gi&#224; con domanda e risposta inviate per mail o altro mezzo, perch&#233; poi le devi sbobbinare e le devi aggiusticchiare, insomma le devi scrivere e farle sembrare scritte) in qualche modo sono ancora degli scambi che mantengono una vaga parentela con il genere intervista, i podcast invece secondo me, pur essendo molti di questi etichettati come &#8220;intervista&#8221;, mi pare l&#8217;abbiano smarrita del tutto (e potrebbe essere un bene).</p><p style="text-align: justify;">Una cosa alla volta: le interviste sulla pagina, anche ai tempi d&#8217;oro dei giornali, delle riviste, del giornalismo, sono sempre state un genere ibrido, cio&#232; un po&#8217; erano giornalismo e un po&#8217; erano pubblicit&#224; per il nuovo disco, il nuovo film, il nuovo spettacolo, la nuova mostra. Ultimamente (non ho pi&#249; nessuna capacit&#224; di stabilire cosa &#232; recente e quali siano i limiti temporali massimi e minimi per poter definire qualcosa recente, se due minuti o due settimane o due anni o dodici) nelle interviste sulla pagina la promozione si &#232; mangiata anche il poco margine di manovra che rimaneva per le domande sull&#8217;opera (il disco, il libro, il film, l&#8217;installazione, la performance ecc.), e anche la parte promozionale &#232; stata molto ridimensionata. Gli spazi sono occupati per lo pi&#249; da aneddoti, ricordi personali, rivelazioni sulla vita privata, autoanalisi dei tratti della propria personalit&#224;. Vabbe&#8217;, s&#236;, ormai lo sappiamo da un bel po&#8217;: di un artista ci interessano i fatti suoi, della sua opera ci interessa fino a un certo punto, anche quando &#232; pop, anche quando sono canzoni.</p><p style="text-align: justify;">Il podcast porta questa cosa un po&#8217; all&#8217;estremo, &#232; una specie di microfono aperto (quelli pi&#249; famosi di tutti, non so, Tintoria o quell&#8217;altro con la barba che ha una sigla tipo BSDM che ogni volta penso sia una categoria sadomaso, non hanno proprio le domande, cio&#232; le domande sono sempre le stesse e sono comunque sono pi&#249; inneschi che domande, tipo argomento a piacere) e quindi forse funziona meglio dell&#8217;intervista scritta, perch&#233; &#232; pi&#249; radicale, non si maschera da giornalismo o analisi ecc., non ne ha bisogno, &#232; tutto dichiarato: vieni qui, noi ti apriamo il microfono e tu ci racconti i fatti tuoi per una o due ore. I tempi dilatatissimi hanno il vantaggio della pesca a strascico: in due ore di conversazione (anzi pi&#249; che altro un monologo) l&#8217;autore finisce per parlare un po&#8217; di tutto (A volte perfino della sua opera) e dire qualcosa a proposito di cosa ha scritto (suonato, cantato, dipinto, recitato, ballato ecc).</p><p style="text-align: justify;">Certo, con un po&#8217; di pazienza, le due ore potrebbero diventare quindici minuti o trenta o cinque o due e mezzo, ma per &#8220;avere il tempo di essere brevi&#8221; ci vorrebbe uno studio preliminare molto approfondito su chi si intervister&#224;, e lo studio, l&#8217;analisi, l&#8217;approfondimento sono proprio ci&#242; che i podcast di interviste non possono permettersi pi&#249; di tanto. Sembra un paradosso, per&#242; lo &#232; solo fino a un certo: un ospite ogni due giorni oppure ogni settimana, 52 ospiti l&#8217;anno, non &#232; che riesci a studiarteli nel dettaglio, &#232; pi&#249; normale lasciarli parlare di quello che vogliono e dare loro la possibilit&#224; di raccontarsi da soli, nei limiti che decidono essi stessi (c&#8217;&#232; un conduttore che intervista Marco Castello -una puntata che risale a un paio di anni fa- e per prima cosa gli dice: &#8220;Io fino a tre giorni fa non ti conoscevo&#8221;).</p><p style="text-align: justify;">Su quest&#8217;ultima cosa: in effetti tutti i podcast di interviste hanno uno o pi&#249; momenti in cui l&#8217;ospite fa delle battute canoniche, standard, sul pericolo che stanno correndo insieme, lui e il podcaster che lo ospita, perch&#233; forse si stanno <em>lasciando andare un po&#8217; troppo</em>, stanno dicendo cose che non dovrebbe dire, o di cui poi si &#8220;pentiranno&#8221;, stanno osando oltre il limite della decenza o della rispettabilit&#224; o della privacy. &#200; quel momento in cui si ascoltano frasi piuttosto rituali come: &#8220;Oddio, questa per&#242; la tagliamo&#8221;, oppure &#8220;Ma state registrando tutto?&#8221;. Funziona, sono battute che fanno ridere anche se le senti per 50 puntate di seguito, perch&#233; il tono e il momento le rendono ogni volta un po&#8217; diverse, e poi &#232; uno dei meccanismi pi&#249; longevi dell&#8217;intrattenimento: il pubblico si aspetta una cosa, e questa cosa a un certo punto arriva, e il semplice non sapere quando basta gi&#224; a ottenere l&#8217;effetto sorpresa o la risata. Quindi il podcast di interviste &#232; abbastanza un canovaccio che funziona per accumulo: tanto lo ascolti mentre fai altro, e quindi che ci siano due ore di small talk e solo cinque minuti di ciccia fa pure comodo, perch&#233; puoi concedergli un&#8217;attenzione sminuzzata su pi&#249; fronti senza sentirti troppo in colpa.</p><p style="text-align: justify;">Infatti quelli che vanno per la maggiore danno la sensazione di stare origliando la conversazione tra due che si conoscono poco, stanno facendo amicizia, oppure sono gi&#224; amici e parlano dei fatti loro.</p><p style="text-align: justify;">La cosa che volevo dire &#232; che con le interviste a Marco Castello, scritte o parlate che siano, succede tutto esattamente cos&#236;, solo che l&#8217;esito &#232; diverso. Il formato &#232; identico, per&#242; lui &#232; cos&#236; spontaneo (almeno fino a ora: &#232; gi&#224; una star, ma presto potrebbe esserlo di pi&#249;) che, anche sentendolo parlare del pi&#249; e del meno, riesci a spiegarti il motivo per cui quelle canzoni poteva scriverle lui e solo lui.</p><p style="text-align: justify;">Quel poco di costruito che c&#8217;&#232; nel Marco Castello personaggio pubblico non viene da un atteggiamento, ma da un pensiero: le risposte che d&#224;, e il tono che usa per darle, quando non sono totalmente spontanei, rivelano che lui a quelle cose <em>ci ha pensato</em>. Con &#8220;Ci ha pensato&#8221; intendo dire che ci ha pensato da solo, per i fatti suoi, immagino anche per molto tempo (ma torniamo la discorso su &#8220;recente&#8221; fatto poco fa: quanto &#232; &#8220;molto tempo&#8221; per uno che ha 28 anni?), e molto tempo <em>prima </em>di scrivere canzoni: <em>prima</em> si &#232; interrogato su certe cose o pure ci si &#232; incollerito o indispettito e poi forse ci ha scritto sopra una canzone e anche dopo averla scritta poi ci &#232; tornato ancora sopra e si capisce che su alcune (forse un po&#8217; tutte) continua a tornarci sopra. Le risposte che d&#224; sono tutte risposte aperte: quando ha delle certezze, sembra averle pi&#249; che altro per smetterla di discutere all&#8217;infinito con se stesso (e con gli altri, spesso i suoi concittadini o la sua citt&#224;) per sopraggiunta paralisi dell&#8217;azione: &#232; cos&#236; perch&#233; ho ragione io e se non decido che &#232; cos&#236; finisce che qua non ci muoviamo pi&#249; e non facciamo pi&#249; niente. Delle euristiche, uno, a un certo punto, se le deve dare per forza.</p><p style="text-align: justify;">Ora invece dico la cosa che mi ha dato fastidio nei podcast con Marco Castello che ho ascoltato in questo periodo. Ogni volta che gli fanno una domanda sulle parole delle sue canzoni, dice sempre la stessa grandissima minchiata: che lui al testo non ci fa caso, mette le parole in base a come suonano e se ne frega del significato. Questa squallida bugia secondo me la dice per svelare a tutti la minchionaggine dell&#8217;intervistatore che lo sta intervistando, per vedere se davvero ha ascoltato le sue canzoni, cio&#232; ascoltate <em>bene</em>, come si deve fare coi pezzi <em>seri</em>. La terza o quarta volta che gli ho sentito dare questa risposta (&#8220;Non non sono un poeta, mi interessano i suoni, improvviso sulla musica con una specie <em>wacciuwariwari</em> fino a quando poi trovo le sillabe giuste e pazienza se non hanno senso&#8221;) mi &#232; salito un nervoso pazzesco. Ma perch&#233; nessuno gli dice: scusa ma che cazzo dici?</p><p style="text-align: justify;">I testi di Castello sono dei testi paurosi, monumenti di scrittura, strapieni di contenuti. In una sola canzone ci sono temi personali e politici - spesso saldati insieme con una naturalezza da nobel per la letteratura, che ti fa pensare: ma certo che le cose stanno cos&#236;, &#232; chiaro che stanno cos&#236;, com&#8217;&#232; che non ci avevo mai fatto caso?-, ci sono concetti astratti, descrizioni concrete, stati d&#8217;animo messi a fuoco con esattezza millimetrica, critica sociale, critica alla critica sociale, critica alla critica della critica sociale, strati e strati di tutto ci&#242; che &#232; umano, troppo umano e anche post umano. I testi di Castello sono scritti in tutti i registri che la lingua italiana mette a disposizione dei suoi parlanti, dal ricercato al vernacolare, c&#8217;&#232; la lingua dei poeti del novecento, poi per&#242;, siccome a Castello l&#8217;italiano non basta, ci sono almeno due tipi di dialetto: quello antico, in certi punti perfino filologico, e quello dei picciotti di adesso, che &#232; pi&#249; che altro uno slang.</p><p style="text-align: justify;"><em>Scoglio volante</em>, l&#8217;ultimo pezzo dell&#8217;ultimo disco, ha un testo dalla metrica e dal lessico pirotecnico, ogni volta che lo ascolto penso alla reincarnazione di Battiato, ma seriamente, cio&#232; penso che tutte le castronerie che diceva ultimamente Battiato sulla metempsicosi e che io prendevo per deliri senili di una mente immaginifica, invece erano pura verit&#224;, Castello fa le sedute spiritiche e Battiato gli dice: tieni, scrivi queste parole, poi mettici questa musica qua, poi per&#242; tutti e due si mettono a litigare, col tavolino che balla e il medium che rotea gli occhi all&#8217;indietro entrando in una trance comatosa, e la canzone esce cos&#236;, come scritta da Battiato, per&#242; da un Battiato che ha circa 30 anni nel 2026.</p><p style="text-align: justify;">Non basta leggere le parole dei suoi testi, in questo Marco Castello ha ragione, i suoi testi vivono in quella musica, in quello spazio, in quel ritmo, in quella cadenza, a tirarli fuori e leggerli da soli, s&#236;, gli si farebbe un po&#8217; un torto (che poi &#232; la stessa cosa che dicono da sempre Bob Dylan e De Gregori, e forse sono strano io, ma le parole belle delle canzoni belle mi piacciono pure senza musica, e per il nobel a Dylan &#232; stato molto giusto) per&#242; questo succede proprio perch&#233; sono dei testi stupendi, se fossero solo degli <em>wacciuwariwari </em>starebbero su qualsiasi cosa.</p><p style="text-align: justify;">&#200; vero che quasi in ogni pezzo ci sono dei versi che possono apparire criptici o totalmente insensati. In realt&#224; per&#242; non lo sono affatto: si tratta quasi sempre di riferimenti al parlato locale, a espressioni di una sorta di idioletto siracusano (&#8220;Che bella palla che hai/dura come il ferro&#8221;,&#8220;Io che strico a terra con il culo&#8221;), oppure micro citazioni da canzoni antiche (&#8220;Nun c&#8217;&#232; lum&#232;ra, li lustru lu fai tu stidda Diana&#8221;), che al contrario sono quasi indispensabili alla comprensione del pezzo, perch&#233; forniscono importanti informazioni di contesto (ambientale, generazionale, culturale).</p><p style="text-align: justify;">Quando Castello risponde che non d&#224; importanza ai testi, un po&#8217; mente sapendo di mentire e un po&#8217; forse vuole evitare domande <em>pericolose</em>: l&#8217;ultimo disco si intitola &#8220;Quaglia sovversiva&#8221;. Uno che scrive le parole a caso, difficilmente sceglie un&#8217;accoppiata sostantivo/aggettivo cos&#236; inusuale.</p><p style="text-align: justify;">Quindi, anche senza sapere nulla (cosa pi&#249; che lecita) del rapporto etimologico che lega il toponimo <em>Ortigia </em>alla quaglia, veramente ci si pu&#242; accontentare di un &#8220;No, vabbe&#8217;, metto parole a caso&#8221; come risposta?</p><p style="text-align: justify;">La quaglia &#232; sovversiva perch&#233; si tratta di un album fatto interamente di testi furiosamente ribelli, sembra scritto da un bombarolo scalmanato, un brigatista che ha dormito per cinquant&#8217;anni e si &#232; svegliato di colpo e ha trovato l&#8217;overtourism, e in certi punti da un capo ultr&#224; che chiama la carica contro i celerini. Parla di piazzare bombe, manomettere impianti, disarmare i poliziotti, eludere posti di blocco, c&#8217;&#232; perfino una specie di ninna nanna per bambini che inneggia alla disobbedienza. Come si fa a farsi dare quella risposta senza inchiodarlo alle sue responsabilit&#224; di cattivo maestro della lotta armata?</p><p style="text-align: justify;">I testi di Marco Castello sono, al contrario di quello che lui dice, un gioco molto raffinato, e sono pensati e studiati fin nel minimo dettaglio, al pari degli arrangiamenti. Uno dei ritornelli dell&#8217;ultimo album &#232; costruito su una frase ad altissimo volume di retorica: &#8220;E ci riapproprieremo degli spazi&#8221;, che &#232; uno slogan da movimento delle sardine o come si chiamavano, uno di quei clich&#233; formulati con l&#8217;antilingua di Calvino. Solo che Castello le fa fare tutto il giro e la fa diventare autentica: il testo parla di sovversione, nel senso letterale del termine (capovolgere il corso delle cose, farle girare al contrario) e infatti gli riesce questo miracolo di lingua e di pensiero: trasformare una frase brutta in una frase bella. Quando intervistate Marco Castello, intervistatelo meglio, per favore: &#232; il siracusano migliore che abbiamo.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Lo si trova in molte scuole, non solo nella mia, credo anche a causa del nome in copertina: Luca Serianni, insigne e compianto linguista che ha supervisionato il testo e contribuito alla sua stesura.</p><p style="text-align: justify;">Tiro in ballo Serianni solo a garanzia del fatto che si tratta di un manuale che punta, come ha sempre fatto il suo curatore,  alla massima chiarezza.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Chiedo se si tratta di questo e subito mi rispondono: <em>no, no, &#232; un verbo fattivo o causativo prof, forma un solo predicato verbale insieme all&#8217;infinito che lo segue.</em></p><p style="text-align: justify;">Il problema, in realt&#224;, era tutto un altro: &#171;Che significa <em>recapitare</em>?&#187;</p><p style="text-align: justify;">Siamo in una seconda media, i ragazzi hanno dodici anni, ci sono milioni di parole ed espressioni che non conoscono ancora o che, per vari motivi, ancora fraintendono (una settimana fa ho scoperto che un&#8217;intera classe utilizzava l&#8217;espressione <em>madre lingua</em> intendendo con essa &#8220;di lingua inglese&#8221;, perch&#233; la sentono sempre riferita a qualcuno che parla bene l&#8217;inglese), quindi ci sono abituato, non &#232; che <em>recapitare</em> mi stupisca.</p><p style="text-align: justify;">Forse il libro avrebbe potuto utilizzare verbi pi&#249; comuni, come <em>inviare</em> o <em>spedire</em> o <em>consegnare</em>, ancora molto diffusi a causa del fatto che li si utilizza spesso a proposito di chat, DM, file, mail e corrieri espresso vari, e invece ha optato (secondo me giustamente) per <em>recapitare</em>, meno frequente, forse proprio per consentire ai ragazzi di imparare una parola diversa, una parola <em>in pi&#249;</em>.</p><p style="text-align: justify;">I ragazzi, una volta ottenuto il chiarimento, hanno tradotto a loro stessi <em>recapitare</em> con <em>Delivery. </em>Non conoscono il termine italiano, ma capiscono quello inglese: fino a una ventina d&#8217;anni fa questa stessa cosa succedeva con il dialetto. </p><p style="text-align: justify;">Fa un po&#8217; impressione, vero? </p><p style="text-align: justify;">A me non tanto, ma solo perch&#233; mi succede tutti i giorni.</p><p style="text-align: justify;"><em>Delivery</em>, insomma, &#232; una parola che rientra nell&#8217;uso comune e <em>recapitare</em> invece no. Come la mettiamo, quindi, nel 2026, con la questione dell&#8217;antilingua? Gli esercizi del libro di Serianni parlano come il carabiniere di Calvino?</p><p style="text-align: justify;">Secondo me no, una cosa &#232; l&#8217;antilingua, un&#8217;altra &#232; l&#8217;impoverimento lessicale: in comune hanno solo che si tratta di due fenomeni da governare, quantomeno a scuola.</p><p style="text-align: justify;">Il problema, almeno il mio, &#232; proprio questo: come si fa? La risposta pi&#249; ovvia (e secondo me pi&#249; giusta) &#232;: con le letture. Qua per&#242; il problema si fa pi&#249; intricato: quali?</p><p style="text-align: justify;">La risposta immediata &#232;: quelle che arricchiscono il lessico, cio&#232; quelle che aumentano il numero di parole (lemmi) a disposizione del parlante o dello scrivente. Lemmi italiani, per&#242;, perch&#233; quelli inglesi (che una volta erano quelli dei dialetti locali) sono gi&#224; a sua disposizione: non &#232; sovranismo linguistico, &#232; che insegno italiano, e in seconda media, uno dei miei principali obiettivi didattici &#232; ampliare il lessico di parlanti dodicenni che si bloccano di fronte a <em>recapitare</em>. </p><p style="text-align: justify;">Non per fare l&#8217;impiegato pubblico che si lamenta sempre, per&#242; non &#232; semplicissimo. </p><p style="text-align: justify;">Bisognerebbe scegliere letture che siano arricchenti e allo stesso tempo non scoraggianti: <em>sfidanti</em> (calco dall&#8217;inglese, intenzionale, cos&#236; cominciate a capirmi), s&#236;, ma alla loro portata, cio&#232; che non contengano troppi termini come <em>recapitare</em> o <em>cavatappi</em> (altra parola su cui si erano bloccati in classe qualche settimana prima).</p><p style="text-align: justify;">Di testi cos&#236; ce ne sono un bel po&#8217;, non mancano, a patto per&#242; di confezionarli su misura: si prende un romanzo o un racconto e se ne sceglie una parte, quella pi&#249; adatta a dei dodicenni che devono arricchire il lessico. Per fortuna, l&#8217;antologia presenta un buon numero di testi  pronti all&#8217;uso e in classe ne leggiamo almeno uno tutti i giorni. </p><p style="text-align: justify;">Il problema vero sono le letture integrali. Trovare un libro che, da cima a fondo, li <em>sfidi</em> senza farli sentire frustrati &#232; pi&#249; difficile: alcuni li annoiano perch&#233; sono troppo da bambini, altri perch&#233; sono troppo da grandi (le medie sono una terra di mezzo in cui se accontenti qualcuno, scontenti qualcun altro). Quest&#8217;anno stiamo leggendo <em>Matilde</em> di Dahl, <em>Coraline</em> di Gayman, <em>Skellig</em> di Almond, <em>Io non ho paura</em> di Ammanniti, <em>L&#8217;amico ritrovato</em> di Uhlmann, <em>Un anno terribile</em> di Fante, L<em>o strano caso del cane ucciso a mezzanotte</em> di Haddon. Come si vede, sono per lo pi&#249; testi in traduzione, cosa che, mi sono accorto con gli anni, gioca a favore quando si cerca una lingua con meno <em>recapitare </em>possibile.</p><p style="text-align: justify;">Funziona? Insomma, dipende, con alcuni s&#236;, con altri meno, per alcuni &#232; una tortura cinese, per altri un piacere celestiale, in certe classi il libro piace molto, in altre annoia, inutile parlare di gusti e di reazioni (<em>reaction</em>, altro calco dall&#8217;inglese, anche questo intenzionale, li sentite i nervi che s&#8217;intostano?). A scuola si legge perch&#233; te lo dice l&#8217;insegnante, punto e basta: non &#232; che quando risolvi un&#8217;espressione di secondo grado quella di matematica ti chiede se t&#8217;&#232; piaciuta o no.</p><p style="text-align: justify;">Il lessico dei libri che ho elencato, e a volte perfino delle letture gi&#224; tarate per la loro et&#224;  dall&#8217;antologia, &#232; per molti ragazzi (una percentuale che stimerei intorno al 50% di ogni classe) impegnativo. Sfidante (di nuovo, s&#236;: cominciate ad aver voglia di tagliare qualche ciocca di capelli anche voi, vero?). </p><p style="text-align: justify;">Tra gli undici e i tredici anni, questo tipo di testo narrativo, caratterizzato da una lingua media, piana, smussata, <em>standard</em> (frequente nei libri per ragazzi in traduzione), comporta <em>comunque</em> un certo grado di difficolt&#224;. Ricordiamocelo, sar&#224; utile per la parte di ragionamento che arriva adesso.</p><p style="text-align: justify;">Alla stessa et&#224; e nello stesso posto, gli stessi ragazzi leggono con lo stesso insegnante un secondo gruppo di testi. Vogliamo vedere quali? Una corposa selezione di canti di Iliade e Odissea, in versi (e spesso anche nelle famose traduzioni del Monti e del Pindemonte, 1825 e 1822). Si leggono anche diversi passi della <em>Commedia</em>, alcuni anche tra i pi&#249; ostici, come l&#8217;orazione alla Vergine di Bernardo nel XXXIII del <em>Paradiso.</em> Alcuni brani tratti dal <em>Milione </em>di Marco Polo<em>, </em>dal C<em>ortegiano </em>del Castiglione<em> </em>e dal <em>Principe </em>del Machiavelli. Canti assortiti del <em>Morgante </em>del Pulci, dell&#8217;<em>Innamorato</em> del Boiardo e del <em>Furioso</em> dell&#8217;Ariosto, e poi anche della<em> Liberata</em> del Tasso. Poi, s&#236;, anche capitoli e lacerti vari tratti da <em>I promessi sposi</em>, qualche novella di Giovanni Verga e di Luigi Pirandello, alcune poesie di D&#8217;Annunzio, di Pascoli e di Montale.</p><p style="text-align: justify;">Lo iato che c&#8217;&#232; tra i due gruppi di testi secondo me &#232; abbastanza evidente: non si tratta solo di difficolt&#224; lessicali, si tratta quasi di due lingue <em>diverse</em>.</p><p style="text-align: justify;">A occhio, che tipo di arricchimento lessicale (e di stile e di registro e di tono ecc) possono trarre dalla Divina Commedia, dai Promessi sposi dei parlanti che vanno in crisi con <em>recapitare</em> e per capirlo ricorrono a <em>Delivery?</em></p><p style="text-align: justify;">Il primo gruppo di testi lo seleziono io insieme a qualche altro collega, andando per tentativi, per esperienza diretta o indiretta.</p><p style="text-align: justify;">Il secondo gruppo  (<em>Divina Commedia</em> ecc) sono <em>da programma</em>, nel senso che  li trovi sul libro di testo, un libro che le famiglie comprano (cio&#232; pagano) a inizio anno perch&#233; si suppone che verr&#224; usato regolarmente (oltretutto, inutile nasconderselo, &#232; sulla scorta dell&#8217;indice del libro che i dipartimenti di lettere delle scuole modellano la loro <em>progettazione didattica</em>). Significa, in soldoni, che i grandi testi dei grandi autori della letteratura italiana <em>vanno</em> letti, vanno affrontati, vanno studiati. A undici, dodici, tredici, quindici anni.</p><p style="text-align: justify;">Ha senso? Un po&#8217; s&#236;: lo studio della storia letteratura &#232; una componente non solo rilevante ma anche <em>funzionale </em>allo studio della lingua, su questo credo ci sia unanimit&#224; di opinione. Il problema &#232; che la storia della letteratura si mangia <em>un sacco</em> di tempo rispetto a tutto il resto. </p><p style="text-align: justify;">Le asperit&#224; sintattiche e lessicali di un qualsiasi testo della tradizione letteraria italiana richiedono talmente tanti passaggi di comprensione che i ragazzi non riescono a considerarla una parafrasi e la chiamano tutti <em>traduzione. </em>Se ci pensiamo, poi,  una parte  consistente del canone letterario italiano &#232; composto da poesie, cosa che nel primo ciclo di istruzione (nel quale secondo me avrebbe senso far rientrare anche il biennio delle scuole superiori) comporta un <em>surplus</em> di fatica: una poesia del trecento o del primo novecento &#232; un concentrato di lessico desueto, polisemia, figure retoriche di suono e di significato (non sarebbe poesia se non lo fosse).</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; allora a scuola insistiamo cos&#236; tanto su testi di questo tipo?</p><p style="text-align: justify;">Mi piace molto la risposta che in questi giorni sento dare a insegnanti e laici: perch&#233; se eliminiamo o ridimensioniamo i testi <em>difficili</em>, impoveriamo il bagaglio linguistico dei ragazzi e limitiamo la loro futura comprensione di s&#233; stessi, della vita e del mondo. Solo che secondo me &#232; una risposta sincera fino a un certo punto.</p><p style="text-align: justify;">Lavorare a scuola me ne suggerisce una pi&#249; schietta:  perch&#233; s&#236;. Perch&#233; lo si &#232; sempre fatto. </p><p style="text-align: justify;">Non direi che si tratta per&#242; di semplice consuetudine, &#232; qualcosa di pi&#249;. </p><p style="text-align: justify;">C&#8217;&#232; un&#8217;idea archetipica, o forse prototipica di scuola che noi italiani abbiamo in testa, ed &#232; a-storica, eterna, immutabile: in questa idea, la <em>scuola </em>&#232; un tutt&#8217;uno con <em>certi testi</em>. Senza quei testi, non &#232; scuola. La scuola &#232; fatta per il 50% di aule, banchi, compagni di classe e bidelli e per il restante 50% di Divina Commedia e Promessi Sposi<em>.</em> </p><p style="text-align: justify;">La scuola italiana &#232; nata con quelle letture, nel senso che fu costruita <em>su e</em> <em>con </em>quelle letture. Non sono sicuro che servano ancora ad ampliare il lessico degli studenti o a mostrare loro la variet&#224; dei costrutti sintattici e la  versatilit&#224; della lingua nazionale. Sospetto invece che siano sopravvissute a un secolo e mezzo di istruzione pubblica perch&#233;, in Italia, <em>chi non fa niente non fa sbaglia niente</em>, e, nel dubbio, &#232; sempre meglio rimanere fermi.</p><p style="text-align: justify;">Le indicazioni nazionali per lo studio della letteratura, quelle di cui in questi giorni ci stiamo divertendo a discutere, non mi sembrano un documento di destra, non mi danno la sensazione di essere state scritte da un gruppo di reazionari illiberali e retrivi che vogliono impoverire culturalmente il popolo per poterlo piegare con pi&#249; agio al basto oppressivo dei governanti.</p><p style="text-align: justify;">Al contrario, mi sembrano un tentativo (sorprendente, se si pensa al ministro che le ha richieste e alla composizione del governo in carica) di smuovere un minimo le acque,  di adeguare al presente ci&#242; che si pu&#242; ragionevolmente adeguare e provare, se non altro, a ragionare in prospettiva futura. Un tentativo autentico, dove con autentico si intende pratico, fattuale, <em>mains sales </em>dentro fino ai gomiti su <em>programmi</em> e obiettivi didattici.</p><p style="text-align: justify;">Faccio l&#8217;insegnante ormai da abbastanza anni da avere imparato che le scuola sono costruite coi muri di gomma e che, indipendentemente da cosa ci sia scritto dentro, anche queste nuove indicazioni nazionali, come (quasi) tutte quelle che le hanno precedute, saranno inghiottite da un <em>blob</em>. Non sono le indicazioni a essere conservatrici, &#232; pi&#249; che altro la scuola a esserlo.</p><p style="text-align: justify;">A scuola, ogni insegnante &#232; un Principe di Salina e ogni collegio dei docenti &#232; un congresso di Vienna.</p><p style="text-align: justify;">Non esistono indicazioni nazionali che un organismo scolastico di qualunque ordine e grado non sia in grado di biodegradare nel giro di poche ore lavorative, quelle necessarie a predisporre una tabella di conversione in formato Word, con cui si cambia nome a questo o a quello e si continua a fare quello che si &#232; sempre fatto, come si &#232; sempre fatto, nel mese dell&#8217;anno in cui lo si &#232; sempre fatto.</p><p style="text-align: justify;">La spiegazione forse sta un po&#8217; nell&#8217;indolenza senile: l&#8217;et&#224; media dei docenti italiani &#232; di 48 anni, e i cani vecchi non imparano trucchi nuovi (un altro calco dall&#8217;inglese, vediamo quanto resistete), e un po&#8217; nel solito familismo amorale: nessuno crede n&#233; creder&#224; mai che un cambiamento si possa proporre per sincera voglia di fare <em>meglio</em>, mentre tutti saremo sempre propensi a credere che lo si faccia per secondi fini, per interesse privato, di pochi, di chi comanda, di chi ha il potere o vuole conquistarlo.</p><p style="text-align: justify;">In pi&#249;, c&#8217;&#232; la presunzione dell&#8217;insegnante, un virus che ti contagia subito, appena ti nominano in ruolo, anche se ti vaccini prima: l&#8217;insegnante &#232; sempre sicuro di saperne di pi&#249; di tutti quanti sulla scuola, pi&#249; dei pedagogisti, pi&#249; dei docimologi, pi&#249; dei sociologi, pi&#249; degli esperti di didattica, degli ordinari di letteratura italiana, del presidente onorario della Crusca. Che ne sanno questi tizi di cos&#8217;&#232; <em>davvero</em> una scuola?  La sanno preparare una tabella di conversione Word in meno di dieci minuti?</p><p style="text-align: justify;">&#200; la riproposizione in chiave scolastica della dialettica tra capocantiere e ingegnere, solo che a scuola la sintesi non si trova mai, perch&#233; superbia e diffidenza ci portano a non aprire mai nessuna vera discussione produttiva, al massimo solo polemiche di qualche giorno. Insegnanti ed esperti annuiscono con finta deferenza gli uni verso gli altri, mentre nella loro mente sorridono beffardi, gli uni pensando: <em>nel frattempo per&#242; ti becchi queste nuove indicazioni e se non altro ti toccher&#224; la fatica di preparare una  tabella in Word con la formattazione che sballa di continuo</em>. Gli altri ghignando: <em>s&#236;, s&#236;, ma tanto poi in classe faccio come dico io</em>.</p><p style="text-align: justify;"> </p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Un testo tradotto tramite l&#8217;Ai no, chi lo traduce (o  addirittura lo trova gi&#224; tradotto) e lo pubblica non ha riversato in esso le proprie intenzioni comunicative: lo ha diffuso, di certo trovandolo consono a un suo stato d&#8217;animo (forse talmente urgente da non lasciare tempo a una elaborazione e produzione testuale personale) e lo ha &#8220;fatto suo&#8221;. <br>Io posso fare mia una poesia di Petrarca o il testo di una canzone di Battisti o il manifesto del partito comunista, senza per&#242; esserne l&#8217;autore. Significa che quelle parole non sono mie, non le ho pensate io, non ho deciso io il tono, il registro, la temperatura del testo (cosa possibile da fare anche servendosi di un&#8217;Ai). <br>La differenza c&#8217;&#232;: un tredicenne che fosse in grado di concepire e poi mettere su pagina un testo come quello che tutti abbiamo letto, da un punto di vista squisitamente etico (e dunque sociale), sarebbe imputabile, eccome, dell&#8217;atto che ha compiuto. Un testo che descrive con tanta lucidit&#224; la propria condizione psichica ed emotiva e che con altrettanta lucidit&#224; dichiara la propria volont&#224; di agire, di mettere in pratica quanto, con ancora maggiore lucidit&#224;, si &#232; premeditato di fare, sarebbe, per la sua stessa natura, il testo di una persona da considerare totalmente responsabile (a dispetto dell&#8217;et&#224;) di ci&#242; che ha fatto.<br>Il tredicenne di cui parliamo non ha scritto quel testo, lo ha usato come una specie di format che la rete gli ha messo a disposizione, limitandosi a tradurlo con l&#8217;aiuto di un&#8217;Ai, oppure, appunto, trovandolo gi&#224; tradotto. <br>Mi spingerei a dire che quel testo non solo non &#232; stato scritto da <em>quel</em> tredicenne, ma non &#232; nemmeno stato scritto da <em>un</em> tredicenne. <br>In quel testo non c&#8217;&#232; nessun vero tredicenne, c&#8217;&#232; un tredicenne da serie tv Netflix, c&#8217;&#232; il tredicenne che ci sarebbe nelle carte di Propp se le carte di Propp prevedessero la figura del tredicenne.<br>Questo inficia del tutto non solo la veridicit&#224; di quel testo, ma perfino la sua verosimiglianza: trattandosi di un formato standard, utilizzato cos&#236; com&#8217;&#232; o con degli aggiustamenti minimi, non dice nulla delle persone di cui parla. I genitori e l&#8217;insegnante descritti in quel testo possono benissimo non avere nessun punto di contatto con i genitori e l&#8217;insegnante di chi l&#8217;ha postato. La stessa condizione di insofferenza verso la routine e le norme o la permalosit&#224; intorno alle quali fa perno tutto il racconto potrebbero non avere niente a che vedere con i sentimenti e i disagi del ragazzo che ha poi accoltellato l&#8217;insegnante. Anzi, se ci si vuole affidare almeno inizialmente a euristiche, la figura dell&#8217;insegnante non collima neanche in parte con quelle descritte nel manifesto postato dall&#8217;aggressore. Il ritratto dell&#8217;insegnante fatto da studenti, colleghi e conoscenti, oltre che da testo - questo sicuramente di suo pugno, per quanto dettato all&#8217;avvocato-  che essa stessa ha pubblicato, &#232; impossibile da far coincidere con quello di un&#8217;insegnate sadica, vessatoria, disinteressata agli episodi di bullismo che avvengono in classe.  <br>Nel testo pubblicato dal ragazzo, l&#8217;insegnante somiglia a un insegnante primo novecento. A me ha evocato l&#8217;immagine a cartoni animati del film The Wall, col professore che infila gli studenti dentro un tritacarne. Si tratta di un tipo umano quasi del tutto estinto, che &#232; statisticamente improbabile trovare in classe, in particolare alla scuola primaria e alla secondaria di primo grado, dove i docenti hanno tutti ricevuto formazione specifica sulla gestione del conflitto, sui fenomeni psicologi e sociali che possono manifestarsi tra gli studenti, sulle modalit&#224; comunicative da adottare con alunni e famiglie, sulle figure da allertare in caso di comportamenti a rischio. <br>Se anche quest&#8217;ultima parte di ragionamento si rivelasse tra qualche giorno completamente sbagliata, e si ricostruisse la vicenda fino a scoprire che l&#8217;insegnante era effettivamente sadica e con la tendenza a ignorare, se non addirittura a incoraggiare, gli episodi di bullismo nelle sue classi, rimane il fatto che ci&#242; non &#232; deducibile da un testo che, al momento, non ha una chiara paternit&#224;. <br>Se, come a me sembra probabile, il ragazzo non &#232; l&#8217;autore di quel testo, la prospettiva cambia eccome: la vittima &#232; stata scelta in quanto responsabile di vessazioni, vere o presunte, o in quanto vittima &#8220;accessibile&#8221;? <br>I riferimenti ai genitori e gli ordigni difettosi trovati in casa sua,  insinuano il ragionevole dubbio che il ragazzo cercasse <em>una</em> vittima o <em>delle</em> vittime, e non quella vittima specifica. <br>Lo stesso utilizzo di un format (o manifesto) spinge in questa direzione: se ho da dire qualcosa a qualcuno, lo faccio io, se invece voglio fare un gesto plateale e basta, posso affidare la didascalia del video a un testo che parla genericamente di disagio, vendetta, ribellione. <br>Le persone presenti in quel testo, forse &#232; il caso di notarlo, non hanno nomi, oltre a non avere nessuna connotazione: sono appunto tutte carte di Propp. I genitori assenti o strafottenti, l&#8217;insegnante sadico e frustrato, lo studente bullizzato e rancoroso. Mancano la principessa, il contadino e l&#8217;aiutante, poi c&#8217;&#232; tutto quello che serve per costruire una storia.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ansia]]></title><description><![CDATA[Per una farmacopea della valutazione didattica]]></description><link>https://mariofillioley.substack.com/p/ansia</link><guid isPermaLink="false">https://mariofillioley.substack.com/p/ansia</guid><dc:creator><![CDATA[Aciribiceci]]></dc:creator><pubDate>Mon, 23 Mar 2026 06:32:14 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!muY4!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0cb84bc7-5b40-417a-816d-922271f513d7_2666x1142.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!muY4!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0cb84bc7-5b40-417a-816d-922271f513d7_2666x1142.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!muY4!, /__u/mariofillioley.substack.com/w_424, /__u/mariofillioley.substack.com/c_limit, /__u/mariofillioley.substack.com/f_webp, /__u/mariofillioley.substack.com/q_auto:good, /__u/mariofillioley.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0cb84bc7-5b40-417a-816d-922271f513d7_2666x1142.png 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!muY4!, /__u/mariofillioley.substack.com/w_848, /__u/mariofillioley.substack.com/c_limit, /__u/mariofillioley.substack.com/f_webp, /__u/mariofillioley.substack.com/q_auto:good, 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Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p style="text-align: justify;">Interrogare &#232; un verbo poliziesco, sono anni che ne cerco uno pi&#249; adatto, ma non ne trovo mai di decenti: &#8220;esposizioni orali&#8221; &#232; talmente burocratico da suonarmi perfino pi&#249; violento, &#8220;esposizioni orali&#8221; &#232; una cosa che avrebbero benissimo potuto scrivere gli inquisitori del Sant&#8217;Uffizio dopo aver condannato allo smembramento un eretico reticente. Oltretutto stiamo parlando di una prima media del 2026, immaginarsi l&#8217;interrogazione come interrogatorio &#232; davvero fuorviante, provo a spiegare perch&#233; partendo da una una descrizione sommaria della classe (e pazienza se <em>sommaria</em> significa per forza un po&#8217; stereotipata) .</p><p style="text-align: justify;">I ragazzi della prima in cui insegno sono piccoli, i maschi anche fisicamente, le ragazze sono pi&#249; sveglie, come sempre, ma anche loro infantili, anche quelle (poche) che gi&#224; un po&#8217; civettano.</p><p style="text-align: justify;">Sono arrivati dalla scuola primaria con una preparazione approssimativa, per&#242; sono tutti ragazzi contenti di venire a scuola, e, cosa di grandissimo aiuto, anche se fanno un casino pazzesco (un casino infantile), sono solo quindici e quindi &#232; un casino gestibile: una prima in cui puoi gestire il caos &#232; una prima con cui puoi parlare, o almeno provarci, un&#8217;occasione da non perdere.</p><p style="text-align: justify;">Vediamo con chi &#232; che parlo, allora.</p><p style="text-align: justify;">Classe prima significa che hanno quasi tutti tra i dieci e gli undici anni.</p><p style="text-align: justify;">Quasi perch&#233; ci sono, o meglio ci sarebbero: un ripetente (bocciato per assenze, l&#8217;anno scorso) che di anni ne ha gi&#224; dodici (ma non viene a scuola nemmeno quest&#8217;anno), e un <em>caminante</em> che ne ha quindici, ma siccome &#232; &#8220;la stagione dei palloncini&#8221;, anche lui non viene mai (non ho mai capito quanto dura la stagione dei palloncini, se glielo chiedi ti dicono sempre che la stagione dei palloncini o sta per cominciare o &#232; gi&#224; in corso, anzi no, prof, siamo <em>nel bel mezzo</em> della stagione dei palloncini: la stagione dei palloncini &#232; come i Pavesini, &#232; SEMPRE la stagione dei palloncini).</p><p style="text-align: justify;">Poi c&#8217;&#232; un ragazzino, autistico ad alto funzionamento, con sostegno per quasi tutte le ore.</p><p style="text-align: justify;">Sostegno &#232; brava, preparata, simpatica e molto ipocondriaca.</p><p style="text-align: justify;">Come tutti gli ipocondriaci, ama parlare di malanni, basta che uno si soffi il naso (in prima media per soffiarsi il naso si alzano, vanno al cestino, si fermano, si girano verso l&#8217;uditorio, fanno una specie di inchino, simile a quello che fanno i direttori d&#8217;orchestra prima di cominciare a dirigere il Lohengrin, poi prendono fiato e producono un barrito assordante e lunghissimo, che quando lo senti ti viene voglia di urlare AAAAAZIBEGNA in lingua zul&#249; come nel Re Leone) e lei subito comincia a chiacchierare di streptococco con il ragazzino (il quale sta approfondendo ossessivamente, per i fatti tuoi, i sintomi, l&#8217;eziologia e le terapie d&#8217;elezione di decine di malattie), e da l&#236; la chiacchiera si diffonde al resto degli studenti, tracima dai banchi ed esonda sommergendomi (io non sto mai seduto, ho paura di sedermi, ho paura di scrivere sulla Lim, ho paura di dare le spalle alla classe, vivo nel terrore di sentire il barrito dell&#8217;elefante).</p><p style="text-align: justify;">Anche se tendo a non corrispondere mai alla chiacchiera, devo ammettere che spesso sbircio dentro l&#8217;enorme borsa dei farmaci che Sostegno si porta dietro ogni giorno (Sostegno &#232; una stakanovista dell&#8217;insegnamento, viene a scuola tutti i giorni anche se tutti i giorni &#232; malata, febbricitante, infiammata, influenzata, raffreddata, immunodepressa, ma come fa a lavorare cos&#236; tanto con tutti questi malanni?). Sostegno (e ormai anche il ragazzino autistico, in virt&#249; della sua acquisita competenza in materia di farmaci), &#232; considerata da tutta la classe l&#8217;autorit&#224; sanitaria di riferimento: &#232; a lei che i ragazzi dicono: &#8220;Prof, mi sento un po&#8217; male&#8221;, e poi le chiedono di fare da tramite per ottenere esoneri dal compito, rinvii di interrogazioni, permessi per uscire in corridoio, chiamare a casa ecc. ecc.</p><p style="text-align: justify;">Va bene, in ogni caso la classe lavora quasi tutta (il ragazzino con Sostegno, pi&#249; che studiare italiano o storia, &#232; sempre concentrato su test a doppio cieco o altre indagini statistiche, secondo me lavora gi&#224; per qualche multinazionale farmaceutica), anche se sarebbe meglio dire che la classe <em>lavorava</em>, o ha lavorato.</p><p style="text-align: justify;">Dopo le vacanze di Natale, si sono scordati praticamente tutto: quatto mesi di verbi, coniugazioni regolari e irregolari, forme attive, passive e riflessive, transitivi e intransitivi, riconoscimento delle interferenze pi&#249; comuni con il dialetto ecc, puff, tutto dissolto.</p><p style="text-align: justify;">Va bene, ci sta, capita in tutte le classi, l&#8217;autunno crea, il natale distrugge, mi metto l&#224; e dico: ragazzi, rimbocchiamoci le maniche, adesso ci facciamo un bel ripasso e ci rimettiamo in carreggiata. Poi, dopo circa tre settimane di &#8220;gare&#8221;, giochini, quiz, attivit&#224; scritte e orali di vario tipo, tutoring, mentoring, educazione tra pari, insomma tutta una serie di lavori fatti in classe apposta per prepararci bene al momento della verifica orale, fisso una data con una decina di giorni di anticipo e rendo noto a tutti in tutte le forme ammesse (diario, registro elettronico, grandi scritte sulla Lim - faticosissime, visto che non mi posso girare e devo scrivere stando di fianco) che giorno x interrogher&#242; sui verbi.</p><p style="text-align: justify;">Interrogare, come dicevo all&#8217;inizio, &#232; un parolone (orribile), siamo in prima media: vieni alla lavagna, ci trovi scritta una voce verbale (le scrivo di notte, quando non c&#8217;&#232; nessuno) e devi analizzarla: modo, tempo e persona.</p><p style="text-align: justify;">Dopo cinque anni di elementari e sei mesi di medie non dovrebbe essere niente di troppo difficile. E invece no: risultati scadenti.</p><p style="text-align: justify;">Pazienza, mi dico, che ci posso fare? Inutile disperarsi. Metto dei voti bassini ma non bassi, cio&#232; mai cos&#236; bassi da scoraggiare un recupero, poi chiudo il registro elettronico e dico vabb&#232; ora basta, dai, leggiamoci qualche cosa, distraiamoci, prendiamo l&#8217;antologia, cerchiamo una cosa bella, cambiamo argomento.</p><p style="text-align: justify;">Loro per&#242; sono elettrici, c&#8217;&#232; tensione, fanno commenti, si rivolgono a Sostegno per chiederle di scoprire come sono andate le interrogazioni. Io gioco d&#8217;anticipo, chiedo: che avete ragazzi, tutto bene?</p><p style="text-align: justify;">Mi dicono: POSSIAMO FARE AUTOVALUTAZIONE?</p><p style="text-align: justify;">Dopo tanti anni, dovrei essere abituato a sentirgli usare il didattichese, dovrei essere rassegnato al fatto che conoscano e si esprimano tramite questa antilingua oscena con cui io mi trovo ad avere a che fare tutti i giorni e dalla quale cerco di proteggerli facendo scudo col mio corpo. Invece niente, &#232; ancora un nervo scoperto, ogni volta mi trafiggono. quindi gli sento dire &#8220;autovalutazione&#8221; e subito mi serve un ricaptatore della serotonina (chiedo a Sostegno: ce l&#8217;hai? E quella si mette a rovistare nella sua borsa di tela, mentre il ragazzino autistico comincia a elencare le controindicazioni, i principi attivi e il regime di dispensazione).</p><p style="text-align: justify;">So benissimo cosa intendono i ragazzi con &#8220;fare autovalutazione&#8221;: tirare a indovinare il voto che hanno preso interpretando le mie espressioni facciali come le interiora fumanti di un animale offerto in sacrificio.</p><p style="text-align: justify;">So anche che, per pura scaramanzia o per simulare il sollievo del &#8220;pensavo peggio&#8221;, tutti ribasseranno di uno o due punti il voto che hanno davvero in mente. Infatti appena dico: ok, fate autovalutazione, parte la ridda di ipotesi al ribasso. 4, 5, 4, 6, qualcuno azzarda un 6,5. I pi&#249; si limitano a puntare sul rosso o sul nero: sopra la sufficienza, sotto la sufficienza.</p><p style="text-align: justify;">Non so quali informazioni riescano a carpire dalla mia poker face, anche perch&#233; mentre loro si autovalutano io fingo di non badare molto a questi numeretti, di avere altro da fare (in realt&#224; ho le orecchie a dobermann), scrivo cose che poi cancello sul registro elettronico, spengo e riaccendo la Lim per debuggarla (non si debugga mai), prendo tutti i pizzini di ingresso/uscita anticipata che sono perfettamente in ordine dentro una busta trasparente e fingendo di riordinarli li incasino tutti, tipo quando rimescoli le carte per la briscola, apposta per fare uscire pazzo il coordinatore di classe, e poi li vado a nascondere dentro l&#8217;armadietto, sotto le cartine geografiche di quando c&#8217;era l&#8217;Urss e il Myanmar si chiamava Birmania).</p><p style="text-align: justify;">Poi dico ai ragazzi: possiamo fare un&#8217;autovalutazione un po&#8217; diversa oggi? (Con le prime con cui si pu&#242; parlare, si deve parlare, abbiamo detto).</p><p style="text-align: justify;">Loro sembrano interessati: potrebbe essere un modo per scoprire che voto hanno preso davvero. Facciamo cos&#236;, dico: sembra che un po&#8217; tutti pensiate di non aver fatto una buona interrogazione. Secondo voi, quand&#8217;&#232; che un&#8217;interrogazione va male?</p><p style="text-align: justify;">Il mio intento &#232;, ovviamente, tirargli fuori la risposta che voglio, cio&#232; che l&#8217;interrogazione va male quando non sei stato attento per diverse lezioni di seguito, anzi quando non sei stato attento nemmeno a cosa veniva chiesto ai compagni interrogati prima di te, va male quando non hai ripassato per tre settimane, quando non hai fatto gli esercizi in classe, quando hai copiato al posto di farli tu, oppure che ne so, anche cose tipo: l&#8217;interrogazione va male quando il prof ti fa domande difficili o pi&#249; difficili che agli altri, quando non hai capito bene e il prof non ti aiuta a capire meglio, quando hai frainteso la consegna dell&#8217;esercizio.</p><p style="text-align: justify;">La risposta che invece hanno dato tutti &#232; stata un&#8217;altra, ed &#232; stata univoca, uguale per tutti, universale, unanime: l&#8217;interrogazione va male quando hai l&#8217;ansia.</p><p style="text-align: justify;">Ok, giusto, penso io, hanno l&#8217;ansia, certo. Sapevano tutto, erano preparatissimi, per&#242; l&#8217;ansia gli ha giocato un tiro birbone.</p><p style="text-align: justify;">Una cosa per&#242; non mi torna. C&#8217;&#232; una bella differenza tra quando interrogo, che so, su storia e quando interrogo su grammatica.</p><p style="text-align: justify;">Su storia, effettivamente, faccio delle domande: mi servono per rendermi conto se hanno fatto attenzione durante i lavori in classe, e quindi hanno un&#8217;idea del nesso che lega un evento con un altro oppure se sanno individuare sulla cartina geografica lo spostamento di un popolo o un esercito da un territorio verso un altro. E loro queste domande LE ODIANO con tutto il cuore. Le considerano una forma di crudelt&#224;, perch&#233; tutto quello che vorrebbero fare durante l&#8217;interrogazione sarebbe ripetermi alla perfezione quello che c&#8217;&#232; scritto sul paragrafo del libro di testo. A bomba. Perch&#233; ci hanno messo un pomeriggio intero per impararlo, al doposcuola o con la mamma o il pap&#224; o i nonni, spesso senza capire una sola parola. Anche se io non gli ho mai detto di farlo, e anzi tento ogni giorno, per ore, di scoraggiarli da questa pratica inutile e dannosa.</p><p style="text-align: justify;">Invece le interrogazioni su grammatica consistono proprio nel dire: <em>voce del verbo Fare, indicativo, futuro anteriore, terza persona plurale</em>.</p><p style="text-align: justify;">I verbi sono forse l&#8217;unica cosa che facciamo in classe che si presti al loro modo di studiare un po&#8217; stolido e molto mnemonico.</p><p style="text-align: justify;">Una voce verbale o te la ricordi o non te la ricordi, non &#232; una pagina di storia o un brano di letteratura, non devi seguire un filo, ricostruire degli eventi, trovare nessi causa effetto: i verbi o li sai o non li sai, cio&#232; esattamente il tipo di studio che piace tanto a loro, alle loro famiglie, ai loro doposcuola. Perch&#233; allora hanno l&#8217;ansia?</p><p style="text-align: justify;">Tento nuovamente di orientare le loro risposte: e quand&#8217;&#232; che viene l&#8217;ansia?, chiedo.</p><p style="text-align: justify;">Mi aspettavo risposte come: quando non sono sicuro, quando non mi sono preparato bene, quando, per qualsiasi motivo, comprese naturalmente tutte le inadempienze dell&#8217;insegnante, del libro di testo, della scuola, non mi sento padrone di quello che ho studiato. Invece la risposta &#232; stata un&#8217;altra: l&#8217;ansia mi viene perch&#233; sono interrogato.</p><p style="text-align: justify;">Non fa una piega, giustissimo: l&#8217;interrogazione o la verifica mettono ansia di per s&#233;, sono ansiogeni direbbe Sostegno rovistando nella sua busta di tela, e a quanto pare lo sono anche con questa scuola ludica, gioiosa, autovalutativa, dialogante, inclusiva, aperta, senza zaino, con tre ricreazioni, la fashion week, la bottle flip challenge perenne, la possibilit&#224; di andare in bagno anche trenta volte in un giorno.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;ansia, nel mio mini sondaggio, costituisce l&#8217;unico vero motivo per cui prendi un voto pi&#249; basso di quello che ti aspettavi. E si genera a causa del fatto che sarai valutato, cio&#232; che riceverai un voto. L&#8217;ansia, possiamo quindi sintetizzare, &#232; generata dal voto.</p><p style="text-align: justify;">Mi &#232; sembrata la conferma, la prova provata di una cosa che sostengo da anni, e quindi l&#8217;ho proposta subito con entusiasmo a questa prima con cui &#232; possibile parlare: aboliamo i voti! Non servono a niente! Ero esaltato, mi sentivo Luigi Di Maio affacciato al balcone di Palazzo Chigi: aboliamo i voti e aboliremo l&#8217;ansia! La classe invece si era fatta molto silenziosa, tanto che ho sentito il ragazzino sussurrare preoccupato a Sostegno: il prof &#232; chiaramente in eccesso di fluoxetina.</p><p style="text-align: justify;">Allora ho chiesto a tutti: non siete d&#8217;accordo? E tutti hanno detto: no.</p><p style="text-align: justify;">Prima &#232; partito solo un leggero brusio, poi &#232; tornato il caos che contraddistingue una discussione di gruppo in una prima media. Senza voto non va bene, dicono. I voti devono esserci, ma devono essere buoni. Senza voti brutti va bene, ma senza voti in generale non va bene.</p><p style="text-align: justify;">Provo a obiettare: pensateci un attimo, ragazzi, senza voto significa studiare senza nemmeno accorgersene, io vi ascolto parlare, vi vedo lavorare e mi faccio un&#8217;idea di cosa sapete fare e cosa invece no, vi valuto senza giudicarvi, poi due volte all&#8217;anno (una in itinere e una a fine corso) vi dico cosa sapete e cosa non sapete, queste cose le avete imparate, queste altre un po&#8217; meno, queste per niente e ci dovete lavorare ancora sopra.</p><p style="text-align: justify;">Non va bene: vogliono una pagella, vogliono tornare a casa e dire che hanno preso 9 o 10 (gli unici due voti che per loro hanno senso), i loro genitori, a quanto pare, vogliono la stessa cosa. La vogliono anche se l&#8217;interrogazione va male o va cos&#236; cos&#236;, perch&#233; se &#232; andata male o cos&#236; cos&#236; &#232; colpa dell&#8217;ansia.</p><p style="text-align: justify;">Va bene, mi dico dopo questa conversazione: lasciamo perdere l&#8217;eliminazione del voto, concentriamoci sull&#8217;eliminazione dell&#8217;ansia.</p><p style="text-align: justify;">Cosa potrei fare per eliminare l&#8217;ansia senza eliminare i voti?</p><p style="text-align: justify;">Mi ricordo la mia prof del ginnasio: con lei non era ansia, era terrore puro, quando diceva che avrebbe interrogato ci mettevamo sotto al banco, come per i terremoti, quando sbatteva la mano sulla cattedra battevamo i denti per la paura, e questo rumore le dava fastidio, quindi batteva di nuovo con la mano sulla cattedra, PEM! pi&#249; forte DI PRIMA, sentivamo lo spostamento d&#8217;aria, il sibilo, pure i gatti del cortile lo sentivano, e soffiavano, e allora lei diceva: ma che avete da frignare, saziatevi di camomilla alla sera! E poi: PEM! PEM! Dal soffitto cadevano gi&#249; calcinacci, finivano sui banchi, ne incrinavano la formica, e noi sotto a battere i denti, a tremare: per questo le scuole italiane erano tutte mezze diroccate, le manate delle prof erano eventi sismici.</p><p style="text-align: justify;">Gli insegnanti di adesso per&#242; non danno manate sulla cattedra, noi coi ragazzi giochiamo ai videogiochi, impariamo a memoria le barzellette di Peratoons per raccontargliele in classe, facciamo le vocine, riceviamo i loro genitori anche nel cuore della notte, ci spiegano che il gatto ha vomitato una palla di pelo in soggiorno e noi gli diciamo che certo, va bene, tranquillo, oggi non ti interrogo, la verifica la fai domani. Da dove viene l&#8217;ansia? Da me? Ma veramente? Impossibile, dai. Forse allora viene dalla prestazione? Ma quale prestazione, di preciso? La competizione? E contro chi competono? In una classe di prima media, alla periferia di Siracusa, chi &#232; il loro avversario? E se i voti sono uniformemente alti, come fanno a competere? Mi vengono questi dubbi e penso che forse allora dobbiamo prima capire che cos&#8217;&#232; l&#8217;ansia. Chiedo al ragazzino autistico: scusa, mi dici la definizione ansia?</p><p style="text-align: justify;"><em>Stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa: essere in a., stare in a. per qualcuno, per qualche cosa</em>.</p><p style="text-align: justify;">Ah ecco, si sta in ansia PER, cio&#232; in vista di qualcosa, per esempio in vista dell&#8217;interrogazione, dell&#8217;esame o della verifica. In pratica, l&#8217;ansia viene PRIMA dell&#8217;evento, &#232; uno stato d&#8217;animo che <em>anticipa</em> l&#8217;evento, lo rappresenta come imminente e fa scattare preoccupazione, timore di non essere pronti, preparati. A uno che ha l&#8217;ANSIA per una verifica scolastica, in pratica, non basta mai il tempo a disposizione per studiare, mettere a punto, perfezionare, chiedere, fare domande, sapere meglio: com&#8217;&#232; che per i miei ragazzi va tutto benissimo fino al giorno dell&#8217;interrogazione? Anzi no: va tutto bene anche finch&#233; a essere interrogato &#232; un compagno. L&#8217;ansia sopravviene solo nell&#8217;istante in cui a essere interrogati sono loro. Che tipo di ansia &#232;, se non &#232; anticipazione di nessun pericolo, ma scatta solo IN PRESENZA del pericolo? Allora non &#232; ansia, &#232; paura: non sopraggiunge quando il pericolo deve ancora manifestarsi, ma solo quando l&#8217;emergenza &#232; gi&#224; in corso. L&#8217;<em>ansia </em>potrebbe svolgere il ruolo positivo di farci pre-occupare di qualcosa: occuparcene prima, anticipare, in modo da farci trovare pronti ad occuparcene quando arriva il momento.</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; parlano di ansia, allora? E perch&#233; mi pare che abbiano ragione? Com&#8217;&#232; che, in effetti, mi sembrano DAVVERO ansiosi? Com&#8217;&#232; possibile che tutto il mio intuito mi dica che questa ansia che dicono di avere sia REALE?</p><p style="text-align: justify;">Provo a chiedere a Sostegno: anche tu hai l&#8217;ansia? Certo, mi dice lei, ho gli attacchi di panico, me ne vengono in continuazione, anche a scuola, anche mentre fai queste domande ai ragazzi, dovrei mettermi in malattia, e invece vengo a lavorare, dovrei mandare certificato medico e stare a casa. Hai ragione le dico, non so come fai, per&#242; senti, ma secondo te da dove viene quest&#8217;ansia? L&#8217;ansia viene dall&#8217;ansia, mi dice lei, l&#8217;ansia viene perch&#233; vogliamo evitare l&#8217;ansia: siamo in ansia perch&#233; temiamo l&#8217;ansia, e quindi vogliamo rimuovere tutte le cose che potrebbero metterci in ansia. L&#8217;ansia viene dal voler rimuovere l&#8217;ansia. Se sei un genitore, vuoi che tuo figlio non abbia ansie, quindi cerchi di controllare tutto, di eliminare tutti gli eventi potenzialmente ansiogeni, per&#242; sai che &#232; impossibile, quindi sei in ansia lo stesso, sei sempre in ansia, pi&#249; vuoi liberarti dell&#8217;ansia, pi&#249; sei in ansia.</p><p style="text-align: justify;">Sono confuso, sto per lasciarmi convincere. Ho un ultimo sussulto, chiedo alla classe: ma per esempio, sforzarsi di fare poco tutti i giorni, durante le settimane di preparazione, di ripasso, di esercizi, di attivit&#224; non potrebbe essere un buon modo per evitare, appunto, l&#8217;ansia dell&#8217;ultimo minuto? Sostegno e tutto il resto della classe scuotono la testa e mormorano cose come: no, non esiste, non se ne parla. Solo il ragazzino autistico alza la mano e mi dice: prof, quella non &#232; gestione dell&#8217;ansia, quello &#232; studiare, &#232; un altro tipo di problema, ha a che vedere con l&#8217;attenzione, oggi ci sta chiedendo dell&#8217;ansia, non faccia come fa al solito, che dice che ci interroga in storia e poi ci fa anche le domande di geografia.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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L'operazione viene svolta da abili professionisti.<br>La mia scuola, nella migliore delle ipotesi sar&#224; dotata di un metal detector dismesso 60 anni fa dalla centrale di Chernobyl (nella peggiore ci verr&#224; chiesto di rilevare la presenza di metalli con il termometro che attualmente usiamo per rilevare la temperatura quando uno studente dice di sentirsi male), che quando lo accendi ti dice che deve aggiornare il software e che l'operazione richiede tre mesi e dodici giorni. <br>Preposta ai controlli, ci sar&#224; la signora Concettina del piano terra. La fila si congestioner&#224; completamente gi&#224; al primo controllo. I genitori ne creeranno un'altra, ancora pi&#249; enorme, per avere dai bidelli i pizzini per autorizzare i figli all'ingresso a seconda o a terza o a ultima ora. I ragazzi, per ingannare l'attesa, si accoltelleranno tra loro in cortile.<br>Poi succede che la signora Concetta trova un'arma da taglio dentro lo zaino di Salvo Fracco, detto Tumpulata: suonano tutti gli allarmi, vengono convocati d'urgenza nell'androne tutti gli uomini abili alla leva dell'istituto, insegnanti, bidelli, personale Ata, poi anche le donne e i riservisti (prima i docenti di educazione motoria in pensione da meno di 5 anni, poi si proceder&#224; alla riesumazione della mia professoressa di greco e latino del liceo e delle sue pi&#249; arcigne colleghe). <br>La nostra ardimentosa task force circonda lo studente armato e il suo zaino. <br>Salvo per&#242; ci guarda con aria di sfida e ci dice sfottente: io non vi do niente, anzi manco lo apro lo zaino. <br>Noi ci consultiamo tra noi cercando di capire se &#232; il caso di provocare il ragazzo, fare in modo che aggredisca uno a caso di noi, in modo da far scattare l'articolo 5 del trattato Nato e poterlo cos&#236; cafuddare in dieci contro uno, oppure se dobbiamo chiamare la polizia,  chiedere a Trump l'invio dell'ICE oppure a Bibi quello del Mossad. Nel frattempo, qualcuno decider&#224; che &#232; meglio chiamare la preside. La preside urler&#224; dal telefono: STATE TUTTI FERMI IMMOBILI CHE SENNO PASSIAMO I GUAI! Poi ci illustrer&#224; il suo piano: chiamare la segreteria e chiedere che si invii un TELEGRAMMA di convocazione ai genitori. Partir&#224; un telegramma di convocazione per i genitori di Salvo Tumpulata, i quali per&#242; sono domiciliati a Cavadonna per reati contro la persona e contro il patrimonio, dunque impossibilitati a presentarsi. Firmano una delega per il nonno di Salvo, che arriva a scuola, trafelato, con la lapa carica di peperoni a altra ortofrutta raccattata abusivamente dalle rimanenze di raccolto. Il nonno di Salvo, detto Manopesante,  chieder&#224; cosa cazzo vogliamo e perch&#233; gli abbiamo fatto lasciare il posto al mercato, rifiler&#224; una pedata a Salvo e lo caricher&#224; sul cassone della lapa tra gli altri vegetali, borbottando: TE L'AVEVO DETTO CHE SE TI FOTTEVI DI NUOVO IL MIO COLTELLO TI AZZICCAVO LA SCARPA NEL CULO. <br>Noi rimarremo attoniti, mentre la responsabile di plesso ci mostrer&#224; il risultato del conteggio delle ore di scuola che dovremo recuperare prima di giugno a causa di questo spiacevole inconveniente: 2 sabati e 1 domenica. Salvo, naturalmente, a scuola non ci torner&#224; mai pi&#249;. Diventer&#224; l'autista della lapa del nonno, fino al compimento dei 18 anni, quando il nonno gli regaler&#224; finalmente il suo coltello: ora vai, e campati da solo, disgraziato amaro.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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Una casa fatta a strati, tre generazioni, se non quattro.<br>A una decisione cos&#236; si arriva per una serie di difficolt&#224; personali (mia madre &#232; ancora giovane, ma prima o poi la vecchiaia arriver&#224; e le scale sono tante, esterne e interne, per esempio, e la casa comincia a essere troppo grande) cui per&#242; si sommano difficolt&#224; di contesto, che riguardano il quartiere, molte delle quali si sono acuite in questi ultimi anni. <br>Intorno a casa nostra sono spariti, nel corso dei decenni, tutti i servizi che facevano di Ortigia un quartiere, cio&#232; una citt&#224; in scala ridotta: via Larga, fino ai primi anni duemila, contava 4 botteghe di generi alimentari, l&#8217;emporio era in via del Consiglio, meno di cinque minuti a piedi, idem la farmacia, il macellaio, il fruttivendolo. In corso Matteotti c&#8217;era l&#8217;Upim, che vendeva tutto, in via Roma cartolerie per la scuola, in via maestranza le librerie per le letture di piacere e anche per quelle scolastiche, Miraglia vendeva biancheria da casa e intima, tutto intorno a noi c&#8217;erano vicini di casa, in un quartiere che era per met&#224; popolare e per met&#224; un po&#8217; sticchiuso, nobili, professionisti, ecc. La strada era accessibile sia in macchina che a piedi, e comunque la macchina non era mai davvero necessaria, era tutto vicino, la scuola, la vita quotidiana si svolgeva quasi tutta nel quartiere (c&#8217;erano anche palestre per lo sport, sembra una vita fa, in realt&#224; non sono passati nemmeno vent&#8217;anni). <br>Oggi via Larga conta (&#232; lunga meno di 100 metri), 32 tra b&amp;b e case vacanza (ufficiali) e 2 alberghi veri e propri, nessuna bottega. La strada non &#232; accessibile in macchina e neanche a piedi, perch&#233; praticamente &#232; una specie di corsia preferenziale per trolley e spingitori di trolley (il rumore che fanno le ruote dei trolley scorrendo sulle basole supera i doppi vetri: via Larga, sotto, &#232; vuota, se fai un salto, senti il rimbombo, &#232; come la cassa di una chitarra). Il primo parcheggio utile, se lo riesci a trovare, &#232; a 600 metri, in estate si supera facilmente il km, e in un quartiere in cui non &#232; possibile acquistare nemmeno una bottiglia d&#8217;acqua (a meno che tu non voglia pagarla il doppio o il triplo) prendere la macchina diventa inevitabile. <br>Tutto intorno a noi non ci sono vicini di casa, ci sono ospiti di hotel e case vacanze. <br>&#200; anche piacevole, si respira un&#8217;aria internazionale, a volte si stringono amicizie (passeggere ma  stimolanti), ma per lo pi&#249; gli stili di vita, quello del vacanziere e quello del residente, cozzano tra loro. <br>Se per esempio sei andato a comprare una cassetta d&#8217;acqua e vuoi scaricarla davanti al portone, anzich&#233; percorrere 1,2km sotto il sole o sotto la pioggia portando un peso che va dai 12 ai 24 kg, dovrai passare in macchina dalla Giudecca e da via Larga, scassando il cazzo a decine di persone che pasteggiano o prendono l&#8217;aperitivo in mezzo alla strada, oppure procedendo a passo d&#8217;uomo per dieci minuti dietro a una coppia che ha deciso di passeggiare abbracciata ed &#232; cos&#236; rilassata da non prendere nemmeno in considerazione l&#8217;idea di spostarsi per un attimo e lasciarti passare. <br>Sulla strada, in Ortigia, vale la regola che non esistono regole: si tratta di un&#8217;isola interamente sottoposta a traffico limitato, quindi con poche macchine e pochi scooter (quelli dei pochi residenti), ma con tantissimi camion e furgoni pi&#249; o meno grandi che caricano e scaricano, tante api calessino, tante biciclette elettriche (truccate), tanti monopattini. <br>Tutti mezzi, questi, che si muovono in deroga alle disposizioni del codice della strada.  Lo fanno per necessit&#224;: strade strette, viuzze raggiungibili solo a patto di infrangere un divieto di accesso o un senso vietato, nelle quali si &#232; praticamente obbligati a parcheggiare in modo fastidioso. Lo fanno, in altri casi, per mancanza di educazione: bici elettriche e monopattini viaggiano a velocit&#224; assassine, fanno gimcane, seminano il panico per divertimento.<br>A questo caos stradale, volontario e involontario, si aggiunge una forma per me abbastanza nuova di arroganza, quella dei turisti danarosi. <br>C&#8217;&#232; una quota di visitatori che ragiona come l&#8217;homo oeconomicus puro, esclusivamente in termini di vantaggio/svantaggio: voglio parcheggiare qui, davanti alla scala per accedere alla spiaggia. C&#8217;&#232; un cartello di sosta vietata, va bene, ma quanto costa la multa? 50 euro? Chi se ne importa, &#232; molto meno di quanto avrei pagato in un lido: tirano il freno e mano e in dieci secondi sono gi&#224; stesi sugli scogli. <br>Pi&#249; volte, nel corso di questi anni, siamo rimasti murati in casa. Non erano auto di siracusani a ostruirci l&#8217;uscita dal portone (in alcuni casi &#232; stato possibile salire sopra le loro macchine e calpestarle per potere uscire, in altri no: ci sono macchine con tetti cos&#236; alti, che se sono parcheggiate in aderenza al portone, non sono scalabili), ma quasi sempre di turisti, in diversi casi stranieri. <br>Succede anche con le norme imposte dalla Ztl: entrano in macchina, anche se non potrebbero, parcheggiano, e poi dividono la multa, sommandola al costo della cena o dell&#8217;albergo o della casa vacanze. <br>I soldi, per alcuni, non sono un problema: possono spendere e intendono farlo per &#8220;rilassarsi&#8221;, cio&#232; non dover sottostare a regole che limitano la libert&#224; personale in favore di quella comunitaria. <br>L&#8217;estate scorsa c&#8217;erano i ragazzini catanesi. Arrivavano a ondate. Affittavano monopattini e bici a pedalata assistita (che raggiungono come niente i 60 kkm/h) e percorrevano il periplo dell&#8217;isola contromano, in gare di velocit&#224; o di destrezza. Questa estate non li ho pi&#249; visti, ma potrebbero sempre tornare.<br>Poi ci sono i locali che vendono cibo da asporto o da consumare seduti, con tavoli e sedie piazzati in punti pericolosi (chi conosce la zona sa che nel punto in cui si svolta da via maestranza verso via Nizza, una curva strettissima, insistono i tavoli di un posto che vende merluzzo fritto, e ci vuole perizia millimetrica per non fare saltare le unghie degli alluci a tutti quei piedi in infradito e sandali). <br>I locali ricreativi  hanno i loro orari, la loro clientela, la loro musica, il loro vociare, che a me sono sempre piaciuti. <br>Io mi sono sempre divertito poco, anzi penso proprio di non essermi divertito mai, nemmeno da giovane, una delle tante cose che non so fare &#232; divertirmi, mi manca proprio il gene, ogni volta che ho cercato di imparare mi sono sentito goffo, inadatto, incapace, per cui vedere quelli che si divertono mi piace, &#232; un modo per divertirmi per interposta persona. <br>Cionondimeno, va detto che chi si diverte rompe la minchia, non dico sempre, perch&#233; esistono quelli che sanno divertirsi senza farlo, ma spesso s&#236;, anche perch&#233; la maggior parte delle persone che si divertono, in realt&#224; non si divertono affatto, simulano dei comportamenti presunti divertenti, che per&#242; non sortiscono l&#8217;effetto. Sar&#224; per questo che diventano molesti: non si stanno divertendo e quindi si accaniscono nel comportamento divertente, aumentandone l&#8217;intensit&#224;, nei movimenti, nel volume della voce e delle grida, nei decibel della musica, nella speranza che aggiungendo quantit&#224;, si raggiunga il piacere.<br>Poi ci sono i postumi del divertimento. qualcuno vomita, qualcuno canta canzoni malinconiche, qualcuno rutta, qualcuno deve fare pip&#236; molte volte in una sera.<br>Attenzione, io ci tengo a dire che tutto sommato questi episodi di incivilt&#224; e molestia sono davvero pochi: nel gran numero di trolley che sfilano lungo la mia strada, sono davvero una percentuale modesta quelli spinti da cafoni o da arroganti. Le persone in vacanza che incontro per strada sono per lo pi&#249; di un buon umore per me inspiegabile: non avrei mai pensato che la mia citt&#224;, una citt&#224; di merda a tutti gli effetti, penultima nelle classifiche della qualit&#224; della vita, sporca, priva di servizi di qualsiasi tipo, caotica, cementificata, senza manco un albero, senza un prato, senza un marciapiede, potesse mettere di buon umore qualcuno. <br>Prima che il turismo esplodesse, la mia citt&#224; metteva di cattivo umore chiunque, soprattutto chi arrivava da fuori: gi&#224; nei paesi della provincia si viveva molto meglio, e quando qualcuno era costretto a venire a Siracusa per motivi burocratici o di lavoro di solito passava la giornata a bestemmiare.<br>Adesso vedo solo volti serafici, occhi pieni di stupore, e se prima il commento pi&#249; frequente su Siracusa era una lamentela straziante per il caldo umido e disumano da giungla vietnamita, adesso &#232; una frase molto poetica sulla  luce che inonda piazza duomo (pavimentata di bianco come la strada dello Yucatan e spogliata degli unici quattro oleandri del quartiere). <br>I turisti mi hanno aiutato a vedere una bellezza cui ero indifferente: forse per il fatto di esserci nato in mezzo, non riuscivo a farla risaltare dallo sfondo di bruttura, sciatteria e noncuranza che la circonda. <br>Gi&#224; ai tempi dell&#8217;universit&#224;, quando portavo qualcuno dei miei amici in cima alla stradina che dal Collegio scende gi&#249; in picchiata verso il passeggio Adorno, gli leggevo in faccia un&#8217;espressione sbalordita, una felicit&#224; da bambino con la bocca aperta: la Marina, il porto grande, il parapetto di ferro battuto si prendevano tutta l&#8217;attenzione che io invece riservavo alle macchine parcheggiate a coppola di minchia o ai malacarne che giravano impennando in tre sullo Zip.  <br>Per&#242; eravamo partiti dal salto della quaglia.<br>Da dove sto adesso, vedo piazza delle Poste, il Talete, il ponte umbertino, lo sbarcadero santa Lucia.<br>Mi viene da dire che Ortigia sta avanzando a gran passi, sta conquistando spazi esterni, sta colonizzando la terraferma. La linea della palma &#232; gi&#224; salita. E intendo proprio la palma: un locale che insiste sul Talete ha piantato anni fa una dozzina di palme molto alte, e per prima cosa ci ha piazzato sopra le luci di Natale, attorno ai fusti e pure sulle chiome. Ce le ha messe e non le ha pi&#249; tolte: sulle palme &#232; sempre Natale, da anni. Sono luci viola e dorate, certe volte sono accese anche di giorno, e l&#8217;occhio se ne va l&#224;, anche se per il resto &#232; un panorama magnifico, fatto di porto piccolo da un lato e di mare aperto dall&#8217;altro. <br>Sul ponte umbertino, da qualche anno c&#8217;&#232; un display pubblicitario enorme, che ricopre quasi per intero la facciata di un palazzo. Proietta reclame varie,  video che si alternano, sembra uno di quei cosi che di solito trovi nelle stazioni della metropolitana, per&#242; grande quanto una parete, con luci che cambiano di continuo. Sul mio soggiorno, queste luci entrano, si accendono, poi si spengono, poi si accendono di un altro colore, poi di un altro ancora, e io mi sento Marcovaldo con la scritta del Cognac.<br>Sotto la mia finestra, hanno appena aperto un locale: si beve e si ascolta musica (fino a ora bella musica, devo dire) dalle 7 di sera fino a circa mezzanotte. Lo hanno aperto nonostante l&#8217;area sia ancora un cantiere, quindi chiuso al traffico sia veicolare che pedonale: io, per esempio, non ci posso passare, anche se c&#8217;&#232; il cancello di casa mia, devo fare il giro per tornare a casa.<br>Il cantiere riguarda lo sbarcadero: lo stanno ripavimentando (da pi&#249; di un anno) con una pietra bianca molto simile a quella del Duomo (&#8220;E dove ci dovremmo innamorare&#8221;, canta Marco Castello nel suo ultimo stupendo album, &#8220;con &#8216;sti colori da penitenziario/ e l&#8217;aura non c&#8217;&#232; pi&#249;/ da quando &#232; fredda pure &#8216;a via arsenale&#8221;).<br>Se  ho scritto tutto questo papello &#232; per dire che mi pare di intuire una cosa: Ortigia potrebbe presto diventare il quartiere migliore in cui risiedere. Nel senso del meno peggio. Mi sembra cio&#232; che la citt&#224;, prima i quartieri pi&#249; vicini come la borgata, poi mano a mano quelli pi&#249; distanti, subiranno (subiscono gi&#224;) gli effetti che Ortigia provoca: non pu&#242; pi&#249; bastare a se stessa, quindi scarica nei dintorni. <br>I dintorni, in pratica, assorbiranno gli inconvenienti di Ortigia, il traffico, il casino, le abitudini moleste, la bruttezza delle palme natalizie tutto l&#8217;anno, senza averne in ritorno nemmeno i benefici economici. Se anche si sviluppassero come poli turistici limitrofi, questi quartieri sarebbero comunque destinati a offrire ai visitatori una Ortigia in sedicesimo: prezzi pi&#249; bassi, servizi pi&#249; scadenti, regole ancora pi&#249; assenti.<br>A fronte di tutto questo, sarebbe bello che si progettasse almeno un quartiere della citt&#224; a misura di residente, una zona residenziale come ce ne sono in tutte le citt&#224;. Al momento, non se ne vede traccia: alcune zone tendono a diventare citt&#224; fantasma (l&#8217;area commerciale di corso Gelone), altre si sviluppano come non-luoghi (la Pizzuta tutta Mcdrive e supermercati), altre come dormitori (Tremilia, Tivoli), altre come ghetti.<br>Mia madre dovrebbe quindi decidere dove andare a vivere una volta venduta la magione avita. Non &#232; che sia una prospettiva allegra: il resto della citt&#224; presenta i difetti di Ortigia, spesso maggiorati, senza averne la bellezza. <br>Il salto, forse, non dovrebbe essere quello della quaglia. Sarebbe  meglio puntare su un balzo da canguro, o almeno da grande felino. Allontanarsi per davvero. Ogni tanto, scendere in citt&#224; per affacciarsi dal passeggio Adorno, e con gli occhi pieni di meraviglia sospirare: ma non &#232; bellissima questa citt&#224; di merda?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Plusdotati e gifted]]></title><description><![CDATA[Lo pregava di far accettare alla madre di Lucia cento scudi d&#8217;oro per servir di dote alla giovine, o per quell&#8217;uso che ad esse sarebbe parso migliore]]></description><link>https://mariofillioley.substack.com/p/plusdotati-e-gifted</link><guid isPermaLink="false">https://mariofillioley.substack.com/p/plusdotati-e-gifted</guid><dc:creator><![CDATA[Aciribiceci]]></dc:creator><pubDate>Sat, 13 Dec 2025 10:15:32 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f0_P!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F86ddcfb0-f170-44fc-bd7d-f06519a066cb.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il mese scorso ho partecipato a un corso di formazione sugli studenti plusdotati e/o gifted che in neanche dieci minuti mi ha trasformato in Paolo Crepet. <br>Da questo rigo in avanti non sono pi&#249; io a scrivere, ma la mia arteriosclerosi e la mia ipertensione. <br>Comincerei con la formazione riservata agli insegnanti. </p><p>Non serve a formare, serve a farti scoprire l&#8217;esistenza di un problema che nessuno ha intenzione, non dico di risolvere, ma di affrontare. Dopo che hai visto un certo numero di slide su un certo argomento, sono fatti tuoi, ci devi pensare tu: adesso che sai, fai. L&#8217;insegnante di vostro figlio ha visto delle slide e ha ascoltato parlare degli altri insegnanti (di solito docenti universitari), quindi adesso pu&#242; praticare la manovra di Heimlich, disinfestare il maniero dallo spettro autistico, insegnare l&#8217;analisi di un periodo italiano (meglio se in versi secenteschi) a parlanti lingue di ceppo non indoeuropeo, e da oggi anche CREARE PERCORSI SFIDANTI PER RAGAZZINI DAL PENSIERO ARBORESCENTE. <br>Fino a qua, tutto normale, non mi ero ancora licantropizzato, non mi erano ancora spuntati i baffi, non avevo ancora cominciato a bofonchiare bestemmie in veneto.   <br>La metamorfosi &#232; cominciata quando ci hanno spiegato che dobbiamo abbandonare l&#8217;idea ROMANTICA del plusdotato come genio e trenta secondi dopo ci hanno disegnato un quadro del plusdotato che &#232; ESATTAMENTE il ritratto del genio romantico, tutto sregolatezza. <br>I test psicometrici infatti ci hanno svelato la differenza tra lo studente brillante e lo studente plusdotato o gifted, ed &#232; sostanzialmente una differenza di &#8220;coolness&#8221;. <br>Lo studente brillante &#232; uno sfigato, impara perch&#233; studia (e grazie, cos&#236; sono bravi tutti, che ci vuole), si interessa a quello che studia e a quello che impara, va volentieri a scuola, sta bene con i compagni, sta bene con gli insegnanti e con gli altri adulti, &#232; sereno. &#232; quasi il ritratto della felicit&#224;, e si sa che solo gli scemi sono felici. <br>Il gifted invece &#232; un figo pazzesco: &#232; problematico, &#232; sfidante, &#232; oppositivo, non deve studiare perch&#233; gi&#224; sa, e infatti in classe si annoia, si annoia con i compagni, si annoia con gli adulti, si annoia perch&#233; &#232; eccezionale, e quindi soffre  la propria condizione di eccezionalit&#224;, &#232; condannato all&#8217;eccellenza e alla perfezione, e visto che si tratta di categorie precluse alla finitezza dell&#8217;essere umano, non trova sensato spendersi in vani tentativi di raggiungerle, preferisce giocare col fidget spinner, cosa che tra l&#8217;altro stimola il suo pensiero laterale e fa s&#236; che le cose si illuminino di una luce diversa, che arricchisce tutta la classe, tutto il corpo docente dell&#8217;istituto: per&#242; NON &#200; UN GENIO, CHIARO? <br>Sarebbe una romanticheria ritrarlo come un genio, anche perch&#233;, in effetti, ha seri problemi a tenere la penna in mano, la sua grafia &#232; a tratti incomprensibile, e anche a scrivere con il tablet non &#232; che se la cavi benissimo, non rispetta l&#8217;ortografia e nemmeno la punteggiatura, nel compito di matematica salta tutti i passaggi, perch&#233; i passaggi lui li fa a mente, anzi no, le soluzioni gli compaiono direttamente davanti agli occhi (in una lingua di ceppo non indoeuropeo) e lui stesso non sa spiegarsi come sia giunto all&#8217;agnizione, quindi si rifiuta di fare il compito o la verifica o l&#8217;interrogazione e ricomincia col fidget spinner. A uno sguardo superficiale sembrerebbe proprio lo studente stranottato da Fortnite e con la soglia dell&#8217;attenzione bassina, tipico che pi&#249; tipico non si pu&#242;, per&#242;, indovina un po&#8217;, ha pi&#249; di 130 punti di Q.I., &#232; ai vertici della WISC e ha un PENSIERO ARBORESCENTE.<br>Ieri avranno detto pensiero arborescente almeno una quindicina di volte, e ogni volta che lo dicevano io volevo infilarmi la Bic dentro una narice e scavare fino a raggiungere le parti molli del cervello, trovare i recettori del dolore e torturarmeli fino ad autoindurmi la confessione di tutti i miei peccati. Il pi&#249; grave dei quali &#232; essermi fatto di beffe di Crepet: Paolo io ti chiedo perdono, perch&#233; me lo ricordo BENISSIMO quanto era arborescente il mio pensiero alle elementari e alle medie, e mi ricordo che quando il mio pensiero arboresceva la maestra piantava una manata fortissima sulla cattedra, con un rumore che mi bloccava lo sviluppo neurocognitivo per quattro settimane, urlando: MA CHE C&#8217;ENTRA &#8216;STA COSA CHE STAI DICENDO? NON DIVAGARE!<br>Adesso invece, se fai l&#8217;insegnante, ogni volta che assisterai a un&#8217;arborescenza, stilerai un profilo di funzionamento. Ad occuparsene non sar&#224; lo psicologo (ha gi&#224; fatto i test psicometrici, &#232; tutto sudato) perch&#233; significherebbe svilire l&#8217;importanza delle tue competenze specifiche, sminuire l&#8217;autorevolezza della tua figura professionale e soprattutto imbrigliare la tua autonomia didattica: MA STIAMO SCHERZANDO? NON HO VISTO I MIEI COLLEGHI MORIRE CON LA FACCIA NEL FANGO PER FARMI TOGLIERE L&#8217;AUTONOMIA DIDATTICA DA UNO PSICOLOGO! Quindi, quando avrai finito col profilo di funzionamento, predisporrai un PEI, sempre tu, l&#8217;insegnante curricolare, insieme al &#8220;consiglio di classe&#8221; (leggi: il coordinatore di classe, da solo), perch&#233; il ragazzo, essendo un genio (parola romantica che intendo usare finch&#233; non sar&#224; sostituita da perifrasi in didattichese), non ha l&#8217;insegnante di sostegno, quindi indovina un po&#8217;?L&#8217;insegnante di sostegno SEI TU.<br>A me piace moltissimo l&#8217;idea di una scuola su misura, che si adatta a tutti secondo le esigenze di ognuno, anzi mi sembra l&#8217;unica scuola sensata, quindi ritengo sia proprio la scuola che si DEVE fare. Ieri per&#242; mi chiedevo: ma la scuola non doveva servire  un po&#8217; anche a renderci simili? Lo so che &#232; una bestemmia parlare di uniformit&#224;, lo so che &#232; pericoloso, lo so che subito scatta l&#8217;allarme antifascismo, per&#242;, almeno all&#8217;inizio, non era un&#8217;idea di sinistra questa? La scuola non doveva &#8220;fare gli italiani&#8221;? E dopo, non c&#8217;eravamo messi tutti d&#8217;accordo che certi documenti, come la licenza media, il diploma, la laurea avevano un valore legale proprio perch&#233; certificavano che un po&#8217; tutti sapevamo certe cose, le stesse cose? L&#8217;uguaglianza non era una bella cosa? Non sta un po&#8217; succedendo che la scuola serve sempre di pi&#249; a certificare l&#8217;unicit&#224; di ciascuno di noi? E una certificazione di questo tipo non rischia un po&#8217; di essere  la pi&#249; insulsa delle tautologie: tu sei te stesso. E comunque, tenuto doverosamente e scrupolosamente conto che s&#236;, tu sei te stesso, e lo sei nel tuo modo unico e irripetibile, siamo proprio sicuri sia un bene che nessuno, e meno che mai la scuola, possa chiederti di diventare, anche solo un pochettino, un&#8217;altra cosa? Anche solo un pochettino quello che la scuola ti chiede di diventare in quanto cittadino di questo paese? Anche solo un pochettino &#8220;conforme&#8221;, oltre che eccezionale?<br>Caro studente, io, licantropo di Crepet per un giorno (uno solo, spero), sarei il tuo insegnante, per&#242; ieri pomeriggio mi &#232; sembrato di non essere qui per insegnarti qualcosa, mostrarti qual &#232; il canone, lo stato dell&#8217;arte, e fare in modo che tu familiarizzi col sistema codificato del sapere, quella cosa noiosa che ci ha consentito di abbandonare le palafitte e costruire le astronavi, e magari, grazie a questo, un giorno aiutare tutti noi a raggiungere nuovi traguardi, nuove sorti ancora pi&#249; magnifiche e progressive, no, io sono qui PER VALORIZZARTI. Non devo pensare a un noi, il noi esiste solo perch&#233; deve includerti, ma una volta che ti ha incluso, io devo pensare a te, a te non in quanto parte di quel noi, ma a te, proprio a te, perch&#233; TU VALI. <br>Del resto, sei gifted, caro studente, brilli gi&#224; di luce tua, vogliamo veramente sprecare le tue doti intellettive eccezionali per farti apprendere come si sta seduto composto o come si rispetta la turnazione di parola in uno scambio linguistico? Ma siamo scemi? Facciamo una cosa: ogni volta che in classe ti annoierai perch&#233; non ho saputo costruire un PERCORSO SFIDANTE PER IL TUO PENSIERO ARBORESCENTE, tu prendi il fidget spinner. Io capir&#242; al volo: prender&#242; la Bic e mi dar&#242; da fare con la mia narice.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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E adesso mi costringono a formulare, contro la mia stessa volont&#224;, una vaniloquente teoria del tutto.</p><p>La premessa iniziale serve per arrivare a questa seconda premessa, forse un po&#8217; meno inutile della prima: in quanto sto per scrivere, mi riferir&#242; soltanto alle scuole che ho frequentato da insegnante (o da lavoratore della conoscenza, come dice la Cgil, una definizione che mi permette di aggiungere anche gli anni in cui non ero ancora un insegnante di ruolo e prestavo servizio nella formazione professionale siciliana, e anche quelli in cui insegnavo in carcere o nelle scuole di lingua per stranieri o facevo da esperto in qualche PON), quindi tutto sommato poche, quindi di sicuro non un campione rappresentativo delle scuole italiane, quindi insomma, parler&#242; in termini generali senza averne alcun diritto, basandomi sull&#8217;aneddotica personale, facendo cio&#232; tutto ci&#242; che nessuno dovrebbe fare: generalizzare basandosi su s&#233; stessi.</p><p>Un po&#8217; lo faccio per spirito di contraddizione (provo sempre una certa soddisfazione quando mi compare davanti agli occhi il viso sdegnato di Carofiglio che fa &#8220;Tsk tsk, stai contravvenendo ai principi di igiene del dibattito civile, figliuolo&#8221;) e un po&#8217; lo faccio perch&#233;, pur consapevole dei limiti di questa mia esposizione, sono abbastanza convinto che riportare le considerazioni scaturite dall&#8217;esperienza abbia comunque una sua utilit&#224;: la scuola, o meglio la scuola che ho conosciuto io, non funziona, e io, che non sono capace di un&#8217;analisi seria, scientifica, puntuale, basata su dati e prove, posso cercare di contribuire alla risoluzione del problema (un problema che sinceramente mi sta molto a cuore, un problema che mi avvilisce tutti i giorni) solo descrivendo le cose che ho notato in questi anni.</p><p>Non sono tante, anzi in pratica &#232; una sola, e non &#232; nemmeno una cosa enorme, diciamo che &#232; un difetto, che secondo me per&#242; se ne trascina dietro, a cascata, un mare di altri.</p><p><strong>La lezione sulla lezione</strong></p><p>&#200; un difetto che ha a che vedere pi&#249; con l&#8217;abitudine che con la malafede, pi&#249; con l&#8217;inerzia che con il dolo, insomma &#232; un difetto che va imputato non tanto alla scuola, quanto all&#8217;<em>idea </em>di scuola che abbiamo in testa.</p><p>L&#8217;idea di scuola che abbiamo in testa &#232; talmente antica, talmente radicata, talmente forte, che anche quando ci troviamo davvero all&#8217;interno di una scuola, una scuola vera, un posto reale, con dentro delle persone vive, qui e adesso, ci comportiamo come se avessimo varcato la soglia di quell&#8217;altra scuola, quella delle morte stagioni, che di colpo tornano presenti, e vive e il suon di loro, perch&#233; l&#8217;idea archetipica e stereotipata di scuola che abbiamo tutti in testa, anche se sappiamo benissimo che non funziona, continua a guidarci come un pilota automatico.</p><p>Va bene, ma qual &#232; allora questa idea di scuola sbagliata, o troppo antica che impedisce alla scuola di funzionare?</p><p>Per un lungo periodo ho pensato che fosse la lezione.</p><p>La scuola non funziona perch&#233; le lezioni in classe non funzionano.</p><p>Me ne ero convinto perch&#233; la maggior parte dei corsi di aggiornamento rivolti agli insegnanti hanno al centro la lezione: le lezioni non funzionano, non coinvolgono, non interessano, non avvincono, se aggiustiamo le lezioni, aggiusteremo la scuola, se aggiusteremo la scuola avremo studenti ben disposti verso l&#8217;apprendimento, quindi pi&#249; preparati, quindi pi&#249; capaci di stare nel mondo, quindi, in prospettiva, avremo cittadini pi&#249; consapevoli e dunque una societ&#224; pi&#249; matura, una democrazia compiuta.</p><p>In effetti, la lezione dovrebbe essere il centro di tutto il lavoro dell&#8217;insegnante. A volere fare gli aristotelici, lo specifico di un insegnante, in effetti, &#232; proprio la lezione: un panettiere fa il pane, un avvocato fa causa, un musicista fa musica, un insegnante fa lezione.</p><p>Significa che l&#8217;abilit&#224; richiesta a un insegnante, che sia innata o appresa non ha molta importanza (servono circa un milione e qualcosa di insegnanti, non possiamo pretendere che siano tutti <em>natural born teachers</em>), &#232; saper fare lezione.</p><p>Una lezione per&#242; non &#232; una distinta di versamento e nemmeno un etto di mortadella senza pistacchi, si impara a farla, ma non lo si impara una volta per tutte. Aristotele distingueva tra le produzioni e le azioni: la produzione e la cosa prodotta non coincidono, non sono la stessa cosa, l&#8217;azione invece &#232; proprio la cosa che fai, in s&#233; stessa.</p><p>Rispetto a queste due categorie, la lezione &#232; un oggetto ibrido: &#232; una cosa che produci, cio&#232; che prepari, prima, per i fatti tuoi, a casa, di pomeriggio o di sera (certe volte di notte, o all&#8217;alba, la lezione non dorme mai) ma che poi devi portare a domicilio, bella e pronta, ad altre persone, a volte tante, e deve funzionare per tutti. Somiglia pi&#249; a un business plan o alle previsioni del tempo o alla scrittura di una sceneggiatura che a un manufatto: ritagli un cartamodello e cominci a immaginarti come calzer&#224;, progetti qualcosa immaginandone gli effetti, calcolandone i tempi e tutto quanto, per&#242; finch&#233; non la sperimenti non saprai che succede.</p><p>Succede che non funziona.</p><p><em>Non funziona</em> rischia di essere preso per il lamento di un insegnante sconsolato (non lo sono, sono un insegnante che, al contrario, ha come difetto principale il facile entusiasmo), frustrato (non lo sono, anzi diciamo che sono di buon umore solo quando sono in classe, la funcia che vedete adesso mi viene quando esco da scuola), un&#8217;iperbole insomma, una enormit&#224;, una boutade.</p><p>Non &#232; un&#8217;iperbole manco per sogno: <em>non funziona</em> significa che non funziona MAI. Non funziona nessuna lezione, direi anzi che non funziona <em>la </em>lezione, anzi lo dico: la lezione, come che sia declinata, non funziona.</p><p>Quasi tutti i corsi di aggiornamento o formazione per gli insegnanti si occupano di enumerare, codificare, standardizzare e infine apprendere nient&#8217;altro che <em>tipi </em>di lezione: la nomenclatura delle lezioni &#232; una branca della didattica che si espande allo stesso ritmo dell&#8217;universo, tanto che esistono ormai dei veri e propri Linneo della lezione, che si occupano di catalogare le lezioni in specie, sottospecie, con nomi latini e nomi inglesi che consentono di stabilire regno, phylum, genere della lezione, e ci sono tipi di lezione con nomi da sala giochi anni Ottanta, come <em>flipped classroom, </em>che subito ti fa venire voglia di lanciare per l&#8217;aula sfere di metallo incontro a lucine colorate, e tipi di lezione con nomi che recano gi&#224; in s&#233; il destino del fallimento, come <em>lezione socratica </em>(la lezione socratica non riusciva manco a Socrate, il 90% dei dialoghi platonici &#232; aporetico).</p><p>Gli insegnanti, il cui specifico dovrebbe appunto essere la lezione, da almeno 25 anni vengono edotti sui tipi lezione, sanno quanti ne esistono, sanno come ridurli in schemi di progettazione e sanno come misurarne poi l&#8217;efficacia dopo averle tenute in classe.</p><p>Sanno anche che non funzionano. Mai.</p><p>C&#8217;&#232; stato un tempo in cui le lezioni in classe funzionavano?</p><p>Credo di no, dalla schola palatina in poi, in classe si sono annoiate a morte generazioni e generazioni di studenti.</p><p>Tuttavia, per un certo numero di secoli o, se vogliamo ridimensionare, per un certo numero di decenni, la noia che si provava in classe veniva dissimulata a causa dell&#8217;autoritarismo: la societ&#224; &#232; stata verticale e gerarchica, anche vistosamente, anche nelle forme (nella sostanza lo &#232; ancora, ma le forme hanno la loro importanza) per un bel po&#8217; di tempo, ti potevi annoiare quanto volevi, ma dovevi fare come diceva l&#8217;insegnante, quando lo diceva l&#8217;insegnante, come lo diceva l&#8217;insegnante. A essere noioso, quindi, non si pu&#242; sbagliare, era per forza l&#8217;insegnante: decideva tutto lui, faceva tutto lui, non lo contraddiceva nessuno (preside, famiglie, avvocati ricorsisti al Tar), e la noia era ritenuta un male necessario: ti annoiamo a morte, ma &#232; una morte per il tuo bene.</p><p>Il tuo bene (il bene dello studente) era considerato questo: per adesso tu impara quello che ti dico io, che &#232; ESATTAMENTE quello che c&#8217;&#232; scritto sul libro, poi, un giorno, di sicuro non adesso, tra molti anni, quando il tuo organo cerebrale e le tue reti neuronali avranno completato il loro sviluppo, forse, ti succeder&#224; di capire le cose che ti stiamo chiedendo di imparare oggi.</p><p>In questa prospettiva, imparare significava <em>ricordare</em>.</p><p><strong>Damnatio memoriae</strong></p><p>Ricordare &#232; sempre stata considerata una parte importante dall&#8217;apprendimento: <em>scienza non fa senza lo ritener l&#8217;avere inteso</em>, solo che non &#232; mai stata l&#8217;unica. C&#8217;era appunto, e gi&#224; per Dante era il momento principale, l&#8217;<em>avere inteso</em>.</p><p>Per un lunghissimo periodo (secoli), per&#242;, la memoria umana &#232; stata l&#8217;unico &#8220;supporto&#8221; sul quale &#8220;salvare&#8221; le informazioni (al tempo le si chiamava <em>il sapere</em>). La carta o non era stata ancora inventata o era un bene di lusso, la stampa diventa una tecnologia davvero a buon mercato all&#8217;incirca un secolo e mezzo fa, la memoria invece era con noi da sempre, pronta per l&#8217;uso, a patto di allenarla e svilupparla. Era quindi abbastanza ovvio che i primi professionisti dell&#8217;insegnamento, i precettori e i pedagoghi privati prima e gli stipendiati pubblici dopo, fossero molto concentrati sul <em>ritener</em> e meno sull&#8217;<em>aver inteso</em>, per la semplice ragione che il ricordare era facilmente <em>verificabile</em>, e anche <em>misurabile</em>: lo studente ricorda? Allora ha imparato. Ricorda prontamente? Ha imparato bene. Ricorda a stento? &#200; un po&#8217; ciuccio. Non ricorda affatto? Bocciato, ripeta (verbo perfetto, direi) l&#8217;anno. La prestazione dell&#8217;insegnante, per conseguenza, era anch&#8217;essa misurabile: se gli studenti ricordano, allora l&#8217;insegnante <em>sa fare lezione.</em></p><p>La fondazione della scuola archetipica, quella che ancora oggi alligna nel nostro inconscio o subconscio, la scuola <em>profonda</em>, l&#8217;<em>ur - </em>scuola, la <em>scuola in noi</em>, &#232; questa: imparare qualcosa significa ricordarla, lo studente che <em>si impegna</em> per ricordare sar&#224; premiato, quello che non si impegna sar&#224; punito.</p><p>Finch&#233; fuori e dentro la scuola siamo stati circondati da autoritarismi vari, memorizzare era ottenibile con questo sistema piuttosto basico di ricompense e punizioni, non dissimile da quello che si usava per addestrare gli animali in un circo: erano dunque lezioni efficaci? Funzionavano? No.</p><p>A malincuore, potremmo ammettere che per qualche decennio (forse due o tre) questo tipo di apprendimento ha effettivamente prodotto dei risultati, almeno in Italia. Pi&#249; di una generazione ha studiato cos&#236;: imparando (ritenendo) scienza che in classe non aveva mai inteso, per&#242; memorizzandola talmente bene, che poi, da adulti, quando il cervello giungeva a maturazione, queste nozioni tornavano a galla, manifestandosi a seconda degli input, e venivano effettivamente ripescate e comprese.</p><p>Funzionava perch&#233; dietro c&#8217;era un autoritarismo feroce: impara &#8216;sta roba o ti mando a zappare (e non era una metafora).</p><p>L&#8217;autoritarismo che rendeva possibile questa pedagogia (perversa e assurda) &#232; scomparso gi&#224; negli &#8216;60 del Novecento, ma il tipo di pedagogia, la lezione da imparare, &#232; rimasto invariato.</p><p>Nei decenni in cui io sono stato studente, periodo che va dal 1979 al 1992, sopravviveva, cos&#236; come sopravvive ancora oggi, l&#8217;idea fissa che imparare fosse ricordare, ma avendo perso la lezione in classe la sua efficacia, fondata sull&#8217;autoritarismo, il momento di questa memorizzazione veniva rinviato al pomeriggio. A casa. Al <em>doposcuola</em>.</p><p>Di fatto, la memorizzazione delle lezioni del mattino veniva demandata quasi per intero allo studente, il quale per raggiungerla, si rivolgeva ai genitori o agli insegnanti privati. La scuola pubblica era gi&#224; allora scuola privata.</p><p>Nel corso de decenni i libri di testo si fanno infatti sempre meno discorsivi, si uniformano nella grafica (box su box, elenchi per punti, parole chiave, mappe concettuali) e assumono, prima ancora dell&#8217;arrivo dei <em>device,</em> la forma di <em>supporti</em>, utilizzabili allo stesso modo dagli insegnanti curricolari (quelli che stanno in classe al mattino) e da quelli extracurricolari (quelli che si occupano di <em>rinforzare </em>le nozioni al pomeriggio).</p><p>Insomma <em>studiare </em>diventa una faccenda pomeridiana, cio&#232; smette di essere un fatto pubblico e diventa un fatto <em>privato</em>: alcuni <em>faranno</em> <em>i compiti</em>, altri no. Alcuni andranno bene a scuola, altri andranno male.</p><p>La scuola del mattino prende a occuparsi sempre meno del <em>ritenere </em>(dell&#8217;<em>avere inteso </em>si occupava gi&#224; poco) e sempre pi&#249; di <em>verificare</em> che gli studenti abbiano <em>imparato </em>cio&#232; che era stato richiesto loro di imparare al pomeriggio, per i fatti propri.</p><p>Sembra tutto lontanissimo, lo so, invece &#232; ancora tra noi, almeno nella parte di paese in cui abito.</p><p>L&#8217;ho capito quando ho cominciato a fare l&#8217;insegnante e ho cominciato a leggere i libri di testo che usiamo in classe: la brevit&#224; dei paragrafi &#232; tale che sembrano sillogi di poesie ermetiche.</p><p>Questo, per esempio, &#232; il testo attualmente in adozione nella mia scuola per la storia della letteratura.</p><p>In poco pi&#249; di dieci righe (1000 battute, 167 parole, quindi pi&#249; o meno a mezzo telegramma) si annuncia la nascita del volgare italiano.</p><p>La brevit&#224; non &#232; amica della comprensione: costringe a termini generali, quindi astratti, ad esempio nel paragrafo che ho fotografato, gi&#224; alla prima riga ci si trova di fronte a una generalizzazione/astrazione: &#8220;Le trasformazioni politiche e territoriali&#8221;. Un ragazzo di dodici anni fatica un po&#8217; a capire cosa significhi politica (qui nel senso, oltretutto, di potere e di amministrazione), e ha ancora dei seri problemi con la spazialit&#224; (i territori). Il punto per&#242; &#232; che pu&#242; benissimo evitarsi lo sforzo di comprendere il significato di questa espressione (trasformazioni politiche e territoriali), a patto che sia capace di memorizzarla. E alla memorizzazione questa frase si presta benissimo, perch&#233; &#232; breve.</p><p>Ecco perch&#233; i libri sono cos&#236; striminziti, densi e dunque tanto oscuri per il lettore cui sono destinati. Non vanno letti, vanno imparati. Meno parole, meno fatica,<em> </em>quindi al posto di normali paragrafi o capitoli ci ritroviamo queste righe che potremmo definire dado Knorr. Alla comprensione abbiamo rinunciato in partenza, dedichiamoci nel modo meno faticoso possibile alla memorizzazione.</p><p>L&#8217;editore e l&#8217;autore (spesso entrambi insegnanti o ex insegnanti) del libro di testo si difenderanno con una sacrosanta obiezione: i paragrafi di un libro di testo andrebbero <em>intesi</em> grazie alla lezione in classe. All&#8217;insegnante il compito di immergere il dado knorr in acqua bollente, dilatare le righe, il far prendere forma al discorso, senso alle frasi, concretezza ai concetti. Spetta all&#8217;insegnante, tramite la lezione, far s&#236; che gli studenti <em>abbiano inteso</em>, (meglio se con una lezione che non preveda discorsi orali, che non sia frontale, che non usi pi&#249; parole di quelle scritte nel libro: una lezione non lezione, un miracolo da affidare necessariamente a un dispositivo). A quel punto, ecco che il paragrafetto iper condensato torner&#224; utile, a casa, fungendo da promemoria che aiuti a<em> ricordare</em> il lavoro di comprensione fatto in classe, <em>et</em> <em>voil&#224;</em>, ecco anche <em>lo ritenere, </em>il binomio dantesco che finalmente si ricompone. Invece non funziona.</p><p>Non funziona perch&#233; in classe mancano troppe cose perch&#233; la lezione sia di aiuto al comprendere (e dunque al <em>vero</em> ricordare): l&#8217;elenco delle cose che mancano in classe &#232; enorme, e comprende cose materiali (certe volte mancano le aule, certe altre gli insegnanti, certe altre ancora l&#8217;aria condizionata) e cose immateriali (i pre-requisiti necessari alla comprensione, che vengono acquisiti dal contesto, il che significa che manca il contesto, l&#8217;ambiente sociale capace di creare i pre-requisiti della comprensione), ma stiamo volando troppo alto, e oltretutto stiamo volando da troppo tempo, quindi mi soffermer&#242; solo sulla cosa che all&#8217;unanimit&#224; tutti diciamo che manca: l&#8217;attenzione dei ragazzi.</p><p><strong>Attenti! Riposo!</strong></p><p>Manca non tanto perch&#233; sia contesa dagli smartphone o dai videogiochi come Fortnite o dal scrollare Tik tok.</p><p>L&#8217;attenzione dei ragazzi manca perch&#233; &#232; sempre mancata (l&#8217;ho detto: veniva simulata, la noia o l&#8217;insofferenza venivano celate), ed &#232; sempre mancata perch&#233; i ragazzi non sono NON SONO INTERESSABILI a nessuna lezione, con qualunque tecnica o strategia didattica essa sia erogata, analogica, digitale, classe capovolta, case study, lezione SOCRATICA. E hanno ragione, e fanno bene. Perch&#233; l&#8217;unica cosa che conta, e che ha sempre contato, &#232; prendere un buon voto.</p><p>Come si prende un buon voto? <em>Un buon voto </em>(qualunque cosa esso sia) si potrebbe prendere dimostrando di avere familiarit&#224; con concetti e nozioni: averli compresi, saperli restituire con un linguaggio (scritto o orale) adeguato e personale, saperli poi applicare o ritrovare in ci&#242; che si legge (se si legge per capire, ovviamente). Sarebbe per&#242; troppo complicato e faticoso, sia per i ragazzi che per l&#8217;insegnante.</p><p>Il metodo pi&#249; svelto per prendere <em>un buon voto </em>&#232; imparare delle cose e cercare di ripeterle cos&#236; come sono scritte sul libro o come sono state presentate a lezione o sul Canva caricato su Classroom. Questo sforzo di memorizzazione (ancora pomeridiana, ancora affidata alle cure di un familiare o di un doposcuola) &#232; semplice sia da verificare che da valutare: c&#8217;&#232; stato impegno, ne consegue una buona valutazione, non c&#8217;&#232; stato impegno, ne consegue una cattiva valutazione.</p><p>Il motivo per cui la lezione, qualsiasi lezione non funziona mai, &#232; questo. Questo modo di valutare sottrae QUALUNQUE utilit&#224; al prestare attenzione in classe, a sforzarsi di seguire un discorso (che essendo l&#8217;immersione di un dado in acqua bollente comporta per forza di cose una dilatazione di frasi e concetti). Tutto ci&#242; che &#232; necessario fare per conseguire un buon voto, lo si pu&#242; fare a casa, nel pomeriggio, da solo, o con mamma, o con pap&#224;, o con l&#8217;insegnante del doposcuola. imparo le dodici righe di quel paragrafo, il giorno dopo le ripeto all&#8217;insegnante, e pretendo (spesso ottenendolo) il famoso<em> buon voto</em>. A che serve quindi seguire una lezione? E dunque: a che serve Ia lezione? Ha senso interessarsi a una lezione? No. Ecco infatti che in classe regnano:</p><ol><li><p>Alle medie il caos pi&#249; totale: giochi, giocattoli (qualsiasi cosa &#232; potenzialmente un giocattolo per un ragazzino delle medie) chiacchiere, scherzetti, dispetti, L&#8217;APEIRON primordiale (tutti gli insegnanti delle medie sanno che le classi sono l&#8217;APEIRON)</p></li><li><p>Alle superiori l&#8217;apatia pi&#249; profonda.</p></li></ol><p>Sul versante insegnanti della barricata la situazione &#232; identica e speculare: ha senso modificare la lezione, interrogarsi sull&#8217;efficacia della lezione, se tanto poi, affidando tutto alla memorizzazione pomeridiana, saranno tutti contenti, studenti, famiglie, insegnanti, presidi, ministero del merito?</p><p>A &#8220;funzionare&#8221;, quindi, paradossalmente, &#232; ancora la lezione che non ha mai funzionato, nemmeno quando funzionava.</p><p>Come se ne esce? Distruggendo tutto. La lezione ha reso la scuola irredimibile, abbiamo identificato la scuola con la lezione per cos&#236; tanto tempo che a un certo punto &#232; diventata un&#8217;entit&#224; immateriale, puro spirito che vive in noi. L&#8217;idea di imparare in un certo modo, memorizzando e rinviando il momento della comprensione a un altro momento della giornata o addirittura a un&#8217;altra et&#224; della vita, &#232; sopravvissuta per secoli e sopravviver&#224;, e rimarr&#224; inscalfita da qualsiasi riforma e qualsiasi innovazione didattica. Bisogna che la scuola scompaia, inghiottita da un periodo (tremendo ma necessario) di tenebre, di ritorno a uno stadio pre-civile, probabilmente anche pre-verbale. Soltanto dopo ci sar&#224; spazio per una cosa nuova, completamente estranea alla scuola, diversa, che si chiamer&#224; anche in un altro modo, sar&#224; fatta in un altro modo, si svolger&#224; in un altro modo, un modo che non avr&#224; pi&#249; nessun punto di contatto con la scuola.</p><p><strong>La corda pazza</strong></p><p>A questo punto del mio ragionamento, purtroppo ho esitato, mi sono posto la domanda che chi filosofa col martello non dovrebbe mai porsi: e se non fosse colpa della lezione? Se, al contrario, fosse tutto <em>merito</em> della scuola e della lezione cos&#236; come ci sono state tramandate? Detesto quando il dubbio mi toglie la spietatezza, cerco allora di mitigare questa improvvisa virata: e se la lezione e la scuola avessero fatto finora, e ancora stessero facendo, semplicemente quello che potevano fare?</p><p>A volo d&#8217;uccello, cosa &#232; successo in questi 160 anni di istruzione pubblica?</p><p>Una SPAVENTOSA crescita della popolazione (italiana e mondiale) si &#232; tirata dietro, per conseguenza, una notevolissima crescita della popolazione istruita (italiana e mondiale)</p><p>A un certo punto, forse, si &#232; raggiunto un plateau: abbiamo alfabetizzato un numero enorme di persone (un numero, a pensarci, spaventoso) e le abbiamo alfabetizzate abbastanza da poter se non altro sopravvivere nel mondo attuale (leggi: in modo da poter consumare, dove &#8220;consumare&#8221; si riferisce a qualsiasi consumo da quello di gelati confezionati ai reel sul telefono). Solo che le magnifiche sorti e progressive si fermano qui: ci aspettavamo che dall&#8217;istruzione di massa scaturisse uno scatto in avanti dell&#8217;umanit&#224;, invece ne &#232; scaturito uno scatto in avanti SOLO IN PROPORZIONE. Cio&#232;, essendo ormai la popolazione mondiale di circa 7 miliardi di persone, sono effettivamente aumentate di numero le persone che affrontano la vita con l&#8217;attitudine del discente, o l&#8217;habitus dello studioso, o insomma dell&#8217;homus istruitus, per&#242; non &#232; aumenta la loro percentuale: in proporzione sono sempre quei 4 gatti che erano ai tempi dei babilonesi, e poi della Firenze del trecento e poi della Torino dell&#8217;800, e poi dell&#8217;Italia degli anni &#8216;70 del novecento. Il numero dei &#8220;letterati&#8221;, cio&#232; di coloro che sanno servirsi fattivamente del ciclo gratuito di istruzione e apprendimento che &#232; stato loro fornito, &#232; una specie di pi greco, rimane quello. L&#8217;istruzione pubblica e gratuita ha fatto s&#236; che tutti riescano in qualche modo a fare benzina al distributore automatico, che &#232; gi&#224; tanto, ma non riesce a fare aumentare la percentuale di coloro che hanno una comprensione critica e attiva dei fenomeni. La democrazia nasce con l&#8217;idea che l&#8217;istruzione render&#224; possibile e utile la partecipazione di tutti alla cosa pubblica, ma in realt&#224; questa base non si allarga pi&#249; di tanto, si raggiunge un limite e oltre non si va.</p><p>Questo assolve la scuola, la lezione, gli esperti di didattica che continuano a inventare nuovi nomi e nuove categorie per nuovi stili di apprendimento che poi continuano a non funzionare esattamente come quelli vecchi? S&#236;. Assolve, ma non esime. La scuola &#232; irredimibile, ma bisogna continuare a lottare, a pensare e ad agire come se non lo fosse.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Questo Substack &#232; supportato dai Reader. 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(torna indietro, prende la penna). <br>- QUESTA NON SCRIVE? (ne recupera un&#8217;altra). <br>- PROF CHE ORE SONO ADESSO? (moltiplicato per 25, diviso per  un&#8217;ora di circa 50 minuti). <br>Consideriamo anche che gli zaini si trovano spesso stipati lungo la parete di fondo, per motivi di sicurezza (intralcerebbero l&#8217;uscita di emergenza, ma intralcerebbero soprattutto l&#8217;andare in bagno), quindi ogni volta che serve qualcosa ci si alza per andarla a prendere, nel frattempo si d&#224; un calcio a un compagno, si ruba l&#8217;astuccio di qualcuno, quell&#8217;altro reagisce urlando: <br>- PROF M&#8217;HA PRESO L&#8217;ASTUCCIO! <br>- NON &#200; VERO, NON CE L&#8217;HO IO IL SUO ASTUCCIO! <br>- CE L&#8217;HA QUELL&#8217;ALTRO, PROF!  <br>Consideriamo anche che da un paio d&#8217;anni i ragazzini arrivano dalle elementari con questa novit&#224; che per soffiarsi il naso ci si alza e ci si mette nell&#8217;angolo dove c&#8217;&#232; il cestino della carta (forse &#232; una manovra residua dei tempi del covid, non lo so, comunque &#232; l&#8217;uso &#232; oramai invalso, indietro non si torna). <br>I ragazzi si soffiano il naso trenta volte ciascuno, con lo stesso fragore che deve avere fatto il tritolo di Capaci, cosa che comporta la rottura dei capillari, l&#8217;epistassi, il tamponamento della medesima mediante medicazione (nella mia attuale prima ho tre alunni che vengono a scuola con la fialetta di Tranex apposta per questo), e naturalmente un&#8217;ulteriore visita al bagno per lavare il sangue (che io laverei volentieri con altro sangue)<br>So di stare dicendo le stesse cose per l&#8217;ennesima volta, so anche che ormai sembro posseduto da Crepet e quindi solo i pi&#249; arteriosclerotici tra i miei contatti avranno letto fin qui, per&#242; adesso arriva la parte nuova.<br>La pazienza &#232; la prima dote di un insegnante, viene molto prima della preparazione, e anche del carisma. <br>Io ce l&#8217;ho, per&#242; la esaurisco durante l&#8217;orario di lavoro, la spendo tutta l&#224;, in classe, a detta di molti (alunni, genitori, colleghi, testimoni insomma), sono addirittura serafico. Il fatto &#232; che  quando esco da scuola non ne ho pi&#249;, &#232; finita, e questo ha modificato la mia idea di riposo: prima di insegnare, per me il riposo era un giardino ombroso, senza cicale, con una sdraio e l&#8217;adagetto di Mahler che suona in lontananza. Adesso invece mi riposo veramente solo quando sono libero di inveire urlando contro chiunque e di trattare male tutti. La mia vacanza ideale ormai la immagino come un posto in cui qualcuno striscia una sedia sul pavimento e io lo cafuddo senza piet&#224;, un altro alza la voce e io lo imbavaglio con lo scotch telato da carrozziere. <br>Secondo me quando si parla di burnout del corpo docente non si mette a fuoco questo dettaglio: il burnout del docente raramente lo sperimentano gli studenti, molto pi&#249; spesso lo sperimentano le persone care che vivono accanto al docente. <br>&#200; una cosa che chi insegna deve accettare, una clausola non scritta: c&#8217;&#232; un prezzo da  pagare per fare s&#236; che i ragazzi siano liberi di manifestare le proprie esigenze e la propria insofferenza, e si paga in pazienza.<br>Il punto per&#242; sono proprio le esigenze dei ragazzi. <br>All&#8217;inizio della mia carriera, credevo che si trattasse di disabitudine a un minimo di disciplina, cio&#232;, diciamo, di banale maleducazione, i ragazzi non soffrono le regole, non sanno stare fermi, ecc. Insomma prendevo il fatto che chiedessero di andare in bagno cos&#236; spesso e tutte le altre richieste e  interruzioni come &#8220;scuse&#8221;. <br>Adesso invece ho capito che stanno VERAMENTE male se non bevono tre litri d&#8217;acqua in 3 ore, se non vanno otto volte in bagno, se non possono buttare duemila volte la carta nel cestino, se non possono interrompere gli altri per commentare qualsiasi cosa con divagazioni inutili, li vedo che SOFFRONO, e non mi pare pi&#249; che sia un atteggiamento, una sceneggiata. Mi pare sia tutto REALE, e non lo so se &#232; diventato reale a forza di fingerlo o a forza di vedere queste richieste approvate e tollerate, ma &#232; evidente che adesso si tratta di bisogni reali, veri, urgenti.<br>Sono anche entrati in gioco smottamenti del concetto culturale di salute, che alla mia et&#224; fatico a registrare: io non ho mai provato la sete, per cui mi sembrano dei pazzi quando tirano fuori borracce da due litri e mezzo dallo zaino. Qualche anno fa l&#8217;ho detto mio fratello, perch&#233; anche mia nipote ha queste borracce da Sahara, e lui mi ha detto: &#232; per l&#8217;idratazione, &#232; il quantitativo MINIMO di acqua che deve bere durante quelle ore, &#232; una questione di salute. Io gli ho detto che non bevo mai a scuola, forse nemmeno dopo la scuola, con una confezione di sei bottiglie d&#8217;acqua da un litro e mezzo ci faccio tipo 10 giorni, e lui mi ha detto: MALE, MALISSIMO, TI AMMALERAI PRESTO, e ha bevuto subito un lunghissimo sorso dalla sua borraccia. <br>I ragazzi vengono a scuola con un&#8217;autobotte perch&#233; glielo dice il pediatra. Chi siamo noi di fronte a un pediatra?<br>Quindi, se anche si trattasse di bisogni indotti prima e interiorizzati dopo (non lo so, non lo posso sapere, forse nessuno potr&#224; pi&#249; saperlo)  ora per&#242; ce li hanno davvero, e quindi non possono essere negati da nessuno, tantomeno da noi, &#232; ovvio che le necessit&#224; primarie prevalgano su quelle secondarie, &#232; molto pi&#249; importante che bevano, che vadano in bagno, che si muovano, piuttosto che leggano due terzine della Commedia o un paragrafo dei Promessi Sposi o che sottolineino in rosso la subordinata soggettiva. <br>Ora per&#242; mi chiedo, ma se le necessit&#224; primarie sono cos&#236; frequenti e impellenti, come le si concilia con la forma, vetusta, che ha mantenuto la scuola, con le lezioni, gli esercizi, gli orari, la ricreazione, i permessi per poter andare in bagno o buttare la carta? <br>Domenica prossima esce un pezzo su Specchio della Stampa dove provo a spiegare perch&#233; la lezione, cio&#232; lo strumento su cui ancora si fonda la didattica a scuola, non ha mai funzionato, in nessuna epoca, e non funziona nemmeno adesso, qualsiasi lezione, in qualunque forma venga proposta. &#200; un&#8217;enormit&#224;, lo so, e io stesso ci credo fino a un certo punto, per&#242; diciamo che attaccare i capisaldi &#232; l&#8217;unico modo per smuovere lo stagno, costringersi a ripensare tutto da zero, mettere veramente in questione le cose, anzich&#233; arriminare sempre tutto col frullatore, sminuzzando qualsiasi tentativo di rinnovamento nel solito pastone a lunga conservazione. <br>Io, da studente, non avevo la borraccia e non bevevo mai (forse &#232; per questo che sono diventato un adulto insofferente), per&#242; non credo di avere soddisfatto a scuola le mie necessit&#224; culturali grazie allo studio. Mi sembra di aver pi&#249; che altro capito, durante gli anni passati a scuola, qualcosa di chi ero e di cosa volevo. Di chi ero fuori di casa, in mezzo agli altri. La Commedia non la studiavo proprio, leggevo l&#8217;antologia per conto mio. Alla fine la scuola ha lavorato in me in modo carsico, e non so se &#232; stato un bene o no. Per&#242; &#232; stata l&#8217;unica occasione che ho avuto.<br>Insomma, io entro, li faccio bere, leggo Dante e non ho molta fiducia che Dante sia utile. Ma non so nemmeno se le cose sarebbero poi cos&#236; diverse nella scuola che sogno, senza compiti e senza verifiche. Forse anche in quella scuola gli studenti farebbero una loro strada imprevedibile, in cui noi (e Dante) contiamo poco.<br>Ci sono indizi, non prove, che andrebbe nello stesso modo. Gli indizi consistono nel fatto che alle elementari e alle medie molte lezioni non sono lezioni, sono intrattenimento da villaggio turistico: filmati, videogiochi, giochi di ruolo, uso creativo dei milioni di strumenti appositi forniti dalla Gsuite e da Classroom, e i ragazzi chiedono lo stesso di andare in bagno, bere, buttare la carta, soffiarsi il naso. Io credo che a essere in questione non &#232; la materia sulla quale ci si applica, che sia la Commedia o il quadrato di un polinomio o il solfeggio, io credo che a essere in questione sia il concetto stesso di applicazione: l&#8217;essere umano un po&#8217; &#232; rimasto uguale a com&#8217;&#232; sempre stato (&#200; mai esistito uno studente che non s&#8217;annoiasse a scuola?), e un po&#8217; &#232; cambiato (nel senso che adesso la noia, l&#8217;insofferenza, il fastidio si possono manifestare liberamente, &#8220;in faccia&#8221; all&#8217;insegnante, e per fortuna, perch&#233; cos&#236; l&#8217;insegnante &#232; obbligato ad accorgersene). Quindi diciamo che sarebbe il momento buono per prendere FINALMENTE coscienza del fatto che di applicarci NON CI VA, come del resto non ci &#232; MAI andato. &#200; il momento buono perch&#233; ormai siamo arrivati, o siamo molto vicini, al punto in cui possiamo PERMETTERCELO: abbiamo facilitazioni tali per cui potrebbe benissimo succedere (succede gi&#224; su molti fronti) che non ci sia nessun bisogno di applicarci a niente o quasi. <br>Insomma, non &#232; che stiamo sopravvalutando tutti quanti questa idea che la scuola sia l&#8217;ultimo baluardo della capacit&#224; di concentrazione? <br>I ragazzi vivono benissimo (e probabilmente saremmo vissuti benissimo anche noi) anche senza capacit&#224; di concentrazione. Vanno in bagno, si soffiano il naso, giocano a flippare la bottiglia, vi assicuro, quindi, che anche a scuola si concentrano poco, eppure fuori dalla scuola non hanno nessun problema, non mi sembrano scemi, non mi sembrano inabili, non mi sembrano incapaci di risolvere problemi o trovare soluzioni, anzi. Il problema, al limite, ce l&#8217;hanno dentro la scuola, fuori tutto va loro incontro (grazie a Dio) e loro vanno incontro a tutto. A noi docenti, e solo a noi, tocca questo compito odioso di custodi dell&#8217;attenzione, di sacerdoti della capacit&#224; di applicazione e concentrazione, un sacrario chiuso dentro un tempio, una cosa scollegata da tutto, che forse ad alcuni piace da morire (pochi, esistono, sono sempre esistiti ma sono pochi e lo sono sempre stati) e che la maggior parte invece mal tollera. Ha senso opporre questa strenua resistenza a protezione di una facolt&#224; che perde utilit&#224; pratica di giorno in giorno, che pi&#249; passano i mesi (non gli anni, i mesi, forse le settimane) e meno trova un campo di applicazione, uno scopo? E se ce l&#8217;ha (non lo escludo, sono scettico su tutto, non escludo niente) siamo sicuri che questa figura di esperto nell&#8217;arte di praticare la temperanza, di virtuoso della continenza, sia davvero il docente? Io posso essere in grado di aiutare i ragazzi con il complemento predicativo del soggetto, ma non ho idea di come si faccia a dominare l&#8217;urgenza di alzarsi, il bisogno di bere e di andare in bagno,  non so come si impara o ci si addestra a signoreggiare sul proprio corpo e sulle proprie necessit&#224;. Forse la figura pi&#249; necessaria nelle scuole, se davvero si considerano l&#8217;attenzione e la concentrazione come facolt&#224; decisive per l&#8217;essere umano del futuro, non &#232; l&#8217;insegnante, ma il bramino.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://mariofillioley.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto! 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