<script data-pm-proxy="intercept"></script><?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Pepitosa Land]]></title><description><![CDATA[Il mio Substack personale]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!czy_!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa1282b0b-7ac5-45f8-845a-717c51883bbe_832x832.png</url><title>Pepitosa Land</title><link>https://valentinatomirotti.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Tue, 01 Sep 2026 09:00:08 GMT</lastBuildDate><atom:link href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[valentinatomirotti@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[valentinatomirotti@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[valentinatomirotti@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[valentinatomirotti@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Chi mi porta in acqua]]></title><description><![CDATA[Sull&#8217;interdipendenza che al mare diventa visibile, su Michele, e su quanto lavoro facciamo tutti per fingere che l&#8217;amore non sia anche questo: aiutarsi.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/chi-mi-porta-in-acqua</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/chi-mi-porta-in-acqua</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Mon, 24 Aug 2026 15:19:15 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ckp1!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe6b80e67-832d-4397-88d7-ef773bafc3e9_1070x1392.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nella quotidianit&#224; l&#8217;interdipendenza la mimetizzo. Le case sono fatte di porte chiuse, di stanze, di momenti in cui nessuno vede come funzionano davvero le cose tra due persone che vivono insieme e in cui una ha una disabilit&#224;. Al mare no. Al mare tutto &#232; esposto, il mio corpo e anche il modo in cui il mio corpo si muove nel mondo, cio&#232; insieme al suo. E allora quello che a casa &#232; un gesto privato diventa, sulla sabbia, una specie di dichiarazione pubblica: guardate, questa donna ha bisogno di quest&#8217;uomo per entrare in acqua.</p><p>Per anni ho vissuto quel momento con fastidio. Non per lui, mai per lui. Per lo sguardo degli altri, che su quella scena appiccica sempre la stessa storia.</p><p>La storia &#232; quella dell&#8217;uomo che si prende cura della donna disabile, e lo sappiamo tutti come funziona, l&#8217;ho scritto tante volte. Lui diventa il santo, il generoso, quello che &#8220;nonostante tutto&#8221;, e io divento il peso da portare, letteralmente, dato che mi porta in acqua in braccio. Una scena d&#8217;amore viene riscritta dallo sguardo esterno come una scena di assistenza, e in quella riscrittura io sparisco come partner e resto solo come carico. Come qualcosa di cui ci si prende cura, non come qualcuno con cui si sta.</p><p>Ci ho messo tempo a capire che quella lettura non descrive noi, descrive chi guarda. E che il problema non &#232; farmi portare in acqua da Michele. Il problema &#232; un&#8217;idea di amore, e prima ancora un&#8217;idea di essere umano, che non riesce a contenere la dipendenza dentro la normalit&#224; delle cose.</p><p>Perch&#233; la verit&#224;, quella che quasi nessuno dice ad alta voce, &#232; che nessuno &#232; autosufficiente. Nessuno. L&#8217;autonomia totale &#232; una favola che ci raccontiamo, un mito che regge solo finch&#233; sei giovane, sano, e circondato da un mondo costruito su misura per te, al punto che non ti accorgi nemmeno di tutte le volte in cui dipendi da qualcun altro. Dipendi da chi ha costruito la strada su cui cammini, da chi ha coltivato quello che mangi, da chi ti ama e ti regge nei giorni in cui non ti reggi da solo. Solo che quando sei una persona senza disabilit&#224; queste dipendenze le chiami vita, relazione, societ&#224;, e non ci vedi niente di speciale. Quando sei disabile, le stesse identiche dipendenze diventano assistenza, bisogno, fragilit&#224;, e ci vedono tutti qualcosa da compatire.</p><p>La differenza non &#232; nella dipendenza. &#200; in chi ha il potere di chiamarla normale.</p><p>Michele mi porta in acqua, e questo &#232; un fatto d&#8217;amore, non un fatto di assistenza, e la distinzione per me &#232; tutto. Quando lui mi solleva e mi accompagna oltre la linea dove non arrivo da sola, non sta facendo un sacrificio, non sta rinunciando a niente, non sta esercitando una pazienza da premiare. Sta facendo una delle mille cose che due persone che stanno insieme fanno l&#8217;una per l&#8217;altra, tranne che questa si vede di pi&#249; perch&#233; avviene in pubblico e riguarda il corpo. Io per lui ne faccio altre, di cose, che magari non si vedono in spiaggia ma che tengono in piedi la nostra vita esattamente come le sue braccia tengono me sopra l&#8217;acqua. Le relazioni funzionano cos&#236;, ci si porta a vicenda, solo che di solito il portarsi &#232; distribuito in modo meno visibile e nessuno lo nota.</p><p>Noi lo notiamo perch&#233; siamo costretti a renderlo visibile. E per anni ho lasciato che questa visibilit&#224; mi facesse vergognare, come se il fatto che il nostro aiutarci fosse esposto lo rendesse meno amore e pi&#249; problema.</p><p>Adesso la penso diversamente, e ci ho messo fatica ad arrivarci, non &#232; una di quelle consapevolezze che ti cadono addosso in un pomeriggio. Quando Michele mi porta in acqua, la cosa che provo non &#232; gratitudine, o meglio, non &#232; solo gratitudine, perch&#233; la gratitudine implicherebbe che lui mi stia facendo un favore, e i favori creano debito, e nell&#8217;amore vero non ci sono debiti, c&#8217;&#232; reciprocit&#224; anche quando la reciprocit&#224; prende forme diverse e non simmetriche. Quello che provo &#232; la sensazione, rara e preziosa, di essere tenuta. Nel senso letterale e in tutti gli altri.</p><p>E il mare mi restituisce qualcosa che a terra fatico a raggiungere. Quando lui mi lascia andare nell&#8217;acqua alta, la gravit&#224; molla la presa, il mio corpo fa cose che sulla sabbia non fa, mi muovo in un modo che altrove mi &#232; precluso. Ma per arrivare a quella libert&#224; ho avuto bisogno di lui, delle sue braccia, del suo portarmi fin l&#236;. La mia autonomia in acqua nasce dalla nostra interdipendenza fuori. Non &#232; una contraddizione, &#232; esattamente come funzionano le cose, per tutti, sempre: siamo liberi grazie a qualcuno, mai da soli.</p><p>Se c&#8217;&#232; una cosa che vorrei dire a chi ci guarda dalla riva, mentre pensa di assistere a un gesto di dedizione o di sacrificio, &#232; che sta guardando male. Non c&#8217;&#232; nessun eroe e nessun peso. Ci siamo noi due, che ci amiamo e che tra le mille forme dell&#8217;amarsi abbiamo anche questa, pi&#249; fisica, pi&#249; esposta, pi&#249; difficile da fraintendere solo se smetti di guardarla con gli occhi di chi crede che l&#8217;amore vero debba essere fatto di due persone perfettamente indipendenti che scelgono di stare insieme senza aver mai bisogno l&#8217;una dell&#8217;altra.</p><p>Quello non &#232; amore. Quella &#232; solitudine in coppia. L&#8217;amore &#232; il bisogno che non fa paura. &#200; qualcuno che ti porta in acqua e non ti fa sentire portata, ti fa sentire con lui.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!ckp1!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe6b80e67-832d-4397-88d7-ef773bafc3e9_1070x1392.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!ckp1!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe6b80e67-832d-4397-88d7-ef773bafc3e9_1070x1392.png 424w, 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gi&#224; che il budget dell&#8217;evento copre il service audio, il catering, i gadget di ringraziamento per i relatori, mentre per la persona disabile che dovrebbe salire sul palco &#232; previsto il rimborso del treno. La testimonianza, nel lessico corrente, &#232; quella cosa che una persona con disabilit&#224; offre gratuitamente perch&#233; ha avuto la fortuna di vivere qualcosa di interessante. Quando rispondo che lavoro su preventivo, capita che l&#8217;interlocutore si scusi come se avesse commesso una gaffe personale, il che &#232; quasi peggio della richiesta iniziale, dato che significa che l&#8217;ipotesi di pagarmi non era stata scartata: non era proprio comparsa.</p><p>Racconto questo perch&#233; &#232; il punto da cui va guardata la domanda che <a href="https://www.linkedin.com/in/elenapanciera/">Elena Panciera</a> ha lasciato sotto un <a href="https://lnkd.in/p/d2Q2SMZt">mio post</a> qualche giorno fa su Linkedin. Scriveva di non essersi definita attivista per anni, dato che quello che faceva per convinzione somigliava troppo a quello che faceva per vivere, e per la stessa ragione non ha mai chiesto il tesserino da giornalista mentre curava la comunicazione di alcune aziende. Oggi quella parola la usa, timidamente. Poi ha aggiunto la frase che vale pi&#249; di tutto quello che sto per scrivere: &#8220;so per certo che lavoro di meno, proprio per questa postura&#8221;.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!SDPR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F52953b97-7b9b-402c-a89f-fe770c0d13ce_1320x926.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!SDPR!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F52953b97-7b9b-402c-a89f-fe770c0d13ce_1320x926.jpeg 424w, 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stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Io il tesserino l&#8217;ho preso. Faccio formazione dentro aziende che in qualche caso hanno prodotto esattamente le barriere di cui parlo mentre sono in aula da loro, quindi sono la persona meno adatta a sostenere che il conflitto non esista.</p><h3>Il confine non passa dove tutti lo cercano</h3><p>Per anni ho sentito ripetere che l&#8217;attivismo autentico &#232; quello che non viene retribuito, come se la fattura fosse il momento in cui una posizione politica si svaluta. &#200; una lettura comoda, per&#242; individua la linea nel posto sbagliato.</p><p>La differenza non sta nel fatto che ci sia o meno un compenso, ma nella direzione in cui si piega il proprio lavoro. Se i valori diventano un accessorio da indossare quando conviene, allora &#232; marketing. Se invece sono loro a orientare le scelte, anche quando hanno un costo economico, reputazionale o professionale, allora c&#8217;&#232; una dimensione di attivismo. Detta cos&#236; sembra una formula elegante. Nella pratica quotidiana &#232; un&#8217;operazione fastidiosa, perch&#233; ti obbliga a verificare ogni volta da che parte stai piegando, e la risposta non &#232; mai definitiva: vale per quel singolo incarico, per quel singolo paragrafo che stai per togliere.</p><p>Chi pretende che tutto resti gratuito in nome della purezza, intanto, sta costruendo un filtro censitario. Se occuparsi di diritti deve costare soltanto, se ne occuper&#224; chi ha una rendita alle spalle e, nel caso della disabilit&#224;, viste le percentuali di occupazione e l&#8217;entit&#224; dei sostegni pubblici, parliamo di una minoranza dentro una minoranza. La gratuit&#224; imposta dall&#8217;esterno viene presentata come garanzia di indipendenza. Sposta il microfono verso chi pu&#242; permettersi di non guadagnare, lasciando fuori esattamente le persone la cui competenza &#232; nata dalla condizione che le tiene ai margini del mercato del lavoro.</p><h3>Come si misura la direzione</h3><p>La direzione non si dichiara nella bio. Si vede nei momenti in cui prende una piega e costa qualcosa.</p><p>Ci sono le segnalazioni che scrivo al Comune per la quarta volta sapendo gi&#224; come andr&#224; a finire. Ci sono i messaggi di persone che non conosco, le quali mi chiedono come si ottiene una cosa che gli spetta per legge, ai quali rispondo anche quando la risposta richiede mezz&#8217;ora di ricerca normativa che nessuno mi rimborsa. C&#8217;&#232; la verifica dei luoghi, che faccio di persona prima di scriverne una riga, perch&#233; &#232; l&#8217;unica cosa che rende credibile quello che pubblico dopo. Ci sono soprattutto le volte in cui dichiaro che una struttura non &#232; accessibile pur essendo stata ospitata bene, sapendo con esattezza quale sarebbe stata l&#8217;alternativa conveniente, dato che l&#8217;alternativa conveniente me la propongono con una certa regolarit&#224;.</p><p>Anch&#8217;io vivo questa tensione ogni giorno: molto spesso significa rinunciare a lavori, opportunit&#224; o compromessi che sarebbero pi&#249; comodi. &#200; il prezzo di una coerenza che non sempre paga, almeno nell&#8217;immediato.</p><p>La prova arriva sempre nello stesso punto, che &#232; quello in cui devo decidere se pubblicare una cosa che mi coster&#224; un incarico. Se la pubblico, i valori stanno orientando le scelte. Se non la pubblico perch&#233; il committente si offenderebbe, allora ho appena piegato il lavoro dall&#8217;altra parte, e il fatto che il tema resti nobile non cambia niente. La militanza non si misura sugli argomenti che tratti, si misura su quello che sei disposta a perdere mentre li tratti.</p><h3>Perch&#233; la formula &#8220;attivismo come lavoro&#8221; mi preoccupa lo stesso</h3><p>Chiarito che il compenso non &#232; il discriminante, resta un problema di sistema, che riguarda cosa succede quando la militanza viene costruita interamente come professione.</p><p>Un lavoro presuppone un mercato, un mercato esprime una domanda, la domanda premia i temi vendibili scartando quelli che mettono a disagio chi compra. Una militanza costretta a reggersi da sola sul piano economico finirebbe per selezionare le battaglie in base al rendimento, e le battaglie che rendono di pi&#249; sono quasi sempre quelle che chiedono meno a chi ascolta. Il meccanismo &#232; gi&#224; visibile ogni volta che un&#8217;azienda finanzia con entusiasmo una campagna sulla percezione della diversit&#224; mentre lascia senza risposta le mail che riguardano l&#8217;ingresso da rifare, il sito da riscrivere, la procedura di emergenza che non contempla chi non usa le scale. Il potere di veto del committente, del resto, non viene mai scritto nel contratto. Funziona in via preventiva, attraverso le cose che smetti di scrivere prima ancora che qualcuno te le chieda, ed &#232; per questo che l&#8217;unico modo di accorgersene &#232; tenere il conto di quello che hai rinunciato a dire.</p><p>Quel conto non lo certifica nessun ente. La partita IVA attesta che so fare un mestiere e che c&#8217;&#232; chi lo compra a un prezzo concordato, mentre quanto sono disposta a perdere quando il mestiere e le mie posizioni divergono resta una misura privata, verificabile solo a posteriori da chi ha la pazienza di guardare cosa ho scritto nei momenti in cui mi conveniva tacere.</p><p>Elena ha passato anni a non chiamarsi attivista per scrupolo, mentre intorno a noi quella parola la usa senza esitare gente a cui non &#232; mai costata un cliente. Il conto lo tengono in pochi. Andrebbe letto pi&#249; spesso.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I libri che smontano l'abilismo, uno per uno.]]></title><description><![CDATA[Libri per riconoscere e smontare l&#8217;abilismo: dal modello sociale ai Disability Studies, letture che cambiano lo sguardo sulla disabilit&#224;.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/i-libri-che-smontano-labilismo-uno</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/i-libri-che-smontano-labilismo-uno</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Tue, 11 Aug 2026 15:03:18 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7200e649-d991-474b-80e6-9feae29c202a_1690x931.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Avevo messo in pausa il mio scrivere, qui, perch&#233; volevo che ci concedessimo tutti un&#8217;estate lenta. Non sconnessa, lenta. Un ritmo diverso, pi&#249; largo, in cui le cose si posano invece di scorrere via.</p><p>Poi i miei ultimi <a href="https://www.instagram.com/valetomirotti/?hl=en">contenuti social</a> ci hanno spinto altrove: verso un confronto, verso qualcosa che sta scatenando una reazione pi&#249; profonda del solito, qualcosa che sento culturale prima ancora che personale. E va bene cos&#236;, perch&#233; non c&#8217;&#232; niente di pi&#249; bello, per me, che rispondere alla domanda che mi arriva pi&#249; spesso di tutte, in mille forme diverse:</p><p><em>Da dove posso cominciare per cambiare prospettiva sul tema della disabilit&#224; e dell&#8217;abilismo?</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Questa &#232; la mia risposta. Non un elenco di libri &#8220;sulla disabilit&#224;&#8221;, di quelli &#232; pieno il mondo, e buona parte sono esattamente il problema: storie di superamento, memoir strappalacrime, manuali scritti da chi la disabilit&#224; la osserva dall&#8217;esterno. Questa &#232; una lista diversa. Sono i libri che smontano l&#8217;abilismo invece di alimentarlo. Che raccontano la disabilit&#224; come questione politica e culturale, non come tragedia individuale o lezione di vita per chi disabile non &#232;.</p><p>Alcuni sono in italiano, altri solo in inglese, ma ve lo segnalo di volta in volta, perch&#233; non voglio mandarvi a cercare traduzioni che non esistono. E alcuni li aggiunger&#242; strada facendo, perch&#233; una lista cos&#236; non &#232; mai finita.</p><h4>Per capire cos&#8217;&#232; l&#8217;abilismo, prima di tutto</h4><p>L&#8217;abilismo non &#232; un&#8217;opinione che si corregge, &#232; uno sguardo che abbiamo assorbito senza accorgercene. Ci hanno insegnato a vedere la disabilit&#224; in un solo modo, da quando siamo bambini: nei film dove la persona disabile &#232; il mostro, l&#8217;angelo o la fonte di ispirazione, mai una persona qualsiasi che vive una vita qualsiasi. Nelle telemaratone dove serviva a farci sentire generosi. Nel linguaggio che usiamo senza pensarci, dove &#8220;sei stato coraggioso&#8221; &#232; un complimento anche quando l&#8217;unica cosa che abbiamo fatto &#232; esistere. Cambiare prospettiva non significa imparare qualche parola nuova da usare al posto di quella vecchia. Significa smontare un&#8217;intera impalcatura mentale, e questo non si fa con la buona volont&#224;. Si fa con gli strumenti giusti.Se non hai mai incontrato la parola &#8220;abilismo&#8221; in modo strutturato, il punto di partenza &#232; la cornice teorica: i <strong>Disability Studies</strong>, la disciplina che ha ribaltato il modo di pensare la disabilit&#224;, spostandola dal corpo difettoso da riparare al mondo mal progettato da cambiare.</p><p>In italiano trovi diversi testi accademici che introducono questa prospettiva, cerca i volumi che parlano esplicitamente di &#8220;modello sociale della disabilit&#224;&#8221; e di &#8220;Critical Disability Studies&#8221;. Sono spesso pubblicati da editori come Erickson o Carocci, pi&#249; orientati alla scuola e all&#8217;universit&#224;, ma restano il modo migliore per capire che la disabilit&#224; non &#232; una caratteristica delle persone, &#232; una relazione tra le persone e un ambiente costruito senza pensarle.</p><p>Sono libri che spostano il baricentro del racconto. Ti tolgono dalla posizione comoda di chi guarda la disabilit&#224; con compassione e ti mettono in quella scomoda di chi deve interrogare il proprio sguardo. Ti fanno passare dalla domanda sbagliata, &#8220;come possiamo aiutare queste persone&#8221;, a quella giusta: &#8220;come mai abbiamo costruito un mondo che le esclude, e come lo cambiamo&#8221;. Non sono letture consolatorie. Alcune ti faranno sentire in colpa, e va bene cos&#236;: il disagio &#232; spesso il primo segnale che stai imparando qualcosa di vero.</p><p>Li ho divisi per funzione, non per importanza. Comincia da dove ti senti, non dall&#8217;inizio per forza.</p><h4>Per capire cos&#8217;&#232; l&#8217;abilismo, con parole italiane e sguardo politico</h4><p><strong>&#8220;<a href="https://lucasossellaeditore.it/libro/prima-di-ogni-cosa/">Prima di ogni cosa. Per un futuro Crip</a>&#8221;</strong> di Chiara Bersani, Flavia Dalila D&#8217;Amico e Giulia Traversi (Luca Sossella Editore, 2025).</p><p>Se c&#8217;&#232; un libro da cui partire prima di ogni altro, &#232; questo &#8212; e non solo per il titolo. Chiara Bersani &#232; una performer e artista che ha fatto del corpo disabile un metodo per stare al mondo e per creare, non un limite da superare n&#233; una storia da raccontare per commuovere. Qui, insieme a Flavia Dalila D&#8217;Amico e Giulia Traversi, propone qualcosa di radicale: scegliere la disabilit&#224; come punto di vista, come chiave per guardare tutto il resto. &#200; un libro che nasce dal disordine e nel disordine vuole restare, che rifiuta le grammatiche rassicuranti e ti chiede di stare scomodo. Non &#232; il pi&#249; facile della lista. Ma &#232; quello che sposta l&#8217;orizzonte pi&#249; in l&#224;, verso un futuro &#8220;crip&#8221;: una parola che il movimento ha riappropriato con orgoglio, trasformando un insulto in una prospettiva politica.</p><p><strong>&#8220;<a href="https://tangerin.it/tproduct/467310025-364172852851-lo-spazio-non-neutro">Lo spazio non &#232; neutro. Accessibilit&#224;, disabilit&#224;, abilismo</a>&#8221;</strong> di Ilaria Crippi (Tamu, 2024).</p><p>Se dovessi indicare un solo punto di partenza in italiano, sarebbe questo. Crippi mette a nudo gli aspetti culturali dei discorsi sull&#8217;accessibilit&#224; e i modi in cui riproduciamo continuamente la predilezione per i corpi che funzionano come ci aspettiamo. &#200; un libro che smonta l&#8217;idea che lo spazio, quello fisico, quello urbano, quello sociale, sia neutro: lo spazio &#232; progettato, e ogni progetto contiene una scelta su chi &#232; previsto e chi no. Vicino ai movimenti femministi, &#232; la lettura pi&#249; affine a chi vuole un taglio politico e non consolatorio.</p><p><strong>&#8220;<a href="https://www.erisedizioni.org/prodotto/decostruzione-antiabilista/">Decostruzione antiabilista. Percorsi di autoeducazione individuale e collettiva</a>&#8221;</strong> di Claudia Maltese e Gresa Fazliu (Eris, 2023).</p><p>Breve, poco pi&#249; di sessanta pagine, scritto da due attiviste con disabilit&#224;. &#200; il libro perfetto per iniziare davvero, perch&#233; parte esattamente dal punto in cui parte ognuna di noi: dal riconoscimento dell&#8217;abilismo interiorizzato, quello che abbiamo assorbito anche noi persone disabili e che dobbiamo smontare per prime. Con un tono anche ironico, le autrici arrivano a quella che chiamano l&#8217;illuminazione: capire che tutto quello che non funzionava non era colpa loro, ma di una relazione sbagliata tra le persone con disabilit&#224; e il mondo. Transfemminista, intersezionale, accessibile a chiunque.</p><h4>Per le fondamenta teoriche, quando vuoi andare a fondo</h4><p><strong>&#8220;<a href="https://www.amazon.it/Sulla-disabilitazione-Introduzione-disability-studies/dp/B0F1C6GSWM">Sulla disabilitazione. Introduzione ai disability studies</a>&#8221;</strong> a cura di Enrico Valtellina (UTET Universit&#224;).</p><p>Quando senti di avere le idee pi&#249; chiare e vuoi la cornice teorica completa, questo &#232; il testo che introduce in modo sistematico i disability studies, la disciplina che ha ribaltato il modo di pensare la disabilit&#224;: non pi&#249; caratteristica difettosa del singolo, ma costruzione sociale, politica, culturale. &#200; pi&#249; accademico, quindi impegnativo, ma &#232; la base solida su cui poggia tutto il resto.</p><p><strong>&#8220;<a href="https://www.ombrecorte.it/prodotto/le-politiche-della-disabilitazione/">Le politiche della disabilitazione. Il Modello Sociale della disabilit&#224;</a>&#8221;</strong> di Michael Oliver (a cura di Enrico Valtellina).</p><p>Un classico internazionale finalmente in italiano. Oliver &#232; il teorico che ha dato forma al Modello Sociale della disabilit&#224;, l&#8217;idea che ha dato al discorso sulla disabilit&#224; tutto il suo potenziale politico ed emancipativo. Leggerlo significa andare alla fonte, capire da dove nasce il modo di pensare che oggi diamo quasi per scontato, ma che &#232; stato una conquista.</p><h4>Le voci in prima persona, per ricordare che non siamo un blocco unico</h4><p><strong>&#8220;<a href="https://lepluralieditrice.net/prodotto/felicemente-seduta/">Felicemente seduta. Il punto di vista di un corpo disabile e resiliente</a>&#8221;</strong> di Rebekah Taussig (Erickson, edizione italiana).</p><p>Il memoir che consiglio a chiunque voglia capire cosa significa vivere in un corpo che il mondo non ha previsto, senza una goccia di pietismo. Taussig attraversa la carit&#224; e le sue trappole, l&#8217;indipendenza e la dipendenza, l&#8217;intimit&#224;, il modo in cui l&#8217;abilismo nei media diventa abilismo nella vita di tutti i giorni. La sua frase che porto con me: l&#8217;inclusione non &#232; migliore solo perch&#233; &#232; pi&#249; gentile, le prospettive disabili vanno portate al centro perch&#233; costruiscono un mondo pi&#249; vivibile per tutti.</p><p><strong>&#8220;<a href="https://www.lafeltrinelli.it/disability-visibility-libro-inglese-alice-wong/e/9781984899422?utm_source=google&amp;utm_medium=cpc&amp;utm_campaign=PMax_Shopping_Kelkoo_Libri_Inglesi&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=20991967607&amp;gbraid=0AAAAAC8kHMQfUcdvAP3Aj0rtJFPd-fKLd&amp;gclid=Cj0KCQjw7eXTBhDBARIsAKF-w44i8SBHysyPiso0i_3yVlTEDh9xggbxcO4JVtonpoqsYhb7dStNc2caAv8eEALw_wcB">Disability Visibility</a>&#8221;</strong> a cura di Alice Wong (in inglese).</p><p>Un&#8217;antologia di racconti in prima persona di persone con disabilit&#224; diverse tra loro. &#200; il libro che smonta la tentazione di pensare la disabilit&#224; come un&#8217;esperienza unica e uguale per tutti: qui ci sono decine di voci, a volte in disaccordo, e proprio in quel disaccordo sta la ricchezza. Per ora &#232; in inglese, ma se leggi la lingua vale ogni pagina.</p><h4>Come usare questa lista</h4><p>Non serve leggerli tutti, e non serve leggerli in ordine. Se sei all&#8217;inizio, parti da Crippi o da Maltese e Fazliu: sono i pi&#249; accessibili e i pi&#249; vicini a noi, scritti in italiano e da chi la disabilit&#224; la vive. Se vuoi la teoria, vai su Valtellina e Oliver. Se vuoi l&#8217;esperienza in prima persona, Taussig ti entra dentro.</p><p><strong>E se conosci altri titoli che qui mancano, soprattutto italiani, soprattutto scritti da persone con disabilit&#224;, scrivimeli nei commenti</strong>. Voglio che questa lista cresca, perch&#233; ogni libro che smonta l&#8217;abilismo &#232; uno strumento in pi&#249; per tutti noi.</p><p>Perch&#233; leggere, da solo, non cambia il mondo. Ma non ho mai visto nessuno cambiare il mondo senza aver prima cambiato la propria testa. E questi libri, la testa, te la cambiano davvero.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!d2RY!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6b3a1130-224d-434d-89cb-69a09fb26b80_1536x1024.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!d2RY!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6b3a1130-224d-434d-89cb-69a09fb26b80_1536x1024.png 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!d2RY!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/6b3a1130-224d-434d-89cb-69a09fb26b80_1536x1024.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:971,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:1867099,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/i/210465295?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6b3a1130-224d-434d-89cb-69a09fb26b80_1536x1024.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!d2RY!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, 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stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" 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I commenti sono aperti a tutti: aggiungi il tuo libro, costruiamola insieme.</p></div><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/i-libri-che-smontano-labilismo-uno?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/i-libri-che-smontano-labilismo-uno?utm_source=substack&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=share&amp;action=share"><span>Condividi</span></a></p></div><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Predichi Up, razzoli Down]]></title><description><![CDATA[Due mesi di insulti sotto silenzio, poi Ruffini apre il microfono, non con me, ma su di me per 53 minuti.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/predichi-up-razzoli-down</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/predichi-up-razzoli-down</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 16:13:04 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/cc93a99e-eafe-48c6-ac26-a72b2c6253c1_1731x909.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><strong><mark data-color="#ec4899" style="background-color: rgb(236, 72, 153); color: rgb(0, 0, 0);"><span data-color="#ffffff" style="color: rgb(255, 255, 255);">Non sarei andata ospite da Ruffini (e non mi ha mai cercata)</span></mark></strong>. Voglio dirlo subito, perch&#233; &#232; la prima cosa che qualcuno obietter&#224;: <em>e allora vai a rispondere a casa sua.</em> No, non si va a casa del <em>nemico</em> con la presunzione di spostargli il pensiero, non si accetta il campo di chi ha costruito il campo apposta. Se ci fosse stata una piazza neutra, un luogo terzo, un confronto vero, ci sarei stata, non mi sono mai tirata indietro, ma quello che &#232; andato in scena ieri non era un confronto, era una messa in scena. E le messe in scena si guardano da fuori, si smontano, <strong>non ci si partecipa</strong>.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Ieri &#232; uscita una <a href="https://open.spotify.com/episode/5au0UlM65CN869bizPu3oR?si=9a25da527c274e58">puntata</a> del podcast di Paolo Ruffini (Radio Up&amp;Down, la sua radio), intitolata &#8220;Abili ad essere disabili&#8221;. Tema: l&#8217;inspiration porn. La critica che gli ho mosso nel <a href="https://www.instagram.com/p/DYHK2llJqCu/">reel</a> (nella puntata del podcast di <a href="https://www.instagram.com/gonzo.magazine/">Gonzo Magazine</a>) andato super virale. E in questa puntata, per 53 minuti, il mio nome viene fatto praticamente dall&#8217;inizio alla fine, mentre io non ci sono, nel silenzio dei presenti. Non mi interessa giudicare la sua abilit&#224; nel gestirla. Ruffini si &#232; armato narrativamente, ha scelto il momento, il terreno, gli interpreti. L&#8217;avrebbe fatto chiunque avesse il suo potere e il suo interesse a difendersi e il risultato &#232; lampante. Quella &#8220;fetta di torta&#8221; non &#232; di mio gusto: &#232; ovvia, quello che mi interessa &#232; smontare il meccanismo, perch&#233; il meccanismo &#232; pi&#249; grande di lui e ci riguarda tutti.</p><p>Si predica bene e si razzola male.</p><p>Fai un podcast in cui ti chiedi, sono parole della descrizione, se la vera inclusione non sia smettere di elevare le persone disabili a simboli e cominciare a raccontarle come persone. Bellissimo. Peccato che per porti la domanda tu abbia preso una persona reale, con un nome e una posizione e l&#8217;abbia trasformata in un simbolo di cui discutere in sua assenza. Predichi che le persone disabili vanno raccontate come persone e intanto me persona, ti serve come argomento, come caso, come tema di puntata. La contraddizione non &#232; un dettaglio. &#200; la struttura stessa dell&#8217;operazione.</p><p><strong>Non &#232; che Ruffini mi debba salvare</strong>. Mettiamolo in chiaro subito, prima che qualcuno mi ci porti: non ho bisogno del suo scudo, non l&#8217;ho mai chiesto, non &#232; compito suo proteggermi e non voglio che lo sia, non &#232; questo.</p><p>&#200; che per due mesi, sotto quel mio reel, c&#8217;&#232; stata una processione. Ogni giorno qualcosa. Uno che mi dava della nana. Una che spiegava che &#8220;nana a casa sua non &#232; un insulto&#8221;, come se il vocabolario di casa sua fosse legge. Uno che scriveva che &#8220;certe persone, gi&#224; messe male di loro&#8221;, chiss&#224; cosa hanno nella testa per attaccare chi fa del bene. Una che mi diceva di vergognarmi. Giorno dopo giorno, per settimane, un lavorio lento addosso al mio corpo, alla mia faccia, alla mia statura, alla mia legittimit&#224; perfino di parlare.</p><p>E lui era l&#236;, perch&#233; c&#8217;era, latente e latitante.</p><p>Non &#8220;lui non lo sapeva&#8221;, non &#8220;gli sar&#224; sfuggito&#8221;. Era menzionato, &#232; arrivato tutto il suo pubblico, ma non la sua reazione a una critica rivolta a lui. Vedeva. Poteva scrivere una frase, una, di quelle che avrebbero mostrato di avere considerazione del tema che vuole trattare: <em>fermatevi, il confronto s&#236;, gli insulti no, non in mio nome.</em> Gli sarebbe bastato quello. Avrebbe spento tutto, o quasi. Sarebbe anche stato coerente con l&#8217;uomo che dice di essere, quello a cui la disabilit&#224; sta a cuore.</p><p>Non l&#8217;ha fatto. Non una volta. Per due mesi.</p><p>Si &#232; seduto e ha lasciato che accadesse. Ha lasciato che i suoi mi passassero sopra, perch&#233; quella violenza, in fondo, lavorava per lui: teneva occupata la critica, la logorava, la faceva sembrare una faccenda di rancori personali invece che una questione politica. E quando il rumore si &#232; calmato, quando il lavoro sporco era gi&#224; stato fatto da altri, allora s&#236; che ha aperto bocca. Con calma, sul suo podcast, con la sua cornice, con i suoi ospiti. Da signore, secondo lui.</p><p>Questo ha un nome e non &#232; silenzio. Il silenzio &#232; passivo, &#232; assenza. Questo &#232; altro. Questo &#232; stare a guardare la violenza da una posizione di potere, potendo fermarla, scegliendo di non farlo perch&#233; ti conviene che vada avanti. Ha un nome preciso: &#232; responsabilit&#224;. &#200; la responsabilit&#224; di chi tiene il megafono e decide di puntarlo altrove mentre sotto di lui qualcuno viene aggredito. Non aver premuto il grilletto non ti rende estraneo, se avevi la chiave della stanza e sei rimasto tutto il tempo a guardare.</p><p>E poi c&#8217;&#232; la parte pi&#249; scomoda, quella che riguarda noi. E la dico con attenzione, perch&#233; non voglio che si trasformi in ci&#242; che non &#232;.</p><p>In quella puntata ci sono persone disabili invitate a parlare. Hanno tutto il diritto di stare su un microfono e dire quello che pensano e non sar&#242; io a stabilire chi pu&#242; sedersi dove. Il problema non &#232; che abbiano parlato, ma il ruolo che si accetta quando ci si siede in una certa stanza, a certe condizioni e la domanda che troppo spesso non ci facciamo prima di dire s&#236;. Perch&#233; esiste un modo di partecipare che si traveste da protagonismo ed &#232; il suo esatto contrario. &#200; quando ti offrono il microfono e si &#232; cos&#236; contenti di averlo che non ti chiedi chi te lo sta porgendo, contro chi e perch&#233; proprio adesso. &#200; quando l&#8217;essere ospitati conta pi&#249; del capire in che cornice ti stanno mettendo. &#200; quando scambi la visibilit&#224; per potere, senza accorgerti che la visibilit&#224; te la stanno concedendo proprio perch&#233; non sei una minaccia, proprio perch&#233; servi a dimostrare qualcosa a spese di qualcun altro.</p><p>Chi si siede in quella stanza convinta di essere l&#236; per s&#233;, per la propria voce, per la causa, spesso non vede che &#232; stata scelta come contraddittorio a un&#8217;assente. Non lo decide, magari, ma lo diventa. E il non accorgersene non &#232; un&#8217;attenuante: &#232; esattamente il meccanismo che funziona. Ed &#232; questo il vero spettacolo andato in scena ieri. Non un podcast sull&#8217;inspiration porn, una dimostrazione, in diretta, di come si smonta la voce di una persona disabile senza alzare la voce: la si nomina senza invitarla, la si fa, di fatto, contraddire da altri come lei, la si trasforma in tema mentre si predica che i temi vanno raccontati come persone. E si lascia che il pubblico chiami tutto questo &#8220;confronto&#8221;. Non &#232; un confronto. Un confronto ha due voci. Qui ce n&#8217;&#232; una sola, moltiplicata: la sua, detta anche da altre bocche, in una stanza in cui la mia esce per bocca sua, rivisitandola e apparecchiandola di orpelli paternalisti.</p><p>Io non voglio essere il vostro tema, voglio essere una che parla. E parlo lo stesso, da qui, dove il microfono non me lo d&#224;, n&#233; me lo toglie nessuno. La torta, la strategia, l&#8217;abilit&#224; narrativa, teneteveli. A me interessa solo che si veda il meccanismo, perch&#233; una volta che lo vedi, non puoi pi&#249; dire di non conoscerlo.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!h_l-!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fcc5bf319-e35b-4c1a-8cba-0bb9503460e9_1122x1402.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!h_l-!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fcc5bf319-e35b-4c1a-8cba-0bb9503460e9_1122x1402.jpeg 424w, 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Condividilo se hai riconosciuto il meccanismo. La mia voce &#232; qui, intera, e non ha bisogno di essere invitata per esistere.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quando impariamo ad accontentarci, vince l'abilismo.]]></title><description><![CDATA[Non &#232; una riflessione su Ultimo. &#200; una riflessione su noi e su cosa dovremmo pretendere invece di ringraziare.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/quando-impariamo-ad-accontentarci</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/quando-impariamo-ad-accontentarci</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sat, 11 Jul 2026 15:30:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/6dd1a489-d5e8-4e4a-ad87-a5df353c2419_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una frase che mi porto dietro da giorni e che non riesco a smettere di girare tra le mani, perch&#233; mi sembra che contenga qualcosa di importante e di doloroso allo stesso tempo, una di quelle frasi che sono vere e insieme tremendamente ingiuste, non nei confronti di chi le ha scritte, ma nei confronti del mondo che le ha rese necessarie.</p><p>La frase, per intero, era questa: <em>non tutti abbiamo la tua fortuna, per me quello era l&#8217;unico modo per vivere un concerto.</em></p><p>L&#8217;ho ricevuta decine di volte, in varianti e contesti diversi, dopo aver espresso le mie perplessit&#224; eventi, situazioni pubbliche. E voglio partire proprio da quel &#8220;la tua fortuna&#8221;, perch&#233; &#232; la parte che mi ha fatto pi&#249; male e insieme pi&#249; pensare. Dentro quelle tre parole c&#8217;&#232; un rimprovero: &#8220;parli cos&#236; perch&#233; tu puoi permettertelo, perch&#233; tu ce la fai, perch&#233; tu non sei messa come me&#8221; e quel rimprovero merita di essere frantumato.</p><p>La risposta &#232;: s&#236;, ci sono cose che io riesco a fare e altre persone con disabilit&#224; no, e non lo dimentico mai, ma il punto della mia critica non era vantare una fortuna. Era esattamente l&#8217;opposto. Era dire che nessuna di noi dovrebbe aver bisogno di fortuna per andare a un concerto, che la parola &#8220;fortuna&#8221; applicata al semplice fatto di poter partecipare alla vita &#232; gi&#224; la prova che qualcosa non funziona. Perch&#233; la fortuna, per definizione, &#232; quello che tocca ad alcuni e non ad altri e i diritti non dovrebbero funzionare cos&#236;.</p><p>Il punto, quindi, non &#232; Ultimo. Non &#232; nemmeno il concerto. &#200; la domanda che quella frase porta con s&#233; senza farla esplodere: perch&#233; una persona arriva a considerare un evento separato l&#8217;unica possibilit&#224; per vivere qualcosa di normale? E perch&#233; quella possibilit&#224;, invece di sembrare un ripiego, le sembra una fortuna da difendere anche contro chi la mette in discussione?</p><h3><strong>L&#8217;abilismo che non fa rumore</strong></h3><p>Esiste una forma di abilismo che non assomiglia alla discriminazione che siamo abituati a riconoscere. Non &#232; il gradino davanti all&#8217;ingresso, non &#232; la cattiveria esplicita, non &#232; l&#8217;esclusione dichiarata. &#200; qualcosa di molto pi&#249; sottile e molto pi&#249; difficile da nominare, perch&#233; agisce dall&#8217;interno, si installa nelle aspettative, riscrive verso il basso quello che consideriamo accettabile.</p><p>&#200; l&#8217;abilismo che ci convince, nel tempo e attraverso mille piccole esperienze di esclusione, che certe cose non sono pensate per noi come i concerti affollati, i trasporti di sera, i locali senza ascensore, i festival con pavimentazione sconnessa, e che quindi, quando qualcuno ci offre una versione alternativa di quelle cose, dobbiamo essere grati invece di chiederci perch&#233; la versione originale non sia mai stata progettata per includere anche noi. La disabilit&#224; ti insegna, nel corso degli anni, ad abbassare l&#8217;asticella: non perch&#233; tu sia meno ambiziosa o meno esigente, ma perch&#233; l&#8217;ambiente intorno a te continua a dirti, in modi espliciti e impliciti, che certe esperienze non sono per te. E a un certo punto quella rinuncia diventa cos&#236; normale che smetti di chiamarla rinuncia. La chiami vita.</p><p>Non sto descrivendo una fragilit&#224; individuale. Sto descrivendo un meccanismo culturale che funziona cos&#236; bene proprio perch&#233; &#232; invisibile a chi lo subisce mentre lo subisce. Ed &#232; tanto efficace che, quando una di noi prova a nominarlo, la prima reazione arriva spesso da altre persone con disabilit&#224;: non lamentarti, accontentati, sii grata, non tutti hanno la tua fortuna. L&#8217;abilismo riesce a farci sorvegliare a vicenda le aspettative, a controllare che nessuna le alzi troppo. &#200; il suo capolavoro. Non sto dicendo che non debbano esistere iniziative dedicate alle persone con disabilit&#224;, n&#233; che ogni contesto protetto sia per definizione sbagliato. Ci sono persone che per condizioni di salute specifiche hanno bisogno di ambienti diversi da un concerto di duecentocinquantamila persone, e quella necessit&#224; &#232; reale, e la sicurezza non &#232; un dettaglio &#232; un diritto, e va garantita.</p><p>Il problema nasce quando l&#8217;evento separato diventa la risposta standard alla mancanza di accessibilit&#224;, invece di essere l&#8217;eccezione che accompagna un lavoro serio per rendere l&#8217;evento principale realmente fruibile. Quando la soluzione all&#8217;inaccessibilit&#224; non &#232; rendere accessibile l&#8217;evento ma creare un evento parallelo, stiamo spostando il problema invece di affrontarlo. Stiamo dicendo, senza dirlo, che l&#8217;evento principale non cambier&#224;, e che chi non riesce a starci pu&#242; accontentarsi di una versione ridotta. Nessuno direbbe a una persona senza disabilit&#224;: il concerto &#232; troppo affollato per te, per&#242; puoi venire alle prove due giorni prima. Lo chiameremmo un ripiego, giustamente. Per noi, invece, quel ripiego diventa troppo spesso un privilegio da celebrare e la distanza tra queste due parole, ripiego e privilegio, &#232; esattamente lo spazio che l&#8217;asticella ha percorso verso il basso.</p><p>Fin qui la critica, ma una critica che si ferma alla denuncia lascia il lavoro a met&#224; e soprattutto lascia il lavoro sempre alle stesse persone. Allora provo a dire cosa penso che dovrebbe cambiare e a dirlo con dei soggetti precisi, perch&#233; &#8220;bisognerebbe&#8221; senza un responsabile &#232; solo un sospiro.<br>La prima cosa riguarda gli eventi separati e la dico chiara: un contesto protetto &#232; legittimo solo se &#232; temporaneo e dichiarato tale. Ha senso come tappa, non come destinazione. La domanda giusta da fare a chi lo organizza non &#232; &#8220;grazie, ma perch&#233; non c&#8217;era prima&#8221;, &#232; &#8220;bene, e qual &#232; il piano perch&#233; l&#8217;anno prossimo io possa stare nell&#8217;evento principale?&#8221;. Se quel piano non esiste, l&#8217;evento separato non &#232; un ponte verso l&#8217;inclusione, &#232; un modo elegante per non doverla mai costruire e la differenza tra le due cose va pretesa per iscritto, non sperata nel silenzio della gratitudine.</p><p>La seconda riguarda chi progetta i grandi eventi e riguarda una mentalit&#224; che va rovesciata. Oggi l&#8217;accessibilit&#224; viene trattata come un problema di gestione del pubblico disabile: dove li mettiamo perch&#233; stiano al sicuro, come li accompagniamo, quale area recintiamo per loro. &#200; la logica sbagliata, quella giusta si chiede una cosa diversa: come costruiamo un evento in cui la sicurezza di tutti &#232; parte del progetto fin dall&#8217;inizio, invece di essere una toppa applicata alla fine? La prima mentalit&#224; produce recinti, aree dedicate, prove separate. La seconda produce eventi che funzionano per pi&#249; persone senza doverle isolare. La competenza per fare la seconda cosa esiste gi&#224;, ci sono professionisti che la fanno di mestiere, quello che manca &#232; la volont&#224; di considerarla un requisito e non un costo da comprimere.</p><div class="image-gallery-embed" data-attrs="{&quot;gallery&quot;:{&quot;images&quot;:[{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c1a0f25a-d550-42ec-8e76-532786087144_335x597.jpeg&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/031208f4-2fe5-45f7-8103-78cf46fc37fc_1200x720.jpeg&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e3b6978a-11f5-4308-8805-39da7b47fd10_600x338.jpeg&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/fedbf226-9f90-48af-a30f-db9e6981b597_600x338.jpeg&quot;}],&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;alt&quot;:&quot;&quot;,&quot;staticGalleryImage&quot;:{&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/04eaf56b-5ecd-42db-8f69-7dbbbabd5a4c_1456x1456.png&quot;}},&quot;isEditorNode&quot;:true}"></div><p>La terza &#232; la pi&#249; difficile da dire, perch&#233; mi riguarda direttamente e riguarda la stanchezza. La responsabilit&#224; di alzare l&#8217;asticella non pu&#242; ricadere sempre su di noi. Non possiamo essere noi a dover ogni volta spiegare, negoziare, chiedere, documentare, ringraziare e poi anche denunciare quando la gratitudine ci viene chiesta al posto dei diritti. Questo &#232; un lavoro che spetta a chi organizza, a chi finanzia, a chi ha il potere di decidere com&#8217;&#232; fatto un evento e come vengono spesi i soldi che lo rendono possibile. Il nostro compito non &#232; imparare ad accontentarci di meno, e non &#232; nemmeno pretendere di pi&#249; con pi&#249; energia di quanta ne abbiamo, &#232; pretendere che smettano di chiederci di accontentarci. La fatica di dover essere sempre noi a portare questa battaglia &#232; essa stessa una forma di esclusione, una tassa invisibile che paghiamo in aggiunta a tutto il resto, ed &#232; ora che qualcun altro se ne faccia carico.</p><h3><strong>L&#8217;asticella e chi deve alzarla</strong></h3><p>Torno a quella frase, <em>non tutti abbiamo la tua fortuna</em>, perch&#233; voglio chiudere l&#236; dove ho aperto. Chi me l&#8217;ha scritta non &#232; il mio avversario e non voglio che suoni cos&#236;. La sua gratitudine racconta un bisogno reale che &#232; stato soddisfatto, e i bisogni reali contano sempre. Non chiedo a nessuno di rinunciare alla propria esperienza positiva in nome di un principio astratto e non pretendo che chi ha vissuto una bella giornata la rilegga come un torto.</p><p>Quello che metto in discussione &#232; che ci siamo abituati a considerare normale dover scegliere tra sicurezza e partecipazione, tra protezione e uguaglianza, al punto da chiamare &#8220;fortuna&#8221; ci&#242; che dovrebbe essere semplicemente scontato. Quella scelta non &#232; una legge di natura, non &#232; un inevitabile effetto collaterale della folla. &#200; il risultato di decenni di progettazione che non ha tenuto conto di tutti, e come tutto ci&#242; che &#232; stato progettato pu&#242; essere progettato diversamente, se si decide che vale la pena.</p><p>Il vero traguardo non &#232; creare sempre pi&#249; eccezioni. &#200; costruire un mondo in cui la parola &#8220;fortuna&#8221; scompaia dal modo in cui parliamo di accesso perch&#233; nessuno dovrebbe sentirsi fortunato per aver potuto fare qualcosa che &#232; un suo diritto, e nessuno dovrebbe rimproverare a un&#8217;altra persona con disabilit&#224; di averne avuta troppa. Quando cominciamo a ringraziare per ci&#242; che ci spetta, e a sorvegliarci a vicenda perch&#233; nessuna chieda di pi&#249;, il problema non &#232; la nostra gratitudine. &#200; quanto in basso abbiamo imparato a mettere l&#8217;asticella. E soprattutto, &#232; che continuiamo a chiedere a noi stesse di alzarla, quando quel peso dovrebbe stare da tempo su altre spalle.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Y6Gc!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fafa8b452-2594-4378-bf82-184dfac665f5_1200x720.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Y6Gc!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fafa8b452-2594-4378-bf82-184dfac665f5_1200x720.jpeg 424w, 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E se vuoi continuare a leggere quello che penso senza filtri, abbonati.</em></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sei minuti su un palco non comprano il mio silenzio sul resto.]]></title><description><![CDATA[ExpoAID di Rimini, cinque milioni di euro pubblici e la domanda che nessuno ha fatto.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/sei-minuti-su-un-palco-non-comprano</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/sei-minuti-su-un-palco-non-comprano</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sat, 27 Jun 2026 16:00:15 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!N8_H!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Faed8e120-1c58-4c99-a5c9-689720abc5bf_4032x3024.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono cose che sai gi&#224; prima di salire sul palco. Sai che la tua presenza verr&#224; usata, almeno in parte, per dimostrare che il dialogo funziona. Sai che il tuo nome nel programma serve anche a qualcun altro, non solo a te. Sai che scendere da quelle scale e tornare al tuo posto non cambier&#224; niente di strutturale nella giornata non nell&#8217;evento, non nelle politiche che quell&#8217;evento &#232; chiamato a celebrare.</p><p>Lo sai. E ci vai lo stesso.</p><p>Sono stata a ExpoAID, a Rimini, quello che si definisce il pi&#249; grande evento italiano sulla disabilit&#224;. Non da spettatrice, non da giornalista, non da relatrice invitata per portare un po&#8217; di colore a un panel gi&#224; deciso: ci sono salita come Presidente di Pepitosa in Carrozza per presentare C&#8217;entro anch&#8217;io, il progetto con cui lavoro a una Mantova pi&#249; accessibile, pi&#249; autonoma, pi&#249; vivibile per chi ci vive con una disabilit&#224; ogni giorno dell&#8217;anno, non solo nei tre giorni in cui arrivano i ministri. L&#8217;ho portato davanti a chi di solito non mi invita nella stanza e questo &#232; importante dirlo, perch&#233; non &#232; che normalmente le porte si aprano da sole, e certe cose crescono solo se le porti dove normalmente non arrivano, anche quando sai che il contesto &#232; complicato, anche quando hai qualche riserva su quello che ti circonda.</p><p>Poi scendi dal palco. E fai i conti con quello che resta.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!N8_H!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Faed8e120-1c58-4c99-a5c9-689720abc5bf_4032x3024.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!N8_H!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Faed8e120-1c58-4c99-a5c9-689720abc5bf_4032x3024.jpeg 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!N8_H!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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Tre giorni, centinaia di relatori, una scenografia importante, ministri, autorit&#224;, bandiere. Una macchina organizzativa seria, e non lo dico per sminuire, serve organizzazione, servono risorse, serve uno spazio fisico in cui il settore si ritrovi e le cose vengano dette.</p><p>Il problema non &#232; l&#8217;evento. Il problema &#232; la domanda che su quei palchi quasi nessuno si fa o se se la fa non la dice al microfono: la persona disabile che esce da Rimini domani mattina, che prende il treno e torna a casa sua, trova una barriera in meno? Ha una lista d&#8217;attesa pi&#249; corta per i dispositivi di cui ha bisogno? Il caregiver che la assiste &#232; meno solo, meno esausto, meno invisibile di quanto fosse tre giorni fa?</p><p>Oggi la risposta &#232; no. E non &#232; una risposta che si pu&#242; coprire con una scenografia pi&#249; grande o con un programma pi&#249; fitto.</p><p>Questa non &#232; una critica facile a fare, me ne rendo conto, perch&#233; rischia di suonare come l&#8217;ingratitudine di chi &#232; stata invitata e non apprezza. Ma l&#8217;ingratitudine non c&#8217;entra niente e il punto non &#232; ExpoAID in s&#233;, il punto &#232; quello che ExpoAID rappresenta nel panorama delle politiche sulla disabilit&#224; in Italia, ovvero la parte visibile, la parte fotografabile, la parte che produce comunicati stampa e post istituzionali e senso di movimento. Mentre la parte invisibile, quella che riguarda le vite concrete delle persone, continua a muoversi molto pi&#249; lentamente, quando si muove.</p><h4>Il tavolo delle foto e il tavolo delle decisioni</h4><p>So come suona, una come me su quel palco. Suona come la prova che il dialogo funziona, che le istituzioni ascoltano, che siamo tutti allo stesso tavolo e che quel tavolo &#232; aperto e inclusivo e tutte le parole che si usano in questi contesti. Lo so. E capisco perch&#233; quella lettura esiste, perch&#233; in parte &#232; vera, ero l&#236;, ho parlato, ho detto quello che penso, qualcuno ha ascoltato. Ma c&#8217;&#232; il tavolo dove ti fanno accomodare per la foto e c&#8217;&#232; il tavolo dove si decide, e quei due tavoli non erano nella stessa stanza. Non lo erano a Rimini, e nella maggior parte dei contesti istituzionali che riguardano la disabilit&#224; non lo sono da nessuna parte, e questa &#232; una distinzione che vale la pena fare con precisione perch&#233; &#232; la differenza tra partecipazione e consultazione, tra avere voce e avere la sensazione di averla.</p><p>La partecipazione vera significa che sei presente nel momento in cui le scelte vengono fatte, che il tuo contributo pu&#242; cambiare l&#8217;esito, che se non sei d&#8217;accordo hai strumenti reali per dirlo e quei strumenti producono effetti. La consultazione significa che arrivi dopo, quando le decisioni sono gi&#224; prese, e porti la tua prospettiva in uno spazio che &#232; stato progettato per contenere la tua prospettiva senza che quella prospettiva possa modificare niente di sostanziale. &#200; una differenza che sento sulla pelle ogni volta che partecipo a questi eventi, e che ho imparato a riconoscere abbastanza in fretta si vede dal tipo di domande che ti fanno, dal modo in cui le tue risposte vengono o non vengono integrate in quello che viene detto dopo, dal fatto che il programma fosse gi&#224; stampato quando sei arrivata.</p><p>Ogni volta scelgo comunque di entrare. Lo faccio con gli occhi aperti, sapendo cosa rischio: diventare mio malgrado la decorazione di una narrazione che combatto, la presenza rassicurante che permette a chi organizza di dire <em>guarda, ci sono anche loro</em>, che conferma l&#8217;idea che il sistema funzioni mentre il sistema nella maggior parte dei casi non funziona, non abbastanza, non per tutti. &#200; un rischio reale, e non faccio finta che non lo sia. Lo calcolo ogni volta, e ogni volta arrivo alla stessa conclusione: il costo di restare fuori &#232; pi&#249; alto, perch&#233; fuori non cambi niente e dentro almeno puoi inceppare qualcosa, puoi rallentare una storia che senza di te scorrerebbe liscia, puoi mettere a verbale un disaccordo che altrimenti non esisterebbe da nessuna parte. Ma non &#232; gratis. E non &#232; neutro. E lo dico perch&#233; mi sembra importante che chi partecipa a questi spazi lo riconosca a s&#233; stesso prima che agli altri.</p><h4>La riforma e la sua foto</h4><p>Il nodo pi&#249; grosso, quello che ho portato sul palco e che continuo a portare fuori da l&#236;, &#232; questo: hanno fatto una riforma della disabilit&#224; su di noi e senza di noi. La Legge delega 227/2021 e i decreti attuativi che ne sono seguiti sono stati costruiti in un processo in cui le persone con disabilit&#224; sono state consultate, in qualche misura, in alcune fasi, in alcuni tavoli, ma non hanno mai avuto un ruolo decisionale reale. Le associazioni pi&#249; grandi erano al tavolo. Le persone con disabilit&#224;, nella loro eterogeneit&#224; e complessit&#224;, molto meno. Questo non significa che la riforma sia sbagliata in tutto, e non &#232; quello che dico. Significa che una riforma che riguarda le vite di circa tre milioni di persone in Italia &#232; stata costruita seguendo una logica che quelle persone conoscono bene: quella per cui siamo gli esperti della nostra condizione ma non gli esperti delle politiche che la riguardano, quella per cui la nostra testimonianza &#232; benvenuta ma il nostro potere decisionale no, quella per cui possiamo raccontare com&#8217;&#232; vivere con una disabilit&#224; ma le scelte su come migliorare quella vita spettano ad altri.</p><p>ExpoAID non &#232; la riforma. ExpoAID &#232; la foto della riforma, una foto costosa, curata, con ottima luce, che ritrae anche me, lo so, ci sono entrata sapendo che la mia presenza sarebbe stata usata anche cos&#236;. La differenza &#232; che io sono entrata per dire la mia, non per sorridere. Per ricordare, a voce alta e davanti ai microfoni, quella frase che un evento da cinque milioni non cancella e pu&#242; solo scegliere se affrontare o coprire. Ha scelto di coprirla. Con lo show, con l&#8217;inspiration porn, quell&#8217;approccio narrativo che trasforma le persone con disabilit&#224; in simboli del superamento umano invece che in soggetti politici con diritti da garantire e con una certa infantilizzazione del pubblico e dei relatori con disabilit&#224; che nessuno di noi dovrebbe ingoiare in cambio di una giornata di visibilit&#224;, per quanto visibilit&#224; possa servire e in qualche misura serva. Ho ingoiato lo stesso alcune cose che non mi piacevano, perch&#233; sei minuti su un palco hanno un prezzo e quel prezzo si paga in quello che non dici oltre che in quello che dici, ma ho cercato di usare quei sei minuti nel modo pi&#249; onesto che riuscivo, e il resto lo scrivo qui, dove non c&#8217;&#232; un moderatore che mi guarda l&#8217;orologio.</p><h4>I 365 giorni che il ministero non guarda</h4><p>C&#8217;&#232; una frase che sento spesso in questi contesti, nelle declinazioni pi&#249; varie, e che ogni volta mi fa lo stesso effetto: <em>siamo persone di valore</em>. La dicono i ministri, la dicono gli organizzatori, la dicono i relatori nei momenti in cui vogliono fare un punto emotivo prima di passare al punto successivo. Siamo persone di valore, abbiamo tanto da dare, la nostra prospettiva arricchisce la societ&#224;.</p><p>S&#236; e allora?</p><p>Il valore non &#232; in discussione, non &#232; mai stato in discussione, e il fatto che continuiamo a doverlo affermare come se fosse una notizia dice qualcosa di preciso su dove siamo arrivati come cultura. Quello che &#232; in discussione, quello che dovrebbe stare al centro di un evento che si definisce il pi&#249; grande sulla disabilit&#224; in Italia, &#232; cosa significa concretamente garantire una vita dignitosa a persone con disabilit&#224; nei 365 giorni in cui il ministero non le guarda, non nei tre giorni in cui fa la foto.</p><p>Significa liste d&#8217;attesa per la valutazione della disabilit&#224; che in alcune regioni superano i due anni, e nel frattempo la vita non aspetta, il lavoro non aspetta, la scuola non aspetta, i bisogni non aspettano. Significa caregiver familiari che reggono sistemi di cura che lo Stato non riesce o non vuole sostenere, e che lo fanno spesso al limite dell&#8217;esaurimento, spesso a scapito della propria vita professionale e sociale, quasi sempre senza un riconoscimento adeguato. Significa accessibilit&#224; digitale dei servizi pubblici che nel 2025 &#232; ancora un&#8217;eccezione invece che la regola, e per cui ogni gestione di una pratica online pu&#242; trasformarsi in un ostacolo che non dovrebbe esistere. Significa trasporto, significa assistenza, significa continuit&#224; educativa, significa tutto quello che non fa scena ma determina se una persona pu&#242; vivere in modo autonomo o dipende dalla disponibilit&#224; degli altri per ogni cosa.</p><p>Sono quei giorni che dovete garantirci. Non la foto sul palco, non il claim del ministero, non le standing ovation, quelle le lascio volentieri a chi ne ha bisogno.</p><h4>Perch&#233; sono salita lo stesso</h4><p>Partecipare a spazi come ExpoAID non &#232; una scelta semplice e chi lo fa non dovrebbe fingere che lo sia. C&#8217;&#232; sempre una negoziazione in corso, tra quello che puoi dire e quello che devi tacere per poter continuare a essere invitata, tra la necessit&#224; di essere nella stanza e il rischio di diventare la prova vivente che la stanza funziona quando la stanza non funziona abbastanza. Non esiste una posizione pulita, e chiunque vi dica che ce l&#8217;ha probabilmente non sta guardando abbastanza da vicino.</p><p>Io scelgo di entrare perch&#233; credo che la presenza conti, che il disaccordo detto in faccia valga pi&#249; del disaccordo detto fuori, che lasciare certi spazi completamente a chi parla di noi senza di noi sia un costo che non voglio pagare. Ma scelgo anche di scrivere questo articolo, perch&#233; sei minuti su un palco non esauriscono quello che ho da dire e la mia voce non &#232; in prestito a nessun evento: &#232; mia, la gestisco io, e la porto dove voglio.</p><p>Compreso qui.</p><p>Non sono salita l&#236; per essere grata. Sono salita per ricordarvi la differenza tra essere invitati e avere potere, tra essere visibili e essere ascoltati, tra partecipare a un evento e partecipare alle decisioni.</p><p>Quella differenza non &#232; piccola. &#200; tutto.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!EgMk!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F94629654-a51c-4685-b7fb-ee4660ea2ded_5712x4284.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!EgMk!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, 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E se vuoi continuare a leggere quello che non dico sul palco, abbonati.</em></p></blockquote>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Le aziende stavano recitando. Trump ha solo spento le luci.]]></title><description><![CDATA[Sul crollo del DEI, su chi lo teneva in piedi e perch&#233;, su cosa facciamo adesso da persona con disabilit&#224; che in quelle stanze ci &#232; entrata.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/le-aziende-stavano-recitando-trump</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/le-aziende-stavano-recitando-trump</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sat, 13 Jun 2026 08:51:17 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!xlNY!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F918fbf23-4bf6-41f3-8009-6b86b714972c_1731x909.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una cosa che nessuno nel settore dice ad alta voce adesso che il DEI sta crollando ovunque, che una parte di quel sistema la stavamo tenendo in piedi anche noi.</p><p>Con i workshop da 3 ore. Con gli obiettivi di rappresentazione senza cambiamenti strutturali. Con i panel sulla disabilit&#224; senza persone con disabilit&#224;. Con l&#8217;accessibilit&#224; nelle slide e il sito inaccessibile.</p><p>Trump non ha distrutto il DEI, ha fatto qualcosa di pi&#249; semplice e pi&#249; vile: ha aspettato che qualcun altro lo indebolisse dall&#8217;interno e poi si &#232; presentato a dare il colpo finale fingendo che fosse lui il problema. Un uomo che ha costruito la sua carriera politica sul disprezzo sistematico per chiunque non somigliasse a lui, donne, neri, disabili, immigrati, adesso firma executive order sull&#8217;inclusione come se stesse difendendo un principio. Non sta difendendo niente, sta smantellando protezioni reali per persone reali e lo fa con la soddisfazione di chi ha aspettato questo momento da decenni.</p><p>Non mi interessa spiegare Trump. Mi interessa non fingere che quello che sta facendo sia politica normale con cui si pu&#242; essere in disaccordo in modo civile. Non lo &#232; e la domanda che mi ossessiona da settimane non &#232; &#8220;come fermiamo il rollback&#8221;. &#200; pi&#249; scomoda: di cosa stiamo davvero in lutto?</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h4><strong>Il crollo in numeri, ma non quelli che ti aspetti</strong></h4><p>Le cifre le conoscete. Walmart, Meta, Ford, McDonald&#8217;s, Amazon, Toyota, tutti spariti in pochi mesi. I job posting DEI calati del 44% in un anno. Oltre 69.000 posizioni federali tagliate negli Stati Uniti, molte legate a ruoli di inclusione. In Europa, solo il 7% delle organizzazioni aveva una strategia DEI davvero definita.</p><p>Ma il numero che mi ha fermata &#232; un altro.</p><p>Le donne rappresentavano il 71% dei professionisti DEI. Le persone nere e ispaniche coprivano il 33% di quei ruoli, contro il 21% nelle posizioni ordinarie. Il rollback non &#232; neutro, ha un indirizzo preciso, e colpisce esattamente le persone che il DEI avrebbe dovuto proteggere.</p><p>Questo &#232; il cortocircuito che nessuno vuole guardare in faccia: il sistema creato per includere stava includendo soprattutto chi lavorava al sistema. E quando &#232; crollato, ha travolto proprio loro. Fin qui, la parte che tutti scrivono. Quello che nessuno scrive &#232; la parte successiva.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!xlNY!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F918fbf23-4bf6-41f3-8009-6b86b714972c_1731x909.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!xlNY!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F918fbf23-4bf6-41f3-8009-6b86b714972c_1731x909.png 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!xlNY!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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Quella dei report sulla diversity che uscivano ogni giugno con grafici colorati e sparivano nel cassetto fino all&#8217;anno dopo. Quella dei consulenti e lo dico sapendo che alcune persone che leggo si riconoscono in questa categoria, che vendevano slide a reparti HR che non avevano nessuna intenzione di cambiare niente di strutturale.</p><p>Quella versione del DEI era un sistema di gestione del senso di colpa del management. Funzionava finch&#233; costava poco e faceva sentire tutti progressisti. Quando &#232; arrivata la pressione, non ha retto, perch&#233; non era costruita per reggere. Era costruita per apparire.</p><p>E io, che in quelle stanze ci sono entrata, che ho visto come funzionavano davvero, non riesco a piangere su quella parte. Il problema &#232; che quando &#232; crollata, non &#232; crollata da sola: con la facciata sono cadute anche le persone che facevano il lavoro vero.</p><p>Non i consulenti dei workshop, le persone che stavano dentro le organizzazioni da anni, che costruivano processi, che facevano pressione interna, che tenevano l&#8217;asticella alta quando nessuno guardava. Persone che avevano impiegato anni a guadagnarsi una sedia in stanze dove non le volevano, spesso perch&#233; erano donne, nere, disabili, queer, qualche combinazione di tutto questo. Quelle persone non stavano recitando, erano l&#236; perch&#233; credevano che restare dentro fosse pi&#249; utile che protestare fuori e sono le prime ad essere andate.</p><p>Il tasso di disoccupazione delle donne nere negli Stati Uniti &#232; aumentato ogni mese dall&#8217;inizio del 2025. Quello delle donne bianche &#232; rimasto stabile. Non &#232; una coincidenza, &#232; la struttura del sistema che si rivela quando smette di nascondersi, quindi no, non posso essere solo sollevata che sia caduta la facciata. Perch&#233; insieme alla facciata sono cadute persone reali, con lavori reali, che adesso stanno cercando di capire dove andare.</p><h4><strong>La cosa che mi fa incazzare davvero</strong></h4><p>Trump mi fa incazzare per ragioni precise, non astratte.</p><p>Mi fa incazzare perch&#233; ha usato la retorica anti-woke per smontare protezioni che costavano fatica costruire, anni di lavoro di persone che non avevano i suoi privilegi, che non avevano i suoi soldi, che non avevano le sue spalle coperte. E lo ha fatto sapendo esattamente cosa stava facendo. Non &#232; ignoranza. &#200; scelta. Mi fa incazzare perch&#233; il linguaggio che usa, &#8220;meritocrazia&#8221;, &#8220;uguaglianza di trattamento&#8221;, &#8220;niente quote&#8221;, &#232; lo stesso linguaggio che da sempre serve a mantenere il potere dove gi&#224; sta. Non &#232; un nuovo argomento, &#232; un argomento vecchio, logoro, smontato mille volte, che funziona ancora perch&#233; chi lo usa controlla le leve.</p><p>Mi fa incazzare perch&#233; le persone che pagano il prezzo di questi executive order non sono i CEO che tifavano per lui in silenzio mentre firmavano i loro report sulla diversity, sono le persone con disabilit&#224; che avevano finalmente una persona nel team HR che sapeva cosa fosse un&#8217;accommodation ragionevole. Sono le donne nere che avevano costruito ruoli che adesso non esistono pi&#249;. Sono le persone che pensavano che almeno quella porta fosse aperta.</p><p>Quella porta adesso &#232; chiusa. E lui ci ha girato la chiave ridendo.</p><p>Ma la cosa che mi fa incazzare di pi&#249;, la cosa che non riesco a mettere gi&#249;, &#232; che glielo abbiamo reso facile. Non noi persone con disabilit&#224;, non i movimenti. Il sistema DEI annacquato, quello di facciata, quello che si accontentava di sembrare invece di essere. Gli abbiamo consegnato un bersaglio perfetto: qualcosa di abbastanza visibile da attaccare e abbastanza vuoto da non reggere all&#8217;attacco.</p><p>Questo non lo assolve. Non di un millimetro, ma &#232; la parte che dobbiamo guardare in faccia se vogliamo costruire qualcosa che non crolli alla prossima ondata.</p><h4><strong>Una cosa che ho capito tardi e che non avrei voluto capire cos&#236;</strong></h4><p>Per anni ho pensato che il problema fosse la quantit&#224;, che ci volesse pi&#249; formazione, pi&#249; rappresentazione, pi&#249; budget, pi&#249; ruoli dedicati.</p><p>Adesso penso che il problema fosse la struttura.</p><p>Un lavoro sull&#8217;inclusione che dipende dalla buona volont&#224; del CEO non &#232; un lavoro sull&#8217;inclusione. &#200; un favore revocabile. E i favori, quando il clima cambia, si revocano.</p><p>Il DEI ha fallito, nella sua versione pi&#249; debole, perch&#233; non si &#232; mai fatto abbastanza domande scomode. Non ha mai chiesto: questa azienda &#232; disposta a perdere qualcosa per diventare pi&#249; equa? Ha preferito trovare il modo di far sembrare che tutti guadagnassero. La diversit&#224; come vantaggio competitivo. L&#8217;inclusione come driver di innovazione. Tutte cose vere, usate come scorciatoia per non dover mai chiedere un cambiamento che facesse male a qualcuno con potere.</p><p>Quando Trump ha reso quei cambiamenti politicamente costosi, il sistema non aveva costruito nessuna resistenza reale. Aveva costruito consenso. E il consenso evapora.</p><h4><strong>Cosa faccio adesso, concretamente</strong></h4><p>Non ho una lista di cinque passi che risolvono tutto. Ho alcune cose che ho smesso di fare e alcune che ho iniziato.</p><p>Ho smesso di partecipare a eventi sulla disabilit&#224; che non prevedono l&#8217;accessibilit&#224; come condizione non negoziabile. Non come forma di protesta visibile, semplicemente non ci vado. Non rispondo pi&#249; a chi mi chiede di &#8220;portare la mia prospettiva&#8221; senza pagarmi per farlo.</p><p>Ho smesso di usare il linguaggio del business per rendere i diritti pi&#249; digeribili a chi non vuole sentirli. &#8220;L&#8217;accessibilit&#224; &#232; un vantaggio competitivo&#8221; &#232; vero e irrilevante. L&#8217;accessibilit&#224; &#232; un diritto. Se non basta, non &#232; un problema mio da risolvere con un argomento migliore.</p><p>Ho iniziato a documentare tutto. Ogni barriera, ogni promessa non mantenuta, ogni comunicato sull&#8217;inclusione di un ente con il sito inaccessibile. Non per senso di giustizia astratto, ma perch&#233; i dati sono l&#8217;unico argomento che non si pu&#242; liquidare come ideologia.</p><p>Ho iniziato a costruire relazioni con persone che non lavorano nel DEI, ma che condividono gli obiettivi. Perch&#233; il lavoro sull&#8217;inclusione che sopravvive &#232; quello che non ha bisogno di chiamarsi DEI per esistere, quello che &#232; entrato nei processi, nel legale, nel prodotto, nel modo normale di lavorare, prima che diventasse un&#8217;etichetta politica attaccabile.</p><h4><strong>La mia posizione, che probabilmente non piacer&#224; a tutti</strong></h4><p>Sono una persona con disabilit&#224; che fa questo lavoro da anni. Il DEI, nella mia esperienza diretta, &#232; stato spesso pi&#249; utile a chi lo vendeva che a me.</p><p>Ho visto aziende mettere la sedia a rotelle nelle slide della campagna e avere un sito inaccessibile. Ho visto il mio nome su panel &#8220;sulla disabilit&#224;&#8221; usati come decorazione progressista senza che nessuno si chiedesse se quello che dicevo avrebbe cambiato qualcosa. Ho partecipato a eventi &#8220;inclusivi&#8221; dove l&#8217;accessibilit&#224; era un&#8217;afterthought, non un requisito.</p><p>Quindi quando dico che una parte del DEI che &#232; crollato andava benissimo che crollasse, lo dico sapendo di cosa parlo, non da osservatrice esterna.</p><p>E quando dico che il rollback sta facendo danni reali a persone reali, lo dico con la stessa certezza. Non &#232; contraddittorio: &#232; la realt&#224; di un sistema imperfetto, necessario, attaccabile proprio perch&#233; imperfetto, difendibile proprio perch&#233; necessario.</p><p>Il vento &#232; cambiato. Non significa smettere di remare. Significa smettere di fingere che la barca fosse solida.</p><p>Perch&#233; non lo era. E lo sapevamo.</p><div><hr></div><p><em>Valentina Tomirotti</em> <em>valentinatomirotti.substack.com</em></p><div><hr></div><blockquote><p><em>Se questo articolo ti ha fatto arrabbiare, bene. Se ti ha fatto sentire in colpa, anche meglio. I commenti sono aperti. E se vuoi continuare a leggere senza filtri, abbonati, perch&#233; quello che scrivo qui &#232; quello che non riesco a dire altrove senza perdere qualcosa.</em></p></blockquote><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?coupon=1370f899&amp;utm_content=195163854&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Ottieni 50% off for 1 month&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe?coupon=1370f899&amp;utm_content=195163854"><span>Ottieni 50% off for 1 month</span></a></p><p style="text-align: justify;"></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Accessibilità non è gentilezza.]]></title><description><![CDATA[&#200; una responsabilit&#224; pubblica. E chi la tratta come un favore sta mentendo a te, a s&#233; stesso, al Comune che governa.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/accessibilita-non-e-gentilezza</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/accessibilita-non-e-gentilezza</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:44:23 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bd37afd7-1561-40fe-941b-09d582a26854_1731x909.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; una parola che sento usare ogni volta che qualcuno inaugura una rampa, installa un ascensore, mette i sottotitoli a un video istituzionale. La parola &#232; &#8220;attenzione&#8221;. <em>Abbiamo voluto prestare attenzione alle esigenze di tutti. Un&#8217;attenzione particolare alle persone con disabilit&#224;. Grazie per l&#8217;attenzione dimostrata da questa amministrazione.</em> La uso tra virgolette perch&#233; merita di essere guardata per quello che &#232;: una parola scelta con cura per trasformare un obbligo in un gesto volontario, una responsabilit&#224; pubblica in una manifestazione di buon cuore. Non &#232; innocente. Nessuna scelta linguistica in un comunicato istituzionale &#232; innocente.</p><p>L&#8217;accessibilit&#224; non &#232; attenzione. Non &#232; sensibilit&#224;, non &#232; inclusione, quella parola che ormai compare su qualsiasi documento pubblico con la stessa frequenza e lo stesso peso specifico di &#8220;sostenibilit&#224;&#8221; e &#8220;innovazione&#8221;, che vuol dire tutto e quindi niente. L&#8217;accessibilit&#224; &#232; un obbligo di legge e mi sono stancata di doverlo spiegare come se fosse una notizia.</p><h4>Il DPR 503/96 esiste. Vi presento il DPR 503/96.</h4><p>Nel 1996, trent&#8217;anni fa, quando molti dei sindaci che inaugurano rampe con il sorriso erano gi&#224; adulti e gi&#224; votavano l&#8217;Italia ha emanato il Decreto del Presidente della Repubblica numero 503. Non si chiama &#8220;Suggerimenti per chi ha voglia di essere carino con i disabili&#8221;. Si chiama &#8220;Norme per l&#8217;eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici&#8221;, e stabilisce che gli edifici pubblici, gli spazi pubblici, i trasporti pubblici devono essere accessibili. Non &#8220;quando possibile&#8221;. Non &#8220;compatibilmente con le risorse disponibili&#8221;, quella frase che ho imparato a riconoscere come il modo elegante per dire &#8220;non ce ne frega&#8221;. Poi c&#8217;&#232; la Legge 104/92, che esiste da prima ancora e che ogni tanto qualcuno cita a sproposito come se fosse una concessione invece di una tutela. C&#8217;&#232; la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilit&#224;, ratificata dall&#8217;Italia nel 2009, che all&#8217;articolo 9 parla di accessibilit&#224; come condizione necessaria per l&#8217;esercizio di tutti gli altri diritti, tutti, non uno speciale riservato a noi, ma la condizione perch&#233; gli altri esistano e abbiano senso.</p><p>Quando un Comune inaugura una rampa come se stesse distribuendo regali, non sta facendo qualcosa in pi&#249;. Sta facendo, in ritardo, spesso male, quasi sempre dopo anni di denunce di qualcuno che non si &#232; rassegnato, quello che avrebbe dovuto fare gi&#224; trent&#8217;anni fa. Il minimo sindacale non si festeggia con il comunicato stampa, e l&#8217;idea che lo si possa fare mi dice tutto quello che devo sapere su come quella amministrazione concepisce il suo rapporto con i cittadini con disabilit&#224;.</p><h4>Quello che non vi dicono sull&#8217;accessibilit&#224; italiana</h4><p>I dati non sono comodi, quindi di solito non li trovate nei comunicati stampa delle giunte comunali. Secondo le rilevazioni ISTAT, circa il 22% delle persone con disabilit&#224; in Italia incontra barriere architettoniche nel proprio comune di residenza in modo frequente o molto frequente, quasi uno su quattro, non in un paese del terzo mondo ma qui, nelle nostre citt&#224; con le loro piazze ristrutturate e i loro assessori sorridenti. Il patrimonio edilizio pubblico italiano ha un&#8217;et&#224; media che supera i cinquant&#8217;anni, e una parte enorme di questi edifici non &#232; mai stata adeguata alle normative sull&#8217;accessibilit&#224;, nonostante le norme esistano da decenni, nonostante i soldi del PNRR siano arrivati e in molti casi siano gi&#224; stati spesi per altro. L&#8217;accessibilit&#224; digitale &#232; anche peggio, e lo dico sapendo che sembrer&#224; un tema di serie B rispetto alle rampe e agli ascensori, ma un sito istituzionale inaccessibile a chi usa uno screen reader &#232; un ufficio con il portone sbarrato, e non cambia molto se il portone &#232; fisico o digitale. La direttiva europea sull&#8217;accessibilit&#224; dei siti web della PA &#232; del 2016. Nel 2024, secondo i dati AgID, meno del 40% dei siti istituzionali italiani risultava conforme. Comuni, regioni, ospedali, scuole inaccessibili. Non per mancanza di tecnologia, che esiste e non costa una fortuna, per mancanza di priorit&#224;, che &#232; una scelta politica travestita da problema tecnico.</p><h4>Perch&#233; questa narrativa fa cos&#236; schifo</h4><p>Il problema non &#232; solo che i diritti vengono violati, quello sarebbe gi&#224; abbastanza grave, ma almeno sarebbe un problema semplice da descrivere. Il problema pi&#249; sottile, quello che mi fa incazzare di pi&#249;, &#232; il frame dentro cui quei diritti vengono violati e poi, nel migliore dei casi, parzialmente ripristinati. Quando l&#8217;accessibilit&#224; viene trattata come gentilezza succedono tre cose precise. Chi non ce l&#8217;ha deve essere grato quando la ottiene, perch&#233; la rampa non &#232; un diritto recuperato ma un favore ricevuto, e chi riceve favori non si lamenta, non fa pressione, non denuncia quando la rampa &#232; rotta da sei mesi. Chi deve garantirla pu&#242; esimersi senza conseguenze reali, perch&#233; se l&#8217;accessibilit&#224; fosse percepita come un obbligo la sua assenza sarebbe un inadempimento sanzionabile, mentre se &#232; percepita come un&#8217;opzione gentile la sua assenza &#232; semplicemente una priorit&#224; diversa, &#8220;ci stiamo lavorando&#8221;, &#8220;compatibilmente con le risorse&#8221;, &#8220;siamo sensibili al tema&#8221;. Il problema rimane invisibile politicamente, perch&#233; la narrativa della sensibilit&#224; lo colloca fuori dalla politica, nell&#8217;ambito della buona volont&#224; personale, e la politica si fa sui temi politici mentre i favori si chiedono con educazione e si ricevono con gratitudine.</p><p>Tutto questo &#232; funzionale a chi non vuole cambiare niente. Non &#232; una teoria del complotto, &#232; solo come funziona il potere quando riesce a far s&#236; che le persone rinuncino a esigere quello che gli spetta.</p><p style="text-align: center;"><em>Fin qui puoi leggere gratis. Quello che viene dopo &#232; la parte in cui dico chi sono i responsabili, cosa dovrebbero fare domani mattina, e perch&#233; &#8220;non ci sono soldi&#8221; &#232; una bugia che conosco a memoria.</em></p><p style="text-align: center;"><em>Se vuoi continuare, abbonati. Costa meno di un caff&#232; al giorno <br>ed &#232; decisamente pi&#249; utile.</em></p>
      <p>
          <a href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/accessibilita-non-e-gentilezza">
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          </a>
      </p>
   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Disabilità a intermittenza]]></title><description><![CDATA[Sull'abilismo gentile, la pedagogia della carrozzina e la geometria variabile dell'identit&#224; nell'attivismo italiano]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/disabilita-a-intermittenza</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/disabilita-a-intermittenza</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sat, 16 May 2026 12:30:34 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e35e5d5a-6943-4293-8751-42d510bfc916_1200x630.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C&#8217;&#232; un meccanismo che attraversa il modo in cui in Italia si parla pubblicamente di disabilit&#224;, e che merita di essere descritto con calma, perch&#233; agisce in profondit&#224; e produce conseguenze concrete sulle vite delle persone disabili che non hanno accesso ai microfoni. Il meccanismo riguarda la geometria variabile dell&#8217;identit&#224;, cio&#232; la possibilit&#224; che alcune figure pubbliche hanno di accendere e spegnere la propria appartenenza alla categoria a seconda della convenienza retorica del momento, e riguarda parallelamente le pratiche di sensibilizzazione che si fondano sull&#8217;esperienza simulata, in particolare quelle che invitano persone non disabili a trascorrere qualche ora in carrozzina per capire. Due fenomeni che sembrano distanti e che invece descrivono lo stesso problema, cio&#232; un ecosistema dell&#8217;attivismo in cui la disabilit&#224; funziona come dispositivo narrativo prima ancora che come questione politica.</p><p style="text-align: justify;">Cominciamo dal primo fenomeno, perch&#233; &#232; il pi&#249; scivoloso da maneggiare e quello che produce il maggior numero di equivoci nel dibattito interno alla comunit&#224;. <strong>Nessuna persona disabile &#232; obbligata a fare attivismo sulla disabilit&#224;. </strong>La rivendicazione di una complessit&#224; individuale che non si esaurisce nella diagnosi &#232; una conquista politica fondamentale, scritta nei testi dei disability studies da decenni, e va difesa senza ambiguit&#224;. Una persona disabile che lavora come ingegnera, come musicista, come insegnante, ha tutto il diritto di occuparsi della propria professione e di parlare di disabilit&#224; solo se e quando lo desidera. Su questo punto non c&#8217;&#232; discussione possibile. Il problema si presenta in una forma diversa, e cio&#232; quando questa rivendicazione di complessit&#224; viene esercitata non da persone disabili qualunque, ma da figure pubbliche che hanno costruito la propria visibilit&#224; mediatica proprio sulla disabilit&#224;, e che continuano a beneficiarne nel momento esatto in cui dichiarano di volersene smarcare.</p><p style="text-align: justify;">La differenza &#232; politica, non psicologica, e va tenuta ferma. Una cosa &#232; una persona che vive la propria condizione in modo riservato e che decide cosa rendere pubblico e cosa no. Un&#8217;altra cosa &#232; una persona che ha trasformato la propria biografia in capitale narrativo, che ha conquistato spazi istituzionali, deleghe, interviste, ascolto pubblico in virt&#249; di quella biografia, e che poi rivendica il diritto di non occuparsi di disabilit&#224; quando l&#8217;argomento diventa scomodo, quando il consenso trasversale che si &#232; costruita rischia di rompersi. Questa non &#232; complessit&#224;, &#232; gestione strategica della propria identit&#224; in funzione della propria sostenibilit&#224; mediatica. <strong>&#200; una forma di disabilit&#224; a intermittenza, che si accende per il discorso ispirazionale e si spegne davanti al conflitto.</strong></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Vjka!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F94c4e271-d918-42c8-a2bd-989ef97eefe7_1254x1254.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Vjka!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, 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stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p style="text-align: justify;">Il dispositivo funziona in una sola direzione, ed &#232; qui che si rivela. Si invoca la complessit&#224; individuale per non rispondere fattivamente su welfare, sull&#8217;abilismo strutturale dei partiti, sui tagli regionali, sulle politiche concrete delle istituzioni con cui pure si dialoga. Non la si invoca mai, per&#242;, per rifiutare l&#8217;invito al convegno in cui si parla di disabilit&#224;, per declinare l&#8217;intervista in cui si &#232; chiamati come voce della comunit&#224;, per rinunciare al ruolo simbolico nelle iniziative pubbliche. Quando la disabilit&#224; apre porte, si entra. Quando la disabilit&#224; chiede di prendere posizioni che potrebbero chiudere altre porte, si dichiara di occuparsi di tante cose, e questa specifica non rientra oggi tra le priorit&#224;. La libert&#224; di non parlare appartiene davvero a chi non ha mai usato quella parola come leva. Chi l&#8217;ha usata ha contratto un debito di coerenza, e provare a sottrarvisi selettivamente solo sui temi divisivi &#232; una manovra che merita di essere descritta per quello che &#232;, cio&#232; un privilegio negoziato sulle spalle di chi quel lavoro lo fa senza copertura.</p><p style="text-align: justify;">Veniamo al secondo fenomeno, che &#232; collegato al primo da un filo sottile e robusto. L&#8217;idea che una persona non disabile possa capire cosa significhi la disabilit&#224; trascorrendo un&#8217;ora in carrozzina &#232; una delle pi&#249; persistenti dell&#8217;immaginario abilista italiano e ritorna ciclicamente sotto forma di iniziative pubbliche che producono fotografie commoventi, articoli benevoli, sindaci che spingono, assessori che si commuovono. Il dispositivo si basa su un equivoco fondamentale, cio&#232; la riduzione della disabilit&#224; alla sua manifestazione architettonica pi&#249; visibile, come se il problema fosse il marciapiede sconnesso e non l&#8217;intera architettura sociale che produce e mantiene la marginalit&#224;. La disabilit&#224;, per chi la vive, non &#232; un percorso urbano di un&#8217;ora con applauso finale. &#200; un assetto complessivo della vita che include la burocrazia sanitaria, la precariet&#224; del caregiver, l&#8217;accesso al lavoro mediato da un sistema di collocamento mirato che funziona poco e male, l&#8217;isolamento sociale, la sessualit&#224; negata, la genitorialit&#224; sorvegliata, la violenza istituzionale, l&#8217;impossibilit&#224; di costruire una vita indipendente perch&#233; lo Stato non la finanzia. Tutto questo non si fa provare camminando dietro a una carrozzina.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza simulata &#232; un dispositivo che produce empatia a basso costo, e l&#8217;empatia a basso costo &#232; una delle merci pi&#249; richieste dall&#8217;attuale economia della sensibilizzazione. Funziona perch&#233; chi la organizza ha bisogno di un&#8217;immagine forte da restituire, e perch&#233; chi la attraversa ha bisogno di una piccola epifania emotiva che lo confermi nel proprio ruolo di alleato della causa. &#200; un rito, e come tutti i riti serve pi&#249; a chi lo officia che a chi lo subisce. Nella scena, le persone disabili non figurano come soggetti politici che pretendono diritti, ma come dispositivi pedagogici al servizio della scoperta altrui. Il loro corpo, la loro carrozzina, la loro fatica vengono prestati alla causa di un&#8217;illuminazione che riguarda chi non &#232; disabile, e che si chiude nel tempo di una passeggiata, dopo la quale la vita ricomincia identica per chi ha imparato e identica anche per chi &#232; stato imparato sopra.</p><p style="text-align: justify;">C&#8217;&#232; una continuit&#224; precisa tra i due fenomeni, ed &#232; questa continuit&#224; che vale la pena nominare. Sono due forme della stessa cosa, l&#8217;abilismo gentile che si presenta come alleato. Nella prima forma prende le sembianze del disabile pubblico che dosa la propria appartenenza in funzione del proprio interesse mediatico, ed &#232; abilismo perch&#233; tratta la condizione disabile come asset comunicativo invece che come posizione politica da abitare con coerenza. Nella seconda forma prende le sembianze dell&#8217;alleato non disabile che si commuove al momento giusto, che organizza l&#8217;evento giusto, che pronuncia le parole giuste, e che per&#242; non chiede mai conto alle istituzioni con cui ha rapporti, non spinge mai per le riforme che servono, non rinuncia mai al proprio ruolo centrale nella scena. In entrambi i casi quello che si produce &#232; occupazione di spazio. Spazio occupato a discapito di chi quel lavoro politico lo fa senza visibilit&#224;, senza alleanze rassicuranti, senza la possibilit&#224; di dosare la propria esposizione in funzione del consenso.</p><p style="text-align: justify;">Il danno principale di questa configurazione non &#232; simbolico, &#232; materiale. Quando l&#8217;attivismo pubblico sulla disabilit&#224; diventa un campo presidiato da figure che maneggiano la propria appartenenza come strumento di carriera e da alleati che maneggiano la sensibilizzazione come strumento di rappresentazione di s&#233;, le questioni che restano fuori dal radar sono sempre le stesse. La vita indipendente non finanziata, il caregiver familiare che si ammala dopo vent&#8217;anni di lavoro non riconosciuto, le donne disabili escluse dai discorsi sulla violenza di genere, le persone con disabilit&#224; intellettiva private della capacit&#224; giuridica con la stessa disinvoltura con cui si firma un modulo, l&#8217;occupazione che resta sotto la media nazionale di venti punti, i fondi PNRR spesi senza coinvolgimento reale delle organizzazioni rappresentative. Sono temi che non producono fotografie commoventi e che non si prestano alla narrazione ispirazionale. Sono temi che richiedono conflitto, e il conflitto &#232; esattamente ci&#242; che la geometria variabile dell&#8217;identit&#224; e la pedagogia della carrozzina sono costruite per evitare.</p><p style="text-align: justify;">La domanda da cui sono partita, quindi, va riformulata in chiusura. Non &#232; se una persona disabile sia tenuta a parlare di disabilit&#224;. La risposta &#232; no, e va difesa con forza ogni volta che qualcuno prova a strumentalizzarla in senso contrario. La domanda &#232; un&#8217;altra, ed &#232; se l&#8217;ecosistema mediatico italiano possa continuare a riconoscere come voci legittime dell&#8217;attivismo sulla disabilit&#224; soltanto quelle che si possono permettere di accendere e spegnere la propria appartenenza in base alla convenienza, e quelle che si prestano al ruolo di alleato senza mai mettere in discussione il proprio ruolo nella scena. Finch&#233; funzioner&#224; cos&#236;, il lavoro politico vero continuer&#224; a essere fatto altrove, da persone che non vengono invitate ai convegni e che non scrivono per i grandi giornali, e che continuano a chiedere diritti mentre qualcuno, su un palco illuminato, spiega di occuparsi di tante cose.</p><p><em>Grazie per aver letto <strong>PEPITOSALAND</strong>. Se desideri coindividere questo articolo, puoi farlo cliccando sul pulsante qui sotto. </em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/disabilita-a-intermittenza?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/disabilita-a-intermittenza?utm_source=substack&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=share&amp;action=share"><span>Condividi</span></a></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il 1° maggio Meloni non ha visitato dei lavoratori. Ha visitato un set.]]></title><description><![CDATA[Sul 1&#176; maggio di Meloni, sull'inspiration porn istituzionale, e sulle due ipotesi su chi le ha aperto la porta.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-1-maggio-meloni-non-ha-visitato</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-1-maggio-meloni-non-ha-visitato</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sun, 03 May 2026 16:37:06 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/69f76adf-339c-4c58-bda7-68ee24d65ee2_1731x909.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h4><em>PizzAut non salva il mondo. E Acampora lo sa.</em></h4><p style="text-align: justify;">C&#8217;&#232; una cosa che funziona sempre, nella comunicazione politica: scegliere il luogo giusto, nel giorno giusto, con le persone giuste. E il 1&#176; maggio a PizzAut &#232; stato, oggettivamente, un luogo perfetto, perch&#233; PizzAut non &#232; solo un ristorante. &#200; un simbolo. &#200; una narrazione gi&#224; pronta. &#200; lavoro, disabilit&#224;, inclusione, speranza. &#200; tutto quello che serve per costruire un&#8217;immagine empatica senza doverla davvero attraversare. Infatti la scena &#232; impeccabile: la Presidente del Consiglio che entra, saluta, sorride, ascolta, magari si emoziona. I &#8220;lavoratori pi&#249; straordinari&#8221;, la frase &#232; gi&#224; titolo, &#232; gi&#224; share, &#232; gi&#224; consenso, ma &#232; proprio qui che bisogna fermarsi. </p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-1-maggio-meloni-non-ha-visitato?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/il-1-maggio-meloni-non-ha-visitato?utm_source=substack&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=share&amp;action=share"><span>Condividi</span></a></p><p style="text-align: justify;">Il 1&#176; maggio 2026 Giorgia Meloni non ha visitato dei lavoratori. Ha visitato un set. Il set scelto era PizzAut di Monza, la pizzeria della Fondazione PizzAut ETS che impiega ragazzi e ragazze nello spettro autistico. Il messaggio di Meloni, riportato da tutte le agenzie, &#232; stato: &#171;Per la festa dei lavoratori sono venuta dai lavoratori pi&#249; straordinari&#187;. Acampora, fondatore di PizzAut, ha parlato di &#171;messaggio potentissimo&#187;. Sui social, intanto, la presidente del Consiglio si infilava il grembiule rosso, firmava due lettere di avanzamento di livello e riceveva una collana fatta a mano da una delle ragazze.</p><p>Tutto bellissimo. Tutto perfettamente costruito ed &#232; proprio questo il problema.</p><h3><strong>Il 1&#176; maggio &#232; la festa di chi lavora, non di chi guarda lavorare</strong></h3><p style="text-align: justify;">Il primo maggio &#232; la giornata internazionale dei lavoratori. Nasce dal sangue di Chicago del 1886, dalle otto ore, dagli scioperi, dalle morti sul lavoro. &#200; la giornata in cui, in qualunque paese democratico che si rispetti, i capi di governo escono e si confrontano con il lavoro vero: quello che paga male, quello che muore in cantiere, quello in nero, quello delle braccianti dei campi, quello delle riders, quello delle operaie tessili pagate a cottimo. &#200; la giornata in cui le piazze sindacali sono piene e i palchi sono presidiati da chi rappresenta milioni di persone che la sera arrivano a fine mese a fatica. Meloni quella piazza l&#8217;ha evitata. Ha evitato Marghera, dove erano Cgil, Cisl e Uil. Ha evitato San Giovanni a Roma. Ha evitato qualunque luogo dove le si potesse chiedere conto del decreto lavoro appena approvato, quello che, secondo Landini, sposta 960 milioni dalle tasche dei lavoratori a incentivi per le imprese, senza un euro in pi&#249; in busta paga. Ha scelto invece una pizzeria di Monza dove sapeva che nessuno le avrebbe chiesto del salario minimo, dei contratti pirata, del lavoro povero.</p><blockquote><p>&#9475; <strong>I numeri che il video di Palazzo Chigi non mostra</strong> &#9475; &#9475; &#8226; 350 milioni tolti al fondo disabilit&#224; nel 2023 &#9475; &#8226; Fondo unico 2025: 231,8 vs 282 milioni &#9475; &#8226; 50 milioni vincolati all'autismo: spariti &#9475; &#8226; Fondo caregiver familiare: ridimensionato</p></blockquote><p style="text-align: justify;">Questo &#232; il primo punto, e va detto con chiarezza: non &#232; stato un errore di calendario, &#232; stata una scelta di regia. La premier ha sostituito la festa del lavoro con la festa della propria immagine, e l&#8217;ha fatto usando come fondale un gruppo di lavoratori che, per definizione politica della sua stessa maggioranza, non sono nella posizione di rispondere male davanti a una telecamera.</p><h3><strong>La regia: come si confeziona una pupazza</strong></h3><p style="text-align: justify;">Guardiamo il video pubblicato dal sito del governo. La premier arriva alle 11 del mattino, prima dell&#8217;apertura del locale, quando in piazzale ci sono solo le forze dell&#8217;ordine. I ragazzi sono schierati ad attenderla. Uno dice la frase &#171;Ciao Giorgia, sono Mirko e sono felice di conoscerti&#187;, riportata da tutte le agenzie come fosse spontanea. Le viene messa addosso la pizza tricolore costruita esattamente per la fotografia. Riceve il grembiule rosso, le fanno firmare due avanzamenti di livello, atti che dovrebbero essere amministrazione interna di un&#8217;azienda e che invece diventano, per espressa interpretazione dei comunicati, &#171;un riconoscimento pubblico del ruolo professionale svolto&#187;. Niente di tutto questo &#232; improvvisato. &#200; un set televisivo. La differenza con un set di fiction &#232; che qui i comprimari sono persone reali, con disabilit&#224; reali, e il loro consenso a stare in scena nasce in un contesto in cui dire di no a chi ti porta visibilit&#224; non &#232; davvero possibile. La presenza della viceministra al Lavoro Maria Teresa Bellucci, citata in tutte le ricostruzioni, completa l&#8217;apparato istituzionale e trasforma quella che viene venduta come &#171;visita privata&#187; in un atto politico di propaganda governativa, distribuito poi attraverso i canali ufficiali della Presidenza del Consiglio. E qui sta la prima asimmetria di potere che va nominata: chi gestisce la regia decide quale realt&#224; raccontare. Meloni dentro PizzAut diventa la premier vicina ai &#171;lavoratori pi&#249; straordinari&#187;. Meloni davanti a un cancello di una fabbrica del nord-est in sciopero diventa altro. La scelta del set &#232; la scelta della narrazione, e la scelta della narrazione &#232; la scelta dei diritti che si decide di vedere e di quelli che si decide di non vedere.</p><h3><strong>Cosa non si vede in quel video: i numeri di un mandato</strong></h3><p style="text-align: justify;">Mentre la premier firmava avanzamenti di livello a Monza, fuori dall&#8217;inquadratura c&#8217;erano i conti del suo governo. Conti che riguardano direttamente le persone disabili e le loro famiglie. A ottobre 2023, con il decreto Anticipi, il governo Meloni ha tolto 350 milioni di euro al Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilit&#224; per coprire altre voci di bilancio, tra cui l&#8217;aumento degli oneri del Superbonus. &#200; un fatto, non un&#8217;opinione: lo certifica anche Pagella Politica nel suo fact-checking. La giustificazione del governo &#232; stata che quei fondi non erano stati spesi perch&#233; mancavano i decreti attuativi della legge delega. Una giustificazione che per&#242; non risponde alla domanda vera: perch&#233; non sono stati spostati su altre emergenze del settore disabilit&#224; invece che sul Superbonus. Nella manovra successiva, il nuovo Fondo unico per l&#8217;inclusione delle persone con disabilit&#224; &#232; stato istituito con una dotazione di 231,8 milioni l&#8217;anno, a fronte di un complesso di fondi soppressi che, secondo l&#8217;Ufficio parlamentare di bilancio, valeva 282 milioni. Tra i fondi assorbiti e ridimensionati c&#8217;erano quelli per il caregiver familiare, per l&#8217;autonomia e la comunicazione delle alunne e degli alunni con disabilit&#224;, per le persone sorde. Un emendamento ha poi gonfiato il fondo a 552 milioni per il solo 2024, ma dal 2025 &#232; tornato ai 231,8 milioni iniziali. Cinquanta milioni che prima erano specificamente destinati a iniziative per persone con disturbo dello spettro autistico sono stati assorbiti e diluiti nel calderone del fondo unico, senza pi&#249; una destinazione vincolata.</p><div class="pullquote"><blockquote><p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Inspiration porn istituzionale, ed &#232; dannoso esattamente quanto quello commerciale, forse di pi&#249;.&#8221;</strong></p></blockquote></div><p style="text-align: justify;">Tradotto: il governo che il 1&#176; maggio ha pranzato a PizzAut &#232; lo stesso governo che ha sottratto risorse alle famiglie con figli e figlie autistiche, ai caregiver, alle persone con disabilit&#224; sensoriali. La premier sorrideva ai &#171;lavoratori pi&#249; straordinari&#187; mentre i loro coetanei e coetanee, fuori da quel locale, perdevano sostegni concreti. Le madri che lasciano il lavoro per assistere figli disabili e che il fondo caregiver lo aspettavano come ossigeno, dal video di Palazzo Chigi non sono comparse. Non avevano una pizza tricolore da consegnare.</p><h3><strong>PizzAut non &#232; il modello. &#200; un modello. E non basta.</strong></h3><p style="text-align: justify;">PizzAut &#232; una pizzeria che assume persone autistiche. Bene. &#200; utile? S&#236;. Salva il mondo? No. Ed &#232; da qui che bisogna partire, perch&#233; la narrazione costruita intorno al 1&#176; maggio fa esattamente il contrario: trasforma una buona pratica privata in paradigma universale dell&#8217;inclusione lavorativa delle persone autistiche. Come se l&#8217;autismo fosse una sola cosa, come se le aspirazioni professionali di una persona nello spettro fossero per definizione compatibili con il servizio in sala, come se bastasse aprire altre PizzAut per risolvere il problema. Non &#232; cos&#236;, e chiunque conosca anche solo superficialmente il tema lo sa.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;autismo &#232; uno spettro, parola che dovremmo prendere sul serio. Ci sono persone autistiche che vogliono fare le ricercatrici, le programmatrici, le insegnanti, le artiste, le impiegate pubbliche, le avvocate, le contabili. Persone che non hanno alcuna intenzione di fare le pizzaiole o le cameriere, e che hanno tutto il diritto di non volerlo fare. Persone che hanno bisogno di adattamenti dell&#8217;ambiente di lavoro tradizionale (luci, suoni, prevedibilit&#224;, modalit&#224; di comunicazione) e che andrebbero collocate in aziende ordinarie con quegli adattamenti, non in un locale-vetrina dove la disabilit&#224; &#232; visibile per definizione. Le persone autistiche con esigenze di supporto pi&#249; alto, poi, da PizzAut non passano nemmeno: il modello seleziona chi &#232; gi&#224; in grado di reggere il servizio al pubblico, e lascia fuori chi non lo &#232;.</p><p style="text-align: justify;">Trasformare PizzAut nel simbolo dell&#8217;inclusione lavorativa autistica significa esattamente questo: dire alle persone autistiche che il loro posto nel mondo del lavoro &#232; quel posto l&#236;, dove sono visibili, dove la loro condizione &#232; il prodotto, dove ogni cliente che entra a mangiare una pizza si sente in pace con la propria coscienza civica. &#200; omologazione, non inclusione. &#200; costringere uno spettro a stare dentro un&#8217;unica narrazione perch&#233; quella narrazione &#232; digeribile, fotografabile, raccontabile. Le persone autistiche che vogliono fare altro, che fanno altro, che non vogliono essere il fondale di nessuna passerella, da quella narrazione spariscono. E poi c&#8217;&#232; la domanda che il 1&#176; maggio rende ineludibile: cosa pensa di fare Acampora, esattamente. Perch&#233; qui le opzioni sono due, e nessuna &#232; comoda. Prima opzione: non sa. Non sa che il governo che ha appena ospitato &#232; lo stesso che ha tolto 350 milioni al fondo disabilit&#224; per coprire il Superbonus, che ha dimezzato i fondi per il caregiver familiare, che ha fatto sparire i 50 milioni vincolati alle iniziative per le persone con disturbo dello spettro autistico dentro un fondo unico pi&#249; piccolo della somma dei fondi soppressi. Non sa che le famiglie dei suoi stessi ragazzi e delle sue stesse ragazze, fuori dal locale di Monza, perdono ogni anno sostegni concreti per effetto delle politiche del governo che lui ha appena definito &#171;messaggio potentissimo&#187;. &#200; un&#8217;ipotesi imbarazzante, perch&#233; significherebbe che chi guida un progetto sull&#8217;autismo non segue le politiche pubbliche sull&#8217;autismo. Non &#232; credibile.</p><blockquote><p><em>"O non sa, o lo sa e gli fa comodo. Tra le due, lo scambio &#232; l'ipotesi realistica."</em></p></blockquote><p style="text-align: justify;">Seconda opzione: lo sa. Sa benissimo cosa ha fatto e cosa non ha fatto questo governo, e ha calcolato che l&#8217;esposizione mediatica derivante dalla visita della premier vale pi&#249; del costo politico di legittimarla. &#200; un calcolo. Si chiama scambio: io ti do il fondale, tu mi dai la visibilit&#224;. Il governo ne esce ripulito da una giornata che altrimenti sarebbe stata politicamente disastrosa, PizzAut ne esce con copertura nazionale, foto su tutte le agenzie, riconoscibilit&#224; raddoppiata. Le uniche a perderci sono le persone disabili che non lavorano in PizzAut, cio&#232; la stragrande maggioranza delle persone disabili italiane, e che da quel video escono ulteriormente invisibilizzate.</p><p style="text-align: justify;">Tra le due ipotesi, quella dello scambio &#232; la pi&#249; realistica. E va nominata per quello che &#232;, senza i giri di parole con cui di solito si parla del terzo settore in Italia. Non era obbligatorio rispondere &#171; il messaggio potentissimo &#232; il tuo&#187;. Non era obbligatorio firmare gli avanzamenti di livello davanti alle telecamere. Non era obbligatorio prestarsi alla pizza tricolore. Si poteva ricevere la premier in privato, ringraziarla per l&#8217;attenzione, e chiederle conto in quella stessa stanza dei 350 milioni del fondo disabilit&#224;, ma con la stampa fuori, perch&#233; altrimenti era propaganda. Si &#232; scelto invece di partecipare alla regia. &#200; una scelta e le scelte si commentano.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!tLwS!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F735bd94f-1bbb-4d9f-9b9d-14294349be81_1360x1030.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!tLwS!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F735bd94f-1bbb-4d9f-9b9d-14294349be81_1360x1030.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!tLwS!, 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La frase di Meloni va smontata, perch&#233; &#232; il cuore retorico di tutta l&#8217;operazione. Cosa significa, esattamente, che dei lavoratori autistici sono &#171;pi&#249; straordinari&#187; degli altri? Significa che il loro lavoro vale di pi&#249;? No, perch&#233; allora andrebbero pagati di pi&#249;, e non risulta che PizzAut abbia retribuzioni superiori al CCNL della ristorazione. Significa che fanno qualcosa di sovrumano? No, fanno il loro lavoro come chiunque altro: prendono ordinazioni, impastano, servono ai tavoli.</p><p style="text-align: justify;">&#171;Straordinari&#187; in quella frase significa una cosa sola: che &#232; straordinario che lavorino, vista la loro condizione. &#200; la stessa identica logica dell&#8217;inspiration porn, quella narrazione che le persone disabili e le loro alleate denunciano da anni, in cui il fatto stesso di esistere e di fare cose normali viene presentato come fonte di ispirazione e commozione per le persone normodotate. Solo che qui non lo dice un brand di sneakers in pubblicit&#224;, lo dice la presidente del Consiglio dei ministri italiani, dal sito ufficiale del governo, il 1&#176; maggio. &#200; inspiration porn istituzionale, ed &#232; dannoso esattamente quanto quello commerciale, forse di pi&#249;, perch&#233; sostituisce la politica dei diritti con la pedagogia dei buoni sentimenti.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qh1Y!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F38049f29-b1d9-4d33-9a56-35540ec66999_1360x1030.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!qh1Y!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, 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stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" 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Il lavoro &#232; un diritto, retribuito secondo contratto, regolato da norme. Il punto politico non &#232; commuoversi davanti a Mirko che dice &#171;ciao Giorgia&#187;. Il punto politico &#232; che in Italia, secondo i dati che lo stesso Acampora cita, le persone disabili che lavorano sono pochissime, le persone autistiche ancora meno, e la legge 68/1999 sul collocamento mirato viene aggirata sistematicamente da aziende che preferiscono pagare le multe piuttosto che assumere. Di tutto questo, nel video di Palazzo Chigi, non c&#8217;&#232; una parola.</p><h3><strong>Cosa c&#8217;&#232; in palio, davvero</strong></h3><p style="text-align: justify;">Quando un governo trasforma il 1&#176; maggio in una passerella in una pizzeria di Monza e un&#8217;organizzazione del terzo settore accetta di farsi cornice, succedono diverse cose insieme. La giornata internazionale del lavoro si svuota di contenuto e diventa contenuto promozionale. La disabilit&#224; si trasforma in dispositivo di rassicurazione: vedete come siamo bravi, vedete che ci occupiamo dei pi&#249; fragili. Le politiche reali, quelle dei tagli, dei fondi non rifinanziati, dei caregiver lasciati senza tutele, vengono coperte dalla narrazione visiva della premier che firma una promozione. E le persone disabili che protestano, che chiedono diritti, che fanno fatica a uscire di casa perch&#233; la loro citt&#224; &#232; progettata male, diventano ingrate. Perch&#233; &#171;guardate, il governo le sostiene&#187;. Vedete la foto.</p><p style="text-align: justify;">Questa &#232; la fabbrica del consenso al lavoro, in tempo reale, davanti a noi. E funziona perch&#233; tutti i pezzi cooperano: il governo fornisce il personaggio principale, l&#8217;organizzazione fornisce il fondale, i media riproducono il frame, il pubblico si commuove e archivia. Nessuno pone la domanda scomoda: e i 350 milioni? E il fondo caregiver? E il fondo autismo da 50 milioni che non c&#8217;&#232; pi&#249;? La domanda non si pone perch&#233; il dispositivo emotivo &#232; gi&#224; scattato e ha disinnescato la possibilit&#224; stessa della critica. Per questo non basta dire che &#171;Meloni fa propaganda&#187;. Lo sappiamo. Va detto anche un&#8217;altra cosa, pi&#249; scomoda: che la propaganda funziona se qualcuno gliela costruisce. E il 1&#176; maggio a Monza qualcuno gliel&#8217;ha costruita. Volontariamente, per ingenuit&#224;, per necessit&#224; di interlocuzione, per scambio di visibilit&#224;, non importa la motivazione individuale. Il risultato politico &#232; quello e va guardato in faccia.</p><p style="text-align: justify;">La domanda che resta sul tavolo, e a cui andrebbe risposto pubblicamente, &#232; semplice: la prossima volta che un governo user&#224; i diritti delle persone disabili come fondale per coprire le proprie politiche reali, accetteremo ancora di prestargli le nostre cucine, i nostri grembiuli, i nostri ragazzi e le nostre ragazze? Oppure, finalmente, qualcuno avr&#224; il coraggio di dire &#171;no, oggi non si pranza&#187;.</p><p style="text-align: justify;">I diritti non si firmano con un grembiule rosso davanti a una telecamera.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!88Oz!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd9a14c82-65b4-41ef-ba4e-b6c57a1d3add_1360x1030.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!88Oz!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, 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Come gli uffici stampa decidono chi può esistere sul red carpet]]></title><description><![CDATA[Massima resa, minimo sbatti: la formula con cui il settore della comunicazione esclude da decenni le persone con disabilit&#224; senza doverlo mai dichiarare.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/le-liste-invisibili-come-gli-uffici</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/le-liste-invisibili-come-gli-uffici</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sat, 25 Apr 2026 13:23:51 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/78be3df1-039c-464c-8298-392341c98d78_1086x1448.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C&#8217;&#232; un meccanismo che in Italia regola chi compare nelle foto degli eventi culturali, chi viene fotografato in prima fila a una premiere, chi finisce nel servizio di costume del telegiornale della sera. Non &#232; un meccanismo culturale e non &#232; nemmeno, in senso stretto, ideologico. &#200; logistico. Si chiama ufficio stampa, e funziona per esclusione strutturale delle persone con disabilit&#224; senza che nessuno, dentro quel sistema, debba prendere mai una decisione esplicita di escluderle.</p><p style="text-align: justify;">Ne scrivo da persona con disabilit&#224; che fa comunicazione, che ha un profilo pubblico, che riceve e non riceve inviti. Non &#232; la frustrazione personale a tenere insieme questo pezzo: &#232; un processo industriale che si pu&#242; smontare e va smontato, perch&#233; produce un&#8217;Italia culturale in cui le persone con disabilit&#224; appaiono come eccezioni stagionali. Quel processo l&#8217;ho visto da dentro, l&#8217;ho visto da fuori, l&#8217;ho visto sulle mie liste e su quelle altrui, e credo si possa raccontare.</p><h3>Il problema non &#232; l&#8217;antipatia. &#200; il workflow.</h3><p style="text-align: justify;">Va chiarito subito, perch&#233; altrimenti il pezzo si trasforma in una caccia ai cattivi e la caccia ai cattivi serve a poco. Le persone che lavorano negli uffici stampa non sono, nella media, persone che odiano i disabili. Spesso sono giovani, precarie, con turni assurdi, gestiscono centinaia di contatti per evento e hanno KPI che misurano una cosa sola: ritorno mediatico. Il problema &#232; che dentro quei KPI la presenza di una persona con disabilit&#224; non rientra mai come asset e quasi sempre rientra come variabile di rischio.</p><p style="text-align: justify;">Quando un nome arriva sulla lista, la prima domanda implicita non &#232; &#8220;ha rilevanza editoriale per noi?&#8221;. &#200; &#8220;ce la fa?&#8221;. Tradotto: c&#8217;&#232; la rampa, c&#8217;&#232; il bagno, c&#8217;&#232; il posto in piedi che diventa posto seduto, c&#8217;&#232; qualcuno che si occupa di lei se qualcosa va storto, chi paga il taxi attrezzato, dove la mettiamo per la foto di gruppo se la quinta &#232; alta venti centimetri. Sono domande che, in un settore che lavora a massima resa con minimo sbatti, e questa &#232; la formula con cui il settore stesso si descrive, non un&#8217;iperbole, hanno una sola risposta razionale dal punto di vista del workflow: non invitarla.</p><h3>L&#8217;esclusione come scelta efficiente</h3><p style="text-align: justify;">&#200; qui che la questione diventa sistemica e smette di essere personale. Nessuno scrive mai &#8220;non invitate persone con disabilit&#224;&#8221;. Verrebbe percepito come ovviamente discriminatorio e nessun ufficio stampa accetterebbe di averlo nero su bianco. Ma il risultato delle scelte individuali, sommate, produce esattamente quel risultato. &#200; quella che in altri ambiti chiameremmo discriminazione strutturale: un sistema che genera output discriminatori a partire da input apparentemente neutri.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;input neutro qui &#232; &#8220;ottimizziamo la lista per ridurre i grattacapi logistici&#8221;. L&#8217;output &#232; una rappresentazione mediatica della cultura italiana in cui le persone con disabilit&#224; non esistono, salvo nei servizi dedicati, salvo a dicembre per la Giornata, salvo quando muore qualcuno e si fa il pezzo riepilogativo. &#200; un output che non viene scelto ma viene prodotto, ed &#232; un output che retroagisce: meno ci siamo, pi&#249; sembriamo un&#8217;eccezione, e pi&#249; sembriamo un&#8217;eccezione, pi&#249; diventiamo un problema logistico straordinario invece che una presenza ordinaria da cui partire nella progettazione.</p><h3>La rampa che non c&#8217;&#232; &#232; la rampa che nessuno ha chiesto</h3><p style="text-align: justify;">Se vai a chiedere a un ufficio stampa perch&#233; in un evento non c&#8217;era accessibilit&#224;, la risposta che ricevi nove volte su dieci &#232; una variante di questa: &#8220;non ci era stata segnalata nessuna esigenza specifica&#8221;. &#200; una formulazione interessante perch&#233; sposta il peso della progettazione dall&#8217;organizzatore alla persona con disabilit&#224;. L&#8217;accessibilit&#224; diventa un&#8217;eccezione su richiesta, una pratica che si attiva solo se qualcuno la rivendica per iscritto e con anticipo, possibilmente firmando una liberatoria.</p><p style="text-align: justify;">Il punto &#232; che questa logica funziona solo dentro un sistema che d&#224; per scontato che le persone con disabilit&#224; non ci siano fino a prova contraria. Capovolgi l&#8217;assunto e tutto cambia. Un evento progettato a partire dall&#8217;accessibilit&#224; non chiede a chi arriva di segnalare le proprie esigenze: ha gi&#224; pensato alla rampa, al bagno, al posto, alla quinta della foto, al microfono ad altezza variabile. &#200; un evento pi&#249; costoso? In termini di progettazione iniziale qualcosa s&#236;, ma molto meno di quanto venga raccontato. &#200; un evento pi&#249; complicato? No, &#232; un evento pi&#249; curato. La curatela di un evento &#232; esattamente il lavoro che gli uffici stampa dovrebbero fare e per cui vengono pagati.</p><h3>Cosa significa &#8220;non sapere come si fa&#8221;</h3><p style="text-align: justify;">Una difesa ricorrente del settore &#232; quella del non sapere. &#8220;Non abbiamo competenze specifiche&#8221;, &#8220;non sappiamo come trattare la disabilit&#224;&#8221;, &#8220;abbiamo paura di sbagliare e offendere&#8221;. &#200; una difesa che si presenta come umilt&#224; ma funziona, di fatto, come alibi. Le competenze esistono, le forniscono associazioni, consulenti, persone con disabilit&#224; che fanno proprio questo lavoro da anni e che vengono regolarmente chiamate solo dopo le polemiche, mai prima. Esistono linee guida, esistono protocolli, esistono brief operativi che si possono leggere in mezza giornata. Il non sapere &#232; una scelta di non investire in formazione, non un&#8217;oggettiva indisponibilit&#224; di sapere. E quella scelta &#232; economicamente razionale finch&#233; il costo dell&#8217;esclusione resta zero, cio&#232; finch&#233; le persone escluse non hanno strumenti (visibilit&#224;, pubblico, voce, contenzioso reputazionale) per farlo pesare.</p><h3>Il dato mancante</h3><p style="text-align: justify;">Una delle ragioni per cui questo problema resta sotto traccia &#232; che non esistono numeri pubblici. Nessuno conta quante persone con disabilit&#224; vengono invitate alle premiere, alle inaugurazioni, alle conferenze stampa, alle anteprime. Nessuno misura il rapporto tra persone con disabilit&#224; presenti nei servizi giornalistici dedicati al cinema, alla moda, all&#8217;editoria e quelle presenti nei servizi generali sugli stessi settori. Senza dato non c&#8217;&#232; problema, e senza problema non c&#8217;&#232; policy.</p><p style="text-align: justify;">Sarebbe il primo intervento sensato di qualsiasi associazione di categoria del settore comunicazione: imporre una rilevazione, anche solo annuale, anche solo a campione. Non &#232; successo finora e non sembra in agenda. Il motivo &#232; che il settore non ha incentivi a rendersi misurabile su questa dimensione, e finch&#233; non ha incentivi non lo far&#224; spontaneamente.</p><h3>Il punto in cui cambia davvero</h3><p style="text-align: justify;">Tutta la discussione su come correggere il sistema si gioca, in ultima istanza, su un solo passaggio: il momento in cui l&#8217;inclusione smette di essere una questione etica e diventa una questione di posizionamento competitivo. Finch&#233; le agenzie discutono di accessibilit&#224; in termini di sensibilit&#224;, ognuna si autovaluta come sufficientemente sensibile e tutto resta com&#8217;&#232;. Quando l&#8217;accessibilit&#224; entra nei pitch di gara come parametro misurabile, perch&#233; il cliente la chiede, perch&#233; la stampa la chiede, perch&#233; il pubblico la chiede, il calcolo cambia da un giorno all&#8217;altro.</p><p style="text-align: justify;">Servono indicatori pubblici, anno su anno: percentuale di eventi con accessibilit&#224; integrale, presenza di giornalisti e ospiti con disabilit&#224; nelle liste stampa, budget destinati alla consulenza esperienziale, location scartate per non conformit&#224;. Numeri imperfetti vanno meglio di nessun numero. Un&#8217;associazione di categoria che decida di pubblicarli, anche solo a campione, sposta tutta la conversazione di un livello. Da l&#236; in poi non si parla pi&#249; di intenzioni, si parla di performance, e il settore della comunicazione sa benissimo come si parla di performance: lo fa tutti i giorni su qualunque altra dimensione del suo lavoro.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;esclusione non si risolve con la sensibilit&#224; di chi organizza. Si risolve con il mestiere di chi organizza. Mestiere significa processi, ruoli, schede tecniche, capitolati, KPI. Tutto questo &#232; gi&#224; il modo in cui il settore lavora su ogni altra dimensione del proprio output. Mancava su questa. Si pu&#242; iniziare luned&#236;.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!kAIo!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbc99cb28-5de3-4ace-bbbd-5f95fef9a0d9_1552x1292.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!kAIo!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbc99cb28-5de3-4ace-bbbd-5f95fef9a0d9_1552x1292.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!kAIo!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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Sessantaquattresima edizione del Salone, oltre millenovecento espositori a Rho, ma il dato che racconta davvero cosa succede in questa settimana &#232; un altro: oltre seicento eventi del Fuorisalone distribuiti su tutta la citt&#224;, trecentodiciannovemila visitatori attesi, un indotto stimato in duecentocinquantacinque milioni di euro. Un ecosistema che non &#232; una fiera, &#232; una trasformazione temporanea della citt&#224; intera. E che definisce, molto pi&#249; di qualunque padiglione, lo standard di cosa oggi si chiami &#8220;ben progettato&#8221;.</p><p style="text-align: justify;">&#200; esattamente questo, la citt&#224; che per dieci giorni diventa vetrina diffusa del design, il luogo in cui la domanda &#8220;<strong>il Salone del Mobile &#232; accessibile?</strong>&#8221; smette di essere una domanda di servizio e diventa una domanda politica. E la risposta, letta onestamente, &#232; doppia. Il Salone in fiera s&#236;, nei limiti di cui si dir&#224;. Il Fuorisalone, no.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Dentro la fiera: accessibilit&#224; come logistica, non come cultura del progetto</h2><p style="text-align: justify;">Sul sito del Salone la voce &#8220;Accessibilit&#224;&#8221; esiste. Si possono ritirare un biglietto omaggio e un Accessibility Pass nei desk dedicati, saltare la coda in alcuni punti ristoro, ottenere una precedenza, compatibile con la disponibilit&#224; di posti, all&#8217;Arena dei Talk, noleggiare una carrozzina al Mobility Center, usare gli stalli riservati nei parcheggi. Tutto utile, tutto necessario, ma &#232; la totalit&#224; di ci&#242; che la pi&#249; grande fiera del design del mondo sente il bisogno di dire sul tema.</p><p style="text-align: justify;">Chi ha sfogliato una pagina di accessibilit&#224; di un qualunque ente fieristico riconoscer&#224; lo schema: ingressi, parcheggi, ausili, code saltate. Accessibilit&#224; come servizio logistico offerto al visitatore disabile perch&#233; possa attraversare lo spazio senza incidenti. Una cornice in cui la persona con disabilit&#224; &#232; un ospite speciale da agevolare, non un interlocutore del prodotto in esposizione. Nella pagina ufficiale non compare una riga sul design accessibile come contenuto della manifestazione: non un percorso curatoriale, non un premio, non un criterio di selezione. Il paradosso &#232; servito: la fiera che stabilisce come si abiter&#224; il mondo nei prossimi anni tratta l&#8217;accessibilit&#224; come una questione di viabilit&#224; interna.</p><h3>Fuori dalla fiera: la citt&#224;-showroom che non &#232; stata pensata per tutt&#601;</h3><p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;&#232; il Fuorisalone, che &#232; dove la questione diventa davvero interessante e dove diventa impietosa.</p><p style="text-align: justify;">Il <strong>Fuorisalone</strong> non ha un ente organizzatore centrale, non ha un&#8217;accessibilit&#224; dichiarata, non ha un ufficio che coordini le condizioni di accesso. &#200; una rete di distretti (Brera, Tortona, 5Vie, Porta Venezia, Isola, Durini) ognuno con la propria curatela, pi&#249; centinaia di brand che occupano per dieci giorni location scelte proprio per la loro eccezionalit&#224; architettonica ed &#232; l&#236; che il meccanismo si rivela.</p><p style="text-align: justify;">Le sedi pi&#249; ambite di questa edizione raccontano bene la logica: l&#8217;ex Ospedale Militare di Baggio e Villa Pestarini di Franco Albini per Alcova, Casa Rossa a Porta Venezia, la Piscina Romano, Palazzo Acerbi, l&#8217;Orto Botanico di Brera, il Crespi Bonsai Museum. Cortili storici del centro, fabbriche riconvertite, ville moderniste, piscine d&#8217;epoca, appartamenti privati, edifici normalmente chiusi al pubblico che per una settimana si aprono per ospitare installazioni immersive. La loro desiderabilit&#224; editoriale &#232; proprio questa: sono luoghi carichi, stratificati, fuori dai circuiti ordinari,  belli precisamente perch&#233; difficili da raggiungere.</p><p style="text-align: justify;">Difficili da raggiungere: letteralmente. Scalini all&#8217;ingresso, cortili acciottolati, piani rialzati senza ascensore, bagni inesistenti o inaccessibili, installazioni in ambienti stretti, buio, pavimentazioni instabili, percorsi obbligati, code lunghissime per entrare che qualcuno non pu&#242; fare e basta. Un pubblico con disabilit&#224; motoria, visiva, cognitiva, o semplicemente con una mobilit&#224; ridotta temporanea, attraversa la Design Week come attraversa un percorso a ostacoli progettato per escluderlo.</p><p style="text-align: justify;">Va detto chiaramente, perch&#233; altrimenti il discorso scivola nel rituale della denuncia: <strong>quasi nessun distretto del Fuorisalone pubblica informazioni strutturate di accessibilit&#224; sulle proprie mappe</strong>. Le app dei distretti non indicano quali installazioni siano raggiungibili con una sedia a ruote. Il nuovo Fuorisalone Passport di Brera, presentato come innovazione per la gestione delle code, non si occupa di accessibilit&#224;. I brand che scelgono il palazzo-gioiello come set della propria collezione non dichiarano se quel palazzo sia attraversabile da chiunque, perch&#233; nessuno glielo chiede.</p><p style="text-align: justify;">Il risultato &#232; che il pubblico con disabilit&#224;, davanti alla settimana pi&#249; importante dell&#8217;anno per il design, si costruisce da s&#233; una mappa sottratta: telefonate preventive agli organizzatori, chiamate agli amici per le ricognizioni, rinunce silenziose, percorsi ridotti a un decimo del possibile. Un lavoro di accesso che il settore scarica interamente sulla persona esclusa.</p><h2>Il design inclusivo esiste. Il sistema che lo espone lo tratta come specializzazione tecnica.</h2><p style="text-align: justify;">Qui il paradosso raddoppia, perch&#233; il design che tiene insieme estetica e accessibilit&#224; esiste, &#232; maturo e in alcuni segmenti &#232; commercialmente solido. Nel bagno si lavora da anni su miscelatori, docce a filo pavimento, sanitari regolabili in altezza che non hanno nulla della logica ospedaliera. Nella cucina l&#8217;ergonomia estesa, i piani a quote variabili, i sistemi di apertura motorizzata sono linguaggi consolidati dei brand che quest&#8217;anno occupano i padiglioni di EuroCucina e del Salone del Bagno. Le sedute con supporto variabile, le illuminazioni contrast-aware, le maniglie progettate per prese parziali, le superfici tattili differenziate sono territori in cui l&#8217;artigianato italiano ha competenze che pochi altri mercati possono vantare.</p><p style="text-align: justify;"></p><div class="image-gallery-embed" data-attrs="{&quot;gallery&quot;:{&quot;images&quot;:[{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/725bc01e-bb65-414f-817c-ff33c34e9aa1_1500x844.jpeg&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/webp&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1cf0c9af-f246-42a6-aea8-b40812420106_2560x1440.webp&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/avif&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f9441f76-5624-4bbc-a641-92a23937b48b_3072x2048.avif&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/avif&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/b95b2c02-082c-445d-b0c3-9a948b5dccb1_1280x854.avif&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/3ed342b9-4bc9-4fcb-8182-61c61a1a2cc3_1400x788.jpeg&quot;}],&quot;caption&quot;:&quot;Alcune installazioni alla Design week 2026&quot;,&quot;alt&quot;:&quot;&quot;,&quot;staticGalleryImage&quot;:{&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/253964ea-2f84-4940-b574-13e925394cc0_1456x1210.png&quot;}},&quot;isEditorNode&quot;:true}"></div><p style="text-align: justify;">Quello che manca non &#232; il prodotto. Manca la narrazione che lo riconosca come design e non come presidio sanitario, e che ne faccia un criterio espositivo. Finch&#233; il settore continua a trattare l&#8217;accessibilit&#224; come specializzazione tecnica, da mostrare altrove, in fiere di settore, su cataloghi separati, con un&#8217;estetica visivamente segregata, sta dicendo al mercato e al pubblico che il design bello &#232; una cosa e il design usabile da tutti &#232; un&#8217;altra. &#200; una scissione falsa, ed &#232; una scissione costosa.</p><p style="text-align: justify;">Il numero di persone che in Europa convive con una disabilit&#224; &#232; stimato intorno a ottantasette milioni. A questi vanno aggiunti una popolazione che invecchia rapidamente, una quota crescente di persone con disabilit&#224; temporanee da infortunio o intervento, e chiunque a qualunque et&#224;, abbia mani occupate, un passeggino, bagagli pesanti, una giornata stanca. Lo scenario d&#8217;uso reale di un mobile, di un lavello, di un&#8217;illuminazione non &#232; il showroom. &#200; una vita che attraversa stati molto diversi. Un settore che si definisce innovativo e che nel 2026 firma ancora cucine progettate per un adulto medio in piena forma non sta facendo innovazione: sta facendo riproduzione di un modello antropologico del Novecento.</p><h2>Cosa potrebbero fare il Salone, i distretti e i brand</h2><p style="text-align: justify;">Una manifestazione che volesse assumere l&#8217;accessibilit&#224; come dimensione culturale, e non solo come servizio al visitatore, avrebbe strumenti concreti a disposizione gi&#224; da oggi.</p><p style="text-align: justify;">Il Salone potrebbe introdurre nel catalogo un criterio di classificazione dei prodotti secondo parametri di design inclusivo verificabili, non autocertificati. Potrebbe affiancare al Salone Raritas, al SaloneSatellite e al nuovo Salone Contract un percorso curatoriale permanente dedicato al progetto universale, curato anche da persone con disabilit&#224;. Potrebbe pretendere dagli allestimenti degli stand, oggi lasciati alla discrezionalit&#224; dei brand, parametri minimi di accessibilit&#224;, perch&#233; non &#232; secondario che la fiera del design del mondo tolleri ancora stand in cui una carrozzina non entra.</p><p style="text-align: justify;">I distretti del Fuorisalone potrebbero pubblicare, accanto alle mappe degli eventi, mappe dell&#8217;accessibilit&#224; effettiva: quale installazione &#232; raggiungibile, quale ha un bagno accessibile, quale ha alternative per chi non pu&#242; salire uno scalino. Potrebbero chiedere ai brand che occupano le location una dichiarazione sulle condizioni di accesso e renderla pubblica insieme agli orari. Potrebbero introdurre, come standard minimo, il requisito di un ingresso alternativo per gli eventi che si tengono in spazi storici, che &#232; possibile quasi sempre, se lo si progetta per tempo e non il giorno prima. I brand potrebbero smettere di scegliere location eccezionali <em>nonostante</em> la loro inaccessibilit&#224; e iniziare a considerarla un parametro di progetto fin dal brief. La domanda da porsi non &#232; &#8220;possiamo adattare questo spazio?&#8221;, ma &#8220;cosa dice della nostra visione del prodotto il fatto che stiamo chiedendo a una parte del nostro pubblico di non esistere per questi dieci giorni?&#8221;.</p><p style="text-align: justify;">Nessuno di questi interventi richiede un budget extra rispetto a una Design Week che muove centinaia di milioni di euro. Richiedono una scelta editoriale, cio&#232; una scelta sul cosa il sistema-Milano ritiene degno di essere chiamato design.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!MCIq!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F271d97b7-b34f-4f71-80c0-b89505f620d1_2560x1440.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!MCIq!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F271d97b7-b34f-4f71-80c0-b89505f620d1_2560x1440.heic 424w, 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y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p style="text-align: justify;"></p><h2>Non basta poter entrare in fiera</h2><p style="text-align: justify;">Finch&#233; l&#8217;accessibilit&#224; di una manifestazione si misura in quante sedie a ruote si possono noleggiare all&#8217;ingresso principale, quella manifestazione sta dicendo alle persone con disabilit&#224;: ti facciamo entrare. Non sta dicendo: ti abbiamo pensata mentre progettavamo quello che ti stiamo mostrando, e abbiamo pensato anche alla citt&#224; in cui te lo stiamo mostrando.</p><p style="text-align: justify;">&#200; la differenza tra essere un visitatore e essere un destinatario del progetto. &#200; una differenza che per dieci giorni, ogni aprile, Milano sceglie di ignorare, perch&#233; il mercato per ora glielo consente e perch&#233; il Fuorisalone non ha nessuno da cui essere chiamato a risponderne.</p><p style="text-align: justify;">Il Salone Internazionale del Mobile &#232; tecnicamente accessibile. La Design Week milanese, culturalmente, non lo &#232;. Si pu&#242; fare molto meglio. E visto il livello che questo sistema rappresenta nel mondo, si dovrebbe.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!XYck!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fc54ef089-1f38-4bee-af09-cbc43b7141eb_1122x1402.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!XYck!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fc54ef089-1f38-4bee-af09-cbc43b7141eb_1122x1402.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!XYck!, 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Non sei in malafede. Molto probabilmente hai usato le parole che hai sentito usare da altri. Ma questo non significa che siano giuste e non significa che non facciano danni.</p><p>Le parole non sono neutri. Ogni termine che usiamo per parlare di disabilit&#224; porta con s&#233; una visione del mondo: di chi conta, di chi ha diritto di esistere nello spazio pubblico, di chi &#232; visto come persona intera o come problema da risolvere.</p><p><strong>Questo articolo non &#232; un j&#8217;accuse verso chi sbaglia</strong>. &#200; uno strumento pratico per chiunque voglia comunicare meglio: giornalisti, uffici stampa, comuni, associazioni, aziende, educatori. Chiunque produca testi, campagne, post, discorsi.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!OiZW!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1b1cb547-2da0-4893-854d-365ee58df949_1042x204.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!OiZW!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1b1cb547-2da0-4893-854d-365ee58df949_1042x204.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!OiZW!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il privilegio di essere disabile]]></title><description><![CDATA[Ovvero: quando i diritti vengono letti come vantaggi perch&#233; &#232; pi&#249; semplice cos&#236;]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-privilegio-di-essere-disabile</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-privilegio-di-essere-disabile</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 06:01:03 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EJxj!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0c7557a4-3ec2-45e7-9a4c-063a519ba01a_1536x1024.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il privilegio di essere disabile, se lo ascolti raccontare, &#232; una costruzione molto precisa della societ&#224;, o meglio di quella parte di societ&#224; che ha bisogno di ragionare per scatole, di catalogare, di semplificare, perch&#233; la complessit&#224; richiede uno sforzo che non sempre si &#232; disposti a fare. In quella lettura l&#236; io sono privilegiata, e lo sono per una serie di elementi che tornano sempre uguali, come se bastassero a raccontare tutto il resto: parcheggio dedicato, accessi facilitati, musei gratuiti, qualche agevolazione qua e l&#224;. &#200; un elenco breve, facile da memorizzare, ancora pi&#249; facile da ripetere, perch&#233; funziona bene dentro un discorso che non vuole andare troppo in profondit&#224;. Il problema &#232; che quell&#8217;elenco non descrive una condizione, ma una superficie, &#232; una fotografia ritagliata, selezionata, pulita da tutto ci&#242; che disturberebbe la narrazione, perch&#233; se ti fermi l&#236;, se davvero pensi che il punto sia il parcheggio o il biglietto non pagato, allora il discorso si chiude subito: esiste un vantaggio, quindi esiste una compensazione, quindi il sistema, in qualche modo, torna.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Ma appena provi a spostare lo sguardo, anche solo di poco, quella costruzione inizia a perdere senso, perch&#233; la domanda vera non &#232; cosa non pago o cosa ho &#8220;in pi&#249;&#8221;, ma <strong>dove stanno i miei diritti, quelli pieni, quelli non negoziati, quelli che non dipendono da una concessione o da una deroga</strong>.</p><ul><li><p>Dov&#8217;&#232; il privilegio nel dover verificare ogni volta se un luogo &#232; accessibile prima ancora di poter decidere se andarci?</p></li><li><p>Dov&#8217;&#232; il privilegio nel dover organizzare ogni spostamento come se fosse un piccolo progetto, nel dover prevedere gli imprevisti perch&#233; gli imprevisti, in questo caso, non sono eccezioni ma parte della norma?</p></li><li><p>Dov&#8217;&#232; il privilegio nel fatto che molte delle cose che per altri sono automatiche, per me passano sempre da una verifica, da una richiesta, da una mediazione?</p></li></ul><p style="text-align: justify;">Allora il punto non &#232; negare che esistano strumenti dedicati, sarebbe inutile e anche sbagliato, il punto &#232; capire cosa sono davvero, perch&#233; chiamarli privilegi significa spostarli di senso, trasformarli da condizioni minime di accesso in vantaggi percepiti, e questo slittamento cambia completamente il modo in cui vengono letti.</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; se sono privilegi, allora possono essere messi in discussione, possono essere pesati, possono diventare oggetto di confronto, quasi di competizione.<br>Se invece sono strumenti di accesso, allora raccontano un&#8217;altra cosa: raccontano un sistema che nasce gi&#224; sbilanciato e che prova, in modo parziale, a correggersi.</p><p style="text-align: justify;">Ora e qui arriva la domanda che mi interessa davvero, quella che resta quando tutto il resto si ferma: <strong>cos&#8217;&#232; il privilegio, per me?</strong></p><p style="text-align: justify;">Il privilegio, se lo guardo dalla mia prospettiva, non &#232; il parcheggio, non &#232; il biglietto gratuito, non &#232; nessuna di quelle cose che vengono tirate fuori per semplificare il discorso, &#232; <strong>non dover pensare a tutto questo</strong>: &#232; muoversi senza dover pianificare ogni passaggio, &#232; entrare in un luogo senza chiedersi prima se sar&#224; possibile, &#232; vivere lo spazio pubblico come qualcosa di neutro, e non come qualcosa da verificare continuamente, &#232; poter dare per scontato ci&#242; che per altri non lo &#232;.</p><p style="text-align: justify;">Allora forse il problema non &#232; che qualcuno abbia dei privilegi, ma che continuiamo a usare quella parola nel modo sbagliato, perch&#233; ci aiuta a non vedere la differenza tra avere un vantaggio e avere, semplicemente, un accesso. Chiamare privilegio ci&#242; che serve semplicemente a rendere possibile un accesso non &#232; solo un errore di prospettiva, &#232; un modo per ridurre la complessit&#224; a qualcosa di gestibile, per trasformare una questione strutturale in un dettaglio individuale, per evitare di fare i conti con una domanda pi&#249; grande che resta l&#236;, sospesa, e che raramente viene affrontata fino in fondo. Che tipo di mondo stiamo costruendo, se per alcune persone ci&#242; che &#232; normale per altre deve essere continuamente mediato, verificato, reso possibile attraverso eccezioni? Perch&#233; continuiamo a considerare queste eccezioni come un vantaggio, invece che come il segno evidente di qualcosa che non funziona all&#8217;origine?</p><p style="text-align: justify;">Forse il punto non &#232; neanche cambiare parola, ma cambiare direzione allo sguardo, smettere di fermarsi su ci&#242; che &#232; immediatamente visibile e iniziare a interrogarsi su ci&#242; che resta fuori campo, su ci&#242; che non si vede perch&#233; &#232; diventato abitudine, su ci&#242; che non viene nominato perch&#233; metterebbe in discussione troppo di quello che diamo per scontato.</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; finch&#233; continueremo a raccontare la disabilit&#224; come un equilibrio tra ci&#242; che manca e ci&#242; che &#8220;compensa&#8221;, continueremo anche a muoverci dentro una narrazione che funziona solo a patto di non essere osservata troppo da vicino.</p><p style="text-align: justify;">A quel punto non si tratta pi&#249; di stabilire chi sia privilegiato e chi no, ma di riconoscere quanto siamo disposti, davvero, a rimettere in discussione l&#8217;idea stessa di normalit&#224; su cui abbiamo costruito tutto il resto.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!EJxj!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0c7557a4-3ec2-45e7-9a4c-063a519ba01a_1536x1024.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!EJxj!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0c7557a4-3ec2-45e7-9a4c-063a519ba01a_1536x1024.heic 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E nei piani del governo non esiste la parola "disabilità"]]></title><description><![CDATA[Targhe alterne, condizionatori contingentati, carburante introvabile. Uno scenario di crisi che l'Italia sta per vivere e che per migliaia di persone con disabilit&#224; non &#232; uno scenario: &#232; gi&#224; la real]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-lockdown-energetico-arriva-e-nei</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-lockdown-energetico-arriva-e-nei</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 19:24:18 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!2W14!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fef7f4aa5-ae0e-4d6c-8563-7595b94d9853_1080x1350.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cinque distributori. Stamattina ne ho girati cinque. Tutti vuoti, o chiusi, o con la coda che non si muoveva. Sono tornata a casa con il serbatoio sotto riserva e una certezza che conosco benissimo: quello che per molti &#232; ancora &#8220;uno scenario possibile&#8221; per noi &#232; gi&#224; adesso. &#200; gi&#224; oggi. Era gi&#224; ieri.</p><p>Il governo Meloni essere all&#8217;opera per creare un piano di emergenza energetica. Il ministro Crosetto ha detto chiaramente che il rischio &#8220;tutto si blocchi nel giro di un mese&#8221; &#232; &#8220;ci&#242; che si teme&#8221;. Si parla di targhe alterne, condizionatori contingentati, smart working forzato, gas agli stoccaggi al 44%. Lo Stretto di Hormuz &#232; chiuso, l&#8217;Europa trema, i prezzi salgono. Tutto vero, tutto urgente, tutto reale.</p><p>In nessuno di questi piani compare la parola disabilit&#224;. Nemmeno una volta. Nei piani di emergenza siamo sempre le note a pi&#232; di pagina. O peggio: non ci siamo proprio.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!S5kI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F143c63ac-7ba1-4a19-9cbe-8987129b6b75_1316x246.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!S5kI!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F143c63ac-7ba1-4a19-9cbe-8987129b6b75_1316x246.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!S5kI!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, 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Sembra una misura di buon senso, tutto sommato. Funzionava nel 1973, la rifaremo. Peccato che nel 1973 non esistesse la figura del guidatore con disabilit&#224; motoria grave che guida con joystick, con comandi al volante, con una rampa idraulica per caricare la sedia a ruote. Quel veicolo non &#232; intercambiabile. Non &#232; &#8220;una delle due macchine di famiglia&#8221;. &#200; l&#8217;unico mezzo di trasporto accessibile nel raggio spesso di decine di chilometri. Ha richiesto anni di pratiche INPS, di perizie, di attese, di soldi, tanti. La targa alterna, per chi guida un veicolo adattato, non &#232; un sacrificio condiviso. &#200; un giorno chiusa in casa. Un giorno senza autonomia. Un giorno senza poter esistere nello spazio pubblico. E questo, nei piani del governo, non &#232; contemplato.</p><p>Se manca carburante, non &#232; solo &#8220;non posso uscire&#8221;, &#232; non posso andare a una visita.<br>Non posso lavorare. Non posso assistere. Non posso essere assistita.</p><p>Per molte persone con disabilit&#224; l&#8217;auto non &#232; una comodit&#224;.<br>&#200; l&#8217;unico spazio di libert&#224; possibile in un sistema di trasporti che ancora oggi esclude.</p><p><strong>&#8220;Abbassiamo il condizionatore di un grado.&#8221; Per chi?</strong></p><p>Il piano di razionamento prevede di limitare i condizionatori &#8220;di un grado&#8221; o &#8220;di un&#8217;ora al giorno&#8221;. Lo so gi&#224; come viene presentata questa misura: un piccolo sacrificio collettivo, tutti insieme, nessuno escluso. La retorica del lockdown pandemico, versione energetica.</p><p>Quello che manca in quella retorica &#232; il corpo. Il mio corpo, per esempio. O quello di chi ha sclerosi multipla, dove il calore scatena ricadute neurologiche documentate e nominate, si chiama fenomeno di Uhthoff, esiste, non &#232; un&#8217;opinione. O il corpo di chi ha una lesione midollare alta e non disperde calore autonomamente. O di chi ha patologie respiratorie associate a disabilit&#224; e con il caldo consuma ossigeno a un ritmo che gi&#224; in condizioni normali &#232; al limite.</p><p>Abbassare il condizionatore &#8220;di un grado&#8221; per alcune persone significa spostarsi dal sopportabile all&#8217;insopportabile. Ma la misura &#232; identica per tutti, perch&#233; il piano &#232; scritto per un corpo medio che non ha dolore cronico, non ha termoregolazione compromessa, non ha una sedia a rotelle che in estate diventa una trappola di calore.</p><p>Cosa succede davvero se manca energia? Succede che una carrozzina elettronica non si ricarica, che un sollevatore non funziona, che un letto elettrico resta fermo, che un comunicatore si spegne e che un ventilatore polmonare diventa un&#8217;emergenza.</p><p>Succede che la casa smette di essere un luogo sicuro.</p><div class="pullquote"><p>L'articolo 11 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilit&#224;, che l'Italia ha ratificato, stabilisce che nelle emergenze umanitarie e nelle situazioni di rischio le persone con disabilit&#224; devono essere protette. Non &#232; un'aspirazione. &#200; un obbligo giuridico internazionale. Qualcuno al Ministero l'ha aperto, quel documento?</p></div><p><strong>La rete di cura va a benzina. E la benzina &#232; finita.</strong></p><p>Cinque distributori vuoti non sono solo un disagio per automobilisti che rimandano un pieno. Sono l&#8217;incepparsi di una catena invisibile che tiene in piedi la vita di centinaia di migliaia di persone con disabilit&#224; in Italia: caregiver che non arrivano, operatori sociosanitari bloccati, medici a domicilio che non trovano carburante, tecnici degli ausili che saltano gli appuntamenti.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!2W14!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fef7f4aa5-ae0e-4d6c-8563-7595b94d9853_1080x1350.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!2W14!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, 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y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p></p><p>Quella rete non ha buffer, non ha margini. Funziona esattamente al necessario, ogni giorno, senza riserve, &#232; progettata per la normalit&#224;, non per l&#8217;emergenza. Quando si inceppa, si inceppa tutto insieme. E l&#8217;inceppo non &#232; &#8220;un appuntamento rimandato&#8221; &#232; l&#8217;assistenza alla persona che non arriva, &#232; la medicazione che salta, &#232; l&#8217;isolamento che torna.</p><p>Non stiamo chiedendo di essere esclusi dall&#8217;emergenza. Stiamo chiedendo di essere inclusi nella pianificazione. Cinque cose. Tutte gi&#224; applicate in altri paesi europei:</p><ul><li><p>Esenzione dai razionamenti per le utenze medicalmente essenziali nelle abitazioni private, non solo ospedali, anche case</p></li><li><p>Esclusione dei veicoli adattati dalle targhe alterne, con autocertificazione semplice e immediata</p></li><li><p>Priorit&#224; di rifornimento per caregiver e operatori sociosanitari, come gi&#224; esiste per le forze dell&#8217;ordine</p></li><li><p>Soglie differenziate per i condizionatori nelle abitazioni con persone con patologie termosensibili documentate</p></li><li><p>Un piano di continuit&#224; per l&#8217;assistenza domiciliare in caso di scarsit&#224; prolungata di carburante</p></li></ul><p>Perch&#233; un Paese che si prepara a gestire una crisi energetica dovrebbe, prima di tutto, sapere chi non pu&#242; permettersi di restare senza energia.</p><p>Dovrebbe avere:<br>&#8211; mappature aggiornate delle persone elettricamente dipendenti<br>&#8211; priorit&#224; chiare nelle forniture<br>&#8211; piani di emergenza dedicati<br>&#8211; comunicazione accessibile e preventiva</p><p>Dovrebbe, soprattutto, smettere di considerare queste persone come una categoria residuale, perch&#233; qui non si tratta di comfort o di abitudini da cambiare, si tratta di capire chi pu&#242; adattarsi e chi no. E oggi, davanti a cinque pompe di benzina vuote, la sensazione &#232; stata molto semplice: non siamo pronti.<br>Non siamo pronti perch&#233; continuiamo a progettare le crisi pensando a un corpo standard, autonomo, indipendente. Un corpo che, banalmente, pu&#242; aspettare, ma non tutti possono aspettare. E quando arriver&#224; davvero un lockdown energetico, perch&#233; s&#236;, potrebbe arrivare, la differenza tra disagio e rischio non sar&#224; uguale per tutti.</p><p>La differenza sar&#224; tra chi rallenta e chi si ferma. E questa differenza, oggi, non la sta raccontando nessuno.</p><div class="captioned-button-wrap" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-lockdown-energetico-arriva-e-nei?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;}" data-component-name="CaptionedButtonToDOM"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><strong>SE QUESTO TI HA COLPITA &#8212; CONDIVIDILO ADESSO</strong></p></div><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/il-lockdown-energetico-arriva-e-nei?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/il-lockdown-energetico-arriva-e-nei?utm_source=substack&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=share&amp;action=share"><span>Condividi</span></a></p></div><p>La voce della disabilit&#224; nei piani di emergenza deve esserci adesso, non quando le misure saranno gi&#224; operative. Pi&#249; persone lo leggono, pi&#249; &#232; difficile ignorarlo.</p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quando l’eroismo diventa una gabbia: il corpo non standard non è un monumento]]></title><description><![CDATA[Smettete di applaudirmi: la mia esistenza non &#232; una parabola morale, &#232; un atto di cittadinanza.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/quando-leroismo-diventa-una-gabbia</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/quando-leroismo-diventa-una-gabbia</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:27:29 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!vgZV!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff6d3dedc-c7d4-47cb-991e-f4a30e1b9d34_1792x2194.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; un confine invisibile che delimita ci&#242; che la societ&#224; &#232; disposta a guardare e ci&#242; che preferisce santificare per non doverlo osservare davvero, &#232; quell&#8217;eterno confine che io abito.</p><p>Il mio corpo &#232; <strong>&#8220;non standard&#8221;</strong>: non risponde alle simmetrie rassicuranti, non occupa lo spazio secondo le regole del design urbano, non si muove con i ritmi della produzione industriale. E proprio perch&#233; non &#232; &#8220;standard&#8221;, scatta la trappola: la <em>trasformazione in monumento</em>. Se non posso essere invisibile, devo per forza essere un&#8217;eroina. Ma questa &#232; una gabbia dorata, ed &#232; ora di scardinarla.</p><h3>L&#8217;estetica della resistenza</h3><p>Il corpo non standard viene trattato come un errore di sistema o come un miracolo della volont&#224;. Mai come un corpo e basta. Quando mi dicono <em>&#8220;sei un&#8217;ispirazione&#8221;</em>, non stanno guardando me, stanno guardando la loro paura di scoprire che la carne &#232; fragile, che le ossa possono deviare, che la sedia a rotelle non &#232; un limite, ma una parte integrante dello schema motorio.</p>
      <p>
          <a href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/quando-leroismo-diventa-una-gabbia">
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          </a>
      </p>
   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'inganno dell'Inspiration Porn: perché piangiamo davanti agli atleti paralimpici (e perché dovremmo smettere)]]></title><description><![CDATA[Quando scambiamo l'ammirazione sportiva per pietismo motivazionale, riducendo le persone con disabilit&#224; a strumenti per la nostra crescita personale.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/linganno-dellinspiration-porn-perche</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/linganno-dellinspiration-porn-perche</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:39:38 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aqG_!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8b53b386-0690-45d2-830f-2149cd5f71de_1536x1024.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Scorri il feed di Instagram o TikTok. Ti imbatti in un video: c&#8217;&#232; uno sciatore paralimpico, Davide Bendotti, che sta gareggiando. Sottofondo musicale empatico e avvincente, possibilmente <em>Unstoppable</em> di Sia. In sovrimpressione, il volto commosso di un* <em>creator</em> non disabile che ci ammonisce: <em>&#8220;Guardate questa persona. E noi che ci lamentiamo delle sciocchezze. Non abbiamo scuse&#8221;</em>.</p><p>Like. Condivisione. Cuori infranti nei commenti.</p><p>Tutto bellissimo, tutto molto commovente. E tutto profondamente, irrimediabilmente sbagliato.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Quello a cui stiamo assistendo non &#232; un omaggio allo sport, e non &#232; nemmeno vera empatia. &#200; un fenomeno sociologico molto preciso che l&#8217;attivista australiana Stella Young ha battezzato <strong>&#8220;Inspiration Porn&#8221;</strong> (pornografia dell&#8217;ispirazione). E se vogliamo iniziare a parlare di disabilit&#224; in modo maturo, &#232; arrivato il momento di smontare questa narrazione pezzo per pezzo.</p><p>C'&#232; un video che sta girando online in questi giorni: una mental coach commenta, visibilmente ed emotivamente scossa, la discesa mozzafiato dello <strong>sciatore paralimpico Davide Bendotti</strong>. ascoltando le sue parole, si materializza un <strong>manuale perfetto di abilismo interiorizzato</strong>.</p><blockquote><p><em>&#8220;Arrivano loro a ricordarci dov&#8217;&#232; il limite umano [...] Credo che le paralimpiadi debbano essere viste prima delle olimpiadi, perch&#233; noi abbiamo veramente necessit&#224; di imparare cos&#236; tanto e di ricordarci quanto diamo le cose per scontato. [...] L&#8217;unica cosa che possiamo fare noi &#232; rubare il contenuto espresso con quella consapevolezza di chi &#232; diventato saggio.&#8221;</em></p></blockquote><h3>L&#8217;oggettivazione del &#8220;Super-Crip&#8221;</h3><p>L&#8217;intento di chi condivide questi contenuti &#232; quasi sempre puro. C&#8217;&#232; un genuino senso di meraviglia e l&#8217;intenzione lodevole di elogiare l&#8217;atleta. Ma nel discorso pubblico sull&#8217;abilismo, <em>l&#8217;intento non cancella l&#8217;impatto</em>. E l&#8217;impatto di questa retorica &#232; la disumanizzazione. Quando usiamo un atleta con disabilit&#224; come monito per ricordarci &#8220;quanto siamo fortunati&#8221;, lo stiamo svuotando della sua individualit&#224;. Quell&#8217;atleta non &#232; l&#236; per gareggiare, per vincere una medaglia, per battere un record personale o semplicemente per fare il suo lavoro. Diventa, improvvisamente, uno strumento didattico a uso e consumo delle persone senza disabilit&#224;. Una specie di santino motivazionale utile a farci sentire meglio con noi stessi o a darci la spinta per alzarci dal divano.</p><p>Questo meccanismo poggia su quello che gli studi sulla disabilit&#224; chiamano il <em>Trope del Supercrip</em> (il super-disabile): ci stupiamo in modo esagerato e quasi infantile di un&#8217;azione complessa compiuta da un corpo non conforme. Non compiono quelle imprese per un miracolo mistico, ma perch&#233; sono atleti d&#8217;&#233;lite che si spaccano la schiena in allenamento, esattamente come i loro colleghi olimpici. Lo stupore morboso sposta l&#8217;attenzione dal loro sudore alla loro cartella clinica.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!aqG_!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8b53b386-0690-45d2-830f-2149cd5f71de_1536x1024.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!aqG_!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8b53b386-0690-45d2-830f-2149cd5f71de_1536x1024.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!aqG_!, 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data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8b53b386-0690-45d2-830f-2149cd5f71de_1536x1024.heic&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:971,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:290059,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/heic&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/i/190838050?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8b53b386-0690-45d2-830f-2149cd5f71de_1536x1024.heic&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!aqG_!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, 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I video motivazionali parlano spesso di &#8220;assenza vera&#8221;, &#8220;dolore inimmaginabile&#8221;, &#8220;dramma quotidiano&#8221;. Questa &#232; una proiezione della societ&#224; abile. Noi guardiamo un corpo disabile e pensiamo: <em>&#8220;Se succedesse a me, la mia vita sarebbe finita&#8221;</em>. Quindi, di riflesso, assumiamo che la persona con disabilit&#224; viva in uno stato di costante tragedia shakespeariana e che ogni suo respiro sia una titanica vittoria contro l&#8217;oscurit&#224;, ma la realt&#224; &#232; molto pi&#249; prosaica. Per moltissime persone, la disabilit&#224; non &#232; un dramma che necessita di essere trasceso: &#232; semplicemente il modo in cui il loro corpo abita il mondo. L&#8217;ostacolo pi&#249; grande, spesso, non &#232; la condizione medica in s&#233;, ma la mancanza di rampe, le barriere architettoniche, la burocrazia estenuante e, non ultimo, lo sguardo pietistico di chi li considera &#8220;angeli coraggiosi&#8221; invece che normali cittadini.</p><h3>Imparare a guardare lo sport</h3><p>Continuare a dividere il mondo in un &#8220;Noi&#8221; (sani, fortunati, che devono imparare la lezione) e un &#8220;Loro&#8221; (rotti, sofferenti, saggi maestri di vita) non fa che allargare il fossato della marginalizzazione sociale. Non c&#8217;&#232; nulla di male nell&#8217;ispirarsi a un atleta eccezionale. Lo facciamo continuamente con campioni di ogni disciplina. Ma il parametro deve essere lo stesso. Dovremmo tifare per gli atleti paralimpici perch&#233; fanno tempi pazzeschi, perch&#233; hanno una tecnica invidiabile, perch&#233; la loro fame di vittoria &#232; palpabile. <strong>Dovremmo esaltarci per i loro trionfi sportivi, non usarli come terapia d&#8217;urto per i nostri cali di motivazione del luned&#236; mattina.</strong></p><p>La vera lezione che possiamo trarre non &#232; <em>&#8220;smetti di lamentarti perch&#233; c&#8217;&#232; chi sta peggio&#8221;</em>. La vera lezione &#232; imparare a guardare le persone con disabilit&#224; non come metafore, ma come persone. E trattarle, finalmente, da pari.</p><div class="captioned-button-wrap" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/linganno-dellinspiration-porn-perche?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;}" data-component-name="CaptionedButtonToDOM"><div class="preamble"><p class="cta-caption"><em><strong>Grazie per avermi letta</strong>! ora, se ti va, condivi questo articolo con una persona che ha bisogno di conoscere meglio questo tema.</em></p></div><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/p/linganno-dellinspiration-porn-perche?utm_source=substack&utm_medium=email&utm_content=share&action=share&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Condividi&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/p/linganno-dellinspiration-porn-perche?utm_source=substack&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=share&amp;action=share"><span>Condividi</span></a></p></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sanremo, la disabilità e il confine tra inclusione e spettacolo]]></title><description><![CDATA[Quando la commozione sostituisce la competenza e il dissenso viene liquidato come invidia.]]></description><link>https://valentinatomirotti.substack.com/p/sanremo-la-disabilita-e-il-confine</link><guid isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/sanremo-la-disabilita-e-il-confine</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Sat, 28 Feb 2026 16:37:14 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!hWFx!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8333fbc4-e615-4daa-b675-f3fbeedea14c_1024x538.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che la disabilit&#224; entra a Sanremo si attiva un meccanismo prevedibile: emozione, applausi, lacrime, consenso. E subito dopo, se qualcuno prova a interrogare quella rappresentazione, viene accusato di essere fuori luogo, di rovinare la festa, di non saper condividere la gioia. Negli ultimi giorni si &#232; aggiunta un&#8217;accusa ancora pi&#249; povera: l&#8217;invidia.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Ridurre il dissenso all&#8217;invidia &#232; un modo puerile di non reggere il confronto. &#200; una scorciatoia retorica che evita il merito delle questioni e sposta tutto sul piano psicologico. Non &#232; invidia. &#200; analisi. &#200; argomentazione. &#200; richiesta di evoluzione nel modo in cui il servizio pubblico racconta le persone.</p><p>Sanremo non &#232; un palco qualunque. &#200; il dispositivo simbolico pi&#249; potente della televisione italiana. Ogni scelta narrativa l&#236; dentro diventa cultura diffusa. E quando la disabilit&#224; entra in quella macchina non &#232; mai solo una storia personale: &#232; un messaggio collettivo.</p><p>Il <a href="https://www.instagram.com/p/DVNnNNijT0s/?img_index=1">coro  dello Special Festival</a> &#232; salito su quel palco con un percorso, con impegno, con anni di lavoro. Nessuno lo mette in discussione. Nessuno nega la felicit&#224; dei ragazzi. Ma la felicit&#224; non &#232; un criterio artistico e non &#232; un criterio politico. La felicit&#224; non basta a rendere giusta una rappresentazione.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!DLCB!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff107dce5-4786-45a8-bb17-af0c2aae04e7_800x450.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!DLCB!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff107dce5-4786-45a8-bb17-af0c2aae04e7_800x450.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!DLCB!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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Il punto &#232; come sono stati incorniciati. Se la disabilit&#224; appare quasi esclusivamente come parentesi emotiva, come momento edificante, come spazio di gratitudine reciproca tra presentatori e ospiti, allora il problema non &#232; la presenza. &#200; la cornice. Quando qualcuno osserva che il livello artistico non &#232; stato all&#8217;altezza, la risposta &#232; immediata: &#8220;non importa, erano felici&#8221;. Ma perch&#233; per loro dovrebbe non importare? Perch&#233; l&#8217;asticella si abbassa solo quando c&#8217;&#232; la disabilit&#224;? L&#8217;inclusione non consiste nell&#8217;indulgenza. Consiste nel mettere chiunque nelle condizioni di raggiungere lo standard richiesto. Se abbassiamo lo standard per benevolenza, non stiamo includendo: stiamo proteggendo. E la protezione, quando diventa sistema, infantilizza.</p><p>Lo stesso vale per la maglietta &#8220;Io sono come te&#8221;. All&#8217;interno di un progetto pu&#242; avere un senso identitario preciso. Ma su un palco come quello assume un valore simbolico pi&#249; ampio. Dire &#8220;sono come te&#8221; pu&#242; essere letto come affermazione di umanit&#224; condivisa, ma pu&#242; anche diventare un modo per rendere la differenza meno conflittuale per chi guarda. La vera inclusione non cancella la differenza per rassicurare il pubblico. La riconosce, la sostiene e la colloca dentro un quadro di diritti e potere.</p><p>C&#8217;&#232; poi un altro elemento che merita attenzione in tv e in questo Festival soprattutto: <strong>la costruzione televisiva del dolore</strong>. Il racconto del ragazzo rimasto tetraplegico dopo una sparatoria, presentato con toni drammatici e appelli carichi di emotivit&#224;, rientra in una dinamica ormai ricorrente: prima si costruisce la tragedia, poi si celebra la resilienza, infine si offre al pubblico la catarsi. &#200; una macchina narrativa efficace. Ma &#232; anche una forma di pornografia del dolore, perch&#233; ribadisce l&#8217;idea che la disabilit&#224; sia, in s&#233;, la peggiore cosa che possa capitare e che da l&#236; si debba risalire eroicamente. La carrozzina non &#232; una tragedia. &#200; uno strumento. La tragedia &#232; l&#8217;assenza di politiche adeguate, di accessibilit&#224; reale, di sostegni strutturali. Ma questi temi non fanno share quanto una lacrima in primo piano.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Fqqr!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2164760f-39ff-4aa3-b083-b593e02a6eba_1530x900.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Fqqr!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2164760f-39ff-4aa3-b083-b593e02a6eba_1530x900.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!Fqqr!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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Mai competenza al centro. Mai potere. Mai contrattualit&#224;. Sempre resilienza. Sempre gratitudine.</p><p>E allora la domanda diventa inevitabile: <strong>possibile che un servizio pubblico come la Rai continui a costruire questi &#8220;momenti sociali&#8221; senza avvalersi in modo strutturale di consulenze competenti sulla disabilit&#224;?</strong> Non come presenza simbolica, non come figura da esibire nei comunicati, ma come reale supporto nella progettazione narrativa. La Rai ha una figura dedicata alla disabilit&#224;. Benissimo. Ma quella competenza viene coinvolta davvero nella costruzione dei contenuti, o resta uno specchietto istituzionale da citare quando serve?</p><p>Se si decide di mettere in scena la disabilit&#224; in prima serata, serve consapevolezza culturale. Serve studio. Serve ascolto plurale. Altrimenti si rischia di imbastire teatrini emotivi che producono consenso immediato ma non avanzano di un millimetro sul piano della maturit&#224; collettiva.</p><p>Infine, un punto che continuo a ritenere centrale: il diritto al fallimento. Quando le madri parlano al posto dei figli, quando la critica viene vissuta come attacco personale, quando ogni osservazione diventa offesa, si attiva un meccanismo di iperprotezione che alla lunga danneggia proprio le persone che si vorrebbero tutelare. L&#8217;adultit&#224; si costruisce anche attraversando il limite, l&#8217;errore, la valutazione. Non possiamo chiedere pari diritti e allo stesso tempo sottrarci a ogni confronto.</p><p>Il dissenso non &#232; mancanza di rispetto. &#200; una richiesta di evoluzione nel rispetto delle persone. E se il confronto viene liquidato come invidia, significa che non si &#232; pronti a reggerlo. Sanremo non &#232; obbligato a fare pedagogia, ma se sceglie di toccare temi sociali, deve accettare che quei temi vengano analizzati. Perch&#233; la rappresentazione non &#232; una carezza. &#200; potere. E finch&#233; continueremo a scambiare la commozione per inclusione e la resilienza per emancipazione, resteremo dentro un immaginario che consola il pubblico senza cambiare davvero le condizioni materiali e simboliche delle persone.</p><p>Il problema non &#232; chi sale sul palco. Il problema &#232; cosa resta quando si spengono le luci.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!xpU8!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1b179f86-3fb5-431e-a0be-7e27317f4501_1034x1410.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!xpU8!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1b179f86-3fb5-431e-a0be-7e27317f4501_1034x1410.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!xpU8!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, 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isPermaLink="false">https://valentinatomirotti.substack.com/p/quando-si-spegne-la-fiamma-si-spegne</guid><dc:creator><![CDATA[Valentina Tomirotti]]></dc:creator><pubDate>Tue, 24 Feb 2026 20:36:11 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dYKP!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F330840dc-9ea7-4d82-b716-08d573248025_1365x1820.heic" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><br>C&#8217;&#232; un momento preciso, in ogni Olimpiade, in cui lo sport smette di essere cronaca e diventa rito. &#200; l&#8217;istante in cui la fiamma si spegne. Le telecamere indugiano, la regia rallenta, i commentatori abbassano il tono. Si parla di bilanci, di imprese, di medaglie che hanno &#8220;fatto la storia&#8221;. &#200; un momento costruito con cura: non &#232; soltanto la fine di una competizione, &#232; la chiusura di un racconto collettivo.</p><p>La fiamma olimpica non si spegne mai nel silenzio. Si spegne dentro una narrazione potente.</p><p>Eppure, in quel momento di massima visibilit&#224;, raramente accade qualcosa di molto semplice: un ponte verso ci&#242; che viene dopo. Un richiamo alle Paralimpiadi. Un &#8220;ci vediamo tra poche settimane&#8221;. Un accenno alla continuit&#224; del ciclo.</p><p>Non &#232; un dettaglio tecnico. &#200; una scelta simbolica.</p><h3>Il problema non &#232; la separazione dei Giochi</h3><p>Olimpiadi e Paralimpiadi sono eventi distinti, con identit&#224; e calendario propri. &#200; giusto che lo siano. Hanno una storia autonoma, un&#8217;organizzazione dedicata, un impianto regolamentare specifico. Nessuno chiede una fusione artificiale o una sovrapposizione forzata.</p><p>Il punto &#232; un altro: perch&#233;, se fanno parte dello stesso progetto sportivo e istituzionale, la narrazione pubblica continua a trattarle come capitoli isolati?</p><p>Quando si chiudono le Olimpiadi, si costruisce un climax narrativo. Si tirano le somme, si celebrano gli atleti, si proietta lo sguardo al futuro. &#200; il momento in cui il racconto raggiunge la sua massima densit&#224; simbolica. &#200; l&#236; che si decide cosa rester&#224; nella memoria collettiva.</p><p>Non inserire in quel passaggio un riferimento alle Paralimpiadi significa, implicitamente, collocarle fuori da quel climax. Come se appartenessero a un&#8217;altra linea narrativa. Come se non facessero parte dello stesso flusso.</p><p>E nel linguaggio mediatico, ci&#242; che non viene nominato nel momento apicale perde centralit&#224;.</p><h3>&#8220;Se ne parler&#224; dopo&#8221; non &#232; una risposta sufficiente</h3><p>&#200; vero: durante le Paralimpiadi la copertura aumenta. Le principali reti televisive dedicano spazio, le storie degli atleti emergono, i risultati vengono raccontati. &#200; un dato oggettivo e positivo.</p><p>Ma la questione non riguarda la quantit&#224; di minuti in palinsesto. Riguarda la posizione simbolica.</p><p>Nel racconto mediatico, esistono momenti di massima legittimazione. La cerimonia di chiusura olimpica &#232; uno di questi. &#200; il luogo in cui si consolidano gerarchie, si fissano significati, si definisce cosa &#232; &#8220;centro&#8221; e cosa &#232; &#8220;periferia&#8221;.</p><p>Se in quel momento le Paralimpiadi non vengono neppure citate, il messaggio implicito &#232; chiaro: sono un evento successivo, non il seguito naturale. Un&#8217;aggiunta, non una continuit&#224;.</p><p>&#200; una differenza sottile, ma strutturale.</p><h3>Il rischio della retorica e quello dell&#8217;invisibilit&#224;</h3><p>C&#8217;&#232; un&#8217;obiezione legittima che spesso emerge: meglio il silenzio che una narrazione retorica. Meglio evitare l&#8217;ennesimo racconto eroico, l&#8217;ennesima celebrazione del &#8220;superamento dei limiti&#8221;, l&#8217;ennesima costruzione emotiva che trasforma gli atleti paralimpici in simboli morali pi&#249; che in sportivi.</p><p>&#200; un rischio reale. Il racconto paralimpico, storicamente, &#232; stato spesso intrappolato tra due estremi: l&#8217;invisibilit&#224; e l&#8217;iperbole.</p><p>Da un lato, l&#8217;assenza. Dall&#8217;altro, la retorica.</p><p>Ma tra queste due polarit&#224; esiste una terza via: la normalizzazione narrativa.</p><p>Non servono enfasi speciali. Non servono toni paternalistici. Serve continuit&#224;. Serve trattare le Paralimpiadi come parte integrante del ciclo sportivo, senza abbassare o alzare il volume, ma mantenendo coerenza.</p><p>Una frase di passaggio non &#232; retorica. &#200; editoria.</p><h3>Le gerarchie invisibili del racconto</h3><p>La comunicazione non &#232; mai neutra. Ogni scelta di apertura, di chiusura, di titolazione costruisce una gerarchia. Non &#232; necessario dichiararla: si manifesta attraverso ci&#242; che viene messo al centro e ci&#242; che resta implicito.</p><p>Quando la fiamma olimpica si spegne e nessuno ricorda che a breve si accender&#224; quella paralimpica, si sta costruendo una linea di demarcazione simbolica. Si sta dicendo, anche senza volerlo, che l&#8217;evento principale &#232; concluso. Che il ciclo &#232; finito.</p><p>E invece non &#232; finito.</p><p>Il problema non &#232; che i Giochi siano separati. Il problema &#232; che il racconto continua a esserlo. E finch&#233; la narrazione rester&#224; scissa, anche l&#8217;immaginario collettivo continuer&#224; a percepire due livelli differenti di legittimit&#224;.</p><h3>Una questione di continuit&#224;, non di rivendicazione</h3><p>Non si tratta di chiedere privilegi, n&#233; di imporre sovrapposizioni. Si tratta di chiedere coerenza narrativa. Se le Olimpiadi rappresentano il primo capitolo di un progetto sportivo nazionale, le Paralimpiadi ne sono il secondo. Non un&#8217;appendice.</p><p>La differenza tra &#8220;evento successivo&#8221; e &#8220;capitolo seguente&#8221; &#232; tutta nella narrazione.</p><p>E la narrazione, nel mondo contemporaneo, &#232; potere.</p><p>Quando la fiamma si spegne, ci&#242; che resta &#232; il racconto che abbiamo costruito attorno a quella luce. La domanda, allora, non &#232; se le Paralimpiadi meritino spazio &#8212; lo dimostrano ogni volta sul campo. La domanda &#232; se siamo disposti a riconoscerle come parte dello stesso orizzonte simbolico, nello stesso momento in cui celebriamo la fine di un ciclo.</p><p>Perch&#233; la continuit&#224; non &#232; una concessione.<br>&#200; una scelta culturale.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dYKP!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F330840dc-9ea7-4d82-b716-08d573248025_1365x1820.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!dYKP!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, 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&#232; una battuta.<br>Non &#232; una storia d&#8217;amore particolarmente riuscita.<br>Non &#232; nemmeno una scelta estetica.</p><p>&#200; il corpo.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://valentinatomirotti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="/__u/valentinatomirotti.substack.com/subscribe"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Per secoli, nei racconti ambientati nel passato, la disabilit&#224; &#232; stata una presenza fantasmatica: o totalmente assente, o relegata a simbolo morale, punizione divina, metafora della mancanza. Il corpo disabile non aveva diritto alla mondanit&#224;, al desiderio, alla complessit&#224;. Al massimo, alla compassione.</p><p><em>Bridgerton</em> fa una cosa diversa.<br>E la fa senza proclami.</p><p>Inserisce persone con disabilit&#224; <strong>dentro il tessuto sociale della narrazione</strong>, senza costruire attorno a loro una storia &#8220;speciale&#8221;. Non sono l&#236; per insegnare qualcosa allo spettatore. Non sono un problema da risolvere. Non sono un&#8217;eccezione che conferma la regola.</p><p>Sono parte del mondo.</p><ul><li><p>Un lord che usa una sedia a rotelle e partecipa alla vita sociale.</p></li><li><p>Una famiglia sorda che comunica in lingua dei segni.</p></li><li><p>Una donna autorevole che usa un bastone senza che questo diventi il centro della scena.</p></li><li><p>Una giovane domestica con una malformazione congenita, senza spiegazioni, senza giustificazioni.</p></li></ul><p>La vera rottura non &#232; la presenza.<br>&#200; <strong>la normalizzazione</strong>.</p><p>Non il cameo inclusivo, quello che dura il tempo di un applauso morale.<br>Non l&#8217;eroe straordinario che &#8220;nonostante tutto&#8221;.<br>Ma corpi che abitano lo spazio, il tempo, la trama.</p><p>C&#8217;&#232; un dettaglio fondamentale, spesso trascurato: gli attori hanno realmente le disabilit&#224; che interpretano. Questo non &#232; un vezzo identitario, &#232; una scelta politica. Perch&#233; restituisce autenticit&#224;, ma soprattutto sottrae la disabilit&#224; alla finzione compassionevole. Non &#232; travestimento, non &#232; rappresentazione filtrata dallo sguardo normodotato.</p><p>&#200; presenza.</p><p>Ed &#232; qui che <em>Bridgerton</em> diventa interessante anche per chi, come me, guarda la cultura pop con un occhio pi&#249; sospettoso che romantico. Perch&#233; mentre molti sono concentrati sulle dinamiche amorose, la serie compie una piccola, silenziosa rivoluzione: mostra un mondo in cui la disabilit&#224; <strong>non interrompe il racconto</strong>, ma lo attraversa.</p><p>Questo non significa che sia tutto risolto. Non significa che siamo arrivati, ma significa che qualcosa si &#232; incrinato.</p><p>E incrinare l&#8217;immaginario &#232; sempre il primo passo.</p><p>Perch&#233; finch&#233; non ci vediamo nelle storie, restiamo fuori dalla realt&#224;.<br>E perch&#233; ogni volta che un corpo disabile viene mostrato senza essere spiegato, compatito o redento, si sposta un confine.</p><p>Forse la vera modernit&#224; di <em>Bridgerton</em> non sta nell&#8217;anacronismo consapevole o nella rilettura pop del passato.<br>Sta nel ricordarci che <strong>la disabilit&#224; non &#232; un tema</strong>. &#200; una condizione umana.</p><p>E come tale, merita di stare, finalmente, al centro della scena.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!bsa9!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe581fc6f-0cee-4f84-b231-9612b125fa2e_1080x1350.heic" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="/__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!bsa9!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_424, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, /__u/valentinatomirotti.substack.com/fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe581fc6f-0cee-4f84-b231-9612b125fa2e_1080x1350.heic 424w, /__u/substackcdn.com/image/fetch/$s_!bsa9!, /__u/valentinatomirotti.substack.com/w_848, /__u/valentinatomirotti.substack.com/c_limit, /__u/valentinatomirotti.substack.com/f_webp, /__u/valentinatomirotti.substack.com/q_auto:good, 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