<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Non solo Coaching]]></title><description><![CDATA[Coaching e Formazione per lo Sviluppo del Potenziale, delle Competenze Trasversali, la Comunicazione e la Relazione Efficace.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aTa7!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F227bde0f-8591-4495-b891-61c9c4506937_1000x1000.png</url><title>Non solo Coaching</title><link>https://matteotessarottocoach.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Tue, 01 Sep 2026 19:20:32 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/matteotessarottocoach.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Matteo Tessarotto Coach]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[matteotessarottocoach@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[matteotessarottocoach@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[matteotessarottocoach@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[matteotessarottocoach@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Scomodo come un seme d’anguria]]></title><description><![CDATA[In alcune delle organizzazioni che mi capita di frequentare, osservo la tendenza a eliminare sistematicamente ogni cosa (e persona) che possa creare attrito. Cos&#236; come abbiamo eliminato i semi dalle angurie.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/scomodo-come-un-seme-danguria</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/scomodo-come-un-seme-danguria</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Thu, 27 Aug 2026 05:30:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/117f2c1d-0cda-4767-b2b7-8719d4a2e82d_5808x3904.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>D&#8217;estate, quando ero piccolo, nel paese vicino al mio arrivava l&#8217;Anguriara.</p><p>Un tendone che si sistemava nel piazzale con panche, tavoli, tovaglie di plastica colorata e un furgone pieno di angurie che venivano affettate con enormi e affilati coltelli. Adoravo quelle fettone fresche, rosse, dolcissime. E ricordo mia mamma che mi riprendeva perch&#233; sputavo i semi con poca grazia e ancor meno educazione.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Oggi questo non accadrebbe pi&#249;. I semi nelle angurie non ci sono pi&#249;. Problema risolto.</p><p>Mentre scrivevo il pezzo precedente sullo stesso tema, mi sono accorto che la questione dei semi mancanti non riguarda solo i frutti. Riguarda anche le persone, i team e il modo in cui, spesso, ci sbarazziamo di ci&#242; che potrebbe farci crescere.</p><p>In alcune delle organizzazioni che mi capita di frequentare, osservo la tendenza a eliminare sistematicamente ogni cosa (e persona) che possa creare attrito.</p><p>Si cerca il collaboratore che non fa domande scomode. Si predilige il collega con cui non si litiga mai. Si accetta di buon grado il feedback che fa sentire bene senza disturbare troppo. Meglio la riunione che finisce in accordo generale e l&#8217;ambiente in cui nessuno mette in discussione niente.</p><p>La classica azienda &#8220;seedless&#8221;. Piacevole, scorrevole, facile da&#8230; consumare.</p><p>Ahim&#232;, sterile.</p><p>Il seme, in natura, &#232; la parte pi&#249; protetta e pi&#249; dura del frutto, quella che spesso si sputa e si rimuove. Dentro c&#8217;&#232; innestato il progetto perfetto per ci&#242; che verr&#224; dopo. Insieme la parte pi&#249; preziosa e anche quella pi&#249; scomoda.</p><p>Nelle relazioni professionali il seme (scomodo) ha molte forme:</p><ul><li><p><em>&#200; il collega che dice quello che nessuno vuole sentire in riunione.</em></p></li><li><p><em>&#200; il collaboratore con carattere, che non si adatta facilmente e che quando ci crede trascina tutto il gruppo.</em></p></li><li><p><em>&#200; il feedback onesto che fa un po&#8217; male ma che cambia il modo di lavorare.</em></p></li><li><p><em>&#200; la conversazione difficile che si rimanda per settimane perch&#233; non si sa come iniziare.</em></p></li></ul><p>Tutte cose che, se eliminate, tolgono la possibilit&#224; di generare qualcosa di nuovo.</p><p>Lavorando con gruppi, team e organizzazion,i mi &#232; capitato spesso di osservare questa dinamica in azione e di vederla scambiata per finta armonia.</p><p>Un gruppo che non litiga mai non &#232; necessariamente un gruppo che funziona bene. Spesso &#232; un gruppo che ha imparato a evitare le occasioni di crescita. Un leader che non riceve mai feedback critici non &#232; necessariamente bravo; potrebbe solamente essere circondato da persone che hanno capito che non conviene darne.</p><p>L&#8217;assenza di attrito si sente subito come sollievo ma il potenziale danno si vede dopo, quando le persone si trovano davanti a una situazione critica e non hanno gli anticorpi per affrontarla, perch&#233; non li hanno mai potuti sviluppare.</p><div class="pullquote"><p>C&#8217;&#232; una cosa che ho sentito dire in passato e che ripeto spesso: la qualit&#224; di un team non si misura da quanto va d&#8217;accordo, ma da quanto sa stare nel disaccordo senza perdersi.</p></div><p>Un team o un gruppo che sa dirsi le cose difficili, che sa ricevere un feedback senza chiudersi, che sa continuare una conversazione scomoda fino in fondo, ha i semi! Pu&#242; sbagliare, pu&#242; faticare, pu&#242; avere momenti di tensione. Ma pu&#242; anche imparare, adattarsi, generare qualcosa che prima non c&#8217;era.</p><p>Un team o un gruppo seedless &#232; pi&#249; facile da gestire. Ma non cresce. Esegue.</p><p>Ti lascio, al solito, con qualche domanda:</p><ul><li><p><em>Nel team in cui lavori (o in quello che guidi) quanto spazio c&#8217;&#232; per il seme scomodo? Per la voce fuori dal coro, per il feedback che nessuno vuole dare, per la conversazione che si rimanda da troppo tempo?</em></p></li><li><p><em>E se questo spazio non c&#8217;&#232;, vale la pena chiedersi: stiamo coltivando un ambiente sano, o stiamo solo rendendo tutto pi&#249; facile da consumare?</em></p></li></ul><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La polpa non basta]]></title><description><![CDATA[Tra i momenti irrinunciabili dell&#8217;estate non pu&#242; mancare la fetta d&#8217;anguria. E cos&#236; l&#8217;altra sera ne stavo mangiando una, fresca e dolce, quando mi sono accorto di una cosa: non c&#8217;era neanche un seme. Nemmeno uno.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/la-polpa-non-basta</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/la-polpa-non-basta</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 24 Aug 2026 05:31:04 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/d0141393-ae99-4e83-b4e5-7f362b28758d_6720x4480.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra i momenti irrinunciabili dell&#8217;estate non pu&#242; mancare la fetta d&#8217;anguria. E cos&#236; l&#8217;altra sera ne stavo mangiando una, fresca e dolce, quando mi sono accorto di una cosa: non c&#8217;era neanche un seme. Nemmeno uno.</p><p>Ho guardato meglio. Niente. Polpa rossa, compatta, perfetta. E ho pensato: normale? Ho fatto una ricerca veloce e ho scoperto che s&#236;, &#232; normale dal momento che le angurie senza semi esistono dagli anni &#8216;90. Inoltre, oggi, rappresentano la maggioranza di quelle in commercio. Stessa cosa accade per l&#8217;uva e per alcune variet&#224; di agrumi.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Il mercato ha decretato la sua sentenza: i semi sono un fastidio quindi&#8230; vanno eliminati.</p><p>Potremmo vederla come una scelta eccessiva e figlia della modernit&#224;, ma poi mi sono fermato su un pensiero: il frutto &#232; il mezzo non il protagonista, anche se &#232; quello che viene mangiato.</p><p>Lo so, sembra un paradosso. Ma dal punto di vista della pianta, la polpa del frutto &#232; il mezzo, non il fine. &#200; l&#236; per attirare animali, uccelli, insetti&#8230; ovvero qualcuno che mangi il frutto e, spostandosi, lasci cadere il seme altrove. Il frutto potremmo definirlo come il &#8220;sistema di imballaggio e trasporto&#8221;. Elegante, colorato, profumato, dolce. Ma al servizio di qualcosa d&#8217;altro.</p><p>Il seme &#232; il punto. Il seme &#232; ci&#242; che porta avanti la specie, che contiene il progetto, che ha dentro di s&#233; tutto quello che servir&#224; per dare vita a qualcosa di nuovo. </p><p>La polpa nutre. Il seme genera.</p><p>Quando togliamo il seme per pigrizia e comodit&#224;, otteniamo un frutto perfetto nell&#8217;apparenza e sterile nella sostanza. Buono da mangiare e incapace di riprodursi e assolvere al compito per cui &#232; nato.</p><p>E qui &#232; arrivato il secondo pensiero:</p><div class="pullquote"><p>Quante organizzazioni stanno facendo esattamente la stessa cosa?</p></div><p>Brand curati nei minimi dettagli, comunicazione impeccabile, valori aziendali incorniciati in bella mostra nelle sale riunioni e nelle aree comuni. Presenza sui social costante, coerente, professionale. Una polpa perfetta.</p><p>E il seme? Il prodotto vero, la competenza reale, il valore concreto che quella struttura dovrebbe generare e trasmettere dov&#8217;&#232;? Spesso il &#8220;seme&#8221; &#232; diventato il fastidio da ottimizzare, da semplificare, da rendere meno &#8220;ingombrante&#8221;.</p><p>Ho visto aziende investire cifre considerevoli in rebranding e ricerca del purpose e quasi nulla in &#8220;evoluzione interna&#8221;. Ho visto organizzazioni con mission statements da brivido e processi che contraddicevano ogni parola. Ho conosciuto leader eccellenti nella gestione dell&#8217;immagine e incapaci di avere una conversazione (facile o difficile che fosse) con un proprio collaboratore.</p><p>Polpa abbondante. Semi assenti.</p><p>Il problema non &#232; l&#8217;apparenza in s&#233;. Un frutto bello e profumato attira e attrarre &#232; necessario. Il problema &#232; quando l&#8217;apparenza diventa il prodotto e la sostanza diventa il dettaglio sacrificabile.</p><p>Perch&#233; a quel punto hai un&#8217;organizzazione che funziona finch&#233; c&#8217;&#232; qualcuno che la consuma: clienti, investitori, dipendenti motivati dall&#8217;entusiasmo iniziale. Ma che non riesce a riprodursi. Non genera nuova cultura, non forma nuovi talenti, non lascia niente che possa germogliare altrove.</p><blockquote><p><em>&#200; un frutto senza semi. Ottimo oggi. Sterile domani.</em></p></blockquote><p>Ti lascio con qualche domanda:</p><ul><li><p><em><strong>Se guardi l&#8217;organizzazione in cui lavori (o quella che stai costruendo) riesci a distinguere la polpa dal seme? </strong></em></p></li><li><p><em><strong>Sai cosa c&#8217;&#232; dentro che vale davvero, che potrebbe crescere, moltiplicarsi, portare avanti qualcosa?</strong></em></p></li><li><p><em><strong>E quella parte l&#236;, quella scomoda e preziosa la stai proteggendo o la stai &#8220;ottimizzando&#8221;, un po&#8217; alla volta, per rendere tutto pi&#249; facile da consumare?</strong></em></p></li></ul><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Le tre facce dell’Advice Monster]]></title><description><![CDATA[Il consiglio &#232; la trappola pi&#249; dolce di chi accompagna qualcuno: Coach, leader, formatori, insegnanti, genitori. Non perch&#233; sia sbagliato in s&#233; anzi, a volte, &#232; la cosa giusta.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/le-tre-facce-delladvice-monster</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/le-tre-facce-delladvice-monster</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Thu, 23 Jul 2026 05:25:17 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/11d571f2-0d80-495d-aeaa-96d699419968_5824x3264.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il consiglio &#232; la trappola pi&#249; dolce di chi accompagna qualcuno</strong>. Qualcosa da cui, in maniera diversa, tentano di distaccarsi Coach, Leader, Formatori, Insegnanti, Genitori. In questo articolo provo a sviluppare la parte su Bungay Stanier che in un <a href="/__u/matteotessarottocoach.substack.com/p/il-coach-si-avvale-della-facolta">pezzo precedente</a> avevo solo toccato di sfuggita.</p><p>Parlavamo di dolce&#8230; dolce perch&#233; ci fa sentire utili, competenti, generosi. E quando arriva la spinta a dare un consiglio, quasi non ce ne accorgiamo.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>&#200; una dinamica quasi inconscia, ed &#232; qui che entra in gioco <strong>Michael Bungay Stanier </strong>dove, nel suo libro <em><a href="https://amzn.eu/d/05q6HcIS">The Advice Trap</a></em>, non l&#8217;ha trattata come una<em> </em>tentazione ma ne ha riconosciute ben tre. Le chiama, con un termine giocoso, le tre facce dell&#8217;<em>Advice Monster</em>. Tre spinte diverse, ognuna con una propria radice.</p><ol><li><p><strong>Tell-it (&#8220;So io, te lo dico subito&#8221;).</strong> La faccia orgogliosa e la spinta a dare la risposta perch&#233; la sappiamo, con l&#8217;ego professionale che cerca conferma. Chi la sente pi&#249; forte &#232;, di solito, chi ha pi&#249; esperienza e quindi pi&#249; materiale da voler condividere.</p></li><li><p><strong>Save-it (&#8220;Devo salvarti da questo&#8221;).</strong> La faccia pi&#249; tenera e la spinta a togliere di torno la fatica dell&#8217;altro. Parla della nostra difficolt&#224; a stare nel disagio di chi sta cercando. Chi la sente pi&#249; forte &#232; chi ha empatia e chi rischia di confondere l&#8217;aiutare con il sottrarre la prova.</p></li><li><p><strong>Control-it (&#8220;Solo se sono io a decidere, va bene&#8221;).</strong> La faccia pi&#249; ansiosa e la spinta a non lasciare che le cose vadano dove non le stiamo dirigendo. Parla della nostra intolleranza al non-sapere-come-va-a-finire. Chi la sente pi&#249; forte &#232; chi &#232; abituato a gestire e per cui il non-controllo &#232; vissuto come rischio.</p></li></ol><p>Il punto interessante &#232; che ognuno di noi ha una faccia prevalente. E riconoscere la propria, invece di nasconderla e giustificarla, &#232; gi&#224; un ottimo inizio.</p><p>Bungay Stanier riassume la sua proposta in una forma che &#232; stata molto citata nel mondo del Coaching: </p><div class="pullquote"><p><em><strong>Stay curious a little bit longer</strong></em><strong>.</strong><br>(Resta curioso un momento in pi&#249;)</p></div><p>Ossia non serve rispondere subito, serve solo chiedere ancora un po&#8217;.</p><p><em><strong>Quale delle tre facce riconosci pi&#249; spesso in te quando qualcuno ti porta un problema e la tua bocca si prepara a rispondere prima ancora che l&#8217;altro abbia finito di parlare?</strong></em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Leader Eroe vs Leader Coach]]></title><description><![CDATA[Ci sono storie che, in forme leggermente diverse, ritornano. Ne sento una, in questi anni di lavoro con imprenditori e manager, che mi porta a scrivere questo pezzo.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/leader-eroe-vs-leader-coach</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/leader-eroe-vs-leader-coach</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 05:17:11 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c7529a6f-b60b-4ca4-b6ad-68240b78dd26_3596x2400.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono storie che, in forme leggermente diverse, ritornano. Ne sento una, in questi anni di lavoro con imprenditori e manager, che mi porta a scrivere questo pezzo.</p><p>Un imprenditore (chiamiamolo cos&#236;, sinteticamente, anche se in questa figura si sommano i tratti di pi&#249; persone che ho ascoltato) che in meno di dieci anni ha portato la sua azienda da due milioni di fatturato a nove. Ha assunto quaranta persone. Ha aperto un mercato estero. Ha attraversato il periodo del Covid senza chiudere. Nel farlo era sempre presente, sempre reperibile, sempre l&#8217;ultimo a rispondere alle e-mail alle undici di sera. Lui e la sua energia erano il motore.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>A un certo punto, quello stesso imprenditore ti dice qualcosa come: </p><div class="pullquote"><p><em><strong>&#8220;Il problema &#232; che oggi non riesco pi&#249; a fermarmi. Se non ci sono io, si ferma tutto. Il mio team ha smesso di prendere decisioni. Anche le cose che potrebbero fare da soli me le mandano prima. E io mi sto svuotando.&#8221;</strong></em></p></div><p>E poi, quasi sempre, aggiunge: </p><div class="pullquote"><p><em><strong>&#8220;E la cosa strana &#232; che questo, per come si &#232; costruita l&#8217;azienda, &#232; colpa mia. Anche se ho fatto sempre quello che sembrava la cosa giusta.&#8221;</strong></em></p></div><p>Ha ragione su entrambi i fronti. Ha fatto la cosa giusta per la fase in cui era. Ed &#232; la stessa cosa che, per la fase in cui &#232; adesso, gli si sta stringendo intorno.</p><h3><strong>Il Leader Eroe non &#232; un difetto</strong></h3><p>Nella letteratura sulla leadership c&#8217;&#232; un nome per la figura che ho descritto. Si chiama <strong>Leader Eroe</strong>. &#200; il Leader che vede i problemi per primo, li risolve da solo, e dice al team cosa fare. Il modello ha una forza reale: in fase di start-up, in periodi di emergenza, in contesti dove la velocit&#224; di decisione conta pi&#249; della qualit&#224; della collaborazione, funziona bene. Anzi, in molti casi &#232; l&#8217;unico modello che regge.</p><p>Il Leader Eroe non &#232; un cattivo modello di leadership. &#200; stato, quasi sempre, il modello giusto per portare il Leader dove &#232; arrivato. La sua competenza tecnica, la sua energia, la sua capacit&#224; di reggere il peso, sono le stesse qualit&#224; che gli hanno permesso di costruire quello che ha costruito.</p><p>Il punto &#232; che quel modello ha una scadenza silenziosa. E la scadenza arriva quando l&#8217;azienda cresce, quando il team si allarga, quando le decisioni da prendere sono troppe perch&#233; passino tutte da una sola testa.</p><h3><strong>Il costo nascosto</strong></h3><p>Quando il Leader Eroe non si accorge in tempo che il modello ha esaurito la sua fase, il costo &#232; pesante.</p><ul><li><p><strong>Sul Leader</strong>. Sovraccarico continuo, isolamento decisionale, difficolt&#224; a staccare senza sentire il telefono vibrare. &#200; la traiettoria classica del burnout (con la particolarit&#224; che il Leader Eroe non lo riconosce come tale, perch&#233;: <em>&#8220;Tanto sono io che ho costruito tutto, chi altri dovrebbe farlo?&#8221;)</em>. Il senso del dovere copre il campanello d&#8217;allarme e la stanchezza viene rinominata dedizione.</p></li><li><p><strong>Sul Team</strong>. Passivit&#224; crescente con le persone smettono di proporre, di iniziare, di sbagliare, perch&#233; tanto &#232; pi&#249; veloce chiedere. I talenti migliori se ne vanno per primi, perch&#233; non trovano lo spazio di espressione professionale che cercavano. Chi resta &#232; spesso chi si adatta bene alla dinamica di attesa. &#200; esattamente il Team che il Leader non voleva costruire, e che tuttavia, un gesto dopo l&#8217;altro, ha finito per costruire.</p></li></ul><p>L&#8217;aspetto beffardo &#232; che, visto da fuori, il Leader Eroe sembra ancora <em>&#8220;</em>bravo<em>&#8221;</em>. Tiene le cose in piedi, prende decisioni rapide e risolve i problemi. Il degrado del sistema &#232; invisibile finch&#233; non arriva un evento a renderlo evidente: una crisi, un&#8217;uscita chiave, una malattia del leader stesso e allora esplode tutto insieme.</p><h3><strong>Quella del Leader Coach &#232; una postura, non una tecnica</strong></h3><p>L&#8217;alternativa che negli ultimi vent&#8217;anni si &#232; affermata &#232; quella del <strong>Leader Coach</strong>. Un Leader che, quando arriva un problema, non risolve subito, chiede. Che quando vede il Team incerto, non decide al posto suo, stimola ed esplora opzioni insieme. Che quando qualcuno si blocca, non prende il suo posto, lo aiuta a togliere ci&#242; che lo sta bloccando.</p><p>Non &#232; una tecnica, &#232; una postura. E per essere onesti, &#232; una postura che costa parecchio. </p><ul><li><p><strong>Costa il piacere immediato di risolvere</strong>. Chi ha esperienza nel proprio mestiere prova soddisfazione nel dare la risposta giusta, perch&#233; &#232; una gratificazione professionale reale. Il Leader Coach ci rinuncia consapevolmente. Non perch&#233; non conosca la risposta, ma perch&#233; sa che dando la sua toglie all&#8217;altro l&#8217;occasione di trovarne una propria, che potrebbe essere anche migliore o che comunque sar&#224; pi&#249; sua da portare avanti.</p></li><li><p><strong>Costa la tolleranza dell&#8217;ansia</strong>. Quando un collaboratore ti porta un problema e tu chiedi: <em>&#8220;Tu come lo affronteresti?&#8221;</em> invece di dire: <em>&#8220;Fai cos&#236;&#8221;</em>, per qualche minuto non sai dove andr&#224; a finire. Devi reggere quel non-sapere. Non tutti i leader ci riescono e il primo ostacolo &#232; la loro stessa competenza, perch&#233; chi sa la risposta fatica a tacere.</p></li><li><p><strong>Costa il coraggio di accettare che l&#8217;altro sceglier&#224; in modo diverso da come avrebbe scelto lui</strong>. E che qualche volta sbaglier&#224;, per imparare. Il Leader Eroe pensa: <em>&#8220;Se avesse fatto come dicevo io, questo errore non ci sarebbe stato&#8221;</em>. Il Leader Coach pensa: <em>&#8220;Questo errore, adesso, &#232; una competenza in pi&#249; che quella persona ha acquisito&#8221;</em>.</p></li></ul><h3><strong>Non &#232; un&#8217;alternativa, &#232; un ampliamento</strong></h3><p>Vale la pena dire una cosa che nei materiali di formazione spesso resta implicita: il passaggio dal Leader Eroe al Leader Coach non &#232; un&#8217;alternativa netta (o sei l&#8217;uno o sei l&#8217;altro), &#232; un ampliamento del proprio repertorio.</p><p>Ci sono momenti come un&#8217;emergenza vera, una decisione irreversibile, una situazione tecnica che chiede risposta rapida, in cui il ruolo del Leader Eroe &#232; ancora la postura giusta. Un approccio di Coaching, in questi casi, rallenterebbe andando fuori tempo massimo. La differenza &#232; tra assumere quel ruolo quando serve, e restarci per default.</p><p>Il Leader Coach maturo, quindi, non &#232; il Leader che ha smesso di dare risposte, bens&#236; &#232; il Leader che ha imparato a scegliere consapevolmente quando dare una risposta e quando fare una domanda. Ed &#232;, di solito, un Leader che ha visto sulla propria pelle il costo dell&#8217;accentramento eccessivo e ha deciso che quel costo non voleva pi&#249; pagarlo.</p><h3><strong>Qualche domanda in chiusura</strong></h3><ul><li><p><em><strong>In quali momenti del tuo lavoro senti che il ruolo di Leader Eroe ti sta ancora servendo?</strong></em></p></li><li><p><em><strong>E in quali, invece, comincia a intrappolarti?</strong></em></p></li></ul><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Coach si avvale della facoltà di non rispondere]]></title><description><![CDATA[La parola Coach nasce nel quindicesimo secolo, in un villaggio ungherese di nome Kocs, famoso per un tipo di carrozza particolarmente robusta. Un veicolo, ossia un mezzo per trasportare persone preziose da un punto A a un punto B.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/il-coach-si-avvale-della-facolta</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/il-coach-si-avvale-della-facolta</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 12:37:26 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2b7ef8cf-d84c-495c-bb88-3a0f81d73562_6000x4000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La parola <em>Coach</em> nasce a <strong>Kocs</strong>, un piccolo villaggio ungherese del quindicesimo secolo, famoso per un tipo di carrozza particolarmente robusta. La <em>kocsi</em>: un veicolo progettato per trasportare persone da un punto A a un punto B. Da l&#236; il termine viaggia per l&#8217;Europa e arriva, dopo qualche secolo di passaggi, all&#8217;inglese moderno e all&#8217;italiano &#8220;cocchio&#8221;.</p><p>L&#8217;immagine mi &#232; tornata alla mente, in questi giorni, per una ragione che riguarda il mio mestiere.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Un Coach, prima di tutto e da sempre, &#232; un veicolo. Non &#232; chi decide la destinazione. Non &#232; chi guida al posto del viaggiatore. &#200; chi rende possibile il tragitto: gestendo il processo, garantendone la solidit&#224;, tenendo la rotta anche quando la strada si fa impervia. </p><p>Il passeggero, il Coachee, resta il protagonista indiscusso del viaggio.</p><h3><strong>Il mezzo cambia forma, ma non natura</strong></h3><p>Nel diciannovesimo secolo, i <strong>Tutor</strong> delle universit&#224; inglesi cominciano a essere chiamati Coach, perch&#233; &#8220;trasportavano&#8221; gli studenti verso il superamento degli esami. </p><p>Nel 1974, <strong>Tim Gallwey</strong> pubblica <em><a href="https://www.amazon.it/dp/881718411X?ref_=cm_sw_r_ffobk_cp_ud_dp_X75CSDQ7QBBKC92H33M2">The Inner Game of Tennis</a></em> e sposta l&#8217;accento in modo definitivo: la vera partita non si gioca sulla tecnica, si gioca nello spazio interiore. Il Coach smette di essere solo l&#8217;istruttore che corregge il gesto e diventa la persona che accompagna l&#8217;atleta (poi il professionista, il manager, il leader&#8230;) nel gestire in modo pi&#249; funzionale le interferenze che gli impediscono di esprimere a pieno il suo potenziale. Ci&#242; &#232; ben spiegato nella formula della prestazione:</p><div class="pullquote"><p><strong>P(restazione) = p(otenziale) - i(interferenza)</strong></p></div><p>Si tratta di un cambio di ruolo in cui <strong>il Coach non porta pi&#249; ci&#242; che serve, bens&#236; aiuta a togliere ci&#242; che &#232; di troppo</strong>.</p><p>E qui arriva la parte scomoda.</p><h3><strong>La tentazione della soluzione</strong></h3><p>Perch&#233; una volta che accettiamo che il mestiere &#232; accompagnare a gestire le interferenze (e non aggiungere consigli, non dare soluzioni, non dire cosa fare) dobbiamo anche riconoscere che questa modalit&#224; &#232;, oggigiorno, contro natura.</p><p><strong>La tentazione pi&#249; dolce, quando qualcuno ci porta un problema, &#232; dare la nostra soluzione</strong>. Ne abbiamo una, spesso pi&#249; di una, che nasce da anni di pratica, letture, casi visti. Pare tutto molto efficiente e velato di generosit&#224;. Fa sentire utili e in fondo si &#232; pagati per essere utili, no?</p><p><strong>Michael Bungay Stanier</strong> la chiama <em>Advice Trap</em>, la trappola del consiglio. Il nocciolo sta tutto qui: nella dolcezza di quel gesto. Nella soddisfazione di sentirsi la persona che ha la risposta. Che &#232; esattamente il gesto che, se lo facciamo come Coach, disattiva quello per cui l&#8217;altro &#232; venuto a cercarci.</p><h3><strong>Perch&#233; dare consigli spegne quello che vorremmo accendere</strong></h3><p>C&#8217;&#232; anche una ragione tecnica, non solo intuitiva.</p><p><strong>Edward Deci e Richard Ryan</strong>, in decenni di studi sulla motivazione intrinseca, hanno mostrato che la spinta interiore delle persone si tiene viva a tre condizioni: sentirsi autori delle proprie scelte (autonomia), sentirsi capaci (competenza), sentirsi in relazioni autentiche (relazionalit&#224;).</p><p>Ogni volta che, invece di fare una domanda, diamo una soluzione, togliamo autonomia e sottraiamo l&#8217;esperienza di competenza. Stiamo dicendo, senza dirlo: </p><div class="pullquote"><p><em>Su questo non ti serve pensare, ho gi&#224; pensato io</em>.</p></div><p>Va bene una volta ogni tanto, in emergenza, in un contesto tecnico che chiede risposta rapida. Ma se diventa la postura di default, soprattutto nei ruoli di guida, di leadership, di accompagnamento, togliamo al passeggero il suo posto di guida. La carrozza continua a muoversi, ma nessuno la sta pi&#249; abitando.</p><h3><strong>Un riconoscimento, non un rimprovero</strong></h3><p>Scrivo questa cosa senza puntare il dito verso nessuno. &#200; una tentazione che sentiamo tutti, anche dopo anni di pratica. Anzi: forse la si sente di pi&#249; adesso rispetto a quando si era all&#8217;inizio, perch&#233; adesso si hanno pi&#249; risposte. L&#8217;esperienza &#232; diventata un magazzino e il magazzino chiede di essere svuotato.</p><p>E vale ben oltre il Coaching in senso stretto. Vale per il Leader che accompagna il suo team, per il Formatore che segue un percorso, per il Genitore che ascolta un figlio, per chiunque abbia sviluppato competenza in un ambito e si trovi a un certo punto davanti a qualcuno che sta cercando la propria strada.</p><p>La disciplina &#232; tutta qui: ricordarsi che, se siamo in quella conversazione, il nostro ruolo non &#232; offrire il magazzino. &#200; tenere il volante fermo mentre l&#8217;altro trova la sua strada. E accettare che, a volte, la strada che sceglie non &#232; quella che avremmo suggerito noi.</p><h3><strong>Una domanda, anzi due</strong></h3><p>Nel tuo ruolo, che sia di Coach, di Leader, di Formatore, di Insegnante, di Genitore, <em><strong>in che momenti senti di pi&#249; la tentazione di dare la soluzione al posto della domanda?</strong></em></p><p><em><strong>E cosa ti chiede, davvero, quella tentazione, quando si presenta?</strong></em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Prima della fiducia vengono rispetto e gratitudine]]></title><description><![CDATA[La fiducia riguarda ci&#242; che posso affidare a una persona, il rispetto riguarda il modo in cui scelgo di stare davanti a quella persona. A volte diciamo: &#8220;non mi fido&#8221; quando, pi&#249; onestamente, dovremmo dire: &#8220;Non sto pi&#249; facendo lo sforzo di rispettarti pienamente&#8221;.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/fiducia-rispetto-e-gratitudine-non</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/fiducia-rispetto-e-gratitudine-non</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 05:16:22 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8fab036a-bd18-4ff5-967b-a5a9374bd98a_6720x4480.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando un team si inceppa, diciamo quasi sempre la stessa cosa: &#8220;manca fiducia&#8221;. A volte &#232; vero. Altre volte &#232; una diagnosi comoda, ma imprecisa.</p><p>Ogni situazione &#232; un mondo a s&#233;. Ci sono relazioni professionali in cui la fiducia &#232; stata davvero compromessa, come nel caso di una promessa non mantenuta, una responsabilit&#224; evitata, una comunicazione gestita male, un errore lasciato l&#236; senza cura. Ma mi chiedo quante volte, usando la parola &#8220;fiducia&#8221;, stiamo in realt&#224; parlando di altro.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Fiducia e rispetto, ad esempio, non sono sinonimi.</p><p>La <strong>fiducia</strong>, tendenzialmente, si costruisce nel tempo. Attraverso prove accumulate, storie condivise, promesse mantenute e anche promesse mancate, purch&#233; gestite bene. Non si decide di fidarsi di qualcuno da un giorno all&#8217;altro: si arriva a farlo, dopo un percorso. &#200; spesso pi&#249; un risultato che un punto di partenza.</p><p>Il <strong>rispetto</strong> &#232; diverso. &#200; una scelta. Pu&#242; essere fatta dal primo giorno, con qualcuno che non conosciamo ancora, anche quando siamo in disaccordo. Pu&#242; esserci anche quando la fiducia non &#232; ancora nata o quando si &#232; incrinata e non dipende da quanto tempo lavoriamo insieme, n&#233; da quante volte quella persona ha mantenuto la parola. Dipende da come decidiamo di trattarla, indipendentemente dal resto.</p><p>Confondere le due cose pu&#242; avere un costo. Se pensiamo che il problema sia la fiducia, tendiamo ad aspettare. Lavoriamo sul lungo periodo, accumulando prove e nel frattempo il danno si allarga. Se invece il problema &#232; il rispetto, possiamo intervenire ora. Gi&#224; oggi, nella prossima conversazione.</p><p>Un responsabile pu&#242; dire: <em>&#171;Non mi fido pi&#249; di lui!&#187;</em>. Poi, guardando meglio, emerge che quel collaboratore continua a consegnare, partecipa, segnala problemi, si prende carico di pezzi di lavoro che altri non vedono. Per&#242; in riunione viene interrotto, trattato con sufficienza, ascoltato solo quando conferma ci&#242; che il gruppo ha gi&#224; deciso. In quel caso non &#232; ancora il momento di chiedergli pi&#249; fiducia. &#200; il momento di ripristinare rispetto.</p><p>Allo stesso modo, se una persona ha sbagliato una consegna, posso non fidarmi ancora del suo modo di gestire le scadenze. Ma posso comunque parlarle senza sarcasmo, darle criteri chiari, ascoltare la sua versione e riconoscere ci&#242; che continua a portare nel lavoro. Questa &#232; la differenza: <strong>la fiducia riguarda ci&#242; che posso affidare a una persona, il rispetto riguarda il modo in cui scelgo di stare davanti a quella persona</strong>.</p><p>E a volte diciamo: &#8220;non mi fido&#8221; quando, pi&#249; onestamente, dovremmo dire: &#8220;non sto pi&#249; facendo lo sforzo di rispettarti pienamente&#8221;. &#200; una frase scomoda, ma nei team fa una grande differenza.</p><h3>Il terzo elemento che manca</h3><p>C&#8217;&#232; per&#242; qualcosa che precede sia la fiducia, che il rispetto e che quasi mai viene nominato quando le relazioni si inceppano: la <strong>gratitudine</strong>.</p><p>Non la gratitudine sentimentale, quella delle frasi fatte. Parlo di qualcosa di molto pi&#249; concreto: <strong>la capacit&#224; di vedere quello che l&#8217;altro sta dando, anche quando il rapporto &#232; in difficolt&#224;</strong>.</p><p>In un team in tensione, pu&#242; succedere che una persona arrivi sempre preparata alle riunioni, ma venga ricordata solo per il modo brusco. Oppure che un collaboratore stia reggendo una parte invisibile del lavoro, mentre tutti guardano solo alla consegna mancata. <strong>La gratitudine, in questo senso, non &#232; &#8220;essere buoni&#8221;. &#200; tornare a vedere tutto il campo</strong>.</p><p>Quando una relazione entra in crisi, l&#8217;attenzione va quasi automaticamente su ci&#242; che manca: la fiducia tradita, la promessa non mantenuta, il contributo che non arriva, il comportamento che ci ha ferito o irritato. &#200; comprensibile, ed &#232; anche una trappola.</p><p>Perch&#233; in quel momento tutto quello che l&#8217;altro sta ancora dando smette di essere visibile. Il tempo, l&#8217;impegno, la presenza, anche solo il fatto di essere ancora l&#236;, dentro una relazione faticosa, invece di uscirne mentalmente o operativamente. Viene dato per scontato, o peggio, diventa invisibile nel rumore del conflitto.</p><div class="pullquote"><p>La gratitudine &#232; l&#8217;atto di tornare a vedere. </p></div><p>Non per negare il problema, non per fare finta che vada tutto bene, non per giustificare ci&#242; che non va giustificato. Ma per non ridurre l&#8217;altra persona alla parte pi&#249; difficile della relazione. Per ricordarci che stiamo trattando con una persona intera, non con una caricatura del problema che stiamo vivendo.</p><h3>Perch&#233; la gratitudine prepara il rispetto</h3><p>Quando siamo arrabbiati con qualcuno, rispettarlo &#232; difficile. Non impossibile, ma difficile. La mente cerca conferme alla storia che abbiamo gi&#224; costruito: questa persona non &#232; affidabile, quindi non merita fiducia. E se non merita fiducia, forse non merita nemmeno rispetto.</p><p><strong>La gratitudine interrompe questo circuito. Ci costringe a fare una cosa scomoda: cercare, anche quando non ne abbiamo voglia, qualcosa che quella persona ha fatto o sta facendo che abbia valore. Non per assolverla, non per chiudere il conflitto troppo in fretta, ma per evitare che il conflitto diventi l&#8217;unica lente attraverso cui la guardiamo.</strong></p><p>Da l&#236;, il rispetto diventa una scelta un po&#8217; meno faticosa, certo non scontata, ma possibile.</p><p>Ho visto questa dinamica molte volte, lavorando con team in difficolt&#224;. Il momento in cui qualcuno riesce a dire: <em>&#171;Nonostante tutto, riconosco che questa persona ha fatto questo&#187;</em>, spesso non chiude il conflitto, ma apre uno spazio. Non ricostruisce subito la fiducia: quella viene dopo, anche molto dopo. Per&#242; permette al rispetto di rientrare nella stanza e quando rientra il rispetto, diventa di nuovo possibile lavorare sul problema senza distruggere la relazione.</p><h3>Una mappa per orientarsi</h3><p>Proviamo a fare sintesi. Tre elementi, tre tempi diversi.</p><ol><li><p><strong>La gratitudine &#232; una pratica quotidiana</strong>. Si allena guardando quello che c&#8217;&#232;, non solo quello che manca. Si pu&#242; fare anche in un momento di conflitto. Anzi, forse va fatta soprattutto allora.</p></li><li><p><strong>Il rispetto &#232; una scelta</strong>. Si pu&#242; fare subito, indipendentemente dalla storia condivisa ed &#232; il &#8220;pavimento&#8221; di ogni relazione professionale funzionale. Pu&#242; esserci gi&#224; quando la fiducia non c&#8217;&#232; ancora, o non c&#8217;&#232; pi&#249;.</p></li><li><p><strong>La fiducia &#232; un risultato</strong>. Arriva dopo. Non si decide, si guadagna lentamente, attraverso comportamenti coerenti nel tempo. Non possiamo chiederla con insistenza, n&#233; accelerarla con atti di forza. Possiamo solo creare le condizioni perch&#233; cresca.</p></li></ol><p>Per questo, quando una relazione professionale si inceppa, la domanda giusta non &#232; sempre: <em>&#8220;Come facciamo a ricostruire la fiducia?&#8221;</em>. A volte &#232; troppo presto per quella domanda.</p><p>Forse le domande giuste sono altre, e vengono prima.</p><ul><li><p><em>Dove &#232; finito il rispetto?</em></p></li><li><p><em>In che modo posso trattare questa persona con dignit&#224; anche se sono deluso, arrabbiato o stanco?</em></p></li><li><p><em>Quanto riesco a vedere almeno una cosa che sta dando, o che ha dato, senza lasciare che il problema cancelli tutto il resto?</em></p></li></ul><p>Le risposte a queste domande rappresentano il punto da cui ripartire.</p><p>Non necessariamente per tornare come prima. A volte non si torna come prima, e va riconosciuto, ma per lavorare in modo pi&#249; lucido su ci&#242; che &#232; successo, su ci&#242; che manca e su ci&#242; che pu&#242; ancora essere costruito.</p><p>Pensa a una relazione professionale che in questo momento &#232; in difficolt&#224;: un collega, un collaboratore, un responsabile, un socio, un cliente. </p><p><em>Manca fiducia? E se invece il primo problema fosse il rispetto, cosa cambierebbe nel modo in cui ci lavori da domani mattina?</em></p><p><em>E ancora&#8230; c&#8217;&#232; almeno una cosa, in quello che quella persona fa o ha fatto, per cui potresti esserle grato anche solo un po&#8217;? Cosa cambia tutto questo?</em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tratta gli altri come vorrebbero essere trattati]]></title><description><![CDATA[Durante l&#8217;ultima giornata di un corso online del Professional Coaching Program, una corsista, parlando del suo elaborato finale, ha pronunciato una frase che mi sono segnato: &#8220;Tratta gli altri come vorrebbero essere trattati.&#8221;]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/tratta-gli-altri-come-vorrebbero</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/tratta-gli-altri-come-vorrebbero</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Fri, 12 Jun 2026 05:31:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2ed011a7-3224-4090-ad61-c9c36941aec7_6144x3072.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Durante l&#8217;ultima giornata di un corso online del Professional Coaching Program, una corsista, parlando del suo elaborato finale, ha pronunciato una frase che mi sono segnato:</p><div class="pullquote"><p><strong>&#8220;Tratta gli altri come vorrebbero essere trattati.&#8221;</strong></p></div><p>Per anni avevo dato per scontata la versione pi&#249; &#8220;classica&#8221;, quella che conosciamo tutti e che ci ripetono fin da bambini, ossia: </p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><blockquote><p><em>&#8220;Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu&#8221;.</em></p></blockquote><p>Un principio che attraversa culture e tradizioni. Lo troviamo, ad esempio, nel Vangelo: <em>&#8220;Fate agli altri ci&#242; che vorreste fosse fatto a voi&#8221;</em>, in una delle regole etiche pi&#249; condivise nella storia del pensiero umano.</p><p>E in quel momento ho pensato: cavolo, questa regola, per quanto nobile, parla di noi! Non di chi abbiamo davanti.</p><h3>Una regola generosa, ma centrata su di s&#233;</h3><p>Cercando su internet ho trovato un riferimento di cui non ero a conoscenza: negli Stati Uniti tale distinzione viene chiamata <em>&#8220;Golden Rule&#8221;</em> (la regola d&#8217;oro) in contrapposizione con la <em>&#8220;Platinum Rule&#8221;</em> (la regola di platino). Non entro nel merito di chi l&#8217;abbia formalizzata e quando, lascio il riferimento per chi vorr&#224; approfondire. Quello che mi interessa &#232; la differenza che mette in luce, tanto nella vita privata, quanto in quella professionale.</p><p>La regola d&#8217;oro sembra un atto di generosit&#224; quando diciamo: </p><blockquote><p><em>&#8220;Mi metto nei tuoi panni, provo a immaginare cosa vorrei se fossi al tuo posto e te lo offro&#8221;</em>.</p></blockquote><p>Sembra una grande prova di altruismo ed empatia. Ma il punto di partenza resta sempre lo stesso: <strong>IO</strong>, con i miei bisogni, le mie preferenze, il mio modo di sentirmi rispettato, ascoltato, motivato&#8230; proiettati su di te.</p><p>Pu&#242; funzionare, se siamo sufficientemente simili. Il problema &#232; che, in un team, raramente lo siamo perch&#233; solitamente si ricerca l&#8217;eterogeneit&#224;, la ricchezza di approcci, di punti di vista, di risorse. Ognuno &#232; unico e cosa c&#8217;&#232; di meglio che sommare tante meravigliose unicit&#224;?</p><h3>Come si traduce in azienda</h3><p>Pensiamo al manager che delega &#8220;come vorrebbe essere delegato lui&#8221;: dando ampia autonomia fin da subito, perch&#233; per lui la fiducia si dimostra cos&#236;. Ma la persona a cui sta delegando, magari alle prime armi o semplicemente con un altro stile di apprendimento, avrebbe bisogno di check-in pi&#249; frequenti all&#8217;inizio. Non per mancanza di fiducia, ma per arrivare a costruirla. Cos&#236; il manager, convinto di fare bene, lascia la persona agire in autonomia ma poi si stupisce quando le cose non vanno.</p><p>Pensiamo a chi d&#224; feedback &#8220;come vorrebbe riceverlo&#8221;: diretto, sintetico, senza troppi preamboli, perch&#233; per lui/lei &#232; un segno di rispetto e di efficienza. Ma chi lo riceve veramente potrebbe aver bisogno di un minimo di contesto, di sentire riconosciuto lo sforzo prima della correzione. Non perch&#233; sia pi&#249; fragile, ma perch&#233; elabora il feedback in modo diverso. Risultato: lo stesso messaggio, pensato come attento, arriva come una bocciatura.</p><p>In entrambi i casi, l&#8217;intenzione era buona&#8230; per&#242; purtroppo <strong>non veniamo misurati sulle intenzioni bens&#236; sui risultati</strong>. La &#8220;regola d&#8217;oro&#8221; misura la generosit&#224; con il proprio metro e in un contesto fatto di persone diverse, con storie, ruoli e modi di funzionare diversi, quel metro non &#232; unico e non &#232; universale.</p><h3>Fare uno sforzo in pi&#249;</h3><p>La &#8220;regola di platino&#8221; richiede un passaggio ulteriore. Non basta chiedersi <em>&#8220;cosa vorrei io&#8221;</em>, ma sarebbe pi&#249; giusto chiedersi <em>&#8220;cosa vuole davvero questa persona, in questo ruolo, in questo momento?&#8221;.</em> E spesso la risposta non &#232; scontata, non si vede a colpo d&#8217;occhio, va cercata.</p><p><em><strong>Carl Rogers</strong></em>, parlando di ascolto autentico, diceva qualcosa di simile, ossia:</p><blockquote><p><em>&#8220;Per essere davvero d&#8217;aiuto a qualcuno, bisogna entrare nel suo quadro di riferimento interno e vedere la situazione con i suoi occhi, non con i propri prestati a lui.&#8221;</em> </p></blockquote><p>&#200; un esercizio diverso dall&#8217;immedesimazione spontanea. Richiede di mettere tra parentesi, per un momento, il proprio modo di funzionare. </p><p>In azienda, questo significa fare domande prima di agire: </p><ul><li><p><em>Come preferisci ricevere feedback?</em></p></li><li><p><em>Di che tipo di supporto hai bisogno in questa fase?</em></p></li><li><p><em>Cosa ti farebbe sentire che ti sto dando fiducia?</em></p></li></ul><p>Domande semplici, quasi mai fatte.</p><h3>Le metafore che uso nei miei corsi</h3><p>Nelle Arti Marziali questo principio si allena fisicamente, prima ancora che mentalmente. Chi pratica sa che la stessa tecnica, applicata con la stessa forza e lo stesso tempismo, funziona con un compagno di pratica e non funziona con un altro. Chi &#232; pi&#249; rigido va affrontato con pi&#249; morbidezza. Chi cede va sostenuto con pi&#249; struttura. Non esiste &#8220;la tecnica giusta&#8221; in assoluto: esiste la tecnica giusta per quella persona, in quel momento e per saperlo, devi prima &#8220;sentire&#8221; chi hai davanti, non applicare uno schema imparato a memoria.</p><p>C&#8217;&#232; un&#8217;altra immagine, forse ancora pi&#249; immediata per chi non viene dal mondo delle Arti Marziali: il ballo di coppia. Chi conduce non pu&#242; farlo come vorrebbe essere condotto. Deve sentire il corpo dell&#8217;altro: il suo equilibrio, il suo tempo, la sua tensione, e adattare la conduzione a quello che percepisce, momento per momento. Non &#232; una rinuncia alla propria guida: &#232; la condizione affinch&#233; quella guida funzioni. Se conduci ignorando chi hai tra le braccia, non state ballando insieme: stai trascinando e prima o poi quel qualcuno inciampa, si irrigidisce o smette di seguirti.</p><div class="callout-block" data-callout="true"><p><em>Ed &#232; proprio in quell&#8217;adattamento reciproco che nasce il piacere del ballo, non nonostante le differenze di stile, ma grazie al modo in cui vengono accolte e integrate.</em></p></div><p>&#200; lo stesso lavoro che chiediamo a un leader, di non applicare il proprio stile preferito a chiunque, ma costruire un repertorio abbastanza ampio da poter incontrare persone diverse, in modi diversi e da l&#236;, farle muovere insieme.</p><h3>Tanto per farci una domanda scomoda</h3><p>Non si tratta di buttare via la regola d&#8217;oro, anzi, &#232; un buon punto di partenza, soprattutto quando non conosciamo ancora una persona. Ma se ci lavoriamo insieme ogni giorno, se la conosciamo da mesi o da anni, forse &#232; il momento di fare quel passo in pi&#249;: chiedere, osservare, verificare. Anche solo con una domanda diretta, fatta una volta ogni tanto: </p><blockquote><p><em>&#8220;Tu, in questo momento, di cosa avresti bisogno da me?&#8221;</em></p></blockquote><p><strong>A te la domanda di oggi: c&#8217;&#232; qualcuno nel tuo team a cui stai dando &#8220;il tuo meglio&#8221;, ma forse non &#232; quello di cui ha bisogno?</strong></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Come il calzolaio con le scarpe rotte]]></title><description><![CDATA[Guardarsi dentro richiede un ritmo diverso, il silenzio che spesso non ci concediamo. Ed &#232; pi&#249; facile usare le nostre competenze come "lente" sull'altro che come "specchio" su di noi.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/come-il-calzolaio-con-le-scarpe-rotte</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/come-il-calzolaio-con-le-scarpe-rotte</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 08 Jun 2026 05:31:18 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4f07b7ef-f231-4b4f-b13e-60b8d0bd9f88_3875x2583.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, in un momento di confronto, una collega mi ha buttato l&#236; una frase forte: <em>&#171;Ai miei Coachee chiedo di continuo come e quali risorse stanno allenando in questa fase. Per&#242;, se uno facesse adesso la stessa domanda a me, non saprei rispondere con la stessa precisione&#187;</em>.</p><p>Non era una battuta. Era una constatazione fatta con il tono di chi se ne sta accorgendo nel momento stesso in cui pronuncia quelle parole. E nei dieci secondi seguenti, entrambi abbiamo cercato negli occhi dell&#8217;altro qualcosa che non c&#8217;era: una scappatoia.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Da Coach mi &#232; capitato altre volte, e in forme diverse, di trovarmi in questa situazione che, probabilmente, &#232; capitata anche a te. Riprendendo un&#8217;immagine popolare la potremmo definire: <strong>il paradosso del calzolaio con le scarpe rotte</strong>.</p><p>Come Coach siamo competenti e preparati tecnicamente nel sostenere lo sviluppo e l&#8217;evoluzione altrui attraverso il metodo, il processo e gli strumenti di dialogo. Ma quando c&#8217;&#232; da costruire una &#8220;mappa di sviluppo&#8221; per noi (che non significa partecipare a una formazione o a un aggiornamento), diventiamo schivi, pigri o ci capita di fermarci prima ancora di cominciare.</p><p>Spesso questo non riguarda solo i Coach, ma vale per tutti i mestieri chiamati a guidare, insegnare, sviluppare ed educare: formatori, manager, responsabili HR, mentor, insegnanti, psicologi, counselor e compagnia cantante. Individui e professionisti in grado di &#8220;leggere le persone&#8221; molto pi&#249; e meglio di quanto leggano s&#233; stessi.</p><h3>Tre ipotesi sul perch&#233; succeda</h3><p>Mi sono fatto qualche idea sul perch&#233; vada cos&#236;: tre, per la precisione, e nessuna di queste nasconde una colpa.</p><ul><li><p><strong>La prima</strong> &#232; che la competenza di lettura, quando &#232; allenata, lavora pi&#249; facilmente verso l&#8217;esterno che verso l&#8217;interno. Leggere l&#8217;altro &#232; un mestiere: ci alleniamo per anni, apprendiamo modelli, facciamo supervisione e mentoring, maturiamo centinaia di ore di sessione che affinano la nostra abilit&#224;. Guardare a noi stessi, invece, richiede una capacit&#224; diversa, fatta di pause, di silenzio, di ritmi che rallentano, di riduzione del rumore di fondo e di volont&#224; di non spiegare tutto e subito. Tutte cose che, da fuori, sappiamo essere fondamentali. Da dentro, per&#242;, costano fatica e la priorit&#224; sembra sempre abitare altrove.</p></li><li><p><strong>La seconda</strong> &#232; che, per chi accompagna, lavorare su di s&#233; sembra spesso secondario rispetto al fare bene il proprio mestiere. &#200; un trucco antico, una botola che si apre e ci dice che il lavoro su di s&#233; arriver&#224; <em>&#171;quando avremo pi&#249; tempo&#187;</em>, <em>&#171;dopo questo progetto&#187;</em>, <em>&#171;la prossima volta che faremo una pausa&#187;</em>. La prossima volta, per&#242;, &#232; sempre dopo; intanto le sessioni continuano, i percorsi avanzano, le persone davanti a noi cambiano e noi no. La cura del professionista resta in fondo alla lista, sotto la voce &#8220;appena posso&#8221;.</p></li><li><p><strong>La terza</strong>, e forse la pi&#249; sottile, &#232; che spesso ci manca una mappa simile a quella che utilizziamo con i nostri Coachee, collaboratori o allievi. Quella granularit&#224; che permette di distinguere il sintomo dalla radice che lo genera sembra dissolversi quando proviamo a rivolgerla verso di noi. Tutto rimane in forma nebulosa: <em>&#171;Vorrei essere pi&#249; presente&#187;</em>, <em>&#171;Vorrei comunicare meglio&#187;</em>, <em>&#171;Vorrei avere pi&#249; impatto&#187;</em>. E se si parte da un semplice desiderio, di solito, non ci si allena e non si arriva al risultato.</p></li></ul><h3>La stessa mappa, in due direzioni</h3><p>Intorno a questa terza ipotesi ho costruito, negli ultimi anni, una pratica e una mappa. La chiamo <strong><a href="https://www.competenzeevolutive.it">modello delle Competenze Evolutive</a></strong>: uno specchio per noi Coach e una lente per guardare ai nostri Coachee.</p><p><strong>L&#8217;idea &#232; che la stessa mappa che usiamo per accompagnare e stimolare il cliente possa servirci come specchio per noi stessi</strong>. Dunque, specchio quando la giro verso di me e lente quando la giro verso l&#8217;altro. Non sono due strumenti diversi, bens&#236; lo stesso strumento usato in due direzioni. Potremmo definirle come due facce della stessa medaglia.</p><p>La differenza, sottile ma decisiva, sta nell&#8217;approccio. Quando uso la mappa come lente sull&#8217;altro sfruguglio, stimolo, creo profondit&#224;. Quando la uso come specchio su di me, accetto di guardare dove non avevo previsto di posare lo sguardo, di toccare nervi scoperti. Ed &#232; proprio questa seconda attitudine che, da calzolai, tendiamo ad abitare meno.</p><h3>L&#8217;ascolto, i tre livelli e la metafora del kata</h3><p>Provo a renderlo concreto con un esempio sull&#8217;ascolto. &#200; una delle competenze che, come Coach, formatori e leader, abbiamo studiato e sperimentato di pi&#249;. Possiamo citare modelli, livelli e tecniche. Sappiamo cos&#8217;&#232; l&#8217;ascolto attivo e probabilmente lo abbiamo applicato spesso. C&#8217;&#232; una distinzione, per&#242;, che nella pratica fa tutta la differenza:</p><ol><li><p><strong>L&#8217;ascolto come </strong><em><strong>soft skill</strong></em><strong>:</strong> &#232; un&#8217;abilit&#224; che conosci, sai cos&#8217;&#232;, puoi spiegarla. Sta pi&#249; a livello di approccio teorico, di libro che hai letto, di comportamento che provi a replicare senza troppa determinazione.</p></li><li><p><strong>L&#8217;ascolto come </strong><em><strong>abito comportamentale</strong></em><strong>:</strong> lo pratichi con attenzione, ti ricordi di farlo, sei in controllo del tuo ascolto; nasce da dentro e si esprime verso l&#8217;esterno. Funziona quando le condizioni sono favorevoli. Ma se sei stanco, infastidito o sotto pressione, l&#8217;abito si scuce.</p></li><li><p><strong>L&#8217;ascolto come </strong><em><strong>competenza evolutiva</strong></em><strong>:</strong> non ci pensi pi&#249;. Ti viene naturale. Anche quando sei stanco, distratto o in disaccordo. &#200; diventato parte di te e il corpo anticipa la mente.</p></li></ol><p>I praticanti di arti marziali conoscono bene questa progressione. La sperimentano nello <strong>studio del</strong> <strong>kata</strong>. Prima conosci la forma e impari la sequenza dei movimenti. Poi la eserciti finch&#233; diventa pi&#249; fluida, ma sei ancora in controllo, ossia pensi al gesto mentre lo fai. Infine, se sei costante, dopo molto tempo arrivi ad &#8220;abitare il kata&#8221;: non pensi pi&#249; allo schema, il corpo risponde prima che la mente formuli il pensiero. La differenza fra il secondo e il terzo livello &#232; lo spazio che separa chi <em>sa</em> una cosa da chi <em>&#232;</em> quella cosa.</p><p>E qui arriva la domanda scomoda, quella che il paradosso del calzolaio pone a chiunque accompagni le persone:</p><blockquote><p><em>Di tutte le competenze che stimoliamo, trasmettiamo e raccomandiamo, quante sono diventate, in noi e per noi, una &#8220;Competenza Evolutiva&#8221;? E quante sono ancora ferme al livello di semplice comportamento esteriore, fragili e dipendenti dalle condizioni dell&#8217;ambiente?</em></p></blockquote><h3>Un invito spassionato</h3><p>Non c&#8217;&#232; una risposta giusta. Nessuno di noi ha tutte le competenze del modello allenate allo stesso modo. Quello che per&#242; possiamo fare, prima di chiedere a qualcun altro di allenare le sue, &#232; guardare in faccia le nostre.</p><div class="callout-block" data-callout="true"><p>L&#8217;invito che faccio, quando lavoro con Coach o aspiranti tali, &#232; di una semplicit&#224; quasi imbarazzante: scegli una competenza. Una sola. E osservala in te per sette giorni. Non per cambiarla. Solo per vederla. Per accorgerti quando c&#8217;&#232;, quando manca e cosa fa la differenza fra le due situazioni.</p></div><p>L&#8217;osservazione consapevole non &#232; ancora allenamento. Ma &#232; il primo passo per iniziare e, quasi sempre, &#232; anche la fase che, da calzolai, si tende a rimandare. Perch&#233; &#232; il momento in cui smettiamo di guardare solo fuori e accettiamo di essere anche noi, da qualche parte, dentro la mappa che maneggiamo ogni giorno per gli altri.</p><p>Forse &#232; proprio cos&#236; che la mappa diventa davvero nostra: quando smettiamo di usarla solo come strumento di lavoro e cominciamo a tenerla aperta anche davanti allo specchio.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cosa vede un team quando si guarda allo specchio]]></title><description><![CDATA[Nove persone in piedi al centro di una stanza, in silenzio. Ognuna ha scelto da s&#233; dove mettersi: chi vicino a chi, chi guarda chi, chi &#232; di fronte e chi &#232; di spalle. Nessuno ha parlato per posizionarsi. Il movimento &#232; avvenuto in tre minuti, in silenzio.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/cosa-vede-un-team-quando-si-guarda</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/cosa-vede-un-team-quando-si-guarda</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Thu, 04 Jun 2026 05:40:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/03d13ad7-9c05-461b-b66d-764f6c78ef15_5000x2812.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nove persone in piedi al centro di una stanza, in silenzio. Ognuna ha scelto da s&#233; dove mettersi: chi vicino a chi, chi guarda chi, chi &#232; di fronte e chi &#232; di spalle. Nessuno ha parlato per posizionarsi. Il movimento &#232; avvenuto in tre minuti, in silenzio, dopo una sola istruzione: </p><div class="pullquote"><p>&#8220;<em>Lasciate che sia il corpo a guidarvi, senza parole, seguite i vostri piedi e le vostre sensazioni&#8221;</em>.</p></div><p>Quando hanno smesso di muoversi, abbiamo guardato il risultato. Qualcuno era scettico, un altro ironizzava.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>C&#8217;era una persona molto distaccata sulla destra. Due erano vicine, ma rivolte in direzioni diverse. Una guardava fuori dalla finestra. Un manager era al centro in evidente stato di agitazione, pi&#249; vicino a una persona da cui credeva di stare lontano e pi&#249; lontano da chi credeva di avere accanto.</p><p>Erano l&#236; da un&#8217;ora a parlarmi del proprio team. Reciproca stima. Buona comunicazione. Qualche difficolt&#224; di coordinamento con altre funzioni, niente di grave. Tutto razionale, tutto sensato, e tutto vero, dal loro punto di vista.</p><p>E adesso, senza verbalizzare, il loro corpo aveva parlato.</p><h3>Una pratica che parla per forme</h3><p>Quello che avevano appena fatto &#232; una scultura vivente. &#200; una pratica che viene dalla tradizione delle Costellazioni Organizzative, adattata al contesto formativo. Si chiede ai partecipanti di rappresentare il proprio sistema usando lo spazio: vicinanze, distanze, orientamenti, posture. &#200; esattamente quello che dice il nome: una scultura, ma fatta di persone. E come ogni scultura, parla per forme, non per parole.</p><p>La domanda interessante, per&#242;, non &#232; come funziona la scultura, &#232; perch&#233; funziona sempre e cos&#236; bene. Quel gruppo, per dare un riferimento, &#232; composto da persone che gestiscono complessit&#224; per mestiere, persone con la razionalizzazione iper-allenata.</p><p>E proprio in questi casi la scultura &#232; uno specchio particolarmente potente.</p><h3>La razionalizzazione come barriera invisibile</h3><p>Quando si parla del proprio team, si parla con le categorie del team. <strong>Comunicazione, ruoli, processi, dipendenze, disaccordi</strong><em>.</em> Sono parole accurate e, per loro natura, descrivono cose visibili e nominabili. Quello che resta fuori sono le distanze affettive, gli orientamenti silenziosi, chi sta vicino a chi senza saperlo, chi guarda altrove, non ha un nome tecnico e quindi non viene visto.</p><p>Non perch&#233; venga nascosto, bens&#236; per &#8220;cecit&#224; linguistica&#8221;: se non ho una parola per dirlo, fatico a vederlo.</p><p>La scultura forza un cambio di linguaggio, toglie il vocabolario tecnico e mette in primo piano il corpo. Non &#232; una metafora, non &#232; un esercizio di gruppo, non &#232; un gioco di ruolo. &#200; la rappresentazione del sistema e come ogni sistema in scala, mostra cose che il sistema reale nasconde perch&#233; &#232; troppo grande per essere visto tutto in una volta.</p><h3>Cosa appare davanti agli occhi di chi guarda</h3><p>Cosa si vede, quando un team si guarda allo specchio?</p><p>Si vedono le distanze. Non quelle dichiarate, quelle reali. Persone che si descrivono come <em>molto vicine</em> che mettono tre metri di spazio tra s&#233; e l&#8217;altra. Persone che si dicono <em>in tensione</em> e che si posizionano accanto, di fianco, come compagne di squadra. Bisogni che emergono, risorse che si manifestano in una forma diversa da quella descritta dalle parole. Lo spazio parla con una voce quasi sempre pi&#249; vicina al vero.</p><p>Si vedono gli orientamenti. Chi guarda verso il gruppo. Chi guarda verso un singolo. Chi guarda verso la porta. Chi guarda verso un punto vuoto della stanza. Si materializza un diverso futuro, un assente, qualcosa che il gruppo evita di nominare.</p><p>Si vede chi &#232; al centro e chi &#232; al margine, chi &#232; ingaggiato e chi lo &#232; meno. E qui spesso si scoprono cose: <strong>il centro non sempre &#232; dove tutti credevano che fosse</strong> e il margine quasi mai &#232; dove ce lo si aspettava.</p><h3>Il mestiere del facilitatore, in quel momento</h3><p>Il mio mestiere, l&#236;, non &#232; spiegare la scultura e non &#232; interpretarla per loro. Sarebbe un attimo cedere alla tentazione pi&#249; forte, quella di riempire il silenzio con un&#8217;analisi, dare un significato preconfezionato. Ma quel significato sarebbe il mio, non il loro e nel sistema che stiamo guardando, io non c&#8217;entro.</p><p>Il mio mestiere &#232; stimolare con poche domande, e poi tacere. <em>Cosa percepisci? Cosa noti che non avevi previsto? C&#8217;&#232; qualcosa, nella scultura, che ti chiede di muoverti? Quale bisogno si sta manifestando? Cosa chiede di essere detto?</em></p><p>Poche domande. Poi il silenzio.</p><p>Quel silenzio non &#232; vuoto: &#232; il sistema che lavora su s&#233; stesso, senza pi&#249; la cortina di parole che di solito lo copre. <strong>Il debriefing che segue &#232; quasi sempre pi&#249; nitido di qualsiasi analisi fosse stata fatta in precedenza</strong>. Non perch&#233; la scultura abbia rivelato qualcosa di magico, ma perch&#233; ha tolto il filtro che le parole frapponevano alla realt&#224;.</p><p>Ti propongo alcune riflessioni:</p><ul><li><p><em>Se il tuo team facesse adesso una scultura, senza parole, solo con il corpo nello spazio, cosa vedresti?</em></p></li><li><p><em>Chi sarebbe al centro? Chi al margine? Chi guarderebbe verso il gruppo, e chi verso un punto fuori che il gruppo non vede?</em></p></li><li><p><em>E tu, dove ti metteresti, sapendo che il tuo corpo direbbe la verit&#224; prima della tua testa?</em></p></li></ul><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Morire prima di morire]]></title><description><![CDATA[Quel Coachee non disse &#8220;Mi &#232; successo qualcosa di brutto&#8221;. Non disse &#8220;Ho perso qualcosa&#8221;. Disse mi ero affezionato. Come se il problema non fosse l&#8217;evoluzione in s&#233;, ma la difficolt&#224; a salutare un s&#233; precedente.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/morire-prima-di-morire</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/morire-prima-di-morire</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:45:53 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/35c840c4-7ce4-4648-895e-112d1376d8fc_1200x896.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una frase che mi &#232; stata detta qualche tempo fa, alla fine di un percorso di Coaching e che continua a tornarmi in mente.</p><blockquote><p><em>&#8220;Mi sono accorto che mi ero affezionato a una versione di me che non c&#8217;&#232; pi&#249;.&#8221;</em></p></blockquote><p>Quel Coachee non disse &#8220;Mi &#232; successo qualcosa di brutto&#8221;. Non disse &#8220;Ho perso qualcosa&#8221;. Disse <em>mi ero affezionato</em>. Come se il problema non fosse l&#8217;evoluzione in s&#233;, ma la difficolt&#224; a salutare un s&#233; precedente. Come se quella vecchia versione fosse stata, per anni, una specie di compagnia affidabile e adesso si trovasse a doverla congedare.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Ho pensato a quella frase per giorni. Mi &#232; tornata in mente ascoltando <em><strong>Marco Guzzi</strong></em>, poeta e filosofo, che del &#8220;rinascere&#8221; fa il centro di tutto il suo lavoro. Per Guzzi <em>morire prima di morire</em> non &#232; una formula mistica o consolatoria, bens&#236; un esercizio di &#8220;igiene interiore&#8221;: lasciar morire ogni giorno la versione di noi che non ci serve pi&#249;, perch&#233; qualcos&#8217;altro possa nascere.</p><p>Sembra una frase grande, di quelle che ti fan tremare. In realt&#224;, se la si prende sul serio, &#232; una pratica &#8220;piccola&#8221;, fatta di passaggi minimi. Smettere di citare il proprio curriculum come prova di chi siamo, riconoscere quando ci raccontiamo storie vecchie su noi stessi e non aggrapparsi alle competenze che ci hanno definito ma che oggi non ci appartengono pi&#249; del tutto.</p><h3>Memento mori non &#232; carpe diem</h3><p>Il <em>memento mori</em> (lo so, torno di nuovo su questo tema) contemporaneo si &#232; spesso confuso con il <em>carpe diem</em>: vivi ogni giorno come se fosse l&#8217;ultimo. Sembrano compatibili, no? Per&#242;, sotto sotto, sono diametralmente opposti.</p><ul><li><p>Il <em><strong>carpe diem</strong></em>, a mio avviso, chiede di intensificare e spremere il giorno per cavarne quanto pi&#249; sapore possibile. &#200; un&#8217;estetica della pienezza e la sua versione contemporanea: <em>&#8220;Vai,</em> <em>vivi al massimo, non rimandare, riempi ogni ora del tuo tempo&#8221;</em> &#232; una delle scorciatoie pi&#249; stancanti e meno salutari del nostro tempo.</p></li><li><p>Il <em><strong>memento mori</strong></em> chiede l&#8217;opposto: di lasciar andare. Non per disinteresse, ma per non illudersi di trattenere. &#200; un&#8217;etica della spogliazione, non dell&#8217;accumulo.</p></li></ul><p><em>Padre Guidalberto Bormolini</em> (che se non conosci ti invito ad ascoltare), nel suo lavoro di tanatologo, lo afferma con precisione: <strong>la consapevolezza della morte non serve a darci pi&#249; adrenalina, serve a darci pi&#249; verit&#224;</strong>. Ci ricorda che non siamo i nostri ruoli, le nostre identit&#224; professionali, le nostre versioni curate. Siamo persone che muoiono e proprio per questo (e grazie a questo), possono permettersi di rinascere.</p><h3>Non &#232; aggiunta, &#232; sottrazione</h3><p>Nei percorsi di Coaching che accompagno, i passaggi importanti hanno quasi tutti questa forma: prima si lascia andare qualcosa, poi qualcos&#8217;altro prende posto. Non &#232; mai un&#8217;aggiunta. &#200; quasi sempre una sottrazione, prima.</p><p>La persona che era &#8220;il o la manager affidabile dell&#8217;area X&#8221; non smette di esserlo a partire da una competenza nuova. Smette di esserlo a partire da un&#8217;accettazione: quella vecchia identit&#224; non basta pi&#249; e va onorata e ringraziata come ci si congeda da un compagno che ha fatto la sua strada con noi. Solo allora si fa spazio per qualcos&#8217;altro: un ruolo diverso, una pratica diversa, una qualit&#224; relazionale diversa.</p><p>&#200; qui che il <em>kat&#224; m&#233;tron</em> entra silenziosamente in gioco. Misura non significa solo dosare lo sforzo, ma anche dosare l&#8217;attaccamento alle versioni di s&#233; che abbiamo costruito. Senza misura, ci portiamo dietro tutte le persone che siamo state, come una collezione di vestiti che non possiamo pi&#249; indossare ma che ci dispiace buttare. E cos&#236; il guardaroba, a un certo punto, smette di chiudersi fino a esplodere.</p><h3>Forse non si tratta di morire ogni giorno</h3><p>Forse, e qui mi metto in discussione anche io, la formula di Guzzi va alleggerita per chi vive in mezzo al lavoro e alle giornate ordinarie.</p><p><em>Morire ogni giorno</em> suona impegnativo perch&#233; assomiglia a una pratica monastica, che per chi sta in ufficio o in laboratorio o in viaggio &#232; difficile da abitare letteralmente e pienamente.</p><p>Per&#242; c&#8217;&#232; una versione minore della stessa pratica, che &#232; pi&#249; affrontabile e altrettanto utile: lasciar morire qualcosa ogni tanto. Non identit&#224; intere, bens&#236; dettagli. Lascio andare l&#8217;idea che dovevo essere quello bravo a fare una certa cosa, lascio andare il bisogno di essere riconosciuto in un certo modo, lascio andare la fantasia che il mio passato professionale debba garantirmi il futuro. Lascio lo stile con cui ho lavorato finora e che, magari, non risponde pi&#249; alla persona che sono diventato.</p><p>Bastano questi piccoli congedi, fatti con tempo e onest&#224;, perch&#233; lo spazio per qualcosa di nuovo si apra. Non serve la liturgia, serve l&#8217;attenzione.</p><div class="pullquote"><p>A che versione di me sono ancora affezionato, anche se ho gi&#224; visto, da qualche parte dentro di me, che non c&#8217;&#232; pi&#249;?</p></div><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Hybris, il nome antico del burnout]]></title><description><![CDATA[Una cosa che noto, quando ascolto persone che hanno attraversato un burnout, &#232; una frase ricorrente. Non parlano per prima cosa di stanchezza, di orari, di carichi di lavoro. Parlano del fatto di non averla vista arrivare.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/hybris-il-nome-antico-del-burnout</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/hybris-il-nome-antico-del-burnout</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Fri, 29 May 2026 11:03:55 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c6ab1014-a0a8-4e82-a7ad-d87bfc9f97fa_5824x3264.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una cosa che noto, quando ascolto persone che hanno attraversato un burnout, &#232; una frase ricorrente. Non parlano per prima cosa di stanchezza, di orari, di carichi di lavoro. Parlano del fatto di non averla vista arrivare.</p><div class="pullquote"><p><em>&#8220;Non capivo cosa stessi facendo.</em> <em>Sembrava che fosse comunque sostenibile.</em> <em>Sembrava che ce la potessi fare.&#8221;</em></p></div><p>C&#8217;&#232; una sorta di sorpresa, nei racconti, che &#232; quasi pi&#249; presente della fatica fisica. Persone competenti, lucide, abituate a leggere le situazioni, che non hanno saputo leggere la propria. &#200; come se avessero perso temporaneamente la facolt&#224; di valutare il proprio limite. Come se quel limite si fosse mosso, sempre un passo pi&#249; avanti e ogni volta si fossero convinte di avere ancora margine.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Il <em><strong>Professor Galimberti</strong></em> ci ricorda che i Greci avevano una parola precisa per questa dinamica. La chiamavano <em>hybris</em>.</p><h3>L&#8217;unico &#8220;peccato mortale&#8221; dei Greci</h3><p><em>Hybris</em> &#232; una di quelle parole che la cultura contemporanea ha lasciato &#8220;decantare&#8221; fino a ridurla a un sinonimo elegante di arroganza. Per i Greci, per&#242;, era qualcosa di molto pi&#249; tecnico e Galimberti la ripropone bene quando ricorda che, per loro, l&#8217;etica non si fondava su comandamenti ma sul senso del limite. E <em>hybris</em> era esattamente questo: la stupida trasgressione del limite. Non l&#8217;orgoglio, non la superbia in senso morale, ma l&#8217;incapacit&#224; di vedere fin dove arriva la propria misura.</p><p>Per i Greci era l&#8217;unico vero peccato mortale. Pi&#249; ancora dell&#8217;omicidio o del furto. Perch&#233; era la radice da cui prendeva vita il resto. Chi perdeva il senso del proprio limite era destinato alla rovina e nelle tragedie greche, infatti, la rovina arrivava sempre. Edipo, Aiace, Agamennone, persone capaci, talvolta eroiche, accecate dal proprio stesso valore al punto di non riconoscere pi&#249; dove doversi fermare.</p><p>Il pericolo principale per l&#8217;essere umano non viene dall&#8217;esterno, viene dal fatto che il proprio limite, dall&#8217;interno, si vede male. Soprattutto da chi sta performando ed &#232; concentrato sulla rincorsa.</p><h3>Il burnout, una sorta di hybris contemporanea</h3><p>Provo a tenere insieme due cose che di solito teniamo separate.</p><ul><li><p><strong>Da una parte:</strong> la storia di chi va in burnout. &#200; quasi sempre la storia di chi &#8220;funzionava troppo&#8221;. Persone competenti, che reggevano i carichi, che venivano gratificate e riconosciute proprio per la loro capacit&#224; di assorbire i colpi, lo stress, la tensione. Persone che avevano la sensazione, spesso confermata da chi le circondava, di poter sempre dare un giro di vite in pi&#249;.</p></li><li><p><strong>Dall'altra</strong>: l'intuizione greca. La hybris non rappresenta un difetto morale, ma una cecit&#224; tecnica sul proprio limite. Accade soprattutto a chi &#232; in fase espansiva, a chi sta riuscendo, a chi viene applaudito.</p></li></ul><p>Quando le metto vicine, mi sembra che combacino. Il burnout, letto da questo angolo, non &#232; in primo luogo una questione di carichi di lavoro. &#200; una forma di <em>hybris</em>: l&#8217;errore antico di chi smette di credere al proprio limite perch&#233; funziona cos&#236; bene da non averne pi&#249; percezione diretta. Finch&#233; il limite non passa al contrattacco, presenta il conto e allora arriva tutto insieme, in modo improvviso, come nelle tragedie.</p><p>Non &#232; un caso che le persone in burnout descrivano la cosa esattamente con il linguaggio della tragedia:</p><blockquote><p><em>&#8220;Mi &#232; crollato addosso.</em> <em>Non l&#8217;ho visto arrivare.</em> <em>Era come se fossi un altro.&#8221;</em></p></blockquote><h3>Memento mori come antidoto alla hybris</h3><p>C&#8217;&#232; un dettaglio che rende il quadro pi&#249; interessante. I Greci, e poi le tradizioni sapienziali successive (<em><strong>Padre Guidalberto Bormolini</strong></em> lo ricostruisce con precisione nel suo lavoro di tanatologo e monaco) avevano una tecnica concreta per non scivolare nella <em>hybris</em>: il <em>memento mori</em>. Ovvero: Ricordati che devi morire. Detto non come minaccia e nemmeno come pratica consolatoria, ma come strumento di autoriflessione e centratura interiore.</p><p>Il ragionamento non fa una grinza: se mi ricordo che il mio tempo &#232; finito, fatico molto di pi&#249; a dimenticare il limite. Il <em>memento mori</em> restituisce la cornice che impedisce alla capacit&#224; espansiva di confondere &#8220;posso fare ancora un p&#242; di pi&#249;&#8221; con &#8220;non esiste un limite, una soglia&#8221;. E quindi &#232; la condizione per poter vivere <em>kat&#224; m&#233;tron</em>, secondo misura, dentro una corretta proporzione.</p><p>Bormolini lo dice in forma quasi tecnica: la consapevolezza della morte ci rende eticamente consapevoli di ogni atto. Tradotto nel linguaggio organizzativo di oggi: chi ricorda di dover morire fatica molto di pi&#249; a sostenere ritmi che alla lunga producono burnout. Non perch&#233; si diventi cinici, al contrario, perch&#233; <strong>si smette di trattare il proprio tempo come una risorsa infinita</strong>.</p><h3>Una domanda scomoda</h3><p>Occhio, chiamare <em>hybris</em> il burnout rischia di suonare diagnostico, o peggio ancora, moralista. Come se chi va in burnout se la fosse voluta e cercata, come se fosse colpa della sua arroganza. Non &#232; quello che sto dicendo, e sarebbe falso dirlo.</p><p>Il burnout ha cause sistemiche, organizzative, di mercato, che il filosofare non risolve. Aziende disegnate male producono burnout indipendentemente dalla qualit&#224; interiore delle persone. Quindi, su quella parte si lavora con la progettazione del lavoro, con i carichi, con le decisioni di leadership, non con i Greci.</p><p>Per&#242; c&#8217;&#232; uno strato che la sola lettura sistemica non spiega. Spiega perch&#233; certe condizioni favoriscono il burnout, non spiega perch&#233; chi va in burnout, spesso, non si &#232; fermato prima o non &#232; stato fermato dagli altri. IN questo l&#8217;antica parola <em>hybris</em> dice qualcosa che la parola <em>stress</em> non dice.</p><p>Dice che il problema non &#232; solo cosa accade fuori, ma cosa smettiamo di percepire dentro. Dice che ricordare di dover morire &#232; una pratica laica di igiene personale e professionale, oltre che spirituale. Dice che <em>kat&#224; m&#233;tron</em> (o secondo misura) non &#232; un consiglio di prudenza borghese, &#232; una forma di lucidit&#224; sulla finitezza del proprio tempo.</p><p>La domanda che mi porto via, e che propongo, &#232; semplice, meno agevole e comoda di altre:</p><div class="pullquote"><p><em>Quanto sono ancora in grado di vedere il mio limite, non quello che gli altri mi attribuiscono, ma quello che riconoscerei se mi ricordassi che il mio tempo &#232; finito?</em></p></div><p>Se la risposta tarda ad arrivare, forse, vale la pena dedicarci qualche minuto.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La gentilezza che evita non è gentilezza: è cortesia]]></title><description><![CDATA["Non voglio ferirlo. Sono una persona gentile."
Me lo ha detto un manager qualche giorno fa, spiegandomi perch&#233; non aveva ancora affrontato una conversazione difficile con un suo collaboratore. Mi sono inciampato su questa frase. Perch&#233; la riconosco. La sento spesso. E a tratti la riconosco anche in me.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/la-gentilezza-che-evita-non-e-gentilezza</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/la-gentilezza-che-evita-non-e-gentilezza</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Thu, 07 May 2026 05:39:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/465f62bf-f0d5-44ff-98cf-8491f22e90e4_3600x2403.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, in una sessione di Business Coaching, un manager mi ha detto una cosa che mi &#232; risuonata.</p><p>Stava descrivendo un collaboratore con cui ha una situazione delicata da mesi: prestazioni insufficienti, clima nel team che si &#232; deteriorato e nessuno che nomina &#8220;l&#8217;elefante nella stanza&#8221;. Gli ho chiesto perch&#233; non ne ha parlato con il diretto interessato e la risposta &#232; stata immediata:</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div class="pullquote"><p><strong>&#8220;Non voglio ferirlo. Mi ritengo una persona gentile.&#8221;</strong></p></div><p>Mi sono &#8220;inciampato&#8221; su quella frase. Non per giudicarlo, eh. Anzi, lo capisco benissimo. Mi sono fermato perch&#233; ho visto qualcosa che conosco, che noto e che in tutta onest&#224; affligge anche me (il bello del Coaching &#232; anche questo: da Coach ti ritrovi di fronte ai tuoi schemi): il modo in cui la gentilezza pu&#242; diventare una <strong>giustificazione conveniente per non fare cose difficili</strong>.</p><p>Lo dico da persona che si sente un estimatore entusiasta della gentilezza. Prova ne &#232; il fatto che da quando ho scoperto il <strong><a href="https://www.linkedin.com/showcase/club-uomini-gentili/">Club Uomini Gentili</a></strong>, l&#8217;idea di farne parte mi piacerebbe. La gentilezza credo mi appartenga in diverse sue declinazioni.</p><p>Eppure mi sovviene un dubbio.</p><p>Il tema della gentilezza &#232; imperante: leadership gentile, feedback gentile, ambienti di lavoro gentili, iniziative, libri, podcast. E, quindi, mi chiedo:</p><blockquote><p><strong>Non &#232; che, in mezzo a tutto questo, la gentilezza sta diventando la scusa per evitare il confronto?</strong></p></blockquote><h3><strong>La differenza tra essere gentili ed essere cortesi</strong></h3><p>C&#8217;&#232; una distinzione che trovo utile e che viene dallo psicologo <em><strong>Aziz Gazipura</strong></em>: la differenza tra essere <em>nice</em> (carini, cortesi) ed essere <em>kind</em> (premurosi).</p><p>Essere &#8220;carini&#8221;, spiega Gazipura, &#232; radicato nella paura. Paura di dispiacere, di creare tensione, di essere giudicati. <strong>&#200; una postura difensiva travestita da virt&#249;</strong>. Essere davvero gentili, invece, &#232; una scelta. Quella di prendersi cura dell&#8217;altro anche quando farlo non &#232; a costo zero. Anche quando richiede di dire cose che l&#8217;altro non vuole sentire.</p><blockquote><p><strong>La cortesia gestisce la superficie delle situazioni.<br>La gentilezza si prende cura di ci&#242; che sta in profondit&#224;.</strong></p></blockquote><p>Il manager della mia sessione era cortese. Probabilmente anche genuinamente a disagio all&#8217;idea di ferire qualcuno. Ma la sua &#8220;gentilezza&#8221; stava lasciando il collaboratore senza le informazioni di cui aveva bisogno per migliorare. Stava privando il team di un confronto che avrebbe potuto sbloccare mesi di tensione. La cortesia, qui, non stava proteggendo nessuno. Proteggeva (solo) lui.</p><h3><strong>La gentilezza che diventa evitamento collettivo</strong></h3><p>Il fenomeno non riguarda solo i singoli. Nelle organizzazioni esiste quello che in letteratura viene chiamato <em><strong>toxic niceness,</strong></em> ossia gentilezza tossica. &#200; il team che &#8220;va sempre d&#8217;accordo&#8221;, dove le riunioni sono rilassate, i toni sono bassi, nessuno alza mai la voce. In superficie sembra un ambiente sano e idilliaco.</p><p>Poi ci entri dentro e scopri che nessuno si d&#224; feedback veri da mesi, che le tensioni esistono ma non vengono nominate, che la pace &#232; in realt&#224; un silenzio concordato. <strong>Quella non &#232; gentilezza. &#200; evitamento sistematico con un bel vestito addosso</strong>.</p><p>Alcune ricerche, tra cui un report del <em><strong>Peaceful Leaders Academy</strong></em> (un blog/sito americano di formazione sulla gestione dei conflitti), ci dicono che quasi la met&#224; delle persone coinvolte in un conflitto lavorativo sceglie semplicemente di non affrontarlo. Non perch&#233; il conflitto non esista, ma perch&#233; &#232; pi&#249; facile far finta che non ci sia.</p><h3><strong>Cosa c&#8217;entrano gli schermi</strong></h3><p>A mio avviso (ma potrei sbagliarmi!), c&#8217;&#232; un amplificatore di tutto questo: il modo in cui comunichiamo oggi.</p><p>I canali digitali come <em>direct message, e-mail, Slack, WhatsApp</em>, hanno reso l&#8217;evitamento talmente economico che quasi non ce ne accorgiamo pi&#249;. Un tempo, non rispondere a qualcuno richiedeva comunque di incrociarlo in corridoio, di reggere uno sguardo, di inventarsi una scusa. Oggi basta non rispondere o farlo online. Tutto a portata di pollice.</p><p>Il ghosting non &#232; pi&#249; una stranezza. &#200; diventato uno stile di gestione del conflitto che risulta normalizzato, trasversale alle generazioni e ai contesti. E c&#8217;&#232; sempre una narrazione gentile disponibile per giustificarlo: <em>"Non voglio creare tensione&#8221;, &#8220;Preferisco lasciar perdere&#8221;, &#8220;Non &#232; il momento."</em></p><p>Il risultato &#232; che abbiamo &#8220;perso la mano&#8221;. Il confronto interpersonale, che significa reggere la tensione di una conversazione difficile, stare in una discussione senza fuggire, dire una cosa scomoda con cura &#232; una vera e propria competenza. <strong>Come tutte le competenze, si atrofizza se non viene usata</strong>.</p><h3><strong>La gentilezza richiede coraggio</strong></h3><p>Il confronto non &#232; il contrario della gentilezza. Ne &#232;, spesso, la forma pi&#249; alta.</p><p>Dire a qualcuno che il suo lavoro non &#232; all&#8217;altezza (ovviamente con rispetto, cura per la persona e attenzione alle parole) &#232; un atto (stra-)gentile. Tacere per non disturbare, lasciare che la situazione peggiori o si risolva da sola, evitare per mesi una conversazione necessaria: questo non &#232; gentilezza. &#200; cortesia. <strong>E la cortesia, da sola, non costruisce relazioni. Le amministra.</strong></p><p>La gentilezza vera ha bisogno di qualcosa che il vocabolario della leadership chiama raramente con il suo nome: il <strong>coraggio</strong>. Non l&#8217;aggressivit&#224;, non la durezza, bens&#236; il coraggio. Quello di stare in una conversazione difficile, di non scappare, di prendersi la responsabilit&#224; di dire quello che si vede guardando negli occhi l&#8217;altro.</p><p>Torno al manager della mia sessione. Alla fine ha ragionato a lungo, non su come dare il feedback ma su cosa lo stava trattenendo. Perch&#233; la conversazione con il collaboratore, a ben guardare, era gi&#224; chiara in testa. Era l&#8217;altra, quella interiore, che non aveva ancora trovato un suo spazio e una sua dimensione.</p><p><em><strong>La prossima volta che rimandi una conversazione difficile pensando di non voler ferire qualcuno, prova a chiederti: sto proteggendo l&#8217;altro o sto tenendo una posizione di comodo che sta proteggendo me?</strong></em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Trovare un senso ed essere sensati per non andare fuori giri]]></title><description><![CDATA[Padre Natale Brescianini dice: &#8220;Non servono persone al centro, servono persone centrate.&#8221; E le persone centrate sono quelle che hanno fatto un pezzo di lavoro su di s&#233;. Sanno chi sono, riconoscono cosa le muove, distinguono quando stanno bene dal quando stanno &#8220;forzando la mano&#8221;.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/trovare-un-senso-ed-essere-sensati</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/trovare-un-senso-ed-essere-sensati</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 20 Apr 2026 05:15:59 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8590de76-ded5-4220-89bf-e2b8e5f08e1f_5104x3403.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Padre</strong> <strong><span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Natale Brescianini&quot;,&quot;id&quot;:201424977,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e3b58d22-539f-4bbc-b739-a11a9bef97c6_96x96.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;ae25a764-9356-41ee-bf25-338865d3efa3&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span></strong></em>, monaco camaldolese e coach professionista (s&#236;, le due cose posso convivere!), persona che conosco e che stimo, usa un&#8217;immagine che non mi si stacca pi&#249; dalla mente. Dice, pi&#249; o meno cos&#236;: </p><div class="pullquote"><p><strong>Non basta costruire un&#8217;autostrada perfetta.<br>Se l&#8217;autista &#232; ubriaco, l&#8217;auto va a sbattere.</strong></p></div><p>La usa nei suoi interventi come metafora di ci&#242; che in ambito organizzativo diamo per scontato. Si parla continuamente di &#8220;persona al centro&#8221; con orari flessibili, benefit, permessi, attenzione al bilanciamento vita privata e lavoro. Tutto vero, tutto utile, tutto indispensabile. Ma &#232; la strada, non &#232; l&#8217;autista. E Brescianini, con il suo &#8220;stile benedettino&#8221;, afferma: </p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div class="pullquote"><p><strong>&#8220;Non servono persone al centro, servono persone centrate.&#8221;</strong></p></div><p><strong>E le persone centrate sono quelle che hanno fatto un pezzo di lavoro su di s&#233;</strong>. Sanno chi sono, riconoscono cosa le muove, distinguono quando stanno bene dal quando stanno &#8220;forzando la mano&#8221;. </p><p>Rileggendo questa verit&#224; (che &#232; anche una provocazione) me ne viene un&#8217;altra, un altro gioco di parole, che mi sembra starci bene insieme:</p><div class="callout-block" data-callout="true"><p style="text-align: center;"><strong>Trovare il senso o essere sensati?</strong></p></div><p>Se le si guarda bene, da vicino, sono due operazioni diverse. La prima guarda in verticale: <strong>il perch&#233; di quello che faccio</strong>. Altrimenti detto vocazione: la direzione, la fatica sana di cui parla Brescianini quando cita la Regola di Benedetto. &#200; il lavoro come risposta a una domanda profonda. Nobile no?</p><p>La seconda guarda in orizzontale: <strong>la misura di quello che faccio</strong>. La proporzione. Il buon senso che mi impedisce di saltare la cena per un mese di fila, di confondere disponibilit&#224; totale con professionalit&#224;, di dimenticare che chi mi sta accanto ha bisogno del mio tempo, non solo di briciole.</p><p>Per anni ho creduto e forse anche condiviso con altri (e un p&#242; me ne pento) che bastasse la prima. Trovato il senso, il resto viene da s&#233;? No, non &#232; cos&#236;. Non &#232; cos&#236; per niente.</p><h3>Quando il senso, da solo, non basta</h3><p>Ho visto persone trovare il loro senso e proprio per questo smettere di essere sensate. Il lavoro diventare ossessione. La missione diventare la scusa perfetta per non fermarsi mai. Il dono di s&#233; diventare sacrificio senza limiti in una sorta di <strong>burnout vocazionale</strong>: il lato ombra del <em>&#8220;sto facendo quello che mi fa stare bene&#8221;</em>, tanto bene da non accorgermi che il corpo, le relazioni, la famiglia ne stanno pagando il conto.</p><blockquote><p><em><strong>Avere trovato il senso non garantisce di essere sensati</strong>.</em> </p></blockquote><p>Anzi, spesso &#232; il contrario: <strong>pi&#249; il senso &#232; forte, pi&#249; si rischia di andare fuori giri</strong>. Il senso giustifica qualunque cosa. E chi ha trovato la sua strada guarda spesso con una certa intolleranza e diffidenza chi gli chiede di dosare il passo.</p><p>E sull&#8217;altro versante, la sensatezza senza senso produce qualcosa di altrettanto triste: la correttezza anestetizzata. Il lavoro fatto bene per inerzia, con gli orari giusti, le pause giuste, le ferie giuste, ma senza che nessuno (prima di tutto chi lo fa) sappia pi&#249; perch&#233; lo sta facendo. &#200; sopravvivenza organizzata. Non che sia un male eh! Ma &#232; meno di quello che potremmo chiedere a una vita &#8220;adulta&#8221;.</p><h3>Due competenze, non una sola</h3><p>Forse la cosa pi&#249; utile sarebbe smettere di pensare che siano alternative.</p><p>Non &#232; &#8220;<em>o trovi il senso o sei sensato</em>&#8221;. Non &#232; cos&#236;! &#200; che servono entrambe, contemporaneamente e si tengono in tensione l&#8217;una con l&#8217;altra. Sono complementari e si compenetrano. </p><div class="pullquote"><p><strong>Il senso d&#224; direzione e la sensatezza d&#224; misura</strong>. <em><strong>Senza direzione, la misura &#232; prudenza inutile. Senza misura, la direzione diventa frenesia cieca.</strong></em></p></div><p>I greci avevano una formula che il <em><strong>Prof. Umberto Galimberti</strong></em> riprende spesso nei suoi interventi: &#954;&#945;&#964;&#8048; &#956;&#941;&#964;&#961;&#959;&#957; (<em>kat&#224; m&#233;tron</em>), secondo misura. L&#8217;idea &#232; semplice e antica: vivere conoscendo i propri limiti, dentro una proporzione. Per loro era la condizione dell&#8217;eudaimonia<strong>*</strong> e il suo contrario aveva un nome preciso: <em><strong>hybris</strong></em><strong>, la tracotanza di chi supera la misura perch&#233; pensa di poterla superare</strong>. Trovare un senso senza &#954;&#945;&#964;&#8048; &#956;&#941;&#964;&#961;&#959;&#957;, oggi, lo chiameremmo &#8220;burnout da purpose&#8221;. </p><p>Quello che Brescianini chiama centratura, io lo leggo come la capacit&#224; di tenere senso e misura in mano nello stesso momento. Non &#232; un equilibrio statico, &#232; un equilibrio dinamico, come un praticante marziale che si muove senza perdere la radice. La radice &#232; il senso e il movimento &#232; la sensatezza.</p><p>E adesso la domanda vera, quella che a me disturba sempre un po&#8217; quando me la faccio a fine giornata: </p><blockquote><p><em><strong>Del lavoro che stai facendo in questo periodo, sei pi&#249; in difficolt&#224; con il senso o con la sensatezza?</strong></em> </p></blockquote><p>Sinceramente la risposta che pi&#249; di frequente mi do, ha a che fare con la sensatezza. E nel tuo caso?</p><div><hr></div><p><em><strong>*</strong>Eudaimonia: stato stabile di autorealizzazione, prosperit&#224; e benessere profondo ottenuto vivendo secondo virt&#249; e realizzando il proprio potenziale.</em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tre lettere per dire le cose come stanno]]></title><description><![CDATA[In uno degli ultimi articoli abbiamo parlato di Radical Candor come strumento di consapevolezza collegato al feedback. Abbiamo disquisito del perch&#233; valga la pena dare feedback onesti e del coraggio che richiede. Oggi vorrei fare un passo avanti e affrontare il come.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/tre-lettere-per-dire-le-cose-come</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/tre-lettere-per-dire-le-cose-come</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 05:31:06 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1f7aa9f4-d357-4547-8698-209383bed49b_1152x896.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In uno degli ultimi articoli abbiamo parlato di <strong>Radical Candor</strong> come strumento di consapevolezza collegato al feedback. Abbiamo disquisito del <em><strong>perch&#233;</strong></em> valga la pena dare feedback onesti e del coraggio che richiede. Oggi vorrei fare un passo avanti e affrontare il <em><strong>come</strong></em>.</p><p>Spesso capiamo perfettamente che dovremmo dare feedback pi&#249; diretti e costruttivi. Lo vogliamo fare, ci proviamo e poi, quando apriamo bocca, escono cose del tipo:</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><blockquote><p><em><strong>&#8220;Sai, ultimamente sei un po&#8217;... non so, meno presente. Dovresti impegnarti di pi&#249;.&#8221;</strong></em></p></blockquote><p>Possiamo gongolarci e premiare la nostra intenzione ma l&#8217;esecuzione rimane un piccolo disastro. Ci&#242; che manca non &#232; la volont&#224;, bens&#236; la mancanza di una struttura che la sorregga. Ed &#232; qui che entra in scena il <strong>modello</strong> <strong>SBI</strong>.</p><h3>Di che cosa si tratta</h3><p>SBI non &#232; il cugino meno famoso dell&#8217;FBI americana! &#200; un acronimo che descrive un modello sviluppato dal <strong><a href="https://www.ccl.org">Center for Creative Leadership</a></strong> e sta per <strong>Situation &#8211; Behavior &#8211; Impact</strong>, che tradotto suona pi&#249; o meno cos&#236;: Situazione, Comportamento (con la B non c&#8217;era una parola che rendesse bene l&#8217;idea), Impatto.</p><p>&#200;, nella sua essenza, una grammatica per approcciare il feedback. Una modalit&#224; al tempo stesso precisa, verificabile e rispettosa. </p><p>Analizziamo il tutto nel dettaglio:</p><ul><li><p><strong>Situation (ovvero la situazione)</strong>. Quando e dove si &#232; svolto ci&#242; di cui voglio parlare? Non in astratto, non &#8220;di solito&#8221; o &#8220;spesso&#8221;, ma in quale momento specifico e concreto.</p></li><li><p><strong>Behavior (ovvero il comportamento)</strong>. Cosa ho osservato esattamente? Non cosa ho interpretato, non cosa ho sentito, ma il comportamento specifico e oggettivo: quello che una telecamera avrebbe ripreso.</p></li><li><p><strong>Impact (ovvero l&#8217;impatto).</strong> Qual &#232; stato l&#8217;effetto concreto di quel comportamento su di me, sul team, sul risultato, sull&#8217;ambiente? Non un giudizio sulla persona, ma la descrizione dell&#8217;onda che il comportamento in questione ha generato.</p></li></ul><p>Tre elementi indispensabili da trattare e toccare in sequenza.</p><h3>Perch&#233; funziona</h3><p>Quando diamo feedback senza struttura, capita che tendiamo a saltare direttamente alle conclusioni. Dal comportamento osservato passiamo, in una frazione di secondo e spesso inconsciamente, a un giudizio sulla persona. &#200; un meccanismo che il buon <em><strong>Daniel Kahneman</strong></em> chiamerebbe &#8220;pensiero veloce&#8221;.</p><p>Cos&#236; un <em>&#8220;Sei sempre aggressivo in riunione&#8221;</em> non rappresenta un feedback ma un verdetto sull&#8217;identit&#224;.</p><p>Utilizzando il modello SBI siamo obbligati a fare il percorso inverso: tornare ai fatti, descrivere ci&#242; che &#232; accaduto realmente e lasciare che sia il contenuto, non il giudizio, a portare il peso della conversazione.</p><h3>Un esempio pratico</h3><p>Riprendiamo il nostro Franco dell&#8217;articolo precedente, che nel frattempo &#232; sopravvissuto alla presentazione e ora siede in una riunione di team.</p><p>Scenario:</p><div class="pullquote"><p>Durante la riunione, Franco interrompe pi&#249; volte una collega mentre sta presentando una sua idea, fino a che lei smette di parlare e si chiude in un silenzio visibilmente frustrato.</p></div><p>Proviamo a vedere come il manager potrebbe interagire con Franco, prima senza usare il modello SBI e poi usandolo.</p><ul><li><p><strong>Senza SBI</strong>: <em>&#8220;Franco, sei sempre un po&#8217; prevaricatore nelle discussioni di gruppo. Dovresti lasciare pi&#249; spazio agli altri.&#8221;</em> Franco si irrigidisce. Si sente attaccato. Probabilmente pensa: &#8220;Io prevaricatore? Ho solo partecipato alla riunione. E che caz.&#8230;&#8221;</p></li><li><p><strong>Con SBI</strong>: <em>&#8220;Franco, durante la riunione di stamattina</em> <em>[Situation]</em>, <em>ho notato che hai interrotto Giulia tre volte mentre stava presentando la sua idea</em> <em>[Behavior]</em>. <em>Il risultato &#232; che lei ha smesso di parlare e non ha completato il suo ragionamento. Il team ha perso quel contributo e ho visto che anche tu alla fine eri frustrato perch&#233; la discussione non andava da nessuna parte</em> <em>[Impact].&#8221;</em></p></li></ul><p>Si nota la differenza? Nel secondo caso Franco non ha ragione di difendere la sua identit&#224; (specie se ha ben applicato il <em>2&#176; Assioma della Pragmatica della Comunicazione Umana</em>) dal momento che non &#232; stata attaccata. Pu&#242; solo confrontarsi con quello che &#232; accaduto e questo rappresenta il <strong>punto di partenza di una conversazione vera</strong>.</p><h3>SBI non si applica solo ai feedback critici</h3><p>Un errore che si potrebbe commettere &#232; quello di usare l&#8217;SBI esclusivamente per gestire situazioni o conversazioni difficili. Ma il modello funziona altrettanto bene con i feedback positivi. Infatti:</p><p><em>&#8220;Bravo Franco&#8221;</em> &#232; un apprezzamento generico che dura lo spazio di un sorriso e di una pacca sulla spalla.</p><p><em>&#8220;Franco, nella call con il cliente di ieri</em> <em>[Situation]</em>, <em>hai risposto alla domanda difficile sui tempi di consegna senza incertezze, portando dati precisi e riconoscendo apertamente il rischio</em> <em>[Behavior]</em>. <em>Il cliente ci ha scritto dopo ringraziandoci per la trasparenza e io ho sentito che la fiducia nel nostro team &#232; salita di un gradino</em> <em>[Impact]&#8221;.</em> Una restituzione cos&#236; Franco se la ricorda eccome e soprattutto sapr&#224; come comportarsi la prossima volta.</p><h3>SBI e Radical Candor: strumenti che si parlano</h3><p>Se il <em><strong><a href="/__u/matteotessarottocoach.substack.com/p/radical-candor-e-larte-non-sempre">Radical Candor</a></strong></em> (gi&#224; trattato) risponde alla domanda: <em>&#8220;Ho il coraggio di dire questa cosa?&#8221;</em>, l&#8217;SBI risponde alla domanda: <em>&#8220;So come dirla?&#8221;</em>.</p><p>I due modelli non sono alternativi, sono complementari. Puoi avere tutto il coraggio del mondo, ma se il tuo feedback &#232; vago, interpretativo o carico di giudizio, l&#8217;altro si chiude e si mette sulla difensiva. Puoi avere la struttura SBI perfetta, ma se la usi senza una reale cura per la persona senza quel &#8220;Care Personally&#8221; di <em><strong>Kim Scott</strong></em> suoner&#224; meccanica e fredda.</p><p>La combinazione virtuosa &#232; quella di chi entra nella conversazione con l&#8217;intenzione giusta e con le parole giuste. Non &#232; un caso che nei programmi di sviluppo manageriale pi&#249; efficaci questi due strumenti vengano quasi sempre insegnati e proposti insieme.</p><h3>Qualche attenzione prima di iniziare</h3><p>Prima di usare l&#8217;SBI nel prossimo feedback, tieniamo a mente alcune cose.</p><ul><li><p><strong>Essere specifici sul comportamento, non sull&#8217;interpretazione.</strong> <em>&#8220;Hai guardato il telefono due volte mentre ti parlavo&#8221;</em> &#232; un comportamento. <em>&#8220;Eri distratto&#8221;</em> &#232; un&#8217;interpretazione. Solo il primo permette una risposta costruttiva.</p></li><li><p><strong>Parlare in prima persona sull&#8217;impatto.</strong> <em>&#8220;Ho percepito che il team si &#232; demoralizzato&#8221;</em> &#232; pi&#249; potente e meno aggredibile di <em>&#8220;il team si &#232; demoralizzato&#8221;</em>. L&#8217;impatto descritto parla di esperienza personale che &#232; sicuramente pi&#249; onesta e pi&#249; efficace.</p></li><li><p><strong>Lasciare spazio alla risposta.</strong> L&#8217;SBI non &#232; un monologo. Dopo aver descritto situazione, comportamento e impatto, giusto fare una pausa e invitare l&#8217;altro a dire la sua. Spesso scopriremo un contesto che non conoscevamo.</p></li></ul><h3>La struttura &#232; fatta per liberare non per imprigionare</h3><p>C&#8217;&#232; una contestazione che mi viene fatta spesso: </p><blockquote><p><em><strong>&#8220;Ma se uso uno schema, non sembrer&#224; artefatto? Poco autentico?&#8221;</strong></em></p></blockquote><p>La risposta che tendo a dare suona pi&#249; o meno cos&#236;: </p><blockquote><p><em><strong>&#8220;Uno spartito non rende la musica meno vera, spesso la rende solo eseguibile. Cos&#236; il feedback efficace non nasce dall&#8217;improvvisazione, bens&#236; dalla pratica. E la pratica ha bisogno di una struttura su cui poggiarsi, almeno all&#8217;inizio, fino a quando il tutto non diviene cos&#236; naturale da non servire pi&#249;.&#8221;</strong></em></p></blockquote><p>L&#8217;SBI non &#232; una gabbia, &#232; come l&#8217;impalcatura che, una volta tolta, lascia in piedi una costruzione pi&#249; solida e funzionale.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Se il lavoro ti chiede macro-competenze, tu inizia dalle micro]]></title><description><![CDATA[Ogni anno, puntuale come il Natale, arriva il loro report: WEF, McKinsey, OECD, LinkedIn, eccetera. I grandi osservatori internazionali sul mercato del lavoro pubblicano le loro previsioni sulle competenze che i professionisti dovranno possedere per rimanere competitivi oggi e nei prossimi anni.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/se-il-lavoro-ti-chiede-macro-competenze</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/se-il-lavoro-ti-chiede-macro-competenze</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 06 Apr 2026 05:15:44 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/92b84bfd-45bb-4b7f-8180-32bc3e4c0b27_3000x2250.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, puntuale come il Natale, arriva il loro report: WEF, McKinsey, OECD, LinkedIn, eccetera. I grandi osservatori internazionali sul mercato del lavoro pubblicano le loro previsioni sulle competenze che i professionisti dovranno possedere per rimanere competitivi oggi e nei prossimi anni.</p><p>L&#8217;elenco credo sia oramai familiare ai pi&#249;: pensiero analitico e critico, creativit&#224; e pensiero laterale, intelligenza emotiva, leadership, comunicazione efficace, collaborazione, apprendimento continuo. Competenze trasversali reali, strategiche. Nessuno lo mette in discussione.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Il problema a mio avviso, (anzi la necessit&#224;) &#232; un altro. Ed &#232; di ordine pratico.</p><h3>Il paradosso delle macro-competenze</h3><p>Dal mio punto di vista, le competenze chiamate in causa sono <strong>competenze composite</strong>, ovvero etichette ombrello che aggregano sotto di s&#233; una pluralit&#224; di caratteristiche, capacit&#224;, attitudini e comportamenti diversi. Dire a qualcuno <em>&#8220;devi sviluppare la tua intelligenza emotiva&#8221;</em> o <em>&#8220;lavora sul tuo pensiero critico&#8221;</em> &#232; un po&#8217; come dire a un musicista <em>&#8220;suona meglio&#8221;</em>: l&#8217;indicazione &#232; corretta, ma non &#232; abbastanza granulare e specifica da guidare un allenamento reale.</p><p>Provo a sintetizzarlo cos&#236;: </p><div class="pullquote"><p><strong>Le macro-competenze descrivono un risultato, non indicano il percorso.</strong></p></div><p>E il percorso, come sa chiunque abbia lavorato seriamente sui temi dello sviluppo personale o professionale, non si percorre tutto d&#8217;un fiato. Si costruisce passo dopo passo, agendo su aspetti puntuali, specifici e allenabili: come quelli che vengono chiamati <strong>abiti comportamentali</strong>, ovvero quelle qualit&#224; interiori che, una volta acquisite, generano comportamenti esteriori efficaci in modo stabile e non episodico.</p><p>&#200; esattamente sulla considerazione di questo gap che nascono il mio approccio, il mio modello e il mio ultimo libro.</p><h3>Un approccio granulare che passa per le Competenze Evolutive</h3><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://amzn.eu/d/0czFoS8i" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_424, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_848, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 848w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1272, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 1272w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1456, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 1456w" sizes="100vw"><img src="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic" width="1080" height="597" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:597,&quot;width&quot;:1080,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:58596,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/heic&quot;,&quot;href&quot;:&quot;https://amzn.eu/d/0czFoS8i&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/i/192830965?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_424, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_848, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 848w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1272, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 1272w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!u4RK!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1456, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F89d26ce5-8273-4bd0-b469-2eeced6cc820_1080x597.heic 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Nel mio libro <em><strong><a href="https://amzn.eu/d/03mDHQve">Allenare le Competenze Evolutive</a></strong></em> propongo un modello che scompone il grande territorio delle competenze trasversali in <strong>19 micro-competenze</strong>, distribuite su tre famiglie:</p><ol><li><p><strong>Competenze Interiori </strong><br>Consapevolezza valoriale &#183; Consapevolezza emotiva &#183; Fiducia in s&#233; &#183; Autocontrollo &#183; Affidabilit&#224; &#183; Adattabilit&#224;.</p></li><li><p><strong>Competenze Relazionali</strong><br>Accoglienza &#183; Fiducia nell&#8217;altro &#183; Gestione del conflitto &#183; Incisivit&#224; &#183; Assertivit&#224; &#183; Ascolto &#183; Feedback.</p></li><li><p><strong>Competenze Gestionali<br></strong>Apprendere e comprendere &#183; Definire l&#8217;obiettivo &#183; Progettare l&#8217;azione &#183; Ispirare e motivare &#183; Mediare &#183; Coltivare il talento.</p></li></ol><p>Queste 19 competenze non sono un&#8217;alternativa alle soft skills richieste dal mercato: <strong>ne sono il substrato</strong>. Sono le fondamenta che, allenate in modo incrementale e progressivo, costruiscono dall&#8217;interno le capacit&#224; composite che il mondo professionale (e non solo) chiede all&#8217;esterno.</p><h3>Il lavoro interiore &#232; ci&#242; che trascuriamo quasi sempre</h3><p>Noto inoltre, ma forse sbaglio, che quando si parla di sviluppo professionale, la tendenza &#232; saltare direttamente alle competenze visibili: come comunico, come gestisco un team, come mi organizzo. Comprensibile voler andare al sodo, sono i comportamenti pi&#249; richiesti, i meglio valutati, i primi a comparire nelle job description.</p><p>Questo approccio potrebbe, per&#242;, nascondere una falla strutturale: <strong>&#232; come costruire il piano superiore di un palazzo senza curare le fondamenta</strong>. Prima o poi, la struttura scricchiola e mostra delle crepe.</p><p>Le <strong>Competenze Interiori</strong> (ovvero consapevolezza valoriale, consapevolezza emotiva, fiducia in s&#233;, autocontrollo, affidabilit&#224;, adattabilit&#224;) possono sembrare meno operative delle altre, meno &#8220;spendibili&#8221; in un colloquio. In realt&#224; rappresentano il substrato, l&#8217;humus su cui tutto il resto mette radici, cresce e si regge. Un professionista che non conosce i propri valori fatica a mantenere la rotta sotto pressione. Chi non riconosce le proprie emozioni non riesce a gestirle. Chi non ha fiducia in s&#233; non comunica con assertivit&#224;.</p><blockquote><p><strong>Il lavoro interiore non &#232; un lusso per chi ha gi&#224; risolto tutto il resto. &#200; la condizione necessaria per fare bene tutto il resto.</strong></p></blockquote><h3>La mappatura: dalle macro-competenze alle micro-competenze</h3><p>Per rendere visibile il legame tra le macro-competenze ricercate dal mercato e le competenze trattate nel mio libro, ho mappato le 10 competenze pi&#249; citate dai grandi enti di ricerca internazionali, identificando per ciascuna le <strong>3 micro-competenze fondamentali</strong> <strong>che ne costituiscono il nucleo allenabile</strong>.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_424, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_848, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 848w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1272, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 1272w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1456, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 1456w" sizes="100vw"><img src="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png" width="1456" height="1039" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1039,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:493725,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/i/192830965?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_424, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_848, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 848w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1272, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 1272w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dLoh!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1456, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F49deb25c-1f99-45f1-a8af-d1fd8c116bc9_1572x1122.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a><figcaption class="image-caption">Mappatura tra competenze ricercate dal mercato e Competenze Evolutive</figcaption></figure></div><p>Il risultato &#232; significativo: <strong>tutte e 19 le micro-competenze presenti nel mio modello trovano posto nella mappatura</strong>. Nessuna esclusa. Questo dimostra che il framework delle Competenze Evolutive non &#232; una proposta alternativa alle classificazioni globali, ne &#232; la declinazione operativa, granulare e sviluppabile nel tempo.</p><h3>Una progressione che parte dall&#8217;essere e arriva al fare (e al far fare)</h3><p>Il modello di lavoro e di approccio descritto nel mio libro nasce per <strong>colmare lo spazio tra conoscere una competenza e svilupparla davvero</strong>. Le Competenze Evolutive sono pi&#249; che &#8220;semplici&#8221; skills e sono analizzate da una prospettiva diversa: non liste di comportamenti da replicare, ma qualit&#224; da coltivare dall&#8217;interno, partendo dalla conoscenza di s&#233; per espandersi verso la relazione con gli altri e la capacit&#224; di guidare il cambiamento.</p><p>Il libro non offre risposte o ricette magiche, offre qualcosa di pi&#249; utile: </p><blockquote><p><strong>Una struttura, un percorso e strumenti pratici per allenare in modo puntuale le 19 micro-competenze</strong> <strong>che stanno alla base di ci&#242; che il mercato del lavoro considera essenziale</strong>.</p></blockquote><p>Perch&#233; le competenze del futuro non ci arrivano dall&#8217;esterno, bens&#236; emergono dall&#8217;interno, quando decidiamo di guardarle, riconoscerle e allenarle nel modo giusto.</p><div><hr></div><p>Se ti interessa il mio libro lo trovi <strong><a href="https://amzn.eu/d/0czFoS8i">cliccando qui</a></strong>.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Radical Candor e l’arte (non sempre facile) di dire la cosa giusta]]></title><description><![CDATA[C'&#232; un tipo di feedback che non ferisce subito ma crea danno in un secondo momento e lo fa in silenzio. Kim Scott definisce questa modalit&#224; Ruinous Empathy (Empatia Rovinosa e molti di noi la praticano ogni giorno (io lo facevo e ogni tanto lo faccio ancora).]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/radical-candor-e-larte-non-sempre</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/radical-candor-e-larte-non-sempre</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Thu, 02 Apr 2026 05:31:13 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/56c67ffb-7878-464b-99d5-ccba3d0315df_5616x3744.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immagina un collaboratore che presenta un report al suo responsabile. Il lavoro ha dei problemi evidenti e nonostante questo il manager annuisce, abbozza un sorriso, se ne esce con un generico <em>&#8220;Ben fatto, magari la prossima volta approfondisci un po&#8217; di pi&#249;&#8221;</em> e chiude velocemente la conversazione.</p><p>Entrambi escono dalla stanza sollevati e il lavoro rimane a met&#224;.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Spesso scambiamo questo tipo di atteggiamento per gentilezza quando, in realt&#224;, &#232; una forma di &#8220;abbandono professionale&#8221; che manca di un feedback sincero e costruttivo.</p><p><strong>Dare feedback &#232; una delle competenze relazionali pi&#249; potenti</strong> che abbiamo a disposizione e, allo stesso tempo, uno dei pi&#249; evitati, inutilizzati e distorti. Forse &#232; per questo che, spesso, le aziende mi chiedono aiuto su questo fronte.</p><p><em><strong>Kim Scott</strong></em>, ex manager di Google e Apple, si &#232; interrogato a lungo per capire il perch&#233; di questa dinamica disfunzionale, ricavandone un modello semplice, pratico e sorprendentemente onesto: il <strong>Radical Candor</strong>.</p><h3>Due assi, quattro quadranti e un p&#242; di consapevolezza in pi&#249;</h3><p>Il modello presentato da Scott &#232; semplice e costruito su due dimensioni che, incrociate, definiscono qualit&#224; ed efficacia del feedback:</p><ol><li><p><strong>Cura per la persona</strong>. Ovvero, quanto ci interessa davvero il benessere e la crescita di colui/colei che abbiamo di fronte? Qui si parla di atteggiamento altruistico autentico.</p></li><li><p><strong>Livello di sfida diretta</strong>. Ovvero, quanto siamo disposti a dire ci&#242; che vediamo, anche se &#232; scomodo? Quanto siamo capaci di non addolcire la pillola e non rimandare il confronto?</p></li></ol><p>Incrociando questi due assi, si ottengono quattro quadranti che definiscono differenti modalit&#224; di feedback:</p><ul><li><p><strong>Candore Radicale</strong> (<em>Radical Candor</em>) - <em><strong>Alta cura, alta sfida</strong></em>. <br>&#200; il quadrante virtuoso in cui si dice la verit&#224; perch&#233; si vuole realmente il bene dell&#8217;altro e il suo miglioramento. Si tratta di un feedback esigente ma profondamente empatico e costruttivo.</p></li><li><p><strong>Empatia rovinosa</strong> (<em>Ruinous Empathy</em>) - <em><strong>Alta cura, bassa sfida</strong></em>.<br>Il quadrante pi&#249; frequentato, soprattutto in alcuni nostri contesti aziendali. Si vuole bene alla persona, tanto da non volerla ferire o farla sentire a disagio. Il risultato? Non la si aiuta a crescere. &#200; la &#8220;gentilezza&#8221; che, nel lungo periodo, fa pi&#249; danni dell&#8217;indifferenza. <br>[Per la cronaca io sono partito da qui]</p></li><li><p><strong>Aggressivit&#224; offensiva</strong> (<em>Obnoxious Aggression</em>) - <em><strong>Bassa cura, alta sfida</strong></em>.<br>Si dice tutto quello che si pensa, senza filtri e senza alcun interesse reale per l&#8217;altro. Tecnicamente onesto, ma relazionalmente distruttivo. &#200; il classico capo che si vanta dicendo &#8220;io almeno sono diretto e dico le cose come stanno&#8221;, ma che lascia dietro di s&#233; una scia di collaboratori demoralizzati (o peggio che se ne vanno alla prima occasione).</p></li><li><p><strong>Manipolazione non sincera</strong> (<em>Manipulative Insincerity</em>) - <em><strong>Bassa cura, bassa sfida</strong></em>.<br>Non si dice nulla di vero e allo stesso tempo non ci si preoccupa minimamente dell&#8217;altro e della sua evoluzione personale e professionale. Si annuisce, si sorride fintamente magari poi spettegolando alle spalle. &#200; il quadrante del disimpegno tossico travestito da diplomazia.</p></li></ul><h3>Vediamo un esempio pratico</h3><p>Franco Rossi (classico nome di fantasia, non me ne vogliano i &#8220;veri&#8221; Franco Rossi) &#232; un project manager di talento all&#8217;interno di una azienda di respiro internazionale. Ha preparato una presentazione strategica per un cliente: visivamente impeccabile, ma con un&#8217;analisi dei dati superficiale che rischia di essere smontata in pochi minuti durante la prossima riunione.</p><p>Vediamo come gli potrebbero rispondere quattro differenti manager, ognuno in grado di incarnare una delle caratteristiche dei quadranti analizzati.</p><ul><li><p><strong>Il manager in &#8220;empatia rovinosa&#8221;</strong> dice: <em>&#8220;Ottimo lavoro Franco, le slide sono bellissime. Forse qualche dato in pi&#249; non guasterebbe, ma va benissimo cos&#236;.&#8221;</em> Franco va alla riunione, il cliente lo massacra sui numeri e non si spiega perch&#233; il suo capo non lo abbia avvertito per tempo.</p></li><li><p><strong>Il manager in &#8220;aggressivit&#224; offensiva&#8221;</strong> dice: <em>&#8220;Questa analisi &#232; ridicola e piena di buchi. Come ti &#232; venuto in mente di presentare una roba del genere a un cliente importante?&#8221;</em> Franco incassa il colpo, si sente umiliato e corregge la presentazione ma la prossima volta si guarder&#224; bene dal chiedere un parere in anticipo, se questo &#232; il trattamento.</p></li><li><p><strong>Il manager in &#8220;manipolazione non sincera&#8221;</strong> dice: <em>&#8220;S&#236;, s&#236;, molto bella. Vediamo come va.&#8221;</em> Poi, a riunione fallita, si lascia andare con gli altri colleghi in un: <em>&#8220;Ve l&#8217;avevo detto che Franco non era pronto per questo cliente&#8221;</em>. Fine di qualsiasi fiducia.</p></li></ul><p>Infine:</p><ul><li><p><strong>Il manager in &#8220;candore radicale&#8221;</strong> dice: <em>&#8220;Franco, la struttura &#232; solida e la grafica &#232; ottima, si vede che ci hai lavorato tanto. Ho per&#242; una forte preoccupazione sull&#8217;analisi dei dati: se il cliente fa le domande che fa di solito, rischiamo di fare una pessima figura. Hai un&#8217;ora oggi per rinforzare quella parte? Se vuoi, una volta finalizzata la guardiamo insieme.&#8221; </em>Stessa valutazione di fondo, risultato completamente diverso. Franco sa esattamente cosa sistemare, capisce il perch&#233; e, soprattutto, sa che il manager &#232; un alleato che fa il tifo per lui!</p></li></ul><h3>Lo so &#232; difficile (e ne vale la pena)</h3><p>Il Radical Candor non &#232; un approccio naturale. Richiede di allenare contemporaneamente due muscoli che spesso usiamo in modo separato: quello dell<strong>&#8217;empatia</strong> e quello del <strong>coraggio</strong>.</p><p>L&#8217;ostacolo pi&#249; grande non &#232; quasi mai l&#8217;aggressivit&#224;, bens&#236; l&#8217;Empatia Rovinosa. Siamo culturalmente programmati per evitare il conflitto e per proteggere le relazioni attraverso il silenzio e la negazione, confondendo la gentilezza con l&#8217;assenza di attrito. Ma una relazione professionale sana non &#232; quella priva di tensione: &#232; quella in cui <strong>la tensione viene usata al servizio dell&#8217;evoluzione di entrambi</strong>.</p><p>Kim Scott suggerisce di utilizzare una bussola semplice e infallibile. Prima di dare un feedback, chiediamoci:</p><div class="pullquote"><p><em><strong>&#8220;Lo sto dicendo per il bene di questa persona o per il mio?&#8221;</strong></em></p></div><p>Se evitiamo di parlare per non sentirci noi a disagio, siamo nell&#8217;Empatia Rovinosa. Se &#8220;vomitiamo&#8221; parole solo per sfogare la nostra frustrazione, siamo nell&#8217;Aggressivit&#224; Offensiva. Se parliamo perch&#233; vogliamo davvero, sinceramente, che l&#8217;altro migliori siamo nel quadrante giusto!</p><h3>Tre domande facili, facili per iniziare da subito</h3><p>Non serve stravolgere il proprio stile comunicativo da un giorno all&#8217;altro. Iniziamo dal provare a farci tre domande prima del prossimo feedback che andremo a dare.</p><ol><li><p><strong>Sto parlando del comportamento o dell&#8217;identit&#224;?</strong> <br>Dire <em>&#8220;L&#8217;analisi in quella presentazione era debole&#8221;</em> &#232; radicalmente diverso da dire <em>&#8220;Sei superficiale&#8221;</em>. Si critica il fatto, si rispetta la persona.</p></li><li><p><strong>Conosco abbastanza questa persona?</strong> <br>Il Radical Candor poggia sulla fiducia. Se la relazione &#232; fredda o inesistente, una sfida diretta verr&#224; quasi certamente percepita come un attacco. Costruisci prima la &#8220;cura&#8221;, poi alza il livello di &#8220;sfida&#8221;.</p></li><li><p><strong>Sto emettendo un verdetto o aprendo un dialogo?</strong> <br>Il feedback onesto non &#232; una sentenza definitiva, ma un invito a esplorare insieme come poter migliorare e creare valore.</p></li></ol><p>Un&#8217;organizzazione (ma anche una famiglia, un gruppo di amici o una squadra sportiva) in cui le persone hanno il coraggio di dirsi le cose per come sono, con cura, rispetto e intenzione, &#232; un sistema che impara pi&#249; in fretta, che disinnesca i problemi prima che diventino crisi e che trattiene i talenti. Perch&#233; offre qualcosa di estremamente raro: la certezza di essere visti per quello che si &#232; davvero.</p><p>Il Radical Candor &#232; il pi&#249; alto atto di rispetto professionale. Dice all&#8217;altro: </p><div class="pullquote"><p><em><strong>&#8220;Ti considero abbastanza capace da poterti dire la verit&#224;. E sei troppo importante perch&#233; io me/te la risparmi.&#8221;</strong></em></p></div><p><strong>E tu, in quale quadrante ti rifugi pi&#249; spesso quando devi dare un feedback difficile? E quale, invece, vorresti imparare ad abitare di pi&#249;?</strong></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Omotenashi, non aspettare che te lo chiedano]]></title><description><![CDATA[Esiste una parola giapponese che descrive un comportamento controintuitivo, specie nel mondo del lavoro. Questa parola &#232; Omotenashi e indica la capacit&#224; di anticipare il bisogno dell'altro prima che diventi una richiesta.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/omotenashi-ovvero-non-aspettare-che</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/omotenashi-ovvero-non-aspettare-che</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Tue, 31 Mar 2026 05:31:38 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1bd1a700-dca8-418d-9339-c7b500933878_5000x3225.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non ho mai visitato il Giappone, nonostante da karateka sia sempre stato attratto dalla cultura, dalla tradizione e dalla filosofia orientale. Chi invece c&#8217;&#232; stato mi racconta qualcosa di inaspettato per un occidentale.</p><p>Entri in un piccolo ristorante della periferia di Tokyo. Non hai ancora aperto bocca e il cameriere ti ha gi&#224; portato un bicchiere d&#8217;acqua calda perch&#233; fuori piove e sei infreddolito. Sul sedile trovi un cuscino leggermente rialzato, perch&#233; hai una borsa a tracolla che non sapresti dove poggiare. Quando finisci il pasto e cerchi con gli occhi il conto, &#232; gi&#224; l&#236;, discretamente posato sul bordo del tavolo.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Queste piccole attenzioni hanno un nome: <strong>Omotenashi</strong> (parola che ho scoperto grazie a un post Instagram che mi &#232; stato consigliato!).</p><p>Non si tratta di semplice ospitalit&#224;, bens&#236; della <strong>capacit&#224; di &#8220;leggere l&#8217;altro&#8221; prima che parli</strong>, di anticiparne il bisogno prima che diventi richiesta, di creare le condizioni affinch&#233; la persona di fronte a noi si senta nel posto giusto.</p><p>Ora chiediamoci: quante volte, nel nostro lavoro, qualcuno ha fatto questo per noi? E quante volte lo abbiamo fatto noi per gli altri?</p><h3>La logica reattiva governa le nostre giornate</h3><p>Siamo cresciuti pi&#249; o meno tutti in contesti professionali che premiano la risposta rapida, non la previsione. Il bravo collaboratore &#232; quello che risolve i problemi quando si presentano. Il bravo manager gestisce le crisi. Il bravo venditore risponde alle obiezioni.</p><p>Se ci pensiamo si tratta di un approccio &#8220;reattivo&#8221;.</p><p>&#200; un modello che funziona, per l&#8217;amor del cielo! Ma potrebbe avere un costo nascosto: <strong>ogni volta che aspettiamo che qualcosa si rompa per intervenire, bruciamo energia</strong>. Ogni volta che costringiamo un collega o un cliente a manifestare una richiesta prima di accorgercene, stiamo perdendo un&#8217;occasione di connessione autentica.</p><p>Stiamo rinunciando a qualcosa di molto pi&#249; potente della sola competenza tecnica, una sorta di &#8220;<strong>cura anticipatoria</strong>&#8221;, non indispensabile ma potente.</p><h3>Cos&#8217;&#232; davvero l&#8217;ascolto anticipatorio</h3><p>L&#8217;Omotenashi affonda le radici nella cultura giapponese, ma la sua struttura pu&#242; essere applicata ovunque. A mio avviso si regge su tre elementi:</p><ol><li><p><strong>Osservazione.</strong> Per anticipare un bisogno dobbiamo smettere di guardare l&#8217;altro con l&#8217;obiettivo di ottenere qualcosa. Dobbiamo semplicemente osservare. Notare come entra in riunione, come il tono delle e-mail &#232; cambiato nelle ultime settimane, come la voce si incrina parlando di un certo progetto. L&#8217;ascolto comincia prima che l&#8217;altro apra bocca.</p></li><li><p><strong>Interpretazione del contesto.</strong> Se un cliente ci manda tre e-mail in un giorno sullo stesso tema, il bisogno esplicito &#232; una risposta tecnica, quello implicito &#232; rassicurazione. Se un membro del team smette di intervenire nelle riunioni, il bisogno esplicito sembra &#8220;non voler disturbare&#8221;, quello implicito potrebbe essere richiamare l&#8217;attenzione.</p></li><li><p><strong>Azione discreta.</strong> L&#8217;Omotenashi non si annuncia. Non dice: <em>&#8220;Ho capito che avevi bisogno di questo, ecco a te&#8221;</em>. Agisce e basta. &#200; l&#8217;aspetto pi&#249; controcorrente in un&#8217;epoca che premia la visibilit&#224; e la riconoscibilit&#224; di ogni gesto. L&#8217;ascolto anticipatorio non cerca applausi, cerca il risultato.</p></li></ol><h3>Cosa dicono quelli bravi</h3><p>Non si tratta solo di buone maniere o sensibilit&#224; personale. Le scienze cognitive e organizzative confermano l&#8217;efficacia di questo approccio da angolazioni diverse.</p><p><em><strong>Edgar Schein</strong></em> ci ricorda che le organizzazioni sono piene di persone che dicono di ascoltare, ma stanno solo aspettando il loro turno per parlare. L&#8217;ascolto vero &#8212; quello che precede il bisogno &#8212; richiede una forma di umilt&#224; che non &#232; affatto naturale nelle culture competitive.</p><p><em><strong>Amy Edmondson</strong></em> ha dimostrato che i team ad alte prestazioni non sono quelli senza problemi, ma quelli capaci di percepire i segnali deboli di disagio prima che diventino crisi. Questa capacit&#224; ha un nome: <em>sicurezza psicologica</em> e si costruisce proprio attraverso gesti anticipatori, non con dichiarazioni di principio.</p><h3>Tre contesti in cui l&#8217;Omotenashi cambia le cose</h3><p><strong>NEL RAPPORTO CON I COLLEGHI</strong><br>Un collega sta lavorando su un progetto con una scadenza ravvicinata. Non chiede aiuto, ma nelle ultime riunioni risponde a monosillabi e l&#8217;umorismo che lo caratterizzava &#232; sparito.</p><p>L&#8217;approccio reattivo aspetta che le cose peggiorino ancora o che chieda.</p><p>L&#8217;approccio Omotenashi agisce prima. Non con un generico <em>&#8220;Come stai?&#8221;</em> &#8212; che spesso ottiene un altrettanto automatico <em>&#8220;Bene, grazie&#8221;</em> &#8212; ma con un gesto concreto: <em>&#8220;Ho visto che hai la call venerd&#236;. Ti ho preparato la bozza del report, cos&#236; risparmi un p&#242; di tempo.&#8221;</em> Non hai fatto una domanda di circostanza. Hai rimosso un ostacolo. E in quel gesto c&#8217;&#232; un messaggio preciso: <em>ti ho visto</em>.</p><p><strong>NEL RAPPORTO CON I CLIENTI</strong><br>I migliori consulenti, i migliori account manager, i migliori partner commerciali non aspettano la review di fine anno per capire se qualcosa non va. Leggono i segnali nel mezzo: un&#8217;e-mail con un tono leggermente pi&#249; teso, una domanda che sembra tecnica ma nasconde un&#8217;insicurezza strategica, un silenzio che dura troppo.</p><p>Un&#8217;azienda americana di software si accorse che i clienti che non utilizzavano una certa funzione nei primi trenta giorni finivano per disdire l&#8217;abbonamento nel giro di sei mesi. Invece di aspettare la disdetta, iniziarono a contattarli al quindicesimo giorno. Non per vendere, ma per chiedere: <em>&#8220;Come possiamo rendere la piattaforma pi&#249; utile per voi?&#8221;</em> Il tasso di abbandono croll&#242; del 40%.</p><p>Nessuno aveva chiesto aiuto. Qualcuno aveva anticipato il bisogno.</p><p><strong>NELLA COMUNICAZIONE INTERNA</strong><br>A quante riunioni partecipiamo senza avere il contesto necessario per contribuire davvero? L&#8217;ascolto anticipatorio, applicato alla comunicazione, significa chiedersi di cosa ha bisogno quella persona per recepire ci&#242; che stiamo per dire. Ha il tempo? Ha i dati? Ha le aspettative giuste rispetto a quello che stiamo per affrontare insieme?</p><p>&#200; un cambio di prospettiva radicale. Non si comunica pi&#249; partendo da s&#233;  ma partendo dall&#8217;altro: da cosa gli serve per poter contribuire, decidere e agire.</p><h3>La sfida pi&#249; grande: non aspettarsi nulla in cambio</h3><p>C&#8217;&#232; un trabocchetto sottile in tutto questo. L&#8217;Omotenashi autentico &#232; <strong>privo di aspettative di ritorno</strong>. Il cameriere a Tokyo non porta il cuscino per avere una mancia pi&#249; alta. Lo fa perch&#233; &#232; la cosa giusta, in quel momento, per quella persona.</p><p>Nelle aziende occidentali siamo abituati a un&#8217;economia implicita del favore: ti aiuto oggi perch&#233; domani tu faccia lo stesso. Ma anticipare i bisogni degli altri con questa logica funziona solo nel breve. Le persone lo sentono e c&#8217;&#232; un&#8217;enorme differenza tra chi si avvicina perch&#233; ti ha visto e chi lo fa perch&#233; sta &#8220;costruendo credito&#8221;.</p><p>La domanda che possiamo farci, come piccola bussola quotidiana, &#232; semplice: </p><div class="pullquote"><p><em><strong>Lo farei anche se nessuno lo sapesse?</strong></em></p></div><p>Se la risposta &#232; s&#236;, siamo sul sentiero giusto per l&#8217;Omotenashi.</p><h3>Come iniziare da subito</h3><p>Non serve rivoluzionare la cultura aziendale per cominciare, bastano piccole attenzioni praticate con costanza.</p><ul><li><p><strong>Allungare la pausa.</strong> Nelle conversazioni, non avere fretta di rispondere. L&#8217;ascolto anticipatorio non &#232; velocit&#224;, &#232; profondit&#224;. Il bisogno reale si nasconde spesso dopo il silenzio.</p></li><li><p><strong>Distinguere la richiesta dal bisogno.</strong> Quando qualcuno ci chiede di rivedere un documento, il bisogno esplicito &#232; una revisione. Quello implicito potrebbe essere rassicurazione o una seconda opinione su una scelta difficile. Rispondiamo cordialmente a entrambi.</p></li><li><p><strong>Agire prima di parlare.</strong> La prossima volta che intuiamo un bisogno, rispondiamo con un&#8217;azione altruistica senza annunciarla. La discrezione non &#232; timidezza, &#232; il cuore del gesto.</p></li></ul><p>C&#8217;&#232; un detto che riassume meglio di tutto quello di cui stiamo parlando:</p><blockquote><p><em><strong>&#8220;Il vero ospite non dovrebbe mai dover chiedere nulla.&#8221;</strong></em></p></blockquote><p>Trasportata nel mondo del lavoro, questa &#232; una piccola rivoluzione silenziosa. Non nel senso di eliminare la comunicazione o la richiesta, ma nel senso di costruire contesti in cui le persone si sentano abbastanza viste, abbastanza sostenute, abbastanza considerate da non dover alzare la voce per essere ascoltate.</p><p>In un&#8217;epoca di rumore costante, notifiche e urgenze permanenti, forse il vantaggio competitivo pi&#249; sottovalutato non &#232; la velocit&#224; con cui diamo una risposta. </p><p>&#200; la qualit&#224; della nostra attenzione prima che ci venga fatta la domanda.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Tetralemma Negato e l’opzione che non avevi considerato]]></title><description><![CDATA[Ci sono momenti, nella vita di ciascuno di noi, in cui ci troviamo davanti a scelte difficili e che a volte sembrano impossibili. Non perch&#233; le opzioni manchino, ma perch&#233; nessuna sembra davvero giusta. Sentiamo che qualcosa ci sfugge, che la risposta non &#232; n&#233; "s&#236;" n&#233; "no", n&#233; "questo" n&#233; "quello".]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/il-tetralemma-negato-e-lopzione-che</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/il-tetralemma-negato-e-lopzione-che</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Tue, 24 Mar 2026 06:30:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/81580f88-e69d-4566-88ce-03d1bd97cc41_5184x3456.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ci sono momenti, nella vita di ciascuno di noi, in cui ci troviamo davanti a  scelte difficili e che a volte sembrano impossibili. </strong>Non perch&#233; le opzioni manchino, ma perch&#233; nessuna sembra davvero giusta. Sentiamo che qualcosa ci sfugge, che la risposta non &#232; n&#233; &#8220;s&#236;&#8221; n&#233; &#8220;no&#8221;, n&#233; &#8220;questo&#8221; n&#233; &#8220;quello&#8221; e nello stesso tempo non riusciamo a vedere oltre. &#200; proprio in questi momenti che uno strumento come il <strong>Tetralemma Negato</strong> pu&#242; fare la differenza.</p><p>Magari sbaglio ma nella sua costruzione ci vedo elementi attivatori il <strong>Pensiero Laterale</strong> (materia di competenza del buon <em><strong>Edward De Bono</strong></em>).</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p>Divagazioni a parte, lo strumento in questione, l&#8217;ho scoperto durante il corso di Costellazioni Organizzative (della <strong><a href="https://www.altroove.it">Scuola Altroove</a></strong> che consiglio), e da allora non ho smesso di pensarci. Ecco perch&#233; ho deciso di farne un articolo e condividere cos&#8217;&#232;, da dove viene e come usarlo (che tu sia un manager, un coach, un team leader o semplicemente una persona alle prese con una decisione complessa ne puoi beneficiare).</p><h3>Costellazioni Strutturali (queste sconosciute!): un approccio diverso ai problemi</h3><p>Per capire il Tetralemma Negato, bisogna prima fare un passo indietro e parlare delle <strong>Costellazioni Strutturali</strong>, la cornice metodologica che ne da i natali.</p><p>Le Costellazioni Strutturali sono state sviluppate da <strong>Matthias Varga von Kib&#233;d</strong>, logico e filosofo tedesco, in collaborazione con Insa Sparrer. Si collocano all&#8217;incrocio tra il pensiero logico-formale e la fenomenologia delle costellazioni sistemiche.</p><p>La loro caratteristica distintiva &#232; che non rappresentano persone o relazioni (come nelle &#8220;classiche&#8221; Costellazioni Familiari), bens&#236; <strong>posizioni logiche, stati interiori, polarit&#224;, valori, opzioni di scelta</strong>. &#200; come se permettessero di portare fuori dalla testa i pensieri che si accavallano, li disponessero nello spazio e ci posizionassero in mezzo &#8212; per &#8220;sentirli&#8221;, non solo per analizzarli.</p><p>Alcuni principi fondamentali guidano questo approccio:</p><ul><li><p><strong>Ogni struttura &#232; un dettaglio dell&#8217;essere</strong>. Il modo in cui organizziamo riflette qualcosa di pi&#249; profondo di noi.</p></li><li><p><strong>La forma contiene gi&#224; la soluzione</strong>. La risposta non &#232; chiss&#224; dove, bens&#236; &#232; nascosta nella struttura stessa del problema.</p></li><li><p><strong>Il movimento &#232; conoscenza incarnata</strong>. Spostarsi fisicamente nello spazio produce comprensioni che la sola riflessione mentale non permette di raggiungere.</p></li><li><p><strong>Il non-sapere &#232; parte del sistema</strong>. L&#8217;incertezza non &#232; un ostacolo al processo che deve essere eliminato, ma una risorsa da includere.</p></li></ul><p><strong>Nota</strong>: l&#8217;ultimo punto, in particolare, &#232; una piccola rivoluzione per chi lavora in contesti organizzativi dove l&#8217;incertezza viene spesso vissuta come debolezza! Ecco che il Tetralemma Negato la tratta come un segnale prezioso e ci costruisce sopra una delle sue posizioni chiave (solitamente la pi&#249; &#8220;sfidante&#8221;).</p><h3>La logica indiana del Tetralemma</h3><p>Il Tetralemma affonda le radici nella logica indiana classica, in particolare nella tradizione buddista del catu&#7779;ko&#7789;i<em> </em>(letteralmente &#8220;quattro angoli&#8221;). Questa logica, a differenza di quella aristotelica occidentale basata sul principio del terzo escluso (da latino <em>Tertium non datur</em> che significa letteralmente [o almeno cos&#236; dice internet] <em>&#8220;una terza cosa non &#232; data&#8221;</em> o non esiste. Es. <em>"A &#232; B"</em> o <em>"A non &#232; B"</em>), propone che di fronte a qualsiasi affermazione esistano almeno <strong>quattro posizioni</strong>:</p><ol><li><p><strong>A</strong> ossia la prima opzione &#232; vera, o valida, o giusta per me.</p></li><li><p><strong>B (Non-A)</strong> ossia la seconda opzione &#232; vera ed &#232; opposta o alternativa alla prima.</p></li><li><p><strong>Entrambi</strong> ossia entrambe le posizioni contengono qualcosa di vero o necessario.</p></li><li><p><strong>N&#233; l&#8217;uno n&#233; l&#8217;altro</strong> ossia nessuna delle due &#232; giusta nel modo in cui le ho formulate.</p></li></ol><p>Varga von Kib&#233;d aggiunge una <strong>quinta posizione</strong>, che trasforma il Tetralemma in Tetralemma Negato:</p><ol start="5"><li><p><strong>Niente di tutto questo</strong> che descrive il territorio ancora senza nome, la soluzione che non ho ancora potuto vedere perch&#233; le categorie che usavo non la contenevano (Es. &#8220;E se fosse nulla di tutto questo?&#8221;).</p></li></ol><p>Questa quinta posizione &#232; meravigliosa (a mio avviso) oltre che la pi&#249; rivoluzionaria. Non &#232; una via di fuga o una resa: <strong>&#232; un invito a sostare nell&#8217;ignoto abbastanza a lungo da permettere a qualcosa di nuovo di emergere</strong>. &#200; lo spazio del <em>&#8220;non ancora visibile&#8221;</em>, che esiste gi&#224; ma che la logica binaria solitamente applicata non lascia apparire.</p><h3>A cosa serve il Tetralemma Negato</h3><p>Immaginiamo di trovarci davanti a un dilemma come: <em>&#8220;Devo continuare a investire su questo progetto o abbandonarlo?&#8221;</em>, oppure <em>&#8220;Devo mantenere questa partnership strategica o scioglierla?&#8221;</em> o ancora <em>&#8220;Il team ha bisogno di pi&#249; autonomia o di pi&#249; struttura?&#8221;.</em></p><p>La mente individuale (cos&#236; come quella collettiva) tende a girare in circolo tra A e B, a costruire pro e contro, a sentirsi in trappola. Il Tetralemma Negato non fornisce la risposta, ma fa qualcosa di pi&#249; utile: <strong>amplia lo spazio delle variabili</strong> che siamo in grado di percepire.</p><p>Attraverso il posizionamento fisico sulle cinque stazioni ci si permette di:</p><ul><li><p><strong>Uscire dalla logica binaria</strong> che riduce ogni scelta a un aut-aut.</p></li><li><p><strong>Sentire corporalmente</strong> quale posizione porta energia e quale genera blocco (bisogna provarlo per crederci).</p></li><li><p><strong>Incontrare e dialogare con la complessit&#224;</strong> senza esserne sopraffatti.</p></li><li><p><strong>Scoprire opzioni creative</strong> che non erano visibili all&#8217;inizio.</p></li></ul><p>In ambito aziendale, &#232; particolarmente efficace per lavorare su decisioni strategiche difficili, conflitti tra visioni diverse all&#8217;interno di un team, momenti di stallo su scelte organizzative rilevanti e sessioni di coaching con leader e manager. Mica poco!</p><h3>Come utilizzare lo strumento</h3><p>La sperimentazione pu&#242; essere condotta individualmente o in gruppo, con un facilitatore (un coach o un consulente preparati), in uno spazio sufficientemente ampio da consentire il movimento fisico. Pu&#242; svolgersi in una sala riunioni libera da sedie e tavoli, in un&#8217;aula formativa o in qualsiasi ambiente che permetta di tracciare e occupare cinque posizioni distinte.</p><p>Per rendere concreto ogni passaggio, vediamo il caso di <strong>Marco, direttore commerciale di una media impresa</strong>, che da mesi si trova bloccato davanti a una scelta organizzativa: </p><blockquote><p><em>Il suo team storico lavora bene insieme ma fatica a crescere, e lui valuta se inserire nuove figure esterne con profili pi&#249; senior.</em></p></blockquote><p> La tensione tra <em>&#8220;mantenere la coesione del gruppo&#8221;</em> e <em>&#8220;portare competenze nuove dall&#8217;esterno&#8221;</em> lo sta paralizzando.</p><p><strong>1. Definire il dilemma</strong></p><p>Il punto di partenza &#232; formulare chiaramente la questione aperta, in forma di dilemma. Non serve che sia perfetta, anzi, la formulazione iniziale spesso evolve durante l&#8217;esercizio stesso. L&#8217;importante &#232; che sia genuinamente aperta e sentita come rilevante da chi la porta.</p><p>Marco, accompagnato dal facilitatore, arriva (ad esempio) a questa formulazione: </p><blockquote><p><em>&#8220;Punto sulla crescita interna del mio team attuale, oppure inserisco risorse esterne pi&#249; strutturate?&#8221;</em> </p></blockquote><p>Le due posizioni vengono nominate semplicemente: <strong>A = crescita interna</strong>, <strong>B = innesto persone esterne</strong>.</p><p><strong>2. Allestire le cinque stazioni</strong></p><p>Si dispongono sul pavimento cinque posizioni fisiche (possono essere semplici fogli di carta con il nome scritto sopra oppure cartoncini o semplicemente punti indicati con del nastro adesivo) secondo questo schema spaziale:</p><pre><code><code>              [ ENTRAMBI ]

  [ A ]                        [ B ]

        [ N&#201; L'UNO N&#201; L'ALTRO ]       [ NIENTE DI TUTTO QUESTO ]</code></code></pre><p>La disposizione non &#232; casuale: <em>A</em> e <em>B</em> si trovano sullo stesso piano orizzontale, <em>Entrambi</em> &#232; in alto (la sintesi), <em>N&#233; l&#8217;uno n&#233; l&#8217;altro</em> &#232; in basso al centro (la negazione di entrambe), e <em>Niente di tutto questo</em> &#232; in basso e leggermente defilato come se fosse un territorio ancora senza mappa.</p><p><strong>3. Sostare su ciascuna posizione</strong></p><p>La persona (Marco in questo caso) si posiziona fisicamente su ciascuna stazione. L&#8217;invito non &#232; ragionare, ma <strong>ascoltare ci&#242; che emerge</strong>: sensazioni nel corpo, immagini, parole, resistenze, sollievo. Il facilitatore accompagna con domande aperte e non direttive:</p><ul><li><p><em>&#8220;Cosa noti da qui?&#8221;</em></p></li><li><p><em>&#8220;Come senti il corpo in questa posizione?&#8221;</em></p></li><li><p><em>&#8220;Cosa si muove in te, stando qui?&#8221;</em></p></li><li><p><em>&#8220;Cosa vuoi dire ad A?&#8221;</em></p></li></ul><p><strong>Ipotesi su quello che accade</strong>. Marco si avvicina alla stazione <strong>A</strong> ossia la &#8220;crescita interna&#8221;. Riferisce un senso di calore, ma anche qualcosa di pesante sulle spalle: <em>&#8220;Mi sento responsabile di loro. Ma sento anche che potremmo girare in tondo.&#8221;</em> Si sposta su <strong>B</strong> ossia l&#8217;innesto esterno. Il corpo si raddrizza, c&#8217;&#232; pi&#249; energia, ma emerge anche un&#8217;immagine: <em>&#8220;Vedo le facce del mio team. Mi chiedo se si sentirebbero sfiduciati&#8221;.</em></p><p>Sulla stazione <strong>Entrambi</strong> fa silenzio. Poi: <em>&#8220;In teoria sarebbe la soluzione perfetta. Ma non so come farlo senza creare conflitti&#8221;.</em></p><p>Su <strong>N&#233; l&#8217;uno n&#233; l&#8217;altro</strong> Marco si irrigidisce: <em>&#8220;Qui non mi piace stare. Eppure... sento che &#232; onesta. Forse nessuna delle due opzioni, da sola, &#232; quella giusta&#8221;.</em></p><p>&#200; sulla quinta stazione &#8212; <strong>Niente di tutto questo</strong> &#8212; accade qualcosa di inatteso. Marco si ferma, respira pi&#249; lentamente e dopo un momento dice: <em>&#8220;Qui sento che manca qualcosa che non ho ancora nominato. Non &#232; una questione di chi entra nel team. &#200; una questione di direzione: dove vogliamo andare? Nessuno di noi lo ha detto chiaramente&#8221;.</em></p><p><strong>4. Il dialogo tra le posizioni</strong></p><p>Una volta esplorate tutte e cinque, la persona pu&#242; tornare sulle stazioni che hanno generato pi&#249; movimento, oppure sostare al centro e lasciare che le posizioni dialoghino tra loro &#8212; quasi fossero voci di un consiglio interno. Il facilitatore pu&#242; stimolare: <em>&#8220;Cosa vuole dirti questa posizione? Cosa ha da offrirti?&#8221;</em></p><p>Il facilitatore invita Marco a tornare su <strong>Niente di tutto questo</strong> e a parlare da l&#236; verso le altre posizioni. Marco dice: <em>&#8220;Da qui vedo che A e B sono entrambe risposte a una domanda che non ho ancora fatto al mio team: dove vogliamo essere tra tre anni? Forse prima di decidere chi entra o chi cresce, dobbiamo costruire insieme una visione&#8221;.</em></p><p>Addirittura in un lavoro di gruppo, questa fase pu&#242; diventare una conversazione collettiva particolarmente generativa: scoprire che persone diverse &#8220;abitano&#8221; posizioni diverse con intensit&#224; diverse &#232; gi&#224; di per s&#233; una mappa preziosa delle dinamiche in gioco.</p><p><strong>5. L&#8217;integrazione</strong></p><p>La fase conclusiva non ha come obiettivo una &#8220;decisione&#8221; nel senso tradizionale. Il facilitatore guida verso una domanda chiave: </p><div class="pullquote"><p><strong>&#8220;Cosa diventa possibile, ora, che prima non vedevi?&#8221;</strong></p></div><p>Marco risponde senza esitazione: </p><blockquote><p><em>&#8220;Vedo che ho trattato questo come un problema di HR, quando in realt&#224; &#232; un problema di strategia e di conversazione. Il passo successivo non &#232; assumere o non assumere, &#232; convocare il team per una sessione di visione condivisa. Dopo quella, la risposta verr&#224; da sola.&#8221;</em></p></blockquote><h3>L&#8217;arte di sostare nello spazio ignoto</h3><p>Il Tetralemma Negato insegna qualcosa di controcorrente rispetto alla cultura dominante della decisione rapida e dell&#8217;ottimizzazione: che <strong>alcune risposte richiedono prima di tutto di espandere la domanda</strong>.</p><p>Quando ci sentiamo bloccati tra due opzioni che non ci convincono del tutto, la soluzione raramente &#232; scegliere tra quelle due. Pi&#249; spesso, &#232; accorgersi che esiste una terza via  (o una quinta via) che non potevamo vedere finch&#233; restavamo all&#8217;interno della stessa cornice logica.</p><p>Questo strumento non risolve i problemi al posto nostro ma crea lo spazio perch&#233; qualcosa di nuovo possa mostrarsi. E nei contesti in cui le decisioni hanno un peso reale (per le persone, per i team, per le organizzazioni, ecc) questo spazio vale moltissimo.</p><p><em>Hai mai vissuto una situazione in cui la soluzione &#232; arrivata non scegliendo tra le opzioni disponibili? </em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quello che ho imparato ascoltando lo psicologo]]></title><description><![CDATA[Venerd&#236; sera, a Mestre, ho assistito allo spettacolo teatrale di Luca Mazzucchelli dal titolo: &#8220;Terapia al Contrario&#8221;. Per oltre un&#8217;ora e mezza non &#232; il paziente a raccontarsi allo psicologo, ma lo psicologo a raccontarsi al pubblico.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/quello-che-ho-imparato-ascoltando</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/quello-che-ho-imparato-ascoltando</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Wed, 18 Mar 2026 06:31:54 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/ed957d9c-da29-4f08-8b13-22dd719f1306_7137x4000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Venerd&#236; sera, a Mestre, ho assistito allo spettacolo teatrale di <em><strong><span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Luca Mazzucchelli&quot;,&quot;id&quot;:207602873,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/14ecfaf5-f00f-4fa6-a845-c91ab729e15d_1500x1500.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;0c448089-a7d2-41cb-bfe3-5a7c41aca6cd&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span></strong></em> dal titolo: <em>&#8220;Terapia al Contrario&#8221;.</em> Per oltre un&#8217;ora e mezza non &#232; il paziente a raccontarsi allo psicologo, ma lo psicologo a raccontarsi al pubblico. Con il risultato, preciso e sottile, che a un certo punto si smette di ascoltare la storia che arriva dal palco e si inizia ad ascoltare la propria.</p><h3>Le emozioni negative non esistono</h3><p>Mazzucchelli ha trascorso quattro anni a lavorare in un campo rom della periferia milanese, guadagnando 400 euro al mese, tra coltelli puntati alla gola e sputi in faccia. In quel contesto ha fatto una scoperta:</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><blockquote><p><em>&#8220;Le emozioni negative non esistono. Negativo &#232; quello che tu te ne fai.&#8221;</em></p></blockquote><p>Cos&#236; la <strong>paura</strong> evitata diventa terrore, mentre affrontata un passo alla volta, si trasforma in <strong>coraggio</strong>. </p><p>La <strong>rabbia</strong> soffocata diventa ira distruttiva, mentre espressa e orientata funzionalmente, diventa <strong>forza di cambiamento</strong> (senza rabbia, ricorda Mazzucchelli, non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese n&#233; il suffragio femminile). </p><p>La <strong>tristezza</strong> anestetizzata porta alla deriva depressiva, mentre interrogata, diventa una <strong>bussola</strong> che indica cosa cambiare nella propria vita.</p><p>In una sorta di Intelligenza Emotiva for Dummies si potrebbe tradurre tutto questo in una frase del tipo:</p><blockquote><p><em>&#8220;Se butti via l&#8217;emozione, butti via i dati che sono al suo interno &#8212; quei dati che ti servono per far svoltare la tua vita.&#8221;</em></p></blockquote><h3>Il gioco del parcheggiatore</h3><p>Nel campo rom, Mazzucchelli, per settimane ripete ai ragazzi di smettere di rubare portafogli. Risultato: rubano di pi&#249;. Finch&#233; non si ferma e si chiede: <em>&#8220;E se stessimo sbagliando noi?&#8221; </em>(noi adulti, noi psicologi, noi operatori).</p><p>Cos&#236; la svolta arriva quando decide di farsi insegnare come si ruba un portafoglio. Quella diventa l&#8217;occasione per entrare in relazione vera e profonda con loro e solo allora guadagna la loro fiducia. Da l&#236; nasce la metafora del parcheggiatore:</p><blockquote><p><em>&#8220;Prima di far entrare qualcosa devi far uscire l&#8217;automobile dal box. Solo quando &#232; vuoto puoi farne entrare un&#8217;altra.&#8221;</em></p></blockquote><p>Una metafora per dire che non puoi chiedere a qualcuno di provare la tua macchina se prima non sei salito sulla sua e ci hai fatto un giro. Prima capisci come si guida la sua realt&#224;, poi puoi invitarlo a salire sulla tua. Il risultato pratico fu straordinario: quei ragazzi, da cinque pomeriggi a settimana a rubare al centro commerciale, passarono a cinque pomeriggi a settimana in uno spazio neutro a leggere, scrivere, giocare e fare i compiti.</p><p>Da non dimenticare che:</p><blockquote><p><em>&#8220;L&#8217;ascolto &#232; l&#8217;antidepressivo pi&#249; potente al mondo. &#200; gratis, ma &#232; molto potente.&#8221;</em></p></blockquote><h3>La quarta variabile: distribuire valore</h3><p>Mazzucchelli descrive la trappola del sistema con cui tutti cerchiamo la felicit&#224; rappresentandolo con le variabili <strong>tempo, soldi, salute</strong> che si intersecano con le et&#224; della vita. La maledizione che viene svelata &#232; che non riusciamo mai ad averle tutte e tre insieme: da giovani abbiamo tempo ed energia ma non soldi; da adulti abbiamo soldi ma non tempo e da anziani recuperiamo tempo ma l&#8217;energia &#232; diversa.</p><p>La via d&#8217;uscita sta nel considerare la <strong>quarta variabile: il valore</strong>. Non qualcosa da accumulare, bens&#236; da distribuire. Cos&#236;:</p><blockquote><p><em>&#8220;La felicit&#224; non si trova nell&#8217;accumulare. La felicit&#224; si trova nel distribuire.&#8221;</em></p></blockquote><p>Prova ne &#232; il fatto che lo psicologo <em><strong>Viktor Frankl,</strong></em> nei campi di concentramento nazisti, scopre che chi divide il proprio tozzo di pane con il compagno moribondo vive pi&#249; a lungo di chi lo mangia tutto.</p><blockquote><p><em>&#8220;Se mangi il pane tutto tu, stai alimentando il tuo corpo. Se lo spezzi, stai alimentando il tuo spirito. E quando sei nella merda fino al collo, non &#232; la forza del corpo che ti far&#224; vincere, ma la potenza del tuo spirito.&#8221;</em></p></blockquote><div><hr></div><h2>La proporzione del 20% e dell&#8217;80%</h2><p>Sul blocco che viene consegnato all&#8217;entrata del teatro &#232; riportata questa frase:</p><blockquote><p><em>&#8220;La vita &#232; composta per il 20% da quello che accade e per l&#8217;80% da quello che te ne fai.&#8221;</em></p></blockquote><p>Sul palco si narra la storia di due colleghi, stesso incidente d&#8217;auto, stessa realt&#224; oggettiva. Esiti completamente diversi. Il primo pensa <em>&#8220;che sfiga&#8221;</em> e torna a casa a contagiare tutto e tutti con il suo pessimismo. Il secondo pensa <em>&#8220;che sfida&#8221;</em> e quella stessa giornata diventa l&#8217;inizio di qualcosa di nuovo.</p><blockquote><p><em>&#8220;Sfiga o sfida: questa &#232; una scelta tua. Tu la mattina decidi con quali lenti guardare il mondo.&#8221;</em></p></blockquote><p>E ancora, con una delle immagini pi&#249; efficaci della serata:</p><blockquote><p><em>&#8220;Cos&#236; come se mangi cibo scaduto il tuo corpo si ammala, se metti le idee sbagliate nella tua mente la tua mente si ammala. Magari di &#8216;non sono abbastanza&#8217;, di &#8216;non merito amore&#8217;, di &#8216;non ce la far&#242; mai&#8217;. Sono tutte cazzate. Devi cambiare alimentazione mentale. Perch&#233; se cambi idea, cambi la tua vita.&#8221;</em></p></blockquote><h3>Siamo immersi nell&#8217;era del cuore</h3><p>La chiusura dello spettacolo traccia una timeline: siamo passati dall&#8217;era del corpo (dove a contare era la forza fisica), all&#8217;era della mente (dove contavano le idee e l&#8217;intelligenza), fino all&#8217;era attuale &#8212; <strong>l&#8217;era del cuore</strong> &#8212; in cui la sfida si chiama <strong>sacrificio emotivo</strong>: andare dal collega con cui hai un conflitto e parlarci, chiamare tuo padre per dirgli ti voglio bene, affrontare quel nodo spinoso con il tuo partner, prendere quella decisione che rimandi da mesi.</p><blockquote><p><em>&#8220;Nel mondo di oggi abbiamo bisogno di meno tecnica e pi&#249; umanit&#224;.&#8221;</em></p></blockquote><h3>Due pensieri a margine dello spettacolo</h3><p>Ascoltando Mazzucchelli, mi sono ritrovato pi&#249; volte a pensare a me stesso, alla quotidianit&#224; e al lavoro che faccio ogni giorno (credo sia questo lo scopo dello spettacolo).</p><p>E in questo c&#8217;&#232; un filo che attraversa la narrazione e che riconosco profondamente: <strong>il cambiamento non &#232; mai un problema di informazioni mancanti</strong>. Tutti noi (cos&#236; come i miei clienti: manager, imprenditori, professionisti) raramente non sappiamo cosa dovremmo fare. Il problema &#232; un altro: <strong>che pur sapendolo, non agiamo</strong>. </p><p>Tra il sapere e il fare c&#8217;&#232; esattamente quella zona che Mazzucchelli chiama il <strong>blocco al cuore</strong>, quella forma di paura che non &#232; muscolare n&#233; intellettuale, ma emotiva. </p><p><strong>Il cambiamento richiede un atto di coraggio prima ancora che una strategia e una buona dose di risolutezza perch&#233; quando provi a cambiare qualcosa l&#8217;universo ti mette alla prova, testa quanto sei determinato.</strong></p><p>La metafora del parcheggiatore, in particolare, mi ha colpito perch&#233; descrive con precisione quello che in coaching chiamiamo <em>ascolto attivo profondo</em> &#8212; il livello di ascolto in cui non stai preparando la tua risposta, ma stai davvero entrando nel mondo dell&#8217;altro. &#200; il prerequisito di qualsiasi accompagnamento efficace, che si tratti di un colloquio di coaching, di una sessione di costellazioni organizzative o di una conversazione difficile con un collaboratore.</p><p>E il concetto della quarta variabile &#8212; distribuire valore invece di accumularlo &#8212; mi riporta a qualcosa che scrivo e dico spesso: <strong>il potenziale inespresso non ha valore finch&#233; non viene messo in relazione</strong>. Non basta averlo. Bisogna scegliere di metterlo a disposizione. Di qualcosa o qualcuno che va oltre il proprio tornaconto immediato.</p><p>Mazzucchelli chiude con una domanda lasciata nell&#8217;aria: <em>&#8220;C&#8217;&#232; una decisione che sai gi&#224; di dover prendere. Cosa stai aspettando?&#8221;</em></p><p>&#200; una buona domanda. &#200;, in fondo, la domanda da cui nasce qualsiasi percorso di crescita autentica e di cambiamento. </p><p>Come dice <em><strong>Lorenzo Campese</strong></em>: </p><blockquote><p><em>&#8220;La sofferenza non &#232; altro che il ritardo nel riconoscere la verit&#224;.&#8221;</em> </p></blockquote><div><hr></div><p><em>Se vuoi esplorare come questi temi si traducono in un percorso concreto di sviluppo personale o professionale, sono qui.</em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La Matrice How-Now-Wow e Ciao...ne]]></title><description><![CDATA[Venerd&#236; scorso ero a Padova presso la Scuola Italiana di Design (un posto figo!) per un progetto che vede lavorare assieme diversi attori provenienti dall&#8217;ambito aziendale, universitario e associativo.]]></description><link>https://matteotessarottocoach.substack.com/p/la-matrice-how-now-wow-e-ciaone</link><guid isPermaLink="false">https://matteotessarottocoach.substack.com/p/la-matrice-how-now-wow-e-ciaone</guid><dc:creator><![CDATA[Matteo Tessarotto]]></dc:creator><pubDate>Mon, 09 Mar 2026 06:31:20 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/43a96960-db6a-4fd5-848a-22d95a691b43_3024x1779.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Venerd&#236; scorso ero a Padova presso la <strong><a href="https://www.scuolaitalianadesign.com">Scuola Italiana di Design</a></strong> (un posto figo!) per un progetto che vede lavorare assieme diversi attori provenienti dall&#8217;ambito aziendale, universitario e associativo. Si &#232; accennato al <em>Design Thinking</em> e si &#232; lavorato per trovare modalit&#224; di promozione, valorizzazione e allenamento delle <strong><a href="https://www.matteotessarotto.com/allenare-le-competenze-evolutive/">Competenze Trasversali</a></strong>.</p><p>Tra i vari tool utilizzati durante la sessione di lavoro c&#8217;&#232; stata la <strong>Matrice &#8220;How-Now-Wow&#8221;</strong>, uno strumento di decision-making che, sinceramente, non conoscevo (ah come &#232; bello imparare!) e che ho trovato geniale nella sua semplicit&#224;.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p><em><strong>Nota:</strong></em> <em>Se ti &#232; gi&#224; capitato di finire un brainstorming con una lavagna piena di post-it e la sensazione di non sapere da quale idea iniziare, questo &#232; lo strumento che fa per te.</em></p><h3>Cos&#8217;&#232; la Matrice How-Now-Wow?</h3><p>Nel processo di Design Thinking, dopo la &#8220;fase divergente&#8221; del doppio diamante in cui si generano tantissime idee, arriva il momento della &#8220;fase convergente&#8221;: ossia tocca fare pulizia, restringere il campo e scegliere.</p><p>&#200; qui che la Matrice How-Now-Wow diventa uno strumento operativo che stimola le persone a pesare e posizionare ogni idea emersa, basandosi sulla valutazione congiunta di due dimensioni fondamentali:</p><ol><li><p><strong>Fattibilit&#224; (Asse Y).</strong> Ovvero, quanto &#232; semplice implementare l&#8217;idea all&#8217;interno della struttura attuale? In che misura abbiamo le risorse economiche, tecniche e umane per farlo? Quali cambiamenti strutturali sono richiesti?</p></li><li><p><strong>Originalit&#224; (Asse X).</strong> Ovvero quanto valore innovativo genera l&#8217;idea? Quanto &#232; differente se confrontata con ci&#242; che &#232; gi&#224; presente sul mercato? Che effetto avr&#224; sull&#8217;esperienza dell&#8217;utente?</p></li></ol><p>Rappresentando sul piano questi due elementi si ottiene una matrice 2x2 che suddivide le idee in quattro categorie ben distinte. Non c&#8217;&#232; un ordine rigido per compilarla: si prende in mano un&#8217;idea e, discutendo, la si colloca nel quadrante ritenuto appropriato.</p><p><em><strong>Nota:</strong> Prova a rendere incarnata la scelta. Crea la matrice usando del nastro adesivo o della corda, fornisci a ogni partecipante un post-it con riportato l&#8217;elemento da posizionare e chiedigli di muoversi tra i quadranti ascoltando le sensazioni corporee che prova e fare cos&#236; la sua scelta. Al termine apri un piccolo confronto per tirare le fila.</em></p><h3>Uno sguardo ai 4 quadranti della Matrice</h3><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_424, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_848, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 848w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1272, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 1272w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1456, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_webp, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 1456w" sizes="100vw"><img src="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic" width="1456" height="1381" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1381,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:617798,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/heic&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/i/190147144?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_424, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_848, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 848w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1272, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 1272w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qBkW!, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/w_1456, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/c_limit, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/f_auto, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/q_auto:good, /__u/matteotessarottocoach.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe8467e20-b11e-46f3-9e04-ce58806c84b2_2126x2016.heic 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a><figcaption class="image-caption">Immagine generata con Nano Banana 2</figcaption></figure></div><p>Diamo uno sguardo ai quadranti della matrice per comprenderne significato e utilizzo:</p><ul><li><p><strong>Idee NOW </strong>(caratterizzate da <strong>Alta Fattibilit&#224;, Bassa Originalit&#224;</strong>). Queste sono le idee &#8220;pronte, chiavi in mano&#8221;. Sono facili da implementare con le risorse attuali anche se non brillano per innovazione. Sono i classici <em>Quick Wins</em>, ottimi per iniziare subito a generare valore.</p></li><li><p><strong>Idee WOW! </strong>(caratterizzate da <strong>Alta Fattibilit&#224;, Alta Originalit&#224;</strong>). Rappresentano il Sacro Graal. Qui finiscono le idee che aspettavano solo di essere viste, nascoste sotto un velo di sabbia, che non solo sono fortemente innovative, ma anche facilmente realizzabili. Sono vere e proprie intuizioni su cui investire.</p></li><li><p><strong>Idee HOW? </strong>(caratterizzate da <strong>Bassa Fattibilit&#224;, Alta Originalit&#224;</strong>). Sicuramente idee brillanti, visionarie e dirompenti, ma che attualmente sono troppo complesse, costose o tecnologicamente irrealizzabili. Non per questo vanno cestinate, vanno custodite perch&#233; rappresentano potenziali obiettivi futuri da inserire nella roadmap strategica.</p></li><li><p><strong>Idee CIAO&#8230;NE </strong>(caratterizzate da <strong>Bassa Fattibilit&#224;, Bassa Originalit&#224;</strong>). Il quadrante in basso a sinistra accoglie quelle idee che oltre a essere complesse da realizzare, non spiccano nemmeno per originalit&#224; e appeal. Quindi, vanno semplicemente abbandonate.</p></li></ul><h3>Esempi di utilizzo</h3><p>Il bello di questa Matrice &#232; la sua duttilit&#224;. La sua logica si adatta perfettamente a contesti molto diversi tra loro. Vediamo assieme due esempi per comprenderne le potenzialit&#224;.</p><h4>Miglioramento del benessere organizzativo</h4><p>Immaginiamo un team HR che, dopo un lungo brainstorming, deve decidere quali delle iniziative (emerse) implementare per migliorare il benessere dei dipendenti.</p><ul><li><p><strong>NOW (Fare subito).</strong> Istituire un orario flessibile in entrata/uscita di 30 minuti. <em>Fattibilit&#224; altissima, originalit&#224; bassa (molti lo fanno gi&#224;).</em></p></li><li><p><strong>WOW! (Idea vincente).</strong> Creare un sistema di &#8220;caff&#232; al buio&#8221; aziendale: un algoritmo abbina casualmente due dipendenti di reparti diversi ogni mese per una colazione offerta dall&#8217;azienda. <em>Fattibilit&#224; alta (costa poco, facile da gestire), originalit&#224; alta (crea connessioni inaspettate e rompe i silos).</em></p></li><li><p><strong>HOW? (Sogno futuro).</strong> Ristrutturare completamente gli uffici per creare, al proprio interno, un asilo nido aziendale. <em>Originalit&#224; e impatto altissimi, ma fattibilit&#224; attualmente bassa per via di costi, tempi e permessi necessari.</em></p></li></ul><h4>Sviluppo del Personal Branding</h4><p>Mettiamo il caso che un professionista voglia trovare modi per far risaltare il proprio profilo professionale per scovare nuove opportunit&#224; e si trovi davanti alla sua lista di idee da categorizzare.</p><ul><li><p><strong>NOW (Fare subito).</strong> Aggiornare il CV e riscrivere la bio di LinkedIn inserendo le parole chiave giuste. <em>Fattibilit&#224; alta, originalit&#224; bassa (&#232; il minimo sindacale).</em></p></li><li><p><strong>WOW! (Idea vincente).</strong> Lanciare una micro-newsletter settimanale (o una rubrica video di 1 minuto girata col telefono) in cui condividere un errore commesso sul lavoro e spiegare cosa si &#232; imparato. <em>Fattibilit&#224; alta (costo zero, richiede solo costanza), originalit&#224; alta (mostra vulnerabilit&#224;, competenza e differenzia dai classici post auto-celebrativi).</em></p></li><li><p><strong>HOW? (Sogno futuro).</strong> Scrivere e pubblicare un manuale illustrato con esercizi e approfondimenti su temi specifici del proprio settore. <em>Originalit&#224; alta, fattibilit&#224; bassissima (richiede un editore, tempo ed energie al momento mancanti).</em></p></li></ul><h3>Perch&#233; utilizzare la Matrice (e quando)</h3><p>Il vantaggio di questa matrice &#232; la sua capacit&#224; di trasformare una discussione generativa in un processo logico e visivo, incoraggiando i partecipanti a lasciar fluire i pensieri mentre organizzano le idee in modo funzionale.</p><p>Si utilizza come coronamento della fase di brainstorming e prima di passare alla realizzazione concreta delle soluzioni. In particolare, &#232; uno strumento centrale quando si deve sviluppare un <strong>MVP (Minimum Viable Product)</strong>. Per il primo rilascio di un progetto, infatti, si attinger&#224; a piene mani dai quadranti <em>NOW</em> e <em>WOW!</em>, isolando le funzionalit&#224; chiave e lasciando gli <em>HOW?</em> per gli aggiornamenti successivi.</p><p>Avere buone idee &#232; solo il primo passo verso la loro realizzazione. Saper scegliere quali trasformare in realt&#224; &#232; ci&#242; che fa davvero la differenza tra un progetto che resta sulla carta e uno che porta reale valore agli utenti e al mercato.</p><p><strong>E tu, come gestisci le idee dopo una sessione di brainstorming con il tuo team o quando devi prendere una decisione sui tuoi progetti personali? </strong></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://matteotessarottocoach.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto Non solo Coaching! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div>]]></content:encoded></item></channel></rss>